Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione della situazione in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post su Instagram. Cliccate sul collegamento per il video.

A Gaza Israele continua a bruciare vivi i palestinesi nonostante il cessate il fuoco.
In Libano Israele continua a massacrare i libanesi nonostante il cessate il fuoco.
Nel primo giorno della festività musulmana dell’Eid al-Adha i palestinesi della Striscia hanno trasportato bambini ustionati e feriti per le strade dopo che un raid aereo israeliano ha colpito un’abitazione nel centro di Gaza City, uccidendo almeno 7 persone, tra cui due bambine, e ferendone più di 20, secondo la Mezzaluna Rossa Palestinese.
Video mostrano residenti che estraggono i feriti dalle macerie, bambini coperti di sangue portati di corsa nelle ambulanze, folle che urlano in preda al panico mentre fiamme e fumo invadono la zona.
In Libano nella notte tra il 27 e 28 maggio la città di Tiro è stata sottoposta a bombardamenti devastanti che hanno lasciato la città priva di elettricità.
Alle 3 del mattino Israele ha emesso ordini di evacuazione per intere zone residenziali di Tiro. Mentre la gente dormiva.
Israele bombarda interi quartieri durante la notte, colpisce infrastrutture, terrorizza intere città, poi emette mappe di evacuazione nel cuore della notte e finge che si tratti di “sicurezza civile”.
La reporter @courtneybonneauphotography dal Libano del Sud ribadisce che Israele sta commettendo atti di genocidio in Libano.
Questa è la reazione di Israele anche solo
all’idea di una possibile pace tra Usa e Iran: massacrare civili in tutta la regione.
#gazagenocide #lebanonunderattack
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Poi, sulla polemica seguita all’intervista di Erri De Luca al giornale di destra israeliano Isarel Hayom, in cui negava che a Gaza si tratti di genocidio, questo commento di Milton Fernandez, dal profilo di Natalia Anzalone.
“Ci siamo incrociati più di una volta, Erri. In sale pubbliche, biblioteche, dibattiti dove la letteratura sembrava ogni volta voler sconfinare nella politica, e la politica tornare a vestirsi da morale.
Ricordo soprattutto un incontro alla Biblioteca Sormani, a Milano, durante un convegno dedicato alla lingua spagnola.
Ti ascoltavo parlare con quella tua voce da reduce civile, da uomo che ha fatto della testimonianza una postura permanente. Eppure, già allora, mi colpiva una distanza difficile da colmare: da una parte la figura pubblica, quasi sacrale, del militante; dall’altra la tua scrittura, che a me pareva esile, incapace di reggere il peso dell’aura costruita attorno al tuo nome.
Non ho mai pensato che tu fossi uno scrittore.
L’ho sempre vissuto come un piccolo enigma editoriale: quei libri sottili, rarefatti, poche pagine dilatate da caratteri enormi e da molto bianco tipografico, elevati ogni volta a evento morale prima ancora che letterario. Sembrava che il libro dovesse essere protetto dalla possibilità di essere giudicato soltanto per ciò che conteneva. E forse il punto era proprio quello: non vendevi soltanto pagine, ma un’immagine.
Eri “un compagno”.
Un’espressione che un tempo possedeva un peso specifico storico, umano, perfino tragico, mentre oggi sopravvive spesso come un’etichetta sentimentale, una reliquia lessicale buona a legittimare appartenenze e indulgenze reciproche.
Parlasti allora della tua militanza in Lotta Continua, delle simpatie rivoluzionarie che avevano attraversato la tua giovinezza, della fascinazione per certe esperienze latinoamericane nate all’ombra della lotta armata. Ne parlavi con la naturalezza di chi considera il conflitto una forma superiore di autenticità. E poi il Movimento No TAV, il processo, l’esposizione mediatica trasformata ancora una volta in prova pubblica di coerenza.
Col tempo ho avuto l’impressione che la tua opera vera non fossero i libri, ma il personaggio.
Una figura costruita con ostinazione: l’uomo schivo ma giusto, l’intellettuale resistente, il montanaro etico, il testimone irriducibile. Una biografia continuamente messa in scena affinché la scrittura non dovesse mai camminare da sola.
Perché la letteratura, quando è grande, sopravvive anche senza la santità dell’autore.
La tua, invece, mi è sempre sembrata aver bisogno di un contorno morale, di una cornice ideologica, di una continua assoluzione preventiva. Come se il lettore dovesse ammirare prima l’uomo per poter concedere qualcosa allo scrittore.
Ora, però, la maschera è caduta. E con essa l’intera impalcatura.
Non perché tu vada a Gerusalemme (non solo), ospite dell’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim, sostenuto dalla Jerusalem Foundation.
Il problema è ciò che scegli di non vedere. O peggio: ciò che decidi di nominare in altro modo per non incrinare la tua nuova rispettabilità internazionale.
Perché dopo una vita trascorsa a incarnare l’intellettuale della disobbedienza, il testimone degli ultimi, il militante delle cause perdute, oggi ti ritrovi a negare l’evidenza più atroce del nostro tempo con il linguaggio freddo della cautela terminologica.
“Genocidio” — dici — sarebbe una “distorsione storica e verbale”.
Eppure a Gaza non assistiamo a una semplice guerra. Assistiamo alla distruzione sistematica di un popolo intrappolato, alla cancellazione metodica di case, ospedali, scuole, infrastrutture civili, alla normalizzazione quotidiana della morte di migliaia di bambini, alla fame usata come pressione militare, alla devastazione elevata a strategia. E davanti a tutto questo tu scegli il rifugio più sterile: la disputa semantica.
È qui che il personaggio mostra tutta la sua miseria morale.
Per decenni hai parlato il linguaggio dell’insubordinazione etica, hai costruito la tua immagine pubblica sull’idea di stare sempre dalla parte dei corpi esposti alla violenza del potere. Ma quando il potere assume la forma di uno stato militarmente dominante, sostenuto dall’Occidente, tecnologicamente invincibile contro una popolazione senza scampo, improvvisamente diventi prudente, misurato, legalista.
E ancora più impressionante è osservare come tu sembri ignorare il peso storico delle parole che pronunci sul sionismo. Definirlo semplicemente “il diritto degli ebrei a una patria nazionale e a una difesa esistenziale” significa rimuovere deliberatamente ciò che quel progetto politico ha comportato per il popolo palestinese: espulsione, occupazione, segregazione, espropriazione continua della terra, umiliazione trasformata in amministrazione quotidiana.
Non è complessità, questa.
È amputazione della memoria.
È il fallimento morale di un individuo che, dopo aver trascorso una vita a rappresentarsi come coscienza critica del potere, davanti alla più documentata devastazione contemporanea sceglie di proteggere la legittimità dello stato che colpisce invece della popolazione che viene cancellata.
Forse è questo, alla fine, il vero volto del personaggio che per anni hai deciso di interpretare: non il ribelle, non il dissidente, non il testimone degli ultimi, ma un uomo che ha saputo riconoscere l’ingiustizia solo finché non diventava scomodo nominarla davvero.”
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Poi sull’atto di pirateria compiuto da Israele verso le navi della Flotilla, e il rapimento degli attivisti, e le violenze subite – tutte cose per cui tel Aviv – nonostante la richiesta italiana non ha presentato scuse, come ammesso dal Ministro degli esteri filo-sionista Tajani, c’è questa denuncia di una regista australiana:

La regista e attivista australiana Juliet Lamont ha dichiarato di essere stata picchiata e aggredita sessualmente da cinque uomini mentre era detenuta a bordo di una “nave israeliana” che ha descritto come “barca di prigione”.
Lamont ha fatto le dichiarazioni dopo la sua arrivo all’aeroporto di Istanbul giovedì, indossando ancora il giaccone grigio emesso dalla “Forza di prigione israeliana”.
Lamont era tra i circa 428 attivisti di oltre 40 paesi che partecipavano alla Global Sumud Flotilla, una missione umanitaria mirata a sfidare il blocco navale “israeliano” di Gaza e a fornire aiuto.
Le forze “israeliane” hanno intercettato la flotilla in acque internazionali il 18 maggio, detenendo i partecipanti prima della loro successiva deportazione.
Parlando con i giornalisti e in interviste, incluso con CNN, Lamont ha dichiarato che intorno a 180 detenuti su una singola nave hanno subito violenza sistematica.
Ha dichiarato che decine di persone hanno subito frane, mentre altri sono stati sottoposti a esecuzioni, sedazione con sostanze sconosciute e aggressione sessuale.
Lamont ha descritto il trattamento come una “campaagna inarrestabile” e “pianificata” intenzionata a disperare il futuro attivismo.
“Personalmente, sono stata aggredita sessualmente, sono stata gettata in una barca di prigione…Ero legata con le mani dietro la schiena e con le ammanette ai piedi”, ha dichiarato.
“Mi sono preoccupata per la mia vita, ma la realtà è…Sono stata aggredita sessualmente, sono stata gettata in una barca di prigione”.
“Lamont ha dichiarato che cinque uomini mi hanno picchiato e aggredita sessualmente in quella nave.”
@julietlamont
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