Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, la nostra Benedetta De Vito, che ringraziamo sempre di tutto cuore, offre alla vostra attenzione queste piccole riflessioni vaticane. Buona lettura e diffusione.
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Ieri sera, al seguito di mio marito, gran melomane, ero a Sant’Agata dei Goti per un concerto dal titolo famigliare di “Concerto per mio papà”.
E seduta al banco che mi vede sempre a Messa al mattino presto, salutata dagli uccellini appena svegli, sono lì con il mio Rosario (in riparazione ma non vi spiego il perché…) e quando ho finito con i cinque Misteri della Gloria, inizia finalmente il concerto.
Ad animarlo un gran coro che raccoglie giovani e anziani, una pianola, un violino e anche l’arpa, deliziosa. Si inizia con Mozart. Un po’ ascolto e un poco no, perché io gran melomane non sono, finché non si chiude con il Libera me Domine, dal Requiem del maestro Lorenzo Perosi e, stupendo, mi dico e il pensiero mio vola ad Arcangelo Paglialunga, vaticanista al Gazzettino, decano della Sala Stampa Vaticana (oh il nostro nocchiero Marco di certo lo conosceva bene!) (n.d.r. Altroché! Quante belle chiacchierate in Sala Stampa!) che tante storielle vaticane mi raccontava da buon vicino di scrivania al Gazzettino di Venezia.
E una, tenera e sorridente proprio su Perosi che era, all’epoca dei fatti, direttore della Sistina. Scendo di un rigo e proseguo nel raccontare, a partire da Perosi, quod vidit e quod audivit il curioso Arcangelo che era anche un bravo musicista e aveva dato il nome di Cecilia, patrona della musica, a sua figlia. Dunque Arcangelo (che ha affidato i suoi ricordi anche alla Strenna dei Romanisti, ma non so se esce ancora quel delizioso scritto…) mi raccontava che durante la seconda guerra mondiale, quando Roma era città chiusa e occupata dai nazisti, da mangiare ce n’era poco e così l’economo dei gesuiti, per far cosa gradita al maestro, gli mandava, ogni tanto, un pacchetto di spaghetti che Arcangelo, allora giovanissimo, recapitava. Per sdebitarsi il musicista (che era vegetariano e per niente gran mangiatore) si chiedeva che cosa fare e il mio amico giornalista gli diede un’idea: “Dedicategli un autografo musicale”.
E così fece il Perosi che scrisse per il padre gesuita un operina dal titolo di: “Viva, viva gli spaghetti, purché siano benedetti”. Ma non è dato sapere come suonasse la musica perché che fine abbia fatto quello spartito nessuno lo sa…
Di Arcangelo ho già raccontato che sapeva bene, per averlo scritto sul Gazzettino, tre giorni prima della fine del Conclave, che il cardinale Ratzinger sarebbe stato Papa con il nome di Benedetto XVI. Il perché è semplice: i due si conoscevano, si incontravano in Piazza San Pietro, chiacchieravano, si scambiavano pensieri ed entrambi amavano la musica. Oh sì, vero, di nuovo Perosi! Perché il futuro Pontefice raccontò al nostro giornalista che da seminarista aveva cantato proprio le messe di Perosi…
E ora, prendo dal numero del 21 aprile 2007 (Natale di Roma) della “Strenna” (che Arcangelo donò a mio marito e che conservo tra le cose care) e leggo e vi racconto, se vi andrà di leggere, due aneddoti che riguardano due Papi che amo.
Il primo è Pio XII, il quale, quando ancora era cardinale, amava passeggiare dopo pranzo al Pincio. A un certo punto, però, Papa Pacelli guardava l’orologio e: “Presto andiamo a casa c’è la partita trasmessa da Carosio!”. Un Papa tifoso.
Ora, il secondo che è Leone XIII. E qui entriamo nel vivo della storia della Chiesa che fu perché, fin da tempi remoti (e terminò con Pio XII) s’usava, nei solenni riti delle canonizzazioni, trasformare la balaustra della Confessione del Bernini in un’uccelliera. Al Pontefice venivano donati passeri, pettirossi, tordi. Il nostro Leone XIII, che da giovane era stato gran cacciatore, e che di certo amava quell’usanza, aveva fatto costruire sul colle vaticano un roccolo dove s’impigliavano tanti uccelletti e lui, a sera, andando a passeggiare si divertiva a liberarli…
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1 commento su “Viva, Viva gli Spaghetti, purché Siano Benedetti. La Musica – Sparita – di Perosi. Benedetta De Vito.”
E sì, quanti bei ricordi, cara Benedetta. Sono di un mondo normale che camminava ancora abbastanza diritto e che non si vergognava di far percepire certi commoventi moti del cuore: sensibilità ormai perdute e dimenticate, tanto che l’altra sera, a guardare per l’ ennesima volta un vecchio film di don Camillo, mi son venute le lacrime agli occhi. Solo al pensiero che così come oggi l’ umanità è ridotta, non può più essere chiamata tale.
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