Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione due messaggi, uno di padre Cavalcoli e l’altro di Americo Mascarucci, relativi a due articoli che Americio ha pubblicato su Stilum Curiale. Buona lettura e meditazione.
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Lettera aperta a Amerigo Mascarucci in relazione a due suoi articoli
Caro Mascarucci, ho molto apprezzato il suo sforzo di comprendere con animo benevolo e critico il dramma che come cattolici stiamo vivendo nell’imminenza della progettata ordinazione dei Vescovi lefebvriani.
Avrei però da fare alcune osservazioni.
Innanzitutto non concordo sul giudizio positivo che lei dà circa la critica fatta da Mons. Lefebvre alle nuove dottrine del Concilio.
Per quanto riguarda infatti la Tradizione non è il Concilio che si sia allontanato dalla Tradizione, ma è Lefebvre, che, come gli rimproverò San Paolo VI, cadde in un falso concetto di tradizione.
Continua a leggere:
https://padrecavalcoli. blogspot.com/p/lettera-aperta- amerigo-mascarucci-in.html
https://padrecavalcoli. blogspot.com/2026/05/lettera- aperta-amerigo-mascarucci-in. html
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Replica di Americo Mascarucci
Caro padre Cavalcoli,
grazie per aver commentato i miei interventi ospitato da Stilum Curiae dell’ amico Marco Tosatti, inerenti la difficile controversia in corso fra la Chiesa e la Fraternità San Pio X in merito alle annunciate consacrazioni episcopali, e aver pubblicato sul suo blog la replica. Condivido le sue considerazioni e mi permetto alcune osservazioni
In primo luogo non è stato correttamente compreso il mio riferimento a San Giovanni Paolo II. Non intendevo dire che Wojtyla sosteneva che vi fossero errori nel Concilio, ma errori nella sua interpretazione autentica. Mi riferisco ad esempio alla Teologia della Liberazione, discussa posizione teologica che confondeva liberazione religiosa e spirituale con liberazione politica e sociale, sostenendo la legittimità dei metodi rivoluzionari per affermare l’opzione preferenziale per i poveri. I vescovi dell’ America Latina formularono la Teologia della Liberazione richiamandosi al Concilio Vaticano II e difendendo un giusto principio, che era il riscatto dei popoli oppressi e la necessità di rimuovere le cause che nel continente generavano povertà e ingiustizia. Ma sbagliarono nel metodo e Wojtyla intervenne energicamente a correggere l’errore di fondo che portò addirittura in Nicaragua sacerdoti, monaci e religiosi a prendere parte attiva alla rivoluzione sandinista.
Sempre Giovanni Paolo II sanzionò, attraverso l’ex Sant’ Uffizio guidato da Ratzinger i teologi come Kung, Fox, Boff, Drewermann, Curran che interpretando il Concilio in discontinuità con la tradizione e in senso “rivoluzionario” finirono con il contraddire il magistero cadendo in eresia.
Allo stesso modo di come Paolo VI anni prima aveva contrastato Dom Franzoni e i monaci benedettini di San Paolo che, sempre sulla scia di un’errata interpretazione del Concilio, avevano animato comunità di base dove il Vangelo veniva confuso con la politica e dove il principio della libertà di coscienza finiva con il contraddire palesemente la dottrina della Chiesa, sostenendo addirittura le ragioni della legge sul divorzio.
Errori di interpretazione del Concilio che hanno generato caos e confusione dottrinale nella Chiesa e che monsignor Lefebvre aveva denunciato in tempi non sospetti. Non fu del resto Paolo VI a sostenere che con il Concilio la Chiesa attendeva l’arrivo di una nuova primavera ritrovandosi invece nella tempesta?
Mi permetta inoltre una considerazione. In più occasioni lei ha citato il teologo Congar come esempio di sano progressismo. In realtà Congar è stato a mio giudizio uno dei più efficaci propalatori delle cattive interpretazioni del Concilio. Del resto basta leggere i suoi diari per rendersi conto di come, durante i lavori del Concilio, si mostri pregiudizialmente ostile verso i conservatori e molto permissivo o addirittura benevolo con certe posizioni filo moderniste e protestanti. Certo, per ciò che riguarda l’ecumenismo e il dialogo per l’unità dei cristiani il suo contributo è stato certamente importante, ma il suo ecumenismo è spesso apparso molto più rivolto a soddisfare le richieste di luterani e protestanti che a difendere la fede cattolica.
E’ vero che sia lui che Von Balthasar compresero i rischi di una deriva modernista nella Chiesa, ma mi permetta di dire che furono molto cauti e prudenti nel contrastarla, quasi per paura di essere considerati troppo conservatori. Von Balthasar addirittura arrivò a smentire un’intervista a Vittorio Messori dove accusava Kung di non essere più cristiano e di non potersi più definire tale. Di fronte alle polemiche che scatenò la sua dichiarazione, preferì accusare Messori di aver travisato il suo pensiero invece di sostenere fino in fondo la sua posizione, nonostante Messori con tanto di registrazione, dimostrò poi di aver riportato fedelmente le sue parole. Insomma, se fu sicuramente forte in loro il coraggio nel sostenere le ragioni di un rinnovamento, rischiando l’accusa di modernismo e subendo sanzioni sotto Pio XII, lo stesso coraggio mancò nell’opporsi con determinazione a Rahner e al suo tentativo di piegare l’interpretazione dei testi conciliari alla sua svolta antropologica in teologia, al netto del contributo certamente prestigioso e importante che ha dato al Concilio.
Con stima
Americo Mascarucci
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3 commenti su “I Cattivi Maestri del dopo Concilio. Americo Mascarucci Risponde a Padre Cavalcoli.”
Mutato nomine de te fabula narratur…
…ma come neanche padre Cavalcoli la intende? Il giornalista per suo stesso mestiere dovrebbe conoscere bene la costruzione di una frase ed in effetti il suo concetto è espresso male in italiano. Un grande scrittore disse: “stare dietro a quello che scrive le assicuro è impresa ardua. ..”
Rispetto a questa risposta inconsistente quella di Cavalcoli è molto chiara ed anche interessante… peccato che sopravvaluti il cd. papa e i vescovi.
una domanda vorrei fare: ma perché questi cervelloni come Lutero, Congar, Von Balthasar, Kung, Rhaner….. non hanno prodotti frutti buoni se i loro pensieri erano buoni?
Caro Americo Mascarucci,
ho letto con interesse sia la lettera di padre Cavalcoli sia la sua replica, e devo dire che in larga parte mi trovo concorde con l’impostazione di fondo di padre Cavalcoli, soprattutto là dove ricorda che il problema non è il Concilio Vaticano II in sé, ma le sue interpretazioni ideologiche e spesso apertamente discontinuiste.
Lei giustamente richiama gli interventi di san Giovanni Paolo II e del cardinale Ratzinger contro le derive della teologia della liberazione, contro Küng, Boff, Fox, Drewermann e altri. Ed è vero: molti hanno usato il Concilio come grimaldello per introdurre una mutazione antropocentrica della fede cattolica.
Ma proprio qui occorre attenzione nel giudicare figure come Congar o Von Balthasar.
Congar certamente ebbe aspetti problematici, aperture discutibili e un ecumenismo talvolta troppo sbilanciato verso le istanze protestanti. I suoi diari mostrano anche forti tensioni verso il mondo “conservatore”. Tuttavia ridurlo a “propalatore delle cattive interpretazioni del Concilio” mi pare ingeneroso e storicamente impreciso.
Perché Congar rimase dentro la Chiesa, dentro il dogma cattolico e dentro l’obbedienza ecclesiale, pur con tutti i limiti del suo pensiero. E soprattutto comprese — forse meglio di molti progressisti postconciliari — che il vero ecumenismo non poteva nascere dal relativismo dottrinale.
Quanto a Von Balthasar, sinceramente trovo difficile inserirlo nel quadro di una deriva modernista. Certo, ebbe prudenza diplomatica e forse talvolta eccessiva cautela nel contrastare pubblicamente certe derive teologiche. Ma la sua opera resta profondamente cristocentrica, ecclesiale e anti-riduzionista. Anzi, proprio lui intuì il rischio di una teologia svuotata del soprannaturale e schiacciata sull’antropologia.
Il vero problema, a mio avviso, fu che dopo il Concilio molti teologi e operatori pastorali lessero il Vaticano II non secondo l’ermeneutica della continuità, ma secondo una categoria di “rottura”, quasi fosse un nuovo inizio della Chiesa.
Ed è qui che Lefebvre ebbe certamente alcune intuizioni corrette sui pericoli reali del postconcilio.
Ma — e qui concordo con padre Cavalcoli — sbagliò radicalmente nel modo di interpretare la Tradizione, finendo per contrapporre di fatto il proprio giudizio ecclesiologico al Magistero vivente della Chiesa.
La Tradizione cattolica non è una fotografia del passato né un blocco statico:
è vita trasmessa nella continuità organica della Chiesa.
Infine, non condivido una lettura esclusivamente catastrofica del postconcilio.
Perché, pur dentro confusioni enormi, crisi dottrinali, secolarizzazione e devastazioni liturgiche reali, vi fu anche una vera primavera ecclesiale.
Penso alla nascita dei movimenti, delle nuove comunità, di esperienze missionarie, vocazionali e carismatiche che — pur con limiti e ambiguità — hanno sostenuto la Chiesa nel pieno dell’ondata materialista, nichilista e scristianizzante seguita al ’68.
Senza quella rinascita spirituale, probabilmente la crisi sarebbe stata ancora più devastante.
Per questo ritengo che il giudizio storico e teologico sul Vaticano II debba essere molto più equilibrato:
né trionfalismo ingenuo né apocalittica permanente.
La Chiesa non è rinata nel 1965.
Ma non è neppure morta nel 1965.