Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione di quanto accade in Medio Oriente. Buona lettura e condivisione.
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Il primo è questo post su Instagram. Cliccate per il video:

Nonostante il cessate il fuoco di aprile e una nuova bozza d’intesa discussa il 4 giugno tra Israele e Libano, la notte tra giovedì 4 e venerdì 5 giugno è stata segnata da una nuova ondata di raid israeliani contro civili libanesi.
Secondo il Ministero della Salute libanese, almeno 16 persone sono state uccise e altre quindici ferite negli attacchi del 4 giugno che hanno colpito diverse località del sud del Paese e della Valle della Bekaa.
5 vittime sono state registrate a Sohmor, nella Bekaa occidentale, 3 persone sono state uccise e sette sono rimaste ferite, tra cui tre bambini, in un quartiere residenziale di Tiro.
2 persone sono state uccise da un drone che ha colpito un’automobile all’interno di un’area di parcheggio dell’UNIFIL a Burj Qalaway.
Missili e colpi d’artiglieria hanno interessato numerose altre località del Libano meridionale provocando feriti e ingenti danni.
Il 4 giugno è stato ucciso da una scheggia di mortaio anche un operatore UNIFIL, la missione ONU di peacekeeping in Libano. Sale così a 7 il bilancio di Caschi Blu uccisi in Libano dal 2 marzo.
Sul piano politico la farsa del “cessate il fuoco” prosegue.
Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha respinto con fermezza i termini dell’accordo sostenuto da Washington, definendo i negoziati “inutili” e “umilianti” per il Libano e ha ribadito che ci può essere una tregua solo se Israele si ritira dal Libano.
Poche ore dopo il primo ministro israeliano Netanyahu ha escluso un ritiro a breve termine delle forze armate dal Libano meridionale.
Netanyahu ha affermato che l’IDF manterrà una zona cuscinetto estesa dalla costa mediterranea fino al Monte Hermon e all’area dello Yarmouk in territorio siriano.
“Forse quando Hezbollah sarà smantellato riconsidereremo le nostre mosse”, ha dichiarato Netanyahu.
Dal 17 aprile, data di avvio del cessate il fuoco, oltre 1000 persone sono state uccise in Libano dall’IDF.
Dal 2 marzo Israele ha ucciso 3.516 civili e ferito 10.674 in Libano.
“In Libano c’è il secondo genocidio più documentato dopo la Palestina, eppure è quello più negato” ha scritto su X l’ex diplomatico ONU Mohammed Safa.
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Poi c’è questo post sulla vergognosa detenzione – senza accuse, senza processo – da due anni del dott. Abu Safiya, pediatra, direttore di un ospedale a Gaza, rapito dai soldati israeliani. Questa è l’unica democrazia del Medio Oriente, ripetono i servo-giornalisti qui da noi…Cliccate per il video.

Le autorità israeliane hanno trasferito il dottor Hussam Abu Safiya in isolamento nel carcere di Nafha, dopo che il suo team legale aveva contestato la proroga della sua detenzione.
A riferirlo l’avvocato del pediatra che ha dichiarato che il trasferimento dal carcere Negev è avvenuto il 3 giugno: l’avvocato sottolinea che il trasferimento in isolamento è punitivo e ha privato il dottore delle cure mediche necessarie.
Ad aprile Israele aveva esteso la detenzione illegale del dottor Hossam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan di Gaza.
Il 28 aprile il tribunale distrettuale di Be’er Sheva ha approvato la proroga della misura ai sensi della legge sui “combattenti illegali”, senza che siano state formalizzate accuse nei suoi confronti, respingendo la richiesta della difesa per un rilascio immediato.
La proroga non prevede un limite temporale definito.
Il medico è detenuto senza accuse né processo da dicembre 2024 quando l’esercito israeliano ha fatto irruzione nell’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo ospedale funzionante nel nord di Gaza all’epoca.
Durante la sua detenzione Abu Safiya è stato sottoposto a violenze fisiche, negligenza medica mentre la famiglia riferisce di non avere accesso a informazioni aggiornate sulle sue condizioni di salute.
Il figlio di Abu Safiya ha lanciato l’ennesimo appello alla comunità internazionale e alle organizzazioni per i diritti umani: “La vita di mio padre è in pericolo. Chiediamo un’azione internazionale immediata e urgente. Come può un essere umano essere punito perchè chiede il motivo della sua detenzione?”.
Il caso del dottor Abu Safiya si inserisce in un quadro più ampio: secondo l’organizzazione Healthcare Workers Watch almeno 83 operatori sanitari palestinesi sono attualmente detenuti da Israele, di cui 75 provenienti da Gaza.
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E poi c’è questo post di Giorgio Aki, che documenta la predilezione dell’esercito più morale del mondo (cit.) verso i bambini di Gaza.

I 114 bambini colpiti a Gaza con una singola pallottola in testa o al torace
Di Elena Tebano – Corriere della Sera
Quest’anno a vincere il Premio della Stampa Europea, assegnato ieri a Lisbona, è stata un’inchiesta del giornale olandese de Volkskrant. Si intitola «Quello che le ferite raccontano» e parla della guerra a Gaza. I suoi autori, Maud Effting e Willem Feenstra, hanno ricostruito i casi di 114 bambini sotto i 15 anni colpiti da una singola pallottola alla testa o al torace. Quasi tutti sono morti o rimasti gravemente disabili.
Hanno scelto di documentare solo i casi dei bambini e delle bambine sotto i 15 anni (ma spesso molto più piccoli: di 3, 4 o 7 anni) perché si tratta di bambini che possono subito essere identificati come tali. «Un solo proiettile in queste zone del corpo è un chiaro indizio del fatto che il bambino sia stato preso di mira intenzionalmente. Ciò costituisce un crimine di guerra. In altre zone di conflitto, i medici si sono imbattuti raramente in casi simili» scrivono i due giornalisti. L’articolo è uscito a settembre e la cosa più sconvolgente è che non sia (ancora) diventato un caso internazionale.
Israele vieta ai giornalisti di entrare a Gaza e gli autori, Effting e Feenstra, hanno realizzato l’inchiesta raccogliendo le testimonianze (e centinaia di foto e video) di diciassette medici e di un’infermiera provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada e Paesi Bassi, che da ottobre 2023 hanno lavorato come volontari in sei ospedali e quattro cliniche di Gaza. Ognuno di loro è rimasto per un massimo di sei settimane per missione e hanno raccontato di aver visto quasi ogni giorno (prima della tregua) più bambini feriti da un solo colpo alla testa e al petto. «de Volkskrant ha chiesto ai medici di contare quanti bambini di età pari o inferiore a 15 anni avessero visitato con una singola ferita da arma da fuoco alla testa o al torace – un’indicazione importante del fatto che fossero stati presi di mira deliberatamente.
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