Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va un grazie di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’ego e sulla rinuncia a se stessi. Buona lettura e meditazione.
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IN CLARIS NON FIT INTERPRETATIO
«IL RINNEGAMENTO DI SÉ – Siamo convinti che questo capitolo riuscirà antipatico e fastidioso per una certa percentuale dei nostri lettori che, molto moderni, non vogliono sentire discorsi sul sacrifìcio e sul rinnegamento di sé. Anche nel campo della spiritualità cristiana, e persino fra le anime consacrate a Dio, si trovano individui che vagheggiano un Vangelo assai più comodo di quello tradizionale».
Antonio Royo Marin
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«Chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica …»
Mi è preso il ghiribizzo di proporre i Nove Farmaci di cui è sempre fornito il mio kit sanitario e a cui ricorro diuturnamente. Si tratta di Insegnamenti dati da Cristo ai fini della liberazione da Lui promessa: «la Verità vi farà liberi». Verità che è Lui stesso, la Parola, la Luce, ovvero Ciò che si pone infinitamente prima della doppia mediazione espositiva ed omiletica in vocaboli (vox-bulum, voce-strumento).
E infatti Gesù è l’Amore personificato che parla, la Parola che parla di Sé all’Uomo che nell’intimo già ne ha il dono, ragion per cui, fatta eccezione per una moderata ed intelligente esortazione (che nulla a che fare con la persuasione o l’inculcamento, ovvero col potere), qualsiasi tentativo di “spiegarlo” parlandone o scrivendone è nel contempo un riduzione e una complicazione. Nota infatti Roland Barthes:
«Voler scrivere l’amore (e parlarne ndc) significa affrontare il “guazzabuglio” del linguaggio: quella zona confusionale in cui il linguaggio è insieme “troppo” e “troppo poco”, eccessivo (per la sommersione emotiva) e povero (per i codici entro i quali viene costretto)».
Ma ora ecco i Nove Farmaci:
1- Beati i poveri in spirito.
2- Beati i puri di cuore.
3- La lucerna del corpo è l’occhio, perciò se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso.
4- Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.
5- Se non vi convertirete e non diventerete com i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.
6- Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
7- Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso.
8- Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
9- Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
È mia matta convinzione che questi Nove Farmaci, che non sono nove “tecniche”, bensì nove motivi di auto-ispezione – GUARDARSI CORAGGIOSAMENTE DENTRO – siano largamente chiari e sufficienti per incamminarsi sulla via purgativa – la via del distacco – che immette sulla via illuminativa, che a sua volta introduce alla via unitiva. Tutto il resto della Bibbia e tutto quello che ci è stato organizzato intorno intellettivamente e materialmente non è che un ornamento che potrebbe anche non esserci o essere notevolmente ridotta: cosa di più necessario e coinvolgente del Maestro che parla direttamente al cuore, suggerendo ciò che è necessario FARE nei confronti di se stessi? Al fine ciò che conta non è l’unione dell’Uomo con Dio? Pertanto l’intermediazione non dovrà sempre più eclissarsi? Tra il Sole che sorge e l’Uomo che lo contempla dov’è l’intermediario che rompe l’incantesimo dicendo: “adesso ti spiego cosa stai vedendo”?
Gli è che non basta credere. Necessita un’azione catartica costante cui sottoporsi volontariamente onde incarnare la Parola, lasciare spazio alla Luce che trascende qualsiasi esposizione in parole, che sono le persiane attraverso cui la Luce filtra e non può che filtrare. Occorre aprire le persiane. La finestra ha da essere spalancata. Occorre lo sgombero di ogni interpretazione e di ogni intenzione persuasiva che infine costituiscono un potere interdittorio, ciò che si frappone tra la Coscienza e la Luce:
IN CLARIS NON FIT INTERPRETATIO,
recita il brocardo latino: «nelle cose chiare non si dà interpretazione».
Rileggiamo attentamente e meditiamo … meditiamo … meditiamo …
«Chi ascolta queste mie parole e non le mette in pratica …»
Gesù esorta quindi a rendere operative le Sue parole, o, meglio, a rendere operativo Se stesso, la Parola, la Luce, nell’uomo. «Non chi dice Signore, Signore …»: Egli esorta a superare il dare per scontato che preghiera e ritualità corrispondano ipso facto alla realizzazione del Suo Insegnamento, che invece richiede la volontà di svincolarsi dall’impastoiamento nell’agglomerato intellettuale-psichico-sentimentale col quale abitudinariamente ci si indentifica; un impegno a liberare la Coscienza da ogni forma mediatrice, da ogni … persiana: operazione purgativa per la quale ci si scioglie da qualsivoglia attaccamento: motivo davvero universale e potenzialemte unificante di cui qui si offre un piccolo florilegio universale che rimanda ai Nove Farmaci.
Giovanni della Croce:
«La strada verso Dio richiede una sola cosa indispensabile: una sincera negazione di sé, esteriore e interiore, attraverso l’abbandono di sé».
Ali ibn Abi Talib:
«L’ascetismo non è quando tu non possiedi nulla, ma quando nulla possiede te».
Tommaso da Kempis:
«Rinuncia a tutte le cose e troverai tutte le cose».
Marco Aurelio:
«Le cose per le quali ti turbi cercando di ottenerle o di evitarle non muovono verso di te, ma in un certo qual modo sei tu che vai incontro ad esse: giudicale dunque con calma, ed esse rimarranno tranquille e non ti si vedrà più né cercare di ottenerle, né cercare di evitarle».
Tao Te Ching:
«Si veli ciò che nelle cose attira
e l’animo resterà calmo.
Così: l’Uomo Reale in veste di capo
va senza preferenze ed appetiti.
Indebolisce gli impulsi
e tempra l’essere interno».
Suzuki Shunryu:
«Quando fai qualcosa, dovresti bruciare te stesso completamente, come un buon falò, senza lasciare traccia di te stesso».
Henry David Thoreau:
«Fino a quando non siamo perduti non cominciamo a conosce noi stessi».
Maestro Eckhart:
«Il cuore distaccato non desidera nulla e non ha nulla dai cui vincoli voglia essere liberato. Perciò esso è svincolato da ogni preghiera, e la sua preghiera è soltanto quella di essere conforme a Dio».
Proverbio tuareg:
«Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci.
E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima».
Detti dei Padri del deserto:
«Un anziano disse: «Dio abita in colui nel quale non penetra niente di estraneo».
Abu Said ben Abi Ikhair:
«Il Sufismo è uno stile di vita, è abbandonare quello che sia ha nella testa, donare ciò che si ha tra le mani e non tirarsi indietro davanti a nulla».
Bhagavad Gita:
«Taglia il dubbio ignorante nel tuo cuore con la spada della conoscenza di te stesso. Osserva la tua disciplina. Compi sempre il tuo dovere in modo efficiente e senza attaccamento ai risultati, perché facendo senza attaccamento si raggiunge il Supremo».
Niralamba Upanisad:
«La liberazione è la distruzione della schiavitù, che consiste nella sensazione di possedere personalmente gli oggetti, concepiti come fonte di piacere o dolore. Questa distruzione si ottiene distinguendo tra ciò che è imperituro e ciò che è transeunte in quest’universo effimero».
Hans-Georg Gadamer:
«La cultura implica un senso di misura e di distacco da se stessi, e di conseguenza un innalzamento al di sopra di sé verso l’universalità».
Carlo Gustav Jung:
«La vostra visione apparirà più chiara soltanto quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda l’esterno, sogna. Chi guarda all’interno si sveglia».
Emile Cioran:
«Non si abdica da un giorno all’altro: è necessaria un’atmosfera di distacco, accuratamente predisposta, una leggenda della disfatta».
Sì: ogni attaccamento è da disfare poiché è un ostacolo alla Luce. Ogni attaccamento è un’impurità che contamina la Coscienza: l’adulterio di cui ci dice Gesù non riguarda soltanto il «guardare una donna per desiderarla», ove “donna” è riassuntivo di ogni oggetto di attaccamento «dove tignola e ruggine consumano». Si noti: anche l’attaccamento alla Verità, poiché nell’attaccamento è l’ego, l’identità artefatta, che si pone come protagonista appropriatore.
«Prego Dio che mi liberi da Dio», dice Maestro Eckhart.
* * * * *
A proposito del FARE cui l’uomo è chiamato per propiziare l’illuminazione quale “anticipo” dell’unione teandrica, mi vien da osservare come la formula dell’Offertorio prevista dal Novus seppur teologicamente (e poeticamente) impoverita rispetto a quella del Vetus Ordo, offra un prezioso motivo di riflessione in merito:
«Benedetto sei tu, o Signore, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi cibo di vita eterna.
Benedetto sei tu, o Signore, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te, perché diventi per noi bevanda di salvezza».
Come si vede, l’uomo deve darsi da fare, cioè coltivare la terra e la vite onde trarne i doni del pane e del vino cha hanno da essere consacrati. Senza pane e senza vino nessuna offerta, nessun sacerdozio di Melchisedek, nessuna Ultima Cena, nessun Corpo e Sangue di Cristo, nessun Cattolicesimo … organizzato!
Per inciso: si dovrebbe nutrire grande riconoscenza ad agricoltori (agri-cultori) e viticoltori (viti-cultori) che lavorando duramente permettono di fruire della farina per il pane e dell’uva per il vino. “Nessun uomo è un’isola”, s’intitola un libro di Thomas Merton.
In fondo, il fare dell’uomo dovrebbe essere una continua offerta contemplativa, una muta sublime preghiera, un presentare a Dio atti puri, cioè liberi dall’io posticcio ognora proteso ad afferrare o respingere, ad ottenere un vantaggio o evitare uno svantaggio. Soltanto l’atto puro è degno di ricevere la Luce ed essere Luce a sua volta.
Sicché, lo si nota di passaggio, l’Eucarestia può assumere anche un carattere extra-sacramentale. Per esempio, zenisticamente, la prassi del lucidare un pavimento, lavare i piatti, cambiare una lampadina, pelare patate, prestare un servizio al prossimo, può, se scaturente dalla teoria*, essere investita dalla qualità eucaristica, cioè costituire un sacrificio, un sacrum facere, un atto puro che non guarda al risultato.
* Attilio Mordini: «In quanto al termine teoria, dal greco theôría che a sua volta deriva da theôréo e questo da théo, significa contemplazione, considerazione; e théôrós è lo spettatore, colui cioè che non agisce, benché ogni azione sulla scena venga svolta per lui ed in lui si compia».
A tal riguardo giova ripassare il già citato Suzuki Shunryu:
«Quando fai qualcosa, dovresti bruciare te stesso completamente, come un buon falò, senza lasciare traccia di te stesso».
Quindi, esattamente ciò che ha fatto Gesù!
In fondo, l’agire contemplativo è un agire primordiale prossimo all’eternità, secondo che dice Mircea Eliade:
«Trasformando tutti gli atti fisiologici in cerimonie, l’uomo arcaico si sforza di “passare oltre”, di proiettarsi oltre il tempo (del divenire), nell’eternità».
Perciò teoria e prassi, ovvero contemplazione e azione sono come le due ruote del carro, di cui san Vincenzo de Paoli dice:
«La vita attiva nutre la contemplativa, e questa, a sua volta, è l’anima della vita attiva».
È interessante notare come allo “spettatore non agente” (Mordini), corrisponda il “testimone” di cui sia nello Stoicismo che nel Vedanta. Marco Aurelio riferisce dell’importanza di osservare i propri pensieri come “dall’alto”, mentre la tradizione vedantica parla del “sakshi” o testimone immutabile della coscienza. A sua volta, il Ṛgveda offre la deliziosa immagine dei due uccelli:
«Due uccelli, una coppia di amici, sono aggrappati allo stesso albero. Uno di loro mangia la dolce bacca del pippala; l’altro, senza mangiare, guarda».
È opportuno notare ancora come l’Eucarestia dipenda dalla coltivazione della terra e della vite, e quindi il pane e il vino costituiscano una coltura (e cultura) che richiamano al coltivazione di sé, onde diventare «buona terra che porta frutto, dando il cento, il sessanta, il trenta per uno», l’uomo essendo nel contempo l’aratores e il campo da arare affinché diventi un arvum: un campo (auto) lavorato, e così egli diventi compos sui: padrone di sé, impresa non propriamente agevole.
Yamamoto Tsunetomo (Hagakure, “Nascosto tra le foglie”)
«Nel coltivare sé stessi, non esiste la parola “fine”. Chi si ritiene completo, in realtà, ha voltato le spalle alla Via».
Mezzo indispensabile per individuare gli attaccamenti di qualunque specie da cui è necessario purgarsi, e che contaminano qualsiasi pensiero e atto, è, come sopra già osservato, l’introspezione, secondo che dice il Poeta nel Convivio:
«Nullo è più amico che l’uomo a sé, onde ne la camera de’ suoi pensieri se medesimo riprender dee e piangere li suoi difetti».
Paramahansa Yogananda:
«L’introspezione è uno specchio in cui vedere i recessi della tua mente che altrimenti ti rimarrebbero nascosti. Analizza i tuoi pensieri, e guarda su quale trono è seduto il tuo ego; che tipo di coscienza è predominante nella tua mente».
Detronizzare l’ego è compito del distacco, come profondissimamente espone Maestro Eckhart circa la via unitiva:
«Quanto a me, io lodo il distacco più di ogni amore. Prima di tutto per questo motivo: ciò che di meglio vi è nell’amore è che esso mi obbliga ad amare Dio, mentre il distacco obbliga Dio ad amare me. Ora, è molto più nobile obbligare Dio a venire a me che non obbligare me ad andare a Dio. E questo perché Dio può congiungersi più intimamente a me e con me unirsi meglio di quanto io non possa fare con lui».
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11 commenti su “In Claris non Fit Interpretatio. La Rinuncia di Sé (e del Mondo…). Il Matto.”
Caro don P.P.,
come avrà notato, e come le ho fatto già presente in passato,
il nostro è un parlare fra sordi.
Quindi del tutto inutile.
Siamo entrambi sordi l’uno nei confronti dell’altro.
Dico ENTRAMBI.
Ci rincorriamo a vicenda essendo – e restando – sul circuito uno agli antipodi dell’altro.
Una misericordiosa, cosmica noia CI avviluppa.
Davvero defatigante 🥴🥴🥴🥴🥴
Caro don Pietro Paolo,
indefettibile cancelliere tribunalizio,
oh, che non ricorda Dante? “Divina Commedia”, Purgatorio. III, v. 122:
“Ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei”.
Cara Adriana,
Dante… Grazie per avermelo fatto ricordare…., ma forse è lei che dimentica il resto.
Perché la “bontà infinita” di Dio non viene evocata da Dante per dissolvere verità, Chiesa, conversione e responsabilità personale dentro una vaga assoluzione universale.
E soprattutto Dante — già che lo cita — non trasformava certo la misericordia divina in un argomento contro la dottrina cattolica o contro la necessità della verità.
Quanto al “cancelliere tribunalizio”, stia serena:
preferisco passare per troppo cattolico che per applauditore di ogni spiritualismo confuso purché antiromano.
Veramente la “vaga assoluzione universale” l’ha instaurata Bergoglio
e viene portata avanti dal suo pupillo Prevost.
Dimentica il falso, falsissimo “todos todos todos”, visto che poi vengono fatti fuori
quelli che osano ribellarsi alla dittatura woke instaurata da Bergoglio?
Dimentica la “misericordia” verso i preti pedofili?
Dimentica il “vescovo” Savino (e non solo) per il quale l’unione carnale
fra omosessuali non più peccato?
Dimentica la benedizione alle coppie gay, non al singolo, alle coppie?
Caro don P.P., commento dopo commento lei si rivela sempre più un bravo imitatore degli struzzi.
😄😉
Caro Matto,
il problema del suo scritto non è il richiamo al distacco o alla conversione interiore, temi autenticamente cristiani. Il problema è che lei li separa progressivamente dalla Chiesa, dai sacramenti, dal dogma e dalla mediazione voluta da Cristo.
E qui nasce una singolare incongruenza.
Lei critica continuamente il Papa, la Chiesa e il cattolicesimo concreto, ma poi propone una spiritualità in cui il Vangelo viene mescolato con zen, Vedanta, sufismo, Jung, Tao e Cioran, mentre la mediazione ecclesiale appare quasi un ostacolo alla “Luce”.
Ma allora abbia almeno l’onestà di dirlo chiaramente:
lei non sta difendendo il cattolicesimo.
Sta costruendo una religione personale, elegante, colta e vagamente mistica, in cui il Vangelo viene usato come materiale simbolico per una spiritualità dell’io.
E la cosa più curiosa è che poi sarebbe la Chiesa a non essere abbastanza cattolica.
Qui non si tratta di discutere alcune azioni pastorali della Chiesa — talune anche discutibili — né delle sue continue accuse di “apertura al mondo LGBT”, diventate ormai un mantra ripetuto meccanicamente.
Qui il punto è molto più radicale:
riguarda la natura stessa del cattolicesimo.
Perché mentre lei accusa la Chiesa di tradire la fede, nel suo stesso impianto finiscono dissolti proprio gli elementi costitutivi della fede cattolica: la Chiesa visibile, l’autorità apostolica, il Magistero, la sacramentalità, la concretezza dell’Incarnazione.
Resta una spiritualità intimistica dove Cristo viene assorbito dentro una vaga sapienza universale e la Chiesa concreta appare quasi una zavorra da superare.
Ma senza quella Chiesa visibile, gerarchica e sacramentale che tanto le pesa, lei oggi non conoscerebbe nemmeno una riga del Vangelo che cita.
Cristo non ha lasciato nove aforismi spirituali per anime introspettive affascinate dall’autoanalisi e dall’Oriente. Ha fondato una Chiesa, dato apostoli, sacramenti e autorità.
Per questo il suo discorso, sotto l’apparenza spirituale, somiglia sempre meno al cattolicesimo e sempre più a quella vecchia tentazione gnostica che pretende di superare la fede concreta della Chiesa in nome di una presunta illuminazione superiore.
Caro don P.P.,
infine lei esprime la sua forma mentis e la rispetto.
Posso aspettarmi da lei il rispetto della mia non-forma mentis?
La risposta è facilissima: sì o no.
Caro Matto,
vede, il problema non è che lei abbia una “non-forma mentis”.
Il problema è che la presenta come qualcosa di riconducibile alla fede cattolica.
Il cristianesimo non nasce da una nebulosa spirituale indistinta, né da una sintesi mutevole di intuizioni interiori.
Nasce dall’Incarnazione di Cristo, dalla Rivelazione, dalla Chiesa, dai sacramenti e da una fede trasmessa concretamente nella storia.
Quanto al rispetto: certamente rispetto la sua persona.
Ma rispettare una persona non significa dover considerare cattolica qualunque costruzione spirituale essa elabori.
Perché se la sua “non-forma mentis” consiste nel giudicare continuamente la Chiesa cattolica, il Papa, il Magistero e la sacramentalità della fede, mentre pretende che le sue personali elucubrazioni — intrise di zen, Tao, sufismo, psicologismo moderno e vaghe suggestioni gnostiche — non possano essere contrastate, allora mi permetta: non è apertura mentale.
È semplicemente un curioso dogmatismo individuale.
Lei rivendica il diritto di mescolare Vangelo, Vedanta, Jung, silenzio interiore e sapienza orientale.
Benissimo: lo faccia pure.
Ma allora abbia anche l’onestà intellettuale di non presentare questa sintesi personale come cattolicesimo.
Perché qui il problema non è chi difende la continuità della fede della Chiesa.
Il problema è chi cambia linguaggio, simboli e riferimenti a seconda del terreno, salvo poi accusare la Chiesa di non essere abbastanza “spirituale”.
E la cosa curiosa è che lei pretende libertà assoluta per le proprie costruzioni interiori, ma considera quasi intollerabile che qualcuno le sottoponga a critica teologica.
La libertà di esporre idee vale anche per chi le confuta.
E nella Chiesa cattolica il discernimento non nasce dall’impressione soggettiva o dall’autoanalisi spirituale, ma dalla fede ricevuta dagli Apostoli e custodita nella Chiesa visibile.
Anche gli antichi gnostici parlavano molto di illuminazione, coscienza superiore e superamento delle forme.
Ma Cristo non ha lasciato una corrente fluida di intuizioni interiori:
ha fondato una Chiesa.
La sua “non-forma mentis” potrà anche apparire fluida ed elegante, ma per un cattolico resta ben poco confessabile.
E credo che i miei interventi non siano soltanto un diritto, ma anche un dovere sacerdotale:
perché quando la fede cattolica viene dissolta dentro un sincretismo spirituale travestito da profondità, il silenzio non sarebbe rispetto.
Sarebbe omissione.
Lei non sa trattenersi dal cogliere ogni occasione per dilungarsi anche quando non serve.
Al suo confronto i bacchettoni della FSSPX sono dei dilettanti.
In mezzo a una valanga di argomentazioni inserisce un timido quanto ambiguo
“Quanto al rispetto: certamente rispetto la sua persona” cui fa seguire un inutile
“Ma rispettare una persona non significa dover considerare cattolica qualunque costruzione spirituale essa elabori”.
Sennonché io le ho chiesto ben altra cosa e gliela ripeto:
posso aspettarmi da lei il rispetto della mia non-forma mentis?
Per darle un aiuto: ammette che possano esservi visioni della vita e del mondo
non strettamente ecclesiastiche, ripeto ecclesiastiche, senza che per questo debbano essere messe all’indice?
Ancora un aiutino: la mia non-forma mentis mi farà … andare all’inferno?
A quest’ultima domanda mi risponda se veramente lo sa, non ripetendo la dottrina a pappagallo.
Mi concederà che altro è sapere e altro è credere di sapere.
Caro Matto,
vede, il punto è che lei continua abilmente a spostare il discorso.
Qui nessuno sta parlando di “mettere all’indice” visioni della vita non strettamente ecclesiastiche.
Lei può avere tutte le riflessioni filosofiche, psicologiche o spirituali che desidera. Nessuno glielo impedisce.
Il problema nasce quando tali costruzioni vengono presentate come compatibili col cattolicesimo mentre, nei fatti, ne dissolvono elementi essenziali: Chiesa visibile, mediazione ecclesiale, autorità apostolica, sacramenti, verità rivelata.
Quanto all’inferno, mi permetta: io non sono il giudice della sua anima e non ho alcuna pretesa di esserlo.
La Chiesa insegna però che non è indifferente ciò che si crede, perché la fede non è un accessorio estetico dell’interiorità.
E no, non è “ripetere la dottrina a pappagallo”.
È semplicemente riconoscere che il cristianesimo non nasce dall’autocoscienza individuale, ma da una Rivelazione affidata alla Chiesa.
Lei continua a contrapporre “sapere” e “credere di sapere”.
Ma il paradosso è che, mentre accusa gli altri di dogmatismo, finisce per trattare la sua “non-forma mentis” come una sorta di spazio intoccabile, sottratto a ogni giudizio teologico.
E questo, mi permetta, non è umiltà intellettuale.
È solo un altro dogma.
Papa Bergoglio : so’ io quienes es pecador y cuando . Todo va contestualizado !
Ma c’era il registratore alla grotta negli anni 490 ?
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