Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Cinzia Notaro, he ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista alla dottoressa Enza Taccogna. Buona lettura e diffusione.
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L’ARTE COME STRUMENTO CURATIVO E LIBERATORIO
Arteterapeuta e fondatrice del progetto “La Pietra Scartata”, lavora da anni per trasformare fragilità e storie difficili in percorsi di espressione e rinascita.
Parliamo della dott.ssa Enza Taccogna, specializzata in Arteterapia, che ci spiega cosa significa “curare” con l’arte e perché anche ciò che viene scartato può diventare risorsa.
Quando e dove nasce “La Pietra Scartata” e con quali finalità?
L’associazione nasce da un gruppo di volontari che già operavano nel sociale, in particolare all’interno delle comunità terapeutiche. Le finalità istituzionali sono l’inserimento sociolavorativo delle persone fragili, che spesso restano ai margini della società dopo storie difficili.
Abbiamo sentito la necessità di creare una realtà “cuscinetto” che facesse da raccordo tra le comunità terapeutiche e la società, offrendo opportunità concrete di reinserimento attraverso progetti di arteterapia.
Cosa l’ha spinta a intraprendere questo percorso?
La spinta nasce proprio dall’esperienza diretta nel sociale e dal contatto con persone che, terminate le comunità terapeutiche, si trovavano senza un reale supporto per reintegrarsi nella società.
In che modo definirebbe l’arteterapia a chi non ne ha mai sentito parlare?
L’arteterapia è un linguaggio alternativo alla parola. Permette di esprimere il proprio mondo interiore e di portare alla luce emozioni e vissuti che spesso non si riescono a comunicare verbalmente.
Qual è la differenza tra fare arte liberamente e partecipare a un percorso di arteterapia?
Fare arte significa esprimere un’idea o un messaggio.
Un percorso di arteterapia, invece, è orientato alla scoperta di sé e alla crescita personale: è un processo evolutivo che accompagna la persona verso una maggiore consapevolezza.
Il nome è molto evocativo, cosa rappresenta per lei oggi “La Pietra Scartata”?
Il nome deriva dall’episodio evangelico: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”.
Rappresenta la trasformazione di ciò che viene rifiutato in una risorsa fondamentale. Nella società attuale, recuperare ciò che è “scartato” — persone, esperienze, persino rifiuti materiali — significa dare nuovo significato e valore alla vita individuale e collettiva.
È un simbolo di trasformazione: del dolore in risorsa, dell’emarginazione in inclusione.
Chi sono, nella società attuale, le persone che rischiano di essere “scartate”?
Oltre alle vecchie povertà, esistono attualmente nuove forme di marginalità: persone di diverse etnie, individui isolati socialmente, giovani che si chiudono nel mondo digitale.
Ma il rischio di esclusione è presente in ogni contesto, anche nelle famiglie o nei gruppi di amici. Per questo è fondamentale promuovere l’inclusione e dare spazio a ogni persona.
Come si svolge concretamente un laboratorio di arteterapia?
Si utilizzano diverse tecniche artistiche: disegno, pittura, scultura e altre forme espressive.
L’arteterapeuta individua le attitudini e le preferenze di ciascuno, aiutando la persona a esprimersi attraverso il linguaggio artistico più adatto.
Che ruolo hanno i materiali artistici, anche di recupero, nel processo terapeutico?
Sono strumenti di espressione, ma anche simboli.
Nel nostro laboratorio utilizziamo spesso materiali di recupero, perché rappresentano la trasformazione: il rifiuto che diventa opera d’arte è metafora del dolore che può diventare risorsa e nuovo significato.
Serve avere capacità artistiche per partecipare?
No, assolutamente. L’arteterapia è aperta a tutti, indipendentemente dall’età, dal livello culturale o dalle abilità artistiche.
Quali cambiamenti ha osservato nelle persone che partecipano ai suoi percorsi?
In generale si sviluppa una maggiore consapevolezza di sé, un contatto più profondo con la realtà e la capacità di rileggere la propria storia personale.
Negli anziani, ad esempio, si osserva anche un miglioramento della concentrazione.
C’è una storia o un momento che più di altri rappresenta il senso del suo lavoro?
Una ragazza molto giovane con grave disabilità e mutismo selettivo, inserita in comunità.
Attraverso i laboratori di arteterapia ha iniziato prima a esprimersi con il disegno e, negli ultimi mesi, anche con la parola. Un percorso che rappresenta pienamente il senso del nostro lavoro.
Che rapporto esiste tra arte, inclusione e costruzione di comunità?
L’arte è uno strumento che permette di entrare in contatto con se stessi e con gli altri. Favorisce l’inclusione e aiuta a costruire relazioni autentiche, perché sviluppa consapevolezza emotiva e capacità di stare in relazione.
Quale lo spazio che occupa l’arteterapia in Italia e cosa manca per valorizzarla maggiormente?
È necessario introdurla nelle scuole, fin dalla primaria.
L’arteterapia può avere un ruolo preventivo rispetto a fenomeni come bullismo, dipendenze e violenza, perché sviluppa l’intelligenza emotiva e la conoscenza di sé.
Guardando al futuro, ci sono idee o suggerimenti per rendere ancora più efficiente il metodo terapeutico?
Sì: inserirla stabilmente nei programmi scolastici, già dall’infanzia, con ore dedicate all’espressione del mondo interiore dei bambini.
Quale messaggio vorrebbe lasciare a chi si sente “scartato”?
È importante riflettere su se stessi e prendere coscienza della propria condizione, cercando supporto e intraprendendo un percorso di crescita.
Ogni persona ha un messaggio unico: proprio chi si sente scartato potrebbe avere qualcosa di fondamentale da offrire alla società.
Dove svolge il suo lavoro e come è possibile entrare in contatto con lei o con il suo progetto?
È stata aperta una art gallery a Bitritto (BA), in Piazza Umberto 54, dove si svolgono settimanalmente corsi gratuiti di arteterapia per tutte le età.
È possibile contattare l’associazione telefonicamente (366 459 7857) e partecipare anche alle mostre collettive in cui vengono esposte le opere realizzate.
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