Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di don Curzio Nitoglia, a cui va il nostro grazie. Buona lettura e diffusione.
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L’Antica Alleanza non è stata mai Revocata?
RISPOSTA A BERNARD MALLMANN: “L’ANTIGIUDAISMO NELLA Professione di fede della fraternità san pio x”
di Don Curzio Nitoglia

Bernard Mallmann
Prologo
Qualche giorno fa (19 maggio 2026) don Bernard Mallmann – che è stato ordinato sacerdote a Roma il 10 ottobre 2012, ha studiato Teologia a Ratisbona e a Roma, poi ha conseguito il Dottorato in Teologia a Vienna nel 2020 e dal 2021 è Assistente presso la Cattedra di Teologia Dogmatica alla Facoltà di Teologia Cattolica presso l’Università di Vienna – ha scritto un articolo titolato: “Cattolicità sradicata. L’antigiudaismo nella Professione di Fede della Fraternità San Pio X”.
Secondo lui la Fraternità San Pio X, avendo asserito nella Professione di Fede (scritta dal suo Superiore Generale don Davide Pagliarani, il 14 maggio del 2026) che “l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata”, sarebbe caduta nel Marcionismo.
Cerchiamo di studiare oggettivamente la questione.
Status Quaestionis
Il 28 ottobre del 1965 fu promulgata la Dichiarazione conciliare Nostra aetate (d’ora in poi NA) sui rapporti tra Giudaismo postbiblico o talmudico (che è ben distinto dal Vecchio Testamento) e Cristianesimo.
Partendo da essa, v’è stata un vero e proprio cambiamento della Dottrina cattolica sul tema della religiosità giudaica/postcristiana.
Giovanni Paolo II ha fatto della “nuova teologia” di NA il “cavallo di battaglia” del suo lungo Pontificato e l’ha diffusa dappertutto.
Infatti, egli – appena due anni dopo la sua elezione pontificia del 1978 – ha dichiarato, alla luce di NA, che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Discorso di Magonza, 17 novembre 1980) e, sei anni dopo, che “gli Ebrei sono fratelli maggiori dei Cristiani” … “nella Fede di Abramo” (Discorso alla sinagoga Roma, 13 aprile 1986 e alla chiesa del Gesù di Roma per il Te Deum del 31 dicembre 1986).
Partendo da queste due asserzioni, sia Benedetto XVI sia papa Francesco, hanno esplicitato una nuova conclusione: “Gli Ebrei postbiblici non hanno bisogno di Gesù per salvarsi”, che era già contenuta virtualmente in esse e in NA.
La Dottrina cattolica
La dottrina cattolica insegna, al contrario, che 1°) gli Ebrei dopo la morte di Gesù – e non i fedeli del Vecchio Testamento – sono i fratelli maggiormente separati dei Cristiani e non sono i loro “fratelli maggiori nella Fede di Abramo”, che invece credeva nel Messia venturo da loro rifiutato; 2°) che l’Antica Alleanza è stata rimpiazzata dalla Nuova ed Eterna Alleanza; 3°) e che tutti gli uomini (Ebrei compresi) hanno bisogno di Gesù (unico Redentore universale dell’umanità) per salvarsi.
Infine – nei primi mesi dell’anno 2019 – è stato pubblicato il libro La Bibbia dell’Amicizia. Brani della Torah/Pentateuco commentati da Ebrei e Cristiani (Cinisello Balsamo, San Paolo) con una “Prefazione” a cura di papa Bergoglio; sùbito dopo – verso il mese di aprile del medesimo anno – è uscito un secondo libro sullo stesso tema, titolato Ebrei e Cristiani, redatto dall’allora “papa/emerito” Benedetto XVI (Cinisello Balsamo, San Paolo) in collaborazione col rabbino-capo di Vienna Arie Folger.
In questi due libri papa Francesco e l’allora “papa-emerito” Benedetto XVI spargevano numerosi errori, riguardo alla Fede nella divinità di Cristo, alla SS. Trinità, ai rapporti tra Antico e Nuovo Testamento, alla Redenzione universale di Gesù e al Dogma “Extra Ecclesiam nulla salus!”.
Gli errori di papa Ratzinger e di papa Bergoglio riguardano a) in generale il problema ebraico/talmudico, e, b) in maniera specifica:
1°) la questione del “Deicidio”;
2°) il problema se i Giudei crocifissori di Gesù sapessero che Egli era Dio;
3°) quale sia l’atteggiamento di Dio nei confronti del Giudaismo religione postbiblica (non del Vecchio Testamento) dopo il Deicidio;
4°) il grave problema di Fede che la Dichiarazione NA pone alla coscienza dei Cattolici fedeli; e infine – studiando questi quattro quesiti alla luce della Teologia cattolica tradizionale – ci s’imbatte inevitabilmente …
5°) … nella questione del Giudeo/Cristianesimo e dei Cristiani Giudaizzanti, che purtroppo sono convogliati, “autorizzati” e spinti a giudaizzare tranquillamente da papa Bergoglio in maniera esplicita e, ancor più, da papa Ratzinger in maniera quasi occulta o occultata.
L’Antico Testamento è perfezionato
dal Cristianesimo
Un’idea vecchia e mai sopita, secondo la quale l’Antico Testamento è cattivo (questo è il vero e proprio Marcionismo, non quello immaginato dai Giudaizzanti); il Nuovo Testamento si salverebbe solo a certe condizioni e la salvezza verrebbe dal ritorno al vecchio paganesimo, si riaffaccia oggi e tenta di confondere le acque.
L’Abate Giuseppe Ricciotti
Il grande esegeta romano spiega:
“Se, buttate via la prima e la più antica parte della Bibbia (Antico Testamento, ndr), non avete nessun diritto di conservare la sua seconda parte (Nuovo Testamento, ndr)”.
Il cardinal Michael von Faulhaber
Il porporato e arcivescovo di Monaco, tenne cinque prediche, che furono raccolte nel libro: Giudaismo, Cristianesimo, Germanesimo.
Innanzitutto, il cardinale tedesco spiega che occorre fare una distinzione fra il popolo d’Israele anteriore alla morte di Cristo e quello posteriore alla sua morte.
“Dopo la vocazione di Abramo e prima della morte di Cristo il popolo d’Israele fu il depositario della Rivelazione. Lo Spirito di Dio suscitò e illuminò degli uomini, i quali per mezzo della Legge mosaica, dettero ordinamento alla vita religiosa e civile.
“Dopo la morte di Cristo, Israele fu licenziato dal servizio della Rivelazione. I figli di quel popolo non avevano riconosciuto l’ora della visita divina; avevano rinnegato e rigettato l’Unto del Signore, l’avevano condotto fuori della città e l’avevano confitto in Croce. Allora cadde il Patto tra il Signore e il suo popolo. In secondo luogo, dobbiamo distinguere tra le Scritture dall’Antico Testamento e gli scritti talmudici del Giudaismo posteriore [l’Antico Testamento è buono ma imperfetto ed è perfezionato dal Nuovo Testamento; mentre il Talmud è cattivo ed essenzialmente anticristiano e anti/mosaico, nda]. In terzo luogo, dobbiamo fare una distinzione, anche internamente alla Bibbia dell’A. Testamento, tra ciò che ebbe un valore transitorio e ciò che doveva avere un valore eterno”.
Inoltre – il porporato tedesco ricorda – che i Cristiani non mettono l’Antico Testamento e il Nuovo sullo stesso piano. Il N.T. deve essere messo al posto d’onore; tuttavia, bisogna tener ben fermo che anche l’A.T. è ispirato da Dio.
“Ma, il Cristianesimo, per aver ricevuto le Antiche Scritture non è diventato affatto, una religione giudaica, poiché questi libri non sono stati composti dai Giudei, bensì sono stati ispirati dallo Spirito di Dio e perciò sono parola di Dio. L’alienazione dei Giudei di oggi non deve essere estesa ai libri del Giudaismo precristiano”.
Inoltre, con Cristo non conta più la parentela di sangue ma quella della Fede; quindi, non importa se Cristo è etnicamente ariano o giudeo. È importante sapere se Cristo è spiritualmente ‘cristiano’ e se noi siam diventati membra di Cristo mediante il battesimo e la fede vivificata dalla carità. S. Paolo scrive: “In Cristo Gesù non ha alcun valore né il Giudaismo in sé, né il Paganesimo, bensì soltanto la nuova creatura” (Gal., VI, 15).
La “pietra angolare” tra Giudaismo e Cristianesimo
Gesù Cristo è la pietra che unisce, come “pietra d’angolo”, il Mosaismo e il Cristianesimo. Tuttavia, nonostante tutte le grazie che Dio ha concesso a Israele, questo non ha voluto riconoscere l’ora della sua visita. Egli fu “segno di contraddizione”, e solo un piccolo gruppo di Apostoli e di altri Discepoli lo seguì, mentre la maggior parte del popolo si allontanò dal Messia.
Gesù prese commiato, seppur con dolore, dall’Antico Patto, infranto da Israele, e ne instituì uno – Nuovo ed Eterno – con i Pagani e la “reliquia” d’Israele rimastagli fedele.
La mutazione oggettiva di “Nostra aetate”
Fra la Tradizione divino/apostolica, il Magistero pontificio (da San Pietro sino a Pio XII) e Nostra aetate vi è difformità (cfr. Denise Judant, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969; Id., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975). Ora, la Tradizione cattolica è una delle due Fonti della Rivelazione e consiste nell’insegnamento comune dei Padri, che è infallibile; mentre Nostra aetate ha un valore unicamente prudenziale o “pastorale” per esplicita volontà di Giovanni XXIII e Paolo VI, che indissero e conclusero il Concilio Vaticano II come “Concilio pastorale”. Quindi, il Concilio Vaticano II non è infallibile né irreformabile ed essendo in rottura o in difformità con la Tradizione apostolica costante, deve essere corretto e riformato, compresa soprattutto “NA”.
L’ambiguità di “NA”, in primo luogo, consiste nel far passare tutti coloro che discendono geneticamente da Abramo, come aventi legami spirituali o di Fede con la Chiesa di Cristo, mischiando e confondendo la razza con la Fede, che invece sono due entità sostanzialmente diverse.
In secondo luogo, al n. 4-e, “NA” insegna: “Secondo S. Paolo (Rom., XI, 29) gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento”.
Invece, S. Paolo dice che la vocazione (chiamata o dono) da parte di Dio non muta (“Ego sum Dominus et non mutor”). Mentre, la risposta alla chiamata di Dio può cambiare da parte dell’uomo, com’è stato per la maggior parte del popolo d’Israele, che durante la vita di Gesù ha malamente corrisposto alla chiamata e al dono di Dio, uccidendo prima i Profeti e poi Cristo stesso ed infine i Suoi Apostoli; onde sono cari a Dio, ossia stanno in grazia di Dio, solo “il piccolo resto” di Israele (Rom., XI, 5-7), cioè coloro che hanno accettato il Messia in Cristo venuto nel Nuovo Testamento, come lo accettarono venturo i loro padri nell’Antico Testamento.
In terzo luogo, sempre secondo la dottrina conciliare (cfr. Nostra aetate: “I doni di Dio sono irrevocabili”) e postconciliare (cfr. Giovanni Paolo II, Magonza, 17 novembre 1980: “L’Antica Alleanza mai revocata”), l’Ebraismo attuale sarebbe ancora oggi titolare dell’Alleanza con Dio. Invece, la Tradizione cattolica (S. Scrittura interpretata unanimemente dai Padri e dal Magistero ecclesiastico costante e tradizionale) insegna che c’è una prima (o Antica) e c’è una seconda (o Nuova) Alleanza. Ora, irrevocabile è ciò che dalla prima (Vecchio Testamento) passa alla seconda (Nuovo Testamento) e subentrata all’altra, quando questa “antiquata e soggetta ad invecchiamento ulteriore, sta ormai per scomparire” (Ebr., VIII, 8-13). Sennonché, la grazia promessa ai titolari dalla prima Alleanza (Giudei) non muore con essa, ma viene elargita ai titolari della seconda (Ebrei e Gentili convertiti al Cristianesimo): questo, infatti, si verificò, quando, quasi tutti i titolari della prima, rifiutando Cristo, non riconobbero il tempo in cui Dio li aveva visitati (Lc., XIX, 44). “A quelli, però, che l’accolsero”, il Visitatore “fece il dono della figliolanza divina” (Gv., I, 12), strinse con essi (la “piccola reliquia” del popolo ebraico che accettò Cristo) la seconda ed eterna Alleanza e l’aprì a quanti (i Pagani) sarebbero sopraggiunti “dall’oriente e dall’occidente, da settentrione e da mezzogiorno” (Lc., XIII, 29), trasferendo alla seconda tutti i doni già in possesso della prima. Quindi, se molti membri del popolo eletto rifiutarono Cristo, tuttavia “un piccolo resto” (Apostoli e Discepoli) Lo accolse (Rom., XI, 1-10).
Quarto: riguardo all’uccisione di Gesù “NA” insegna: “Quanto è stato commesso durante la Sua Passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”, poiché essi “non sapevano quel che facevano”.
Invece il “Dottore Comune” della Chiesa, S. Tommaso d’Aquino, si chiede 1°) «se i Capi dei Giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità?» (S. Th., III, q.47, a.6, ad 1um).
Egli risponde che essi sapevano quel che facevano. Infatti, quando Dio parlò ad Adamo del suo futuro matrimonio con Eva, gli spiegò che esso era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesa; quindi, gli dovette spiegare allora il mistero della Trinità ed Unità di Dio e quello dell’Incarnazione del Verbo (cfr. S. Th., II-II, q. 2, a.7, in corpore). Perciò, i capi dei Giudei conoscevano i misteri della Trinità e dell’Incarnazione. Dunque, i prìncipi dei Giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato.
Quanto poi al mistero della Trinità, S. Tommaso risponde: “Fin dal principio fu necessario per salvarsi, credere il mistero della Trinità. […] non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la Fede nella Trinità […]; perciò, prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti ed in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q. 2, a. 8, in corpore).
Quanto al fatto che 2°) “La morte di Cristo è dovuta ai peccati di tutti gli uomini. E […] quanto è stato commesso durante la Passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo”. Occorre distinguere: a) Cristo è morto per riscattare i peccati di tutti gli uomini, ossia la causa finale della morte di Cristo è la Redenzione del genere umano; però b) la causa efficiente che ha prodotto la morte di Cristo non furono i peccati degli uomini, ma il Giudaismo post-biblico, che, negando la divinità di Cristo, nella persona dei Sacerdoti, degli Scribi e dei Farisei lo condannò a morte e fece eseguire la sentenza dai Romani.
Per tutti i Padri della Chiesa, unanimemente, la causa efficiente e responsabile della morte di Gesù è il Giudaismo farisaico, talmudico e anticristiano tramite i suoi Maestri e fedeli. Nella morte di Cristo è implicata la comunità religiosa dell’Israele post-biblico, che ha rifiutato Gesù e persevera nel rifiuto dei loro padri e non tutta la stirpe fisica (infatti, un “piccolo resto d’Israele” fu fedele a Cristo: gli Apostoli e i Discepoli), anche se la maggior parte del popolo prese parte attiva alla condanna di Gesù.
Ora, per il deicidio vi è addirittura il “consenso matematico” dei Padri circa la colpevolezza del Giudaismo postbiblico (cfr. Denise Judant, Judaisme et Christianisme, éd. du Cèdre, Paris, 1969; Id., Jalons pour une théologie chrétienne d’Israel, éd. du Cèdre, Paris, 1975) sono non solo moralmente, ma anche matematicamente concordi nell’insegnare che la gran parte (infedele a Cristo) del popolo ebraico, ossia il Giudaismo talmudico in sé come religione anticristiana e antitrinitaria è responsabile, come causa efficiente, della morte di Cristo e ha dato luogo ad una nuova religione scismatica ed eretica nei confronti dell’Antico Testamento: il Talmudismo, che si distacca dal Mosaismo, (il quale credeva nel Messia venturo annunziato dalle Profezie veterotestamentarie avverate da Gesù di Nazareth) e che ancor oggi rifiuta la divinità di Cristo e lo condanna come idolatra, poiché da uomo pretende farsi Dio.
Quinto: la Dichiarazione “NA” non reca una sola citazione di un solo Padre della Chiesa, di un solo Papa o di un solo pronunciamento del Magistero, poiché non esiste neppure una riga giudaizzante della Tradizione e del Magistero prima del Vaticano II.
Sesto: l’Alleanza con Dio è definitiva solo per quanto riguarda la Chiesa di Cristo; quanto riguarda tutti gli altri (Ebrei, Gentili e Cristiani) presuppone una corrispondenza al piano divino.
L’Antica Alleanza è basata anche sulla cooperazione degli uomini. Mosè riceve la dichiarazione di Dio, contenente le condizioni del Patto bilaterale. Infatti l’Alleanza non è incondizionata (Deut., XI, 1-28), ma è sottomessa all’obbedienza del popolo d’Israele: “Io vi offro benedizioni e maledizioni. Benedizioni se obbedite ai comandamenti divini… maledizioni se disobbedite” (Deut., XI, 28). L’Alleanza Antica dipende anche dal comportamento d’Israele e Dio minaccia più volte di romperla a causa delle infedeltà del popolo ebreo, che Egli vorrebbe distruggere (Deut., XXVIII; Lev., XXVI, 14 ss.; Ger., XXVI, 4-6; Os., VII, 8 e IX, 6).
Dopo la morte di Cristo, il perdono di Dio non è accordato a tutto Israele, ma solo ad “un piccolo resto” fedele a Cristo e a Mosè, che preannunciava Gesù. In séguito all’infedeltà del popolo d’Israele, nel suo complesso, verso Cristo e l’AT che Lo annunciava, il perdono di Dio si restrinse solo ad “un piccolo resto” d’Israele fedele a Dio in Cristo.
Conclusione
Vi sono dunque almeno sei gravi errori che inficiano “NA”, la rendono oggettivamente contraria alla Fede cattolica e tendenzialmente favorente l’apostasia giudaizzante.
La dottrina stessa di “NA” è oggettivamente contraria al Cristianesimo poiché giudaizza. Ora, il Giudaismo talmudico ritiene Gesù Cristo un impostore, che da uomo si è proclamato Dio; mentre il Cristianesimo adora Cristo come Dio. Quindi, le due religioni non possono essere entrambe vere, poiché una è la contraddittoria dell’altra e per il “principio per sé noto ed evidente” di “identità e non contraddizione” sono inconciliabili; ossia, se una è vera l’altra immancabilmente è falsa.
Quindi, lo sforzo compiuto dalla Teologia neo/modernista (conciliare e postconciliare) di “conciliare l’inconciliabile” (nel nome del Concilio) è del tutto impossibile “per la contraddizion che nol consente” (Dante, Inferno, XXVII, 120): un cerchio non è un quadrato, il sì non è il no, il bianco non è il nero, il Cristianesimo, che adora Cristo come Dio non è il Giudaismo, che ha crocifisso Cristo poiché, bestemmiando, da uomo si è fatto passare per Dio.
Queste sono le ragioni intrinseche, cioè quanto alla dottrina di NA che ci impediscono di accettare la Dichiarazione conciliare NA del 28 ottobre 1965.
Infine, in San Paolo è rivelato che “I Giudei hanno perfino messo a morte il Signore Gesù e i Profeti ed hanno perseguitato anche noi; essi non piacciono a Dio e sono nemici di tutti gli uomini, impedendo a noi di predicare ai Pagani perché possano essere salvati. In tal modo essi colmano la misura dei loro peccati! Ma oramai l’ira di Dio è arrivata al colmo sul loro capo” (I Tess., II, 15).
S. Tommaso d’Aquino commenta: «Non importa se furono i Romani ad ucciderlo, perché furono gli stessi Giudei che con le loro grida chiesero a Pilato di crocifiggerlo. […]. Perciò, essi non piacciono a Dio perché non operano con una Fede retta e “senza la Fede è impossibile piacere a Dio” (Ebr., XI, 6). Infine, S. Paolo mostra che i Giudei “sono nemici di tutti gli uomini”. Infatti, sono nemici perché vietano e impediscono a noi Apostoli del Nuovo Testamento di predicare a tutti gli uomini e così ostacolano la loro conversione. […]. Così essi vivono sino a quando giungeranno al punto in cui Dio permette. Infatti, Dio – dopo la Passione di Cristo – concesse ai Giudei uno spazio di 40 anni per la penitenza, però essi non solo non si convertirono, ma aggiunsero peccati a peccati. E Dio non lo tollerò più. […]. Tuttavia, non pensare che quest’ira divina duri per 100 anni, bensì durerà “sino alla fine” del mondo, allorché la totalità dei Pagani avrà abbracciato la fede in Cristo» (Thomas Aquinatis, Super Primam Epistolam ad Thessalonicenses Lectura, Lectio II, caput 2, versiculi 15-16).
San Tommaso d’Aquino: La Legge Antica e la Legge Nuova
S. Tommaso D’Aquino, nella “Somma Teologica” (I sezione – II parte, questioni 98-108) tratta il tema della “Legge di Mosè” (I sezione – II parte, questioni 98-105); poi quello della “Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 106 e 108) ed anche del “Confronto tra la Legge Antica e la Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 107).
La Legge mosaica
Per quanto riguarda la “Legge di Mosè” (I sezione – II parte, questione 98) egli insegna che “la Legge di Mosè era imperfetta ma buona, poiché conforme alla retta ragione e alla Legge naturale” (I sezione – II parte, q. 98, articolo 1); “la Legge Antica fu data da Dio tramite il ministero degli Angeli (cfr. S. PAOLO, Gal., III, 19; Ebr., I, 2; II, 2; Atti, VII, 53; S. GREGORIO I, Moralia, Pref., 1; S. AGOSTINO, Super Genes., XII, 27; In Exod., 33, 11), poiché Dio stesso, con l’Avvento di Gesù, avrebbe poi dato, direttamente e senza intermediari, la Legge Nuova e perfetta” (I-II, q. 98, a. 3); la “Legge Antica doveva essere data prima solo al popolo ebraico, poiché da quel popolo doveva nascere il Messia per pura misericordia di Dio e senza alcun merito da parte sua” (I-II, q. 98, a. 4).
I Precetti morali della Legge Antica
Quanto ai “Precetti morali della Legge Antica”, che riguardano la Legge naturale (I sezione – II parte, q. 100), l’Aquinate scrive che “la Legge Antica, essendo data ad un popolo simile ad un bambino che deve ancora crescere, cioè passare dalla Vecchia alla Nuova Alleanza, aveva una ricompensa o un castigo temporale e non spirituale come la Legge Nuova” (I-II, q. 100, articolo 7).
I Precetti cerimoniali del Mosaismo
Sui “Precetti cerimoniali”, che riguardano il culto divino del Vecchio Testamento (I sezione – II parte, questione 101), S. Tommaso afferma che essi “erano figurativi di Cristo, ossia erano ombre della Realtà, che ci conduce in Cielo” (I-II, q. 101, articolo 2).
Circa le “Cause dei Precetti cerimoniali” dell’Antico Patto (I sezione – II parte, questione 102) osserva che “la causa finale era quella di raffigurare il Messia venturo, Gesù Cristo” (I-II, q. 102, articolo 2); inoltre, “il fine delle cerimonie sacrificali, svolte nel Tempio di Gerusalemme, in senso letterale, era quello di innalzare le menti dei fedeli a Dio e, in senso figurativo, di adombrare la Passione di Cristo” (I-II, q. 102, a. 3).
La durata dei Precetti cerimoniali dell’AT
A riguardo della “Durata dei Precetti cerimoniali” della Vecchia Alleanza (I sezione – II parte, questione 103), l’Angelico spiega che “le Cerimonie del Vecchio Testamento direttamente purificavano solo dalle impurità corporali; invece per purificare dal peccato avevano bisogno della Virtù di Cristo venturo” (I-II, q. 103, articolo 2); perciò “esse cessarono di aver valore con la morte di Cristo, con la quale cessò la Vecchia Legge ed iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (I-II, q. 103, a. 3); dunque, “esse non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero in tal caso una professione di Fede falsa nel Messia non venuto in Cristo, ma ancora da venire, come insegna il Talmud” (I-II, q. 103, a. 4).
Confronto tra la Legge Nuova e la Legge Vecchia
Quindi, l’Aquinate fa un “Confronto tra la Legge Nuova e la Legge Vecchia” (I sezione – II parte, questione 107) e spiega che “la Legge Nuova è Legge di perfezione e di amore che completa il timore. Perciò, è diversa dalla Legge Vecchia che è Legge imperfetta, di timore e di preparazione a Cristo o alla Legge Nuova. Tuttavia, entrambe le Leggi hanno come fine Dio” (I-II, q. 107, articolo 1).
Per dipiù, la “Legge Nuova compie, perfeziona e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo, Colui che completò la Vecchia Legge spiegandone il significato, precisando e perfezionando i Precetti puramente esterni (5°, 6° e 7° Comandamento) con obblighi interni (perfezionati dall’amore del prossimo, dal 9° e 10° Comandamento) e aggiunse anche i tre Consigli per aiutare a vivere meglio e più intensamente i Comandamenti. Quindi, anche il Decalogo di Mosè, dato nell’Esodo e nel Deuteronomio, è stato perfezionato da quello dato da Cristo nel Vangelo” (I-II, q. 107, a. 2).
S. Tommaso spiega che “la Legge Nuova era contenuta nella Legge Vecchia poiché vi era in potenza, come l’albero nel seme o l’uomo nel bambino, essendo la prima la perfezione della seconda” (I-II, q. 107, a. 3).
Infine, l’Angelico affronta il problema dei “Precetti della Legge Nuova” (I sezione – II parte, questione 108, articolo 4) e insegna che “la Legge di Gesù ha liberato l’uomo dalla farragine dei Precetti cerimoniali e giudiziali della Legge Antica, perciò è detta Legge di libertà”.
Attualità e importanza della “Somma Teologica”
Qui finisce la “parte più teologica della Somma Teologica, poiché tratta della questione eminentemente dogmatica dei rapporti tra il Vecchio Testamento e il Nuovo Testamento” (padre Ceslao Pera), la quale è evidentemente in opposizione di contraddizione con la neo/teologia giudaizzante del Vaticano II da Giovanni XXIII sino a Francesco e Benedetto XVI “papa-emerito”.
San Tommaso d’Aquino è il Dottore Comune o Ufficiale della Chiesa, la sua dottrina è quella della Chiesa ed essa è totalmente difforme da quella esposta da papa Roncalli sino a papa Bergoglio e papa Ratzinger.
Infatti, per l’Aquinate “con la morte di Cristo cessò la Vecchia Legge e iniziò la Nuova ed Eterna Alleanza” (Somma Teologica, I-II, q. 103, a. 3), dunque le Cerimonie dell’Antico Patto “non si possono osservare dopo la morte di Cristo senza peccato, poiché sarebbero una professione di Fede falsa nel Messia non già venuto in Cristo, ma ancora da venire” (I-II, q. 103, a. 4).
Inoltre, “la Legge Nuova essendo Legge perfetta, doveva essere preceduta dalla Legge imperfetta del Vecchio Patto” (I-II, q. 106, a. 3) e siccome “la Legge Nuova è perfetta, non ha bisogno di essere perfezionata” (I-II, q. 106, a. 4).
Infatti, “la Legge Nuova è Legge di perfezione. Dunque, è diversa dalla Legge Vecchia, che è Legge imperfetta o di preparazione a Cristo” (I-II, q. 107, a. 1); insomma, la “Legge Nuova compie, perfezione e attua la Vecchia perché dà in atto quanto la prima prometteva o conteneva in potenza, dando in atto la Redenzione del Messia-Gesù Cristo” (I-II, q. 107, a. 2).
Quindi, non è vero che “l’Antica Alleanza non è stata mai revocata” (Giovanni Paolo II, Magonza, 17 novembre 1980) e neppure che “gli Ebrei sono Fratelli Maggiori dei Cristiani nella Fede di Abramo” (Giovanni Paolo II, Roma, 13 aprile e 31 dicembre 1986); anzi è vero tutto il contrario.
Il Deicidio, la conoscenza della Trinità e della Divinità di Cristo, da parte del Sinedrio
S. Tommaso d’Aquino (S. Th., III, q. 47, a. 6, ad 1um) si chiede «Se i Capi dei Giudei sapevano che la Persona che crocifiggevano era Dio stesso incarnato, la seconda Persona della SS. Trinità». Egli risolvere il dubbio con una distinzione: “Prima del peccato originale l’uomo ebbe Fede esplicita dell’Incarnazione di Cristo… non in quanto era ordinata a liberare dal peccato con la Passione e la Risurrezione, perché l’uomo non prevedeva il suo peccato. Invece, si arguisce che credeva nell’Incarnazione del Verbo (in quanto ordinata alla pienezza della gloria) dalle parole: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e si stringerà alla moglie” (Gen., II, 24). Parole che secondo S. Paolo stanno a indicare il “gran mistero di Cristo e della Chiesa” (Ef., V, 32); mistero che non è credibile sia stato ignorato da Adamo (S. Th., II-II, q. 2, a. 7, in corpore).
In breve, quando Dio parlò ad Adamo del suo matrimonio con Eva, gli spiegò che era una figura dell’unione di Cristo e della Chiesa; gli dovette spiegare allora il mistero della Trinità e Unità di Dio e quello dell’Incarnazione del Verbo. “Dopo il peccato originale – prosegue S. Tommaso – il mistero dell’Incarnazione fu creduto esplicitamente anche rispetto alla Passione e Resurrezione, con le quali l’umanità viene liberata dal peccato… altrimenti gli antichi non avrebbero prefigurato la Passione di Cristo con i sacrifici… e di questi sacrifici i maggiorenti (Principes Judaeorum) conoscevano esplicitamente il significato; mentre il popolo ne aveva soltanto una conoscenza confusa” (Ib., in corpore). Perciò, i prìncipi dei Giudei avevano una conoscenza esplicita del mistero dell’Incarnazione, Passione e Morte del Verbo Incarnato.
Quanto poi al mistero della Trinità S. Tommaso risponde: “Fin dal principio fu necessario per salvarsi credere il mistero della Trinità. … non è possibile credere esplicitamente il mistero di Cristo, senza la Fede nella Trinità … perciò, prima di Cristo il mistero della Trinità fu creduto come il mistero dell’Incarnazione e cioè esplicitamente dai maggiorenti e in maniera implicita e quasi velata dalle persone semplici” (S. Th., II-II, q.2, a 8, in corpore).
Lo stesso concetto è ripreso dall’Angelico nel Commento alle Sentenze: “Dopo il peccato originale, prima dell’Avvento di Cristo, avevano la Fede esplicita nel Redentore alcuni ai quali era stata fatta una Rivelazione speciale, ed essi erano i majores. Altri invece, come i minores, avevano una Fede implicita [nel Redentore] nella Fede dei majores” (In III Sent., dist. 25, q. 2, a. 2, qcq. 2).
E ancora: “Sia prima che dopo il peccato originale fu necessario che i majores avessero una Fede esplicita nella Trinità; non fu tuttavia necessario per i minores dopo il peccato. … e, similmente dopo il peccato originale fino al tempo della grazia i majores erano tenuti ad avere la Fede esplicita nel Redentore, i minores invece soltanto implicita nella Fede dei Patriarchi e dei Profeti” (De Verit., q.14, a. 11, in corpore).
Ancora nel Commento all’Epistola agli Ebrei S. Tommaso afferma: “Alcuni più esplicitamente [credevano alla Trinità, ndr], ed erano i majores ai quali fu fatta aliquando Revelatio specialis” (Ad Haebr., Cap. XI, lectio II, n. 576, Marietti, Torino, 1953).
Tirando le somme
Da quanto visto, le obiezioni di don Bernard Mallmann a don Davide Pagliarani non sono oggettivamente fondate né sulla S. Scrittura, né sulla Tradizione, né sulla ragione teologica e neppure sul Magistero della Chiesa (cfr. Pio XI, Mit brennender Sorge, 14 marzo 1937: “Il Verbo avrebbe preso carne da un Popolo che poi Lo avrebbe confitto in Croce”).
Le accuse di “tono esclusivista” di “pretesa di assoluto primato nei confronti delle altre confessioni e religioni” rivolte da don Mallmann a don Pagliarani possono essere rivolte anche a tutti i Papi sino a Pio XII compreso e specialmente all’Enciclica Quas primas (11 dicembre 1925) e alla Mortalium animos (6 gennaio 1928) di Pio XI.
Queste accuse non fanno che dar ragione a don Pagliarani, che crede ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa ha definito dogmaticamente e infallibilmente; ossia “Fuori della Chiesa non c’è salvezza”: dal Simbolo Niceno/Costantinopolitano (325/381), al Catechismo del Concilio di Trento del 1566 (art. 114), al Sillabo di Pio IX (8 dicembre 1854), al Catechismo di san Pio X del 1905 (articoli 169, 171 e 172). Ora, “la Chiesa di Cristo è quella che Lui ha fondato su Pietro, ossia quella romana” (Pio XII, Enciclica Mystici Corporis Christi, 29 giugno 1943); quindi, una sola è la vera religione e le altre non lo sono, anche da un punto di vista logico e puramente razionale; ossia, per il principio di non-contraddizione.
Quando don Bernard Mallmann parla di “abrogazione definitiva” della Vecchia Alleanza, non fa tutte le dovute distinzioni – che abbiamo riportato nel corso di queste pagine – come sono contenute nella S. Scrittura, nella Tradizione e nel Magistero tradizionale e costante della Chiesa e così facendo ed equivocando fa dire a don Pagliarani quel che non ha detto, accusandolo di Marcionismo.
Inoltre, don Bernard Mallmann scrive che “Il Credo della Chiesa non fa riferimento diretto all’Antica Alleanza, il che può essere considerato una lacuna nella storia della salvezza”. Tutto ciò non solo è estremamente grave ma è rivelatore di una mentalità e di una teologia modernizzante, che stanno alla base delle accuse del professor Mallmann.
Come pure quando egli afferma che “Cristo è il Mediatore della Salvezza, perché proviene dal popolo d’Israele”. Ora, a partire da questa affermazione si capisce la conclusione del professor Mallmann: “Le affermazioni contenute nella Dichiarazione di Fede [di don Pagliarani, ndr] sono un antigiudaismo professato pubblicamente e, già per questo, non sono cattoliche”. Insomma, egli equivoca usando nello stesso senso due termini totalmente diversi: Giudaismo postbiblico o talmudico e Cristianesimo.
d. Curzio Nitoglia
1 G. Ricciotti, introduzione a Michael von Faulhaber, Giudaismo, Cristianesimo, Germanismo, Brescia, Morcelliana, 1934, p. 15 e 18.
2 Le prediche del cardinale, raccolte nel libro citato sopra, si occupano soltanto di Israele mosaico vetero/testamentario degli antichi tempi e non d’Israele post-cristiano, contemporaneo e talmudico.
3 M. von Faulhaber, cit., pp. 25-31.
4 Ibid., pp. 41-42.
5 Il cardinale Joseph Ratzinger nel Discorso alla Conferenza Episcopale Cilena, Santiago del Cile, 13 luglio 1988, disse: «Il Concilio Vaticano II si è imposto di non definire nessun dogma, ma ha scelto deliberatamente di restare ad un livello modesto, come semplice Concilio puramente pastorale» (in “Il Sabato”, n.° 31, 30 luglio-5 agosto 1988).
6 Dio ha chiamato Lucifero ad essere un Angelo buono, ma egli non ha corrisposto alla vocazione divina, l’ha rifiutata ed è stato abbandonato da Dio e precipitato all’inferno. Caino è stato chiamato da Dio ad offrirgli un sacrificio di adorazione, ma egli non ha obbedito ed è stato condannato da Dio a girovagare ramingo dappertutto. Giuda è stato chiamato da Gesù ad essere un Apostolo, ma lo ha rinnegato ed è stato abbandonato da Dio.
7 Da s. Ignazio d’Antiochia († 107) sino a s. Agostino († 430); passando per s. Giustino († 163), s. Ireneo († 200), Tertulliano († 240), s. Ippolito di Roma († 237), s. Cipriano († 258), Lattanzio († 300), s. Atanasio († 373), s. Ilario di Poitiers († 387), s. Gregorio Nazianzeno († 389), s. Ambrogio di Milano († 397) e s. Cirillo d’Alessandria († 444). Sono oltre 300 anni d’insegnamento patristico matematicamente e ininterrottamente unanime.
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11 commenti su “L’Antica Alleanza non è Stata mai Revocata? Don Curzio Nitoglia Risponde a Bernard Mallmann.”
E non vorrei perdere l’occasione di riproporre la stessa domanda che pongo dal 2 febbraio, una domanda a cui nessuno risponde mai. Se Padre Pagliarani afferma ciò che afferma nella sua Dichiarazione di Fede del 14 maggio, perché ha scelto il 1° luglio per l’ordinazione dei vescovi?
Finalmente. C’è una cosa che non mi è del tutto chiara: Don Curzio Nioglia è a favore o contro l’ordinazione dei vescovi il 1° luglio? Da un lato, in questo articolo difende Padre Pagliarani. Ma in articoli precedenti, sembra essere contrario all’ordinazione dei vescovi e favorevole al Papa.
Non riesco a capire se Don Curzio Nioglia sia a favore o contro l’ordinazione dei vescovi il 1 Iuglio.
Lo cuoco/chef FRANCIS MALLMANN possiede diversi ristoranti molto esclusivi. Ma non conosco nessuno che lo critichi per ESCLUSIVISMO
In Argentina c’è un cuoco molto famoso, o meglio uno “chef” di grande fama, di nome FRANCIS MALLMANN.
«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33).
Don P.P., con la sa prolissa correzione – lui sa tutto e gli altri sbagliano – sembra aver penetrato
l’insondabilità e l’inaccessibilità della Via divina.
Capperi!
Caro Nippo,
invece di queste esclamazioni da platea, provi a contraddirmi sui contenuti.
Io porto argomenti, citazioni e testi.
Lei invece solo: “Capperi!”.
Francamente, la Chiesa non ha bisogno di capperi: se li tenga pure per sé.
Don Pietro Paolo
Non ho il minimo interesse a contraddirla sui contenuti, posto che sono
i FATTI quelli che contano, e che lei continua pervicacemente ad ignorare
e a nascondere sotto con le sue stucchevoli e prolisse ripetizioni.
Mi saluti tanto il “vescovo” Staglianò suo superiore nella gerarchia,
della cui recente uscita demenziale
lei sarà senz’altro al corrente.
Caro don Curzio,
nel suo testo vi sono alcune affermazioni vere, ma incastonate dentro una lettura complessiva che finisce per allontanarsi dalla Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa.
Provo a indicare schematicamente i punti principali.
1. È vero: Cristo compie l’Antica Alleanza. Ma “compimento” non significa disprezzo o cancellazione.
La fede cattolica insegna che l’Antico Testamento trova il suo pieno compimento in Cristo. Su questo non c’è dubbio.
Gesù stesso dice:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).
Dunque il cristiano non può dire semplicemente: “l’Antica Alleanza è stata cancellata”, come se Dio avesse rinnegato le sue promesse. La categoria corretta non è la pura “revoca”, ma il compimento in Cristo.
San Paolo è chiarissimo:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29).
E ancora, parlando di Israele:
«Quanto all’elezione, sono amati a causa dei padri» (Rm 11,28).
Nitoglia forza il testo paolino quando riduce tutto al solo “piccolo resto” già convertito. San Paolo distingue, ammonisce, denuncia l’incredulità, ma non dice che Israele sia semplicemente rigettato da Dio. Al contrario, scrive:
«Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile!» (Rm 11,1).
2. È falso opporre Nostra aetate alla Tradizione come se fosse una dichiarazione giudaizzante.
Nostra aetate non dice che il giudaismo postbiblico sia via autonoma di salvezza parallela a Cristo. Dice invece che la Chiesa riconosce il legame spirituale con la stirpe di Abramo e rigetta l’odio antigiudaico.
Il testo afferma:
«Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo» (Nostra aetate, 4). (Vaticano)
E ancora:
«Gli Ebrei non devono essere presentati né come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4). (Vaticano)
Questo non è modernismo. È semplicemente fedeltà a Romani 9-11.
3. Nitoglia sbaglia quando usa san Paolo contro san Paolo.
È vero che san Paolo parla duramente dell’incredulità di una parte d’Israele. Ma lo stesso san Paolo, nella grande sezione di Romani 9-11, proibisce ai cristiani provenienti dalle genti ogni superbia contro Israele.
Scrive infatti:
«Non vantarti contro i rami. Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te» (Rm 11,18).
E ancora:
«Non insuperbirti, ma temi» (Rm 11,20).
Qui Nitoglia manca gravemente l’equilibrio biblico: prende i testi di giudizio e tace quelli sulla fedeltà irrevocabile di Dio.
4. Tutti hanno bisogno di Cristo. Ma questo non autorizza a negare il mistero d’Israele.
La Chiesa insegna senza esitazione che Cristo è l’unico Salvatore.
La dichiarazione Dominus Iesus afferma:
«Deve essere fermamente creduta come verità di fede cattolica l’unicità salvifica universale di Gesù Cristo» (Dominus Iesus, 13). (Vaticano)
Quindi nessuno si salva fuori da Cristo: né pagani, né cristiani, né ebrei.
Ma questo non significa che il popolo ebraico sia teologicamente riducibile a una setta talmudica anticristiana. Il Catechismo insegna:
«La fede ebraica, a differenza delle altre religioni non cristiane, è già risposta alla rivelazione di Dio nell’Antica Alleanza» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 839).
E aggiunge:
«Quando si considera il futuro, il popolo di Dio dell’Antica Alleanza e il nuovo popolo di Dio tendono a fini analoghi: l’attesa della venuta, o del ritorno, del Messia» (CCC, 840). (catholicculture.org)
Dunque: Cristo è necessario a tutti, ma Israele non è una religione qualsiasi.
5. Nitoglia sbaglia quando parla di “deicidio” in modo collettivo.
La Chiesa non nega la responsabilità storica di alcune autorità giudaiche nella condanna di Gesù. Ma rifiuta l’imputazione collettiva agli Ebrei di allora indistintamente e agli Ebrei di oggi.
Nostra aetate insegna:
«Quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo» (Nostra aetate, 4). (Vaticano)
Questa non è una concessione al modernismo. È conforme al Vangelo.
Gesù sulla croce dice:
«Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
E san Pietro, parlando agli Israeliti, dice:
«Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi» (At 3,17).
Dunque Nitoglia sbaglia quando costruisce una colpa religiosa collettiva permanente. La Scrittura è più precisa e più prudente di lui.
6. San Tommaso va letto interamente, non usato come clava.
San Tommaso insegna certamente che la Legge Nuova compie e supera la Legge Antica. Ma egli distingue tra precetti morali, cerimoniali e giudiziali. Non dice che l’Antico Testamento sia cattivo; dice che era buono ma imperfetto, ordinato a Cristo.
La Legge Antica era figura, preparazione, promessa. La Nuova è realtà, compimento, grazia.
Questo è cattolico.
Ma non è cattolico trasformare questa dottrina in disprezzo teologico verso Israele o in negazione della fedeltà di Dio alle promesse fatte ai padri.
San Paolo non dice: “Dio ha revocato tutto”.
Dice:
«Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti» (Rm 11,32).
7. Il vero errore metodologico: mettere il Magistero recente contro tutta la Tradizione.
Nitoglia parte da una premessa pericolosa: se Nostra aetate, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco dicono qualcosa che non rientra nel suo schema, allora sarebbero tutti in rottura con la fede cattolica.
Ma questa non è ermeneutica cattolica. È ermeneutica della frattura.
Il cattolico non legge Pio XII contro Giovanni Paolo II, san Tommaso contro il Concilio, san Paolo contro Nostra aetate. Cerca invece la continuità vera: Cristo è l’unico Salvatore; la Chiesa è necessaria alla salvezza; l’Antica Alleanza trova compimento in Cristo; Israele resta dentro un mistero di elezione e promessa che san Paolo ci ordina di non trattare con arroganza.
8. La formula corretta non è né “due vie di salvezza”, né “Israele rigettato”.
La posizione cattolica equilibrata è questa:
Cristo è l’unico Mediatore e Salvatore universale.
La Nuova Alleanza compie definitivamente l’Antica.
La Chiesa deve annunciare Cristo a tutti.
Gli Ebrei non sono collettivamente maledetti, né rigettati da Dio.
L’elezione d’Israele resta misteriosamente inserita nel disegno di Dio, secondo Romani 9-11.
Ogni forma di antisemitismo è incompatibile con la fede cristiana.
Questa è la dottrina cattolica. Non il marcionismo, ma neppure il giudaizzante. Non il relativismo, ma neppure l’antigiudaismo teologico travestito da Tradizione.
Conclusione
Don Curzio vede giustamente un rischio: quello di trasformare il dialogo ebraico-cristiano in relativismo, quasi che Cristo non fosse necessario alla salvezza. Su questo bisogna vigilare.
Ma sbaglia quando, per evitare quel rischio, cade nell’eccesso opposto: leggere Israele quasi solo sotto la categoria del rigetto, della colpa e dell’inimicizia.
San Paolo, invece, conclude il mistero d’Israele non con l’insulto, ma con l’adorazione:
«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33).
Ecco il punto: davanti a Israele il cristiano non deve né giudaizzare né disprezzare. Deve confessare Cristo, custodire la Chiesa e tremare davanti al mistero della fedeltà di Dio.
Don Pietro Paolo
🥴🥴🥴🥴
Caro don Pietro Paolo
Sembra un destino il doversi scontrare.
Certamente nessuno è autorizzato a disprezzare il Vecchio Testamento.
Lei che è grande sostenitore di Pietro e Paolo (DUE GRANDI!) legga anche il discorso di Santo Stefano.
Tutta la rivelazione di Dio nel Vecchio Testamento non è stata inutile. È stata tutta improntata a trasmettere gli insegnamenti del Padre per “preparare” il suo popolo scelto alla VENUTA di Gesù Cristo. Il Padre si è coccolato il suo popolo.
Tutti gli ebrei hanno avuto il dono di essere scelti per accogliere il Figlio del Padre nostro, ma solo alcuni lo hanno accettato, molti si sono rinsaldati nella loro eresia autocompiacendosi.
“A chi l’ha accolto [GESÙ] ha dato il potere di diventare FIGLI di DIO…”
E a chi non lo ha accolto? Facciamo pure teorie di ogni tipo. Fortunatamente Dio non ha bisogno di sapere quello che penso io per fare qualcosa. Ma non dimentichiamoci che Gesù ha parlato molto chiaramente.
E la parabola dei vignaioli è troppo chiara per avere necessità di essere interpretata. Volerlo fare è ozio satanico (Anche Benedetto XVI scriveva che in “certe” teologie si nasconde satana).
Io penso che si siano diffuse teologie pronte a giustificare tutto. Fino ad arrivare al documento di Dubai.
Ma c’è una possibile via di certezza. La Tradizione si è tramandata per numerosi secoli e ha avuto anche tutto il tempo per riflettere.
Sa, caro don Pietro Paolo, è una cosa comune credere che un teologo vissuto magari nel 1548 (un anno a caso) sia in qualche modo stupido e che magari un Kasper, un Rahner o magari un Grillo o quella bruttissima figura di Martini siano dei grandi geni superaffidabili.
Infatti, a forza di ragionare troppo, stanno rivoltando la Bibbia come pare a certuni. Trasformandola!
Nella sua precisazione a Nippo però concordo.
Caro Torquemada,
non credo che qui il problema sia “scontrarsi”, ma evitare due estremi ugualmente pericolosi: da una parte il relativismo che svuota Cristo, dall’altra una lettura teologica che finisce quasi per trasformare Israele in un popolo definitivamente rigettato.
Lei dice una cosa vera: l’Antico Testamento prepara Cristo. Certamente. Tutta la Legge, i Profeti e le Promesse convergono in Lui. E chi rifiuta il Figlio rifiuta il compimento della rivelazione. Su questo la fede cattolica è chiarissima.
Ma il punto è un altro: san Paolo, pur constatando l’incredulità di una parte d’Israele, si rifiuta categoricamente di parlare di rigetto definitivo.
«Dio ha forse ripudiato il suo popolo? Impossibile!» (Rm 11,1).
E ancora:
«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29).
Questi testi non possiamo cancellarli perché disturbano certi schemi polemici.
La parabola dei vignaioli omicidi non autorizza una teologia del disprezzo. Indica il giudizio sull’incredulità e l’apertura del Regno alle genti. Ma san Paolo subito ammonisce i cristiani provenienti dai pagani:
«Non vantarti contro i rami» (Rm 11,18).
Ed è precisamente qui che spesso certa polemica tradizionalista perde l’equilibrio biblico.
Quanto poi a Rahner, Kasper, Martini o Grillo: non ho nessuna difficoltà a dire che molte derive teologiche moderne abbiano prodotto confusione, ambiguità e talvolta veri disastri pastorali. Ma il problema non si risolve contrapponendo la Tradizione al Magistero vivente o leggendo Nostra aetate come se fosse apostasia.
Perché allora si entra nell’ermeneutica della frattura che tanti denunciano… salvo poi applicarla essi stessi.
La Chiesa non insegna:
* né “due vie di salvezza”,
* né che il giudaismo basti senza Cristo,
* né che tutto si equivalga.
Ma non insegna neppure:
* che Israele sia maledetto,
* o teologicamente rigettato,
* o collettivamente colpevole in modo permanente.
Il centro resta Cristo. Sempre.
E proprio perché Cristo è il centro, il cristiano non deve né giudaizzare né demonizzare Israele, ma contemplare — con timore e umiltà — quel mistero che san Paolo conclude non con una sentenza ideologica, ma con un inno:
«O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio!» (Rm 11,33).