La Giurisdizione dei Vescovi Viene da Dio alla Chiesa tramite il Papa. Don Curzio Nitoglia.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato da don Curzio Nitoglia, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

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di Don Curzio Nitoglia
La giurisdizione viene da Dio alla Chiesa tramite il Papa
Padre Benedictus Henricus Merkelbach (1) insegna – citando San Tommaso d’Aquino (S. Th., II-II, q.17, a. 2, ad 1um; II-II, q. 39, a. 1) – che la Giurisdizione s’esercita sempre dal Ministro ordinato (come “strumento secondario” del Signore), tramite il Potere o Giurisdizione che gli deriva da Dio, mediante il Sommo Pontefice (come ministro e “strumento principale” della Divinità).
Perciò, il Sacerdote – ordinato validamente – può confessare e assolvere, dopo aver ricevuto la Missione dal Vescovo del Luogo, che a sua volta ha ricevuto la Giurisdizione sulla sua Diocesi dal Papa.
Vedremo sotto il caso eccezionale di “Giurisdizione supplita”.
Il potere delle chiavi; ossia, la capacità di legare e sciogliere in potenza; ovvero, di assolvere i peccati, è conferito con l’Ordinazione sacerdotale, ma utilizzare in atto le chiavi, ossia, assolvere de facto e in concreto, è concesso tramite la Giurisdizione, che viene al Sacerdote dal suo Vescovo diocesano, il quale l’ha ricevuta dal Papa. Perciò, senza Papa niente assoluzione.
Prima della Giurisdizione il Sacerdote ha già le chiavi e il potere d’utilizzarle, però solo in potenza, ma non ha l’uso dell’atto di aprire e chiudere de facto. Infatti, “ens in potentia non reducitur ad actum nisi per ens in actu”; nessun ente creato passa da sé dalla potenza all’atto; dunque, il sacerdote per passare all’atto di confessare, deve essere mosso dal Papa, tramite il Vescovo diocesano, che lo fanno passare dalla potenza o capacità di confessare al confessare e assolvere in atto.
Perciò, senza un Papa e un Episcopato in atto, che faccia passare il confessore dalla potenza di assolvere, all’atto, non ci sarebbe più (come minimo) il potere di confessare de facto.
Quindi, secondo San Tommaso d’Aquino (S. Th., II-II, q. 39, a. 3; Suppl., qq. 34-40), siccome il potere d’Ordine è realmente distinto dal potere di Giurisdizione; allora, il Sacramento dell’Ordine non comporta la Giurisdizione in atto. Di qui la necessità di un Papa in atto, da cui la Giurisdizione arriva ai Vescovi e ai Sacerdoti, se non altro per la validità delle confessioni.
Ora, se il potere d’Ordine è realmente distinto da quello di Giurisdizione, dice pur sempre una certa relazione a esso. Per esempio, la Giurisdizione del Vescovo tende, (governando) come il potere dell’Ordine (santificando), alla salvezza del suo gregge e in un certo qual modo continua nel mondo e in particolare nella Diocesi la Redenzione universale di Cristo operata soprattutto mediante il Sacrificio del Calvario, di cui quello della messa è la ri-attuazione incruenta.
Inoltre, secondo il Gaetano (De Comparatione, ed. Pollet, 1936, cap. VI, p. 44, n. 73; p. 45, n. 74) il Concilio (o l’Episcopato) senza il Papa è monco e imperfetto, come lo spirito di un uomo morto – in cui l’anima s’è separata dal corpo – è monco e vive in uno stato contro-natura (S. Th., I, q. 89, aa. 1-8; I, q. 10, aa. 4-6), in cui l’anima anela a riunirsi al corpo e viceversa (cfr. S. Th., I, q. 89, aa. 1-8; Suppl., q. 70, aa. 1-2).
Ora, non conviene che la divina Sapienza collochi in un corpo così monco e imperfetto (l’Episcopato riunito in Concilio o sparso nel mondo, senza il Papa) la suprema Autorità, ma il Concilio imperfetto o l’Episcopato nelle Diocesi dell’Orbe deve dipendere da un’Autorità a lui superiore che è il Papa.
La “Sede abitualiter vacante” sarebbe “Ecclesia vacante”
È per questo, che durante il periodo transeunte di Sede vacante (dopo la morte di un Papa e prima dell’elezione di un altro) la Chiesa sussiste in maniera imperfetta, ma esiste pur sempre e garantisce ai fedeli la vita soprannaturale.
Perciò, non può aspettare un Papa all’infinito (stato di Sede vacante abituale); per esempio, da mezzo secolo, con sei Papi ritenuti nulli, sino a quando non si sa. Ci si troverebbe, allora di fronte all’«Ecclesia vacante».
Papato materialiter et formaliter
È vero che la Tesi di Cassiciacum distingue, giustamente, Papa in potenza e Papa in atto (materialiter et formaliter), così anche se non c’è il Papa formaliter o in atto c’è il Papa materialiter o in potenza. Ma, dopo la morte di Paolo VI, il cadavere di Montini non è più Papa in potenza; è solo un cadavere, che non è capace di ricevere il Papato in atto; mentre il Papa materiale è un cardinale eletto Papa che non ha accettato l’elezione e non è un cadavere. Per poter avere un Papa materiale ci vuole un battezzato vivente di sesso maschile, che accetti l’elezione canonica e da Papa in potenza diventi Papa in  atto. Ora, questa mancanza di Papa in atto dura da 60 anni. Quindi, la Chiesa da circa mezzo secolo non sarebbe più apostolica. Invece, il Credo ci obbliga a professare: “Credo la Chiesa … apostolica”.
Allora, bisogna ben distinguere: 1°) lo stato transeunte di Sede vacante, che va dalla morte di un Papa all’elezione di un altro; 2°) dallo stato abituale di Vacanza della Prima Sede; ossia, di privazione totale di Papa in atto, del Collegio cardinalizio e anche dell’Episcopato universale avente Giurisdizione nelle varie Diocesi, che potrebbe durare non si sa sino sa quando. Ebbene, questo stato sarebbe la “morte” della Chiesa, il che è diametralmente contrario alla divina Rivelazione.
Inoltre, se si ritiene che le consacrazioni episcopali e le ordinazioni sacerdotali dopo il nuovo sacramentario di Paolo VI (1970) sono invalide, la Chiesa non solo sarebbe priva di Papa da oltre mezzo secolo, ma non avrebbe più né Vescovi né preti. Quindi, sarebbe scomparsa e le porte dell’inferno avrebbero prevalso smentendo la promessa di Cristo.
“Sede vacante transeunte” e non abitualmente
Nella Sede vacante transeunte, che si presenta “a ogni morte di Papa”, la Chiesa universale esiste, ma in maniera imperfetta, poiché cessa la Giurisdizione suprema del Papa in attesa dell’elezione d’un altro Pontefice. Infatti, nella Sede Vacante transeunte permane, realmente e in atto, il Collegio cardinalizio capace di supplire il Papa defunto (assicurando, tra l’altro, la validità delle confessioni e dei matrimoni), che governa la Chiesa con autorità e anche l’Episcopato universale, che governa le singole Diocesi di tutto il mondo; perdura, così, l’unità e l’esistenza della Chiesa, in attesa di un’elezione di un nuovo Papa.
I sacerdoti privi di regolarità canonica assolvono validamente?
I moralisti e i canonisti (v. i cardinali FRANCESCO ROBERTI e PIETRO PALAZZINI, Dizionario di Teologia Morale, Roma, Studium, 1955; ristampa, Proceno, Effedieffe) insegnano che v’è, oltre la “Giurisdizione ecclesiastica ordinaria delegata” dal Superiore all’inferiore, la “Giurisdizione supplita”, che non si possiede per il rivestimento di un ufficio, né è conferita da un Superiore, ma è data dal Diritto stesso, cioè dalla Chiesa guidata dal Papa (“supplet Ecclesia; è la Chiesa stessa che supplisce o provvede a colmare la lacuna della Giurisdizione mancante al Ministro”), nel momento in cui s’esercita l’atto di Giurisdizione (“ad modum actus”) per il bene delle anime, che altrimenti verrebbero danneggiate senza alcuna loro colpa (Ibidem, voce “Giurisdizione supplita”). Tuttavia, occorre sempre un Papa che (come causa efficiente) guidi la Chiesa (come causa finale, per il bene comune spirituale dei fedeli), perché anche la Giurisdizione supplita passa attraverso lui da Dio al Sacerdote.
Il Potere di governo (Giurisdizione) dato da Cristo alla Sua Chiesa è stato largito per il bene comune spirituale dei fedeli della Chiesa (causa finale) ma, è esercitato da Pietro e dai suoi successori (causa efficiente); come la vita umana deriva dall’anima come da causa efficiente e si diffonde per tutto il corpo per il suo benessere materiale (causa finale); così la Giurisdizione circola e si diffonde in tutta la Chiesa per il suo bene spirituale, ma dipende dal suo Capo (Papa) come da causa efficiente (cfr. S. TOMMASO D’AQUINO, Quodlibetum 9, q. 7, a. 16).
Inoltre, sempre i medesimi cardinali insegnano che vi è una “causa scusante dall’osservanza della Legge”, ossia “una circostanza in forza della quale viene a cessare in un determinato caso, per un determinato soggetto, il dovere di osservare la Legge vigente”. Per esempio, “il dovere di soddisfare l’obbligo [chiedere la Giurisdizione al Vescovo del luogo, nda], cessa di fronte all’impossibilità morale della sua esecuzione [il Vescovo non la concede, ingiustamente, perché il sacerdote che la chiede non può accettare, giustamente, la nuova teologia conciliare e la Nuova Messa di Paolo VI, nda], la quale rende straordinariamente gravoso il compimento dell’obbligo, pur restando fisicamente possibile [de iure non è assolutamente impossibile che un Vescovo conceda la Giurisdizione, ma compiere il dovere di chiedere e ottenere la Giurisdizione è de facto estremamente gravoso: l’ingiunzione dell’accettazione del Concilio Vaticano II e del NOM]” (ibid., voce “Causa scusante”).
Infine, i due porporati spiegano che vi è una “necessità spirituale” oltre che materiale. In tal caso “si deve soccorrere le anime in stato di grave necessità [nella quale si trovano le anime dopo lo “tsunami conciliare/liturgico”, nda], le quali resterebbero prive di beni spirituali per la salvezza eterna”. Perciò, “i fedeli hanno il diritto di ricevere la Dottrina e i Sacramenti e i sacerdoti hanno il dovere di conferirli” (Ibid., voce “Necessità”).
Ora, è un fatto evidente, che la Dottrina cristiana difficilmente è spiegata in maniera ortodossa dai sacerdoti che seguono la nuova teologia conciliare e postconciliare.
Si vedano i nuovi Catechismi, compreso il “CCC” del 1992 e il “Compendio del CCC” del 2005, che sono il massimo della “buona” dottrina conciliare; eppure son pieni d’errori anche se non come il “Catechismo” olandese del 1966 o quello “belga” del 2010).
Inoltre, l’ecumenismo di massa oramai imperversante e quasi “onnipresente” (v. Assisi I-II-III, 1986-2011; Pachamama; Abu Dabi, Sinodo della Sinodalità …) danneggia la Fede dei cristiani; la Nuova Messa, poi, “si allontana impressionantemente dalla teologia cattolica sul Sacrificio della Messa com’è stata definita dal Concilio di Trento” (ALFREDO OTTAVIANI – ANTONIO BACCI, “Lettera di presentazione del Breve Esame Critico del Novus Ordo Missae”, Corpus Domini del 1969); le sette (neocatecumenali, pentecostali, rinnovamento dello spirito … imperversano nella maggior parte delle parrocchie).
Infine, molti fedeli trovano molte difficoltà per potersi confessare con facilità e se riescono a trovare un sacerdote disposto ad ascoltare le confessioni spesso (non sempre, si badi bene) egli nega che questo o quel Comandamento della Morale divina sia obbligatorio, per cui preferiscono confessarsi da chi ha una Giurisdizione soltanto supplita, ma mantiene integre la Fede e la Morale cattolica.
Perciò, la teologia cattolica ammette che in certi casi eccezionali, come quello che stiamo vivendo dal 1962, i sacerdoti ingiustamente privi di regolarità canonica assolvono validamente, a certe determinate condizioni, con una Giurisdizione supplita; ossia, concessa da Dio tramite la Chiesa guidata dal Papa per il bene della Chiesa stessa. Si badi bene! Non dico che le confessioni dei sacerdoti ordinati dopo il Concilio siano per se stesse invalide; osservo e costato che è difficile trovare sacerdoti in confessionale e che molti di essi possiedono una concezione eterodossa della teologia dogmatica e morale.  Attenzione! Non affermo neppure che tutti i sacerdoti postconciliari confessino secondo le regole della Morale divina, anzi molti, purtroppo, la impugnano.
Come si vede l’esistenza di un Papa in atto è necessaria, se non altro, per la vita sacramentale della Chiesa di Cristo.
Ordine e giurisdizione
Il Vescovo diocesano è nominato canonicamente (Giurisdizione) dal Papa ed è consacrato (Ordine Sacro) almeno tre mesi dopo la nomina.
Il vescovo Sotto Pietro, prima nella diocesi e poi nella Chiesa universale
Egli entra prima in rapporto con la sua diocesi e solo dopo entra in rapporto con la Chiesa universale unendo, la sua diocesi a tutta la Chiesa, mediante la subordinazione a Pietro. Perciò, senza la subordinazione al Papa, egli non sarebbe in comunione con la Chiesa universale.
Quindi, è attraverso la Giurisdizione o la nomina canonica da parte del Papa che il Vescovo diocesano entra in contatto con la Chiesa universale ed è, dunque, per la comunione dei Vescovi col Pontefice romano che la Chiesa è un solo gregge sotto un solo sommo Pastore (DB, 1827).
Il singolo Vescovo, che è direttamente in comunione con il Papa, lo è anche indirettamente coll’intero corpo dei Vescovi, il quale è formalmente tale per la subordinazione al primato giurisdizionale del Papa.
Apostolicità materiale e formale
L’elemento costitutivo formale dell’Apostolicità dell’Episcopato non è la consacrazione episcopale (Ordine sacro), ma la comunione col Papa o Giurisdizione (DB, 1821)”.
La consacrazione valida si ha anche presso i Vescovi scismatici, che, non avendo però la Giurisdizione dal Papa di cui non riconoscono il primato di Giurisdizione ma solo d’onore, non sono formalmente successori degli Apostoli; ossia, hanno solo un’Apostolicità materiale o cronologica (discendono cronologicamente da un Apostolo) e non formale, senza unione con Pietro, che è essenziale alla Giurisdizione.
Come si perde la formalità dell’Apostolicità sottraendosi colpevolmente alla comunione con Pietro, così la si acquista formalmente e la si mantiene in forza della medesima comunione con la Prima Sede.
Casi di estrema necessità
Solo in casi di estrema necessità si può procedere alla consacrazione episcopale, senza la previa concessione di Roma, sottraendosi non colpevolmente alla comunione con Pietro. Per esempio: nell’Urss, alcuni Vescovi rinchiusi nei gulag consacravano altri Vescovi senza poter domandare il placet a Roma e senza negare il Primato di giurisdizione del Papa; così come – nell’attuale situazione di caos morale, sacramentale, spirituale e dogmatico nell’ambiente ecclesiale – un Vescovo (per esempio, monsignor Lefebvre o de Castro Mayer), che non vuol cedere alle novità modernistiche,  può consacrare (procedendo con i piedi di piombo) altri Vescovi, i quali non sarebbero accetti per la loro integrità di dottrina non infetta di neo-modernismo.
Dal «consacrazionismo», al «conclavismo» di Palmar de Troya
Tuttavia, occorre agire con molta prudenza e ponderazione, senza far spuntare dappertutto vescovi come funghi, anche perché qualcuno (vedi monsignor Ngo Dinh Thuc e Palmar de Troya) dopo aver consacrato Vescovi senza mandato romano ha poi nominato un “Papa”, dicendo: “E perché non pure il Papa?”.
In effetti, se si parte dal presupposto che per salvare la Chiesa occorra consacrare a più non posso dei Vescovi tradizionali; perché, non nominare pure un Papa cattolico, che è ancora più necessario di un semplice Vescovo diocesano, visto che l’insegnamento di Francesco  cattolico non lo è? Purtroppo questa tesi è stata messa in pratica da monsignor Pierre Martin Ngo  Dinh Thuc (1897 – 1984), che ha consacrato una miriade di Vescovi e alcuni di essi si sono autonominati “Papa” …
Nell’isola suddetta (Palmar de Troya, vicino a Siviglia) è stata fondata la “chiesa cattolica palmariana”, dopo il Concilio Vaticano II. La setta palmariana costruì nell’isola – dove nel 1968 avevano avuto luogo delle presunte apparizioni della Madonna a 4 giovani studentesse – una cattedrale (1976/2014), che è uno degli edifici religiosi più grandi dell’intera Spagna, ed è costata 100 milioni di euro, per anteporla alla Basilica di San Pietro a Roma. In Palmar ci sono già stati due “Papi” (Gregorio XVII morto il 22 marzo 2005 e Pietro II morto il 15 luglio 2011) che sono sepolti nella Basilica e ora c’è ne è un terzo, ancora vivente e nominato Pietro III, il 23 aprile 2016; i primi due furono ordinati sacerdoti e consacrati Vescovi (assieme ad altri 3 Vescovi) nel 1976 da monsignor Ngo Dinh Thuc, che credette alle apparizioni “mariane” del 1968 e iniziò a consacrare Vescovi a più non posso, convinto dalle 4 veggenti e da Clemente Domìnguez Gomez, il futuro Gregorio XVII (cfr. JOAQUIN GOMEZ BURÒN y ANTONIO MARTIN ALONSO, El enigma de El Palmar de Troya, 1972). Gregorio XVII disse che era stato nominato Papa e incoronato misticamente da Gesù in persona nel 1978; quindi ha creato i cardinali palmariani che hanno eletto Pietro II e poi Pietro III … oggi si contano circa 10 Antipapi, di cui uno italiano, da poco defunto.
Insomma, non si può fare dell’eccezione una regola; il “consacrazionismo” porta facilmente al “conclavismo” e questo alle follie palmariane, che fanno rimpiangere persino Bergoglio (e ce ne vuole …). .
Conclusione
Ecco l’importanza di non deviare, anche in un’epoca apocalittica come l’attuale, da quelli che sono i princìpi della sana ecclesiologia, sotto pena di separarsi dalla Chiesa e arrivare a conclusioni catastrofiche, specularmente simili ai disastrosi deliramenti modernisti.
La via del «consacrazionismo», inaugurata da monsignor Thuc (il cui curriculum vitae è di tutto rispetto sino al 1976, vedi la voce «Thuc» su Wikipedia) è molto pericolosa; in casi eccezionali si può percorrerla, ma con la stessa prudenza di quando si scala una montagna di 5000 metri, sotto pena di cadere in un crepaccio o in un dirupo.
NOTA
1 – Summa Theologiae Moralis, Parigi, 1932/1933, III vol., Tratt. De Poenitentia, IV parte, q. 1, n. 569 e 570.

 

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3 commenti su “La Giurisdizione dei Vescovi Viene da Dio alla Chiesa tramite il Papa. Don Curzio Nitoglia.”

  1. Don Pietro Paolo

    nel testo di don Curzio Nitoglia vi sono affermazioni corrette accanto ad altre molto problematiche, perché da princìpi veri si fanno derivare conseguenze ecclesiologicamente pericolose.

    È certamente vero che il potere d’Ordine e il potere di Giurisdizione sono distinti. San Tommaso insegna che il sacerdote riceve nell’ordinazione il potere sacramentale, ma l’uso legittimo e concreto di tale potere dipende dalla missione ecclesiastica:

    “L’esecuzione di questo potere richiede la giurisdizione.”
    (S. Th., Suppl., q. 17, a. 2)

    Ed è vero che per la confessione occorre non solo il potere d’Ordine, ma anche la facoltà di esercitarlo:

    “Per la valida assoluzione dei peccati si richiede che il ministro, oltre alla potestà d’ordine, abbia la facoltà di esercitarla sui fedeli.”
    (Codice di Diritto Canonico, can. 966 §1)

    È anche corretto ricordare la “giurisdizione supplita”:

    “Nell’errore comune di fatto o di diritto, e nel dubbio positivo e probabile sia di diritto sia di fatto, la Chiesa supplisce la potestà esecutiva di governo.”
    (CIC 1983, can. 144 §1)

    Tuttavia qui occorre fermarsi.

    Perché la giurisdizione supplita è un rimedio straordinario previsto dalla Chiesa, non il fondamento permanente di una struttura parallela alla Chiesa visibile.

    Ed è precisamente qui che il ragionamento di Nitoglia diventa ambiguo.

    Da una parte egli giustamente critica il sedevacantismo abituale, riconoscendo che una Chiesa senza Papa per decenni sarebbe incompatibile con la costituzione divina della Chiesa:

    “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa.”
    (Mt 16,18)

    E ancora:

    “Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica.”
    (Simbolo niceno-costantinopolitano)

    Ma dall’altra lascia aperta la porta alla giustificazione delle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio come soluzione “eccezionale”.

    Ora, la dottrina cattolica è chiarissima:

    “A nessun Vescovo è lecito consacrare un altro Vescovo se prima non consta del mandato pontificio.”
    (CIC 1983, can. 1013)

    E il Concilio Vaticano II insegna:

    “Il collegio o corpo episcopale non ha autorità se non lo si concepisce insieme col Romano Pontefice, successore di Pietro, quale suo capo.”
    (Lumen Gentium, 22)

    Inoltre:

    “I vescovi, posti dallo Spirito Santo, succedono agli Apostoli quali pastori delle anime; e insieme col Sommo Pontefice e sotto la sua autorità sono inviati a perpetuare l’opera di Cristo.”
    (Lumen Gentium, 20)

    Dunque il problema non è solo canonico.
    È ecclesiologico.

    Perché un vescovo consacrato senza mandato pontificio compie oggettivamente una ferita alla comunione gerarchica della Chiesa.

    San Giovanni Paolo II fu esplicito dopo le consacrazioni del 1988:

    “Tale atto è stato una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima e di suprema importanza per l’unità della Chiesa.”
    (Ecclesia Dei, n. 3)

    E ancora:

    “Una tale disobbedienza — che implica in pratica il rifiuto del primato romano — costituisce un atto scismatico.”
    (Ecclesia Dei, n. 3)

    Il paragone con i vescovi perseguitati nei gulag sovietici non regge del tutto.
    Lì spesso vi era impossibilità fisica di comunicare con Roma.
    Altra cosa è decidere che Roma “non darebbe il mandato” perché giudicata teologicamente deviata e procedere ugualmente.

    Questo significa sostituire il proprio discernimento all’autorità apostolica.

    Ed è esattamente il punto pericoloso.

    Perché da qui il passo verso il “conclavismo” o le derive tipo Palmar de Troya diventa brevissimo, come lo stesso Nitoglia ammette.

    Infine, anche quando si denunciano confusioni postconciliari, abusi liturgici o ambiguità pastorali reali, non si può dedurre da ciò che la Chiesa abbia cessato di essere la Chiesa cattolica.

    Altrimenti si finisce inevitabilmente in una ecclesiologia implicita della “Chiesa invisibile dei puri”, contraria alla dottrina cattolica.

    La Chiesa resta visibile, gerarchica e apostolica anche nelle crisi.

    Sant’Agostino lo ricordava già contro i donatisti:

    “La Chiesa vacilla nel mondo, ma non cade, perché fondata sulla pietra.”
    (Enarrationes in Psalmos, 103)

    Perciò la Tradizione cattolica non si difende contro Pietro, ma cum Petro et sub Petro.

    Sempre.

    1. fra Giovanni Maria

      @Don Pietro Paulo:
      “Perciò la Tradizione cattolica non si difende contro Pietro, ma cum Petro et sub Petro.” – Stimo molto i suoi commenti, sono veramente profondi. In questo caso, direi che don Nitoglia di fatto voleva dire che la situazione attuale nel Vaticano è talmente gravoso da giustificare le consacrazioni. Se Pietro fosse Pietro, lei avrebb ragione. Ma se Pietro non è Pietro, allora non si deve ubbedirgli.
      Se papa Benedetto XVI. ha abdicato il papato, lei ha ragone. Ma se ha dicharato sede impedita, allora il problema grave c’è. Papa Benedeto XVI. forse ha fatto dei sbagli come papa, non lo so, ma se avesse voluto abdicare dal papato, sarebbe stato in grado di farlo in modo corretto e evidente per tutti. Giàcché questo non lo ha fatto, ma invece il contrario, allora non ha abdicato, e ci sorge la questione della legittimità del attuale governo vaticano.
      Mettendo il problema dal punto di vista contrario: Bergolio e Prevost possono in piena comunione eretica e di successione dubbia sostenere nominazioni abominevoli di preti modernisti di ogni genere, introducendo la sodomia ufficialmente nella chiesa, e questo lo dobbiamo chiamare tutto in regola, inquanto allo stesso tempo si deve negare la consacrazione dei nuovi vescovi alla FSSPX che sarebbero schismatici per il proprio atto della consacrazione? Se questo fosse uno scandalo condannato di Nostro Signore, peggio per la chiesa sinodalista vaticana che lo avrebbe causato.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro fra Giovanni Maria,

        ma chi può dimostrare con certezza che Francesco non fosse Papa e, ancor più, che Leone XIV non lo sia?

        Blog? Interpretazioni personali? Teorie sul “munus”? Suggestioni canonistiche?

        Gli unici che avrebbero titolo reale per contestare formalmente un’elezione sarebbero i cardinali e la gerarchia della Chiesa. E invece nessuno ha mai avallato ufficialmente questa diceria della “sede impedita, usurpata o vacante”.

        Nessun conclave parallelo.
        Nessuna dichiarazione collegiale.
        Nessuna correzione canonica.

        Solo una galassia di ipotesi fantastiche e assurde che si autoalimentano da anni.

        E poi c’è una contraddizione enorme che molti fingono di non vedere.

        Se davvero Francesco prima e Leone oggi non fossero veri papi, allora perché la FSSPX chiede proprio a loro il mandato per le consacrazioni episcopali?

        Perché chiedere l’autorizzazione a chi non sarebbe Papa?

        Capisce che così salta tutta la logica del discorso?

        O Roma è realmente sede di Pietro — con tutti i drammi e le crisi attuali — oppure non ha alcun senso chiedere riconoscimenti canonici, facoltà e mandati pontifici.

        Ma non si può contemporaneamente:
        – negare la legittimità del Papa,
        – e poi chiedergli il permesso di consacrare vescovi.

        A un certo punto la coerenza e la logica dovrebbero pur contare qualcosa.

        Don Pietro Paolo

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