Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione l’omelia che l’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha pronunciato in occasione della Domenica delle Palme. Buona lettura e diffusione.
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ECCE REX TUUS VENIET
Omelia nella Domenica II di Passione, o delle Palme
Exsulta satis, filia Sion;
jubila, filia Jerusalem:
ecce rex tuus veniet tibi justus, et salvator:
ipse pauper, et ascendens super asinam
et super pullum filium asinæ.
Esulta grandemente, o figlia di Sion;
giubila, o figlia di Gerusalemme:
ecco, a te viene il tuo re, giusto e salvatore;
egli è povero, e cavalca sopra un’asina
e sopra un puledro figlio di asina.
Zc 9, 9
La Domenica delle Palme commemora l’ingresso trionfale del Re-Messia a Gerusalemme, ossia il mistero liturgico in cui la Santa Chiesa contempla il compimento delle profezie regali dell’Antico Testamento nella Persona di Cristo Signore.
Essa non è mera commemorazione storica, ma atto di fede nella Regalità di Gesù, Re umile e vittorioso, che entra nella Città Santa per consumare la Sua Passione e aprire a noi le porte del Regno eterno. Ma rimane pur sempre un fatto storico, testimoniato da quanti, quel giorno, assistettero alla cerimonia di incoronazione di Nostro Signore Gesù Cristo. Secondo il rituale descritto nel Primo Libro dei Re (1Re 1, 32-40), Davide morente ordina che il figlio Salomone sia consacrato re, fatto montare sulla mula del re Davide (simbolo di pace e successione legittima, non di guerra), condotto alla fonte di Gihon (che si trova ai piedi del Monte degli Ulivi), unto con l’olio sacro dal sacerdote Sadoc e dal profeta Natan. Egli prescrive che si suoni la tromba e il popolo acclami Salomone come re. La processione del nuovo sovrano entra in Gerusalemme tra grida di giubilo, con il popolo che suona flauti e la città che «risuona di clamore» (ibid., 45). Questo rito doveva manifestare in figura il nuovo re come unto del Signore (Messia), legittimo successore davidico, portatore di pace.
Nostro Signore entra in Gerusalemme sul puledro di un’asina (Mt 21, 2-7; Gv 12, 14-15), adempiendo alla lettera la profezia di Zaccaria (Zc 9, 9). Non è un re terreno con cavalli da guerra, ma il Rex pacificus, il vero Salomone (la cui etimologia significa appunto «pacifico»), qui venit in nomine Domini (Sal 117, 26). I mantelli stesi sulla via (Mt 21, 8) richiamano il rito del Secondo Libro dei Re (2Re 9, 13) per l’unzione di Jehu; le palme e i rami d’ulivo evocano le processioni vittoriose e la festa dei Tabernacoli (Lv 23, 40), ma qui richiamano anche la vittoria pasquale di Cristo sulla morte.
L’ingresso trionfale di Cristo Re dal villaggio sacerdotale di Betfage e dal Monte degli Ulivi non è un dettaglio topografico casuale, ma un atto di adempimento profetico e tipologico che richiama, in modo mirabile, i luoghi sacri della regalità davidica e salomonica. Esso manifesta Cristo come vero Rex et Sacerdos — Re davidico e Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech — che entra in Gerusalemme per regnare dalla Croce, compiendo e superando i riti di incoronazione dell’Antico Testamento. Quando la processione esce dalla chiesa (immagine di Betfage) e rientra cantando Gloria, laus et honor, noi siamo portati a rivivere misticamente questo ingresso: come il popolo antico, anche noi acclamiamo il Re che viene dal monte sacro e dalla casa sacerdotale per regnare nella nuova Gerusalemme, la Santa Chiesa.
Il grido «Osanna al Figlio di Davide!» (Mt 21, 9) è l’acclamazione regale messianica. Il popolo ebraico — con la significativa eccezione dei suoi capi temporali e spirituali — riconosce a Cristo il titolo ereditario al regno davidico: Egli è il Re promesso, erede legittimo del trono di Davide, in quel momento vacante così come era di fatto vacante il potere sacerdotale. L’esclusione dell’autorità civile e religiosa da questa solenne liturgia giudaica ci mostra come il Signore voglia ricapitolare in Sé Monarchia e Sacerdozio, essendo per diritto divino, di stirpe e di conquista l’unico e il vero Re e Pontefice della casa di Israele. Israël es tu Rex, davidis et inclyta proles.
Nostro Signore Gesù Cristo adempie i riti di incoronazione veterotestamentari (unzione, acclamazione, ingresso solenne) in modo sovreminente, spirituale ed eterno. Ma questo Messia — il vero e l’unico Messia divino — non è il leader politico di un partito suprematista che aspettavano i Farisei, ma il Princeps pacifer che chiama a Sé tutte le Nazioni, al di là di ogni razza e di ogni lingua. Commenta infatti Sant’Agostino: «Il puledro dell’asina, sul quale nessuno era mai montato, è il popolo dei Gentili, che nessuno prima di Cristo aveva sottomesso. L’asina invece è la plebe che veniva dal popolo d’Israele, già da tempo sotto il giogo della Legge. […] Cristo Re umile, sedendo sull’asina e sul puledro, significa entrambe le plebi: quella dei Giudei già domata e quella dei Gentili non ancora cavalcata. […] E come Re pacifico viene non su un cavallo da guerra, ma sull’asina, che è segno di pace».
Lo conferma anche San Paolo: An Judæorum Deus tantum? nonne et gentium? Immo et gentium: quoniam quidem unus est Deus, qui justificat circumcisionem ex fide, et præputium per fidem. Forseché soltanto dei Giudei è Dio? No, anche delle Genti; sicuro, anche delle Genti, se è unico Dio quello che giustificherà i circoncisi grazie alla fede, come i non circoncisi mediante la fede. (Rom 3, 29-30).
E ancora: Omnes enim filii Dei estis per fidem, quæ est in Christo Jesu. Quicumque enim in Christo baptizati estis, Christum induistis. Non est Judæus, neque Græcus: non est servus, neque liber: non est masculus, neque femina. Omnes enim vos unum estis in Christo Jesu. Si autem vos Christi, ergo semen Abrahæ estis, secundum promissionem hæredes. Siete tutti figli di Dio per la fede in Cristo Gesù; quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non vi è più Giudeo né Greco, non vi è schiavo né libero; non maschio o femmina, ma tutti voi siete uno solo in Cristo Gesù. E se voi siete di Cristo, siete seme di Abramo, eredi secondo la promessa (Gal 3, 26-29).
È al nuovo Israele che lo zelo di vera Carità della Chiesa di Cristo chiama gli Ebrei, secondo i voti che — su iniziativa dei fratelli Lémann — 510 Padri del Concilio Vaticano umiliarono a Pio IX nel 1870,
«affinché il povero popolo degli Ebrei, stanco di una lunghissima ed inutile aspettazione, si affretti a riconoscere il Messia Salvatore nostro, veramente promesso ad Abramo e preannunziato da Mosè: così perfezionando e coronando la religione mosaica, non mutandola».
I sacerdoti Joseph e Augustin Lémann, convertiti dall’Ebraismo e instancabili apostoli della causa di Israele in Cristo, vedono nell’Osanna l’acclamazione che il Sinedrio avrebbe dovuto fare propria, ma che divenne invece preludio al rifiuto – un monito perenne affinché Israele riconosca il suo Re.
Tutto ruota intorno a Cristo Re e Pontefice. Tutto si decide sulla base del Suo riconoscimento come Messia, Salvatore e Liberatore. E finché il resto di Israele non piegherà il ginocchio al suo Signore, non avverrà il Giudizio finale. La conversione di questo resto precederà la venuta di Elia, ritarderà il giudizio e porterà alla «resurrezione del mondo» (Rm 11, 15).
Questa consapevolezza e una retta interpretazione della Sacra Scrittura ci inducono a considerare anche quanto accade oggi alla luce del piano mirabile della Provvidenza. Nemo vos seducat (Ef 5, 6): non lasciamoci trarre in inganno da chi si illude di poter spacciare l’Anticristo come vero Messia, o di poter affrettare la fine del mondo edificando con le pietre quel Tempio che misticamente Nostro Signore ha edificato una volta per tutte nel proprio Corpo Mistico. Cerchiamo piuttosto, con la nostra coerenza di vita e con la Grazia di Dio, di renderci credibili testimoni del divino Messia, del Verbo Incarnato, di Colui che di qui a pochi giorni contempleremo assiso sul trono della Croce: Regnavit a ligno Deus. E così sia.
+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo
29 Marzo MMXXVI
Dominica II Passionis seu in Palmis
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1 L’indicazione è riportata in Mt 21, 1; Mc 11, 1; Lc 19, 29. Betfage era situato sul versante orientale del Monte degli Ulivi, ai confini di Gerusalemme: è il luogo sacerdotale per eccellenza, da cui il Messia-Re, vero Sacerdote, inizia la sua processione regale. Durante la rivolta di Assalonne, il re Davide, umiliato e fuggitivo, «salì il monte degli Ulivi, salendo e piangendo» (2Sam 15, 30: ascendit autem David in ascensum Olivarum, ascendens et flens). Qui Davide, figura del Cristo sofferente, versa lacrime sul tradimento del figlio e del popolo. Cristo, vero Figlio di Davide, discende invece dal medesimo monte in trionfo, non per fuggire ma per consegnarsi alla Passione. Egli rovescia la sorte del padre Davide, trasformando l’umiliazione in gloria regale.
Il monte era legato all’unzione. La fonte di Gihon, ai piedi del Monte degli Ulivi, fu il luogo dell’unzione di Salomone (1R 1, 33-38): il sacerdote Sadoc unse il re con l’olio d’oliva, e la processione salì verso Gerusalemme tra acclamazioni. L’olio d’oliva – frutto stesso del monte – era il crisma della regalità (cfr. 1Sam 16, 13 per Davide). Cristo, vero Salomone pacifico (Pacificus), cavalca l’asina proprio da questo monte dell’olio: Egli è l’Unto per eccellenza, consacrato dallo Spirito Santo al Giordano. I Santi Padri (Agostino nel Tractatus in Joannem 51; Beda nella Catena) vedono qui il compimento perfetto: il Monte degli Ulivi, da cui la gloria del Signore era partita (Ez 11, 23) e su cui tornerà (Zc 14, 4), diviene il pulpito da cui Cristo Re proclama la sua regalità. La liturgia, con l’antifona della processione Cum appropinquaret Dominus, evoca proprio questo ingresso dal monte sacro.
2 Il Golgota, luogo dell’azione sacerdotale di Nostro Signore — il Suo Sacrificio — si trova significativamente fuori da Gerusalemme.
3 Mons. Francesco Spadafora (1903-1992), ordinario di Esegesi alla Pontificia Università Lateranense e strenuo difensore dell’esegesi tradizionale contro il modernismo, tratta il passo nel suo Dizionario Biblico. Sotto la voce «Osanna» egli afferma: «Acclamazione trionfale messianica: “Hosanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” (Mt 21, 9).
È il grido di riconoscimento del Re d’Israele, legato al Salmo 117 e alla liturgia ebraica della festa delle Capanne (Lv 23, 40). Il popolo, mosso dallo Spirito, acclamava il Re promesso, il vero Figlio di Davide che entra in Gerusalemme per regnare». Spadafora, in linea con la Scuola Romana anti-modernista, insiste sul senso letterale e tipico: l’evento è storico e profetico insieme, adempimento di Zc 9, 9 e dei Salmi regali, senza riduzioni razionalistiche.
4 Dopo la morte di Erode il Grande (4 a.C.), il regno fu diviso da Augusto tra i figli (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità Giudaiche 17, 188-249). La Giudea propriamente detta (con Gerusalemme) toccò ad Archelao come etnarca, ma la sua tirannia provocò rivolte che portarono alla deposizione romana nel 6 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 17, 342-354; Guerra Giudaica 2, 111). Da quel momento la Giudea divenne provincia procuratoria romana, governata direttamente da prefetti/procuratori di rango equestre, dipendenti dal legato di Siria e dall’Imperatore. Erode Antipa (tetrarca di Galilea e Perea, 4 a.C.-39 d.C.) non aveva alcuna giurisdizione civile in Giudea. Era un vassallo romano, privo del titolo di rex sulla Città Santa (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 27). Durante la Passione, Pilato lo consultò solo perché Gesù era galileo (Lc 23, 6-12), ma Antipa non esercitava potere a Gerusalemme e Lo rinviò a Pilato. Non esisteva dunque un “re” ebreo legittimo a Gerusalemme; il trono davidico era vacante da secoli, occupato da stranieri o da fantocci imperiali.
5 Il sommo sacerdozio, istituito da Dio come ereditario e vitalizio nella discendenza di Aronne (Es 28-29; Nm 25, 10-13), era divenuto sotto i Romani uno strumento di controllo politico. Gli abiti pontificali erano custoditi nella fortezza Antonia dai Romani e consegnati solo per le festività (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 93-95; 20, 6-9), segno tangibile della sottomissione. Anano (Annas) fu nominato da Quirinio (governatore di Siria) nel 6 d.C. e deposto da Valerio Grato nel 15 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 26.34). Caifa (Giuseppe, detto Caifa), genero di Anano, fu nominato da Valerio Grato nel 18 d.C. e rimase in carica fino al 36/37 d.C. (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 18, 35: «Grato… nominò sommo sacerdote Giuseppe, detto Caifa»). Fu dunque un puro funzionario romano, mantenuto da Pilato per stabilità politica. Giuseppe Flavio elenca esplicitamente i quattro Sommi Sacerdoti precedenti nominati e deposti da Grato in pochi anni: Ismaele, Eleazaro (figlio di Anano), Simone, poi Caifa – tutti emissari di Roma. Tra il 6 e il 41 d.C. i procuratori romani nominarono e destituirono almeno 18 sommi sacerdoti (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità 20, 247-251), spezzando la successione legittima. Il Talmud babilonese (Yoma 9a) e gli esegeti tradizionali lamentano questa “corruzione” del sacerdozio: i sommi sacerdoti non erano più “unti” secondo la Legge, ma comprati con denaro o favori imperiali.
S.cti Augustini In Joannis Evangelium Tractatus 51, 6-7 (ed. CCL 36, p. 437-438) – «Pullus asinæ, in quo nemo sederat, populus gentium est, quem nemo ante Christum subegerat. Asina vero, plebs ejus quæ veniebat ex populo Israë, sub jugo legis jam diu erat. […] Christus autem, Rex humilis, sedens super asinam et pullum, utramque plebem significat: Judæorum jam domitam et Gentium nondum insessam. […] Et sicut rex pacificus venit, non equo bellico, sed asina, quæ pacis est signum».
Cfr. anche Eph 2, 11-22: Propter quod memores estote quod aliquando vos gentes in carne, qui dicimini præputium ab ea quæ dicitur circumcisio in carne, manu facta: quia eratis illo in tempore sine Christo, alienati a conversatione Israël, et hospites testamentorum, promissionis spem non habentes, et sine Deo in hoc mundo. Nunc autem in Christo Jesu, vos, qui aliquando eratis longe, facti estis prope in sanguine Christi. Ipse enim est pax nostra, qui fecit utraque unum, et medium parietem maceriæ solvens, inimicitias in carne sua, legem mandatorum decretis evacuans, ut duos condat in semetipso in unum novum hominem, faciens pacem: et reconciliet ambos in uno corpore, Deo per crucem, interficiens inimicitias in semetipso. […] Ergo jam non estis hospites, et advenæ: sed estis cives sanctorum, et domestici Dei. Rm 11, 11-15 e 25-26: Dico ergo: Numquid sic offenderunt ut caderent? Absit. Sed illorum delicto, salus est gentibus ut illos æmulentur. […] Si enim amissio eorum, reconciliatio est mundi: quæ assumptio, nisi vita ex mortuis? […] Nolo enim vos ignorare, fratres, mysterium hoc […], quia cæcitas ex parte contigit in Israël, donec plenitudo gentium intraret, et sic omnis Israël salvus fieret.
ut et miserrimam Hebræorum gentem paterna quadam invitatione dignetur prævenire: scilicet votum exprimere, ut tandem longissima inutilique expectatione lassati, ad Messiam salvatorem nostrum, vere promissum Abrahæ et a Mose prænunciatum, festinent accedere: sic perficientes coronantesque religionem mosaïcam, non mutantes. Postulatum pro Hebræis. Cfr. Joseph et Augustin Lémann, La cause des restes d’Israël introduite au Concile Œcuménique du Vatican, 1912 – https://livres-mystiques.com/partieTEXTES/Lemann/La_Cause/Cause_des_restes.pdf
«Dans cette période finale doivent trouver place la conversion des restes d’Israël, la réjouissance qui s’en fera dans l’Église catholique, la venue du saint prophète Elie qui doit restaurer toutes choses, l’unique bercail sous l’unique Pasteur annoncé par le Christ, le combat gigantesque contre l’antéchrist, et enfin, dans la nature et le soleil les signes précurseurs de la fin du monde.»
San Venanzio Fortunato, Vexilla Regis, Carme II, 6.
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6 commenti su “Ecce Rex Tuus Veniet…Omelia nella Domenica delle Palme. Mons. Carlo Maria Viganò.”
Mons. Viganò ci fa gustare la bellezza della nostra fede.
Una omelia che fa impallidire Bergoglio nella sua ignoranza e Prevost nella sua ottusa mediocrità. Due mezze tacche anche come antipapi!
Peccato che non voglia rientrare nell’alveo della Chiesa cattolica, ripudiando la illegittimità dell’anticristo americano.
Fritz,
sei più contraddittorio del solito.
Non stai difendendo la fede:
stai costruendo una fede in cui hai sempre ragione tu.
Esalti Viganò, parli di “rientrare nella Chiesa”,
ma nello stesso tempo dichiari il Papa “anticristo” e i Papi “antipapi”.
Allora dimmi:
in quale Chiesa dovrebbe rientrare, se quella reale per te è falsa?
Evidentemente in quella che ti sei costruito tu, sicuramente da quella guidata(?) da un esaltato che si è autoproclamato il vero successore di Pietro.
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La verità è più semplice — e più scomoda:
tu non sopporti una Chiesa che possa correggerti.
Per questo la svuoti, la delegittimi e poi te ne fabbrichi una su misura.
Ma quella non è la Chiesa cattolica.
È una tua proiezione.
⸻
Puoi usare tutte le parole che vuoi — “vera fede”, “tradizione”, “bellezza” —
ma se Pietro, il vescovo di Roma, vale solo quando ti dà ragione,
non stai seguendo Pietro.
Stai seguendo te stesso.
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E questo è il punto:
non sei in una resistenza alla crisi.
Sei già fuori.
Perché quando il tuo giudizio diventa l’ultima autorità,
Cristo non guida più la Chiesa —
la guidi tu.
Pierpaolo dai, non voglio avere ragione non conosco nè dottrina nè canonica: io mi sono fermato al liceo e poi lavoro onestamente, senza imbrogliare nessuno e senza avere sensi di colpa e almeno qui, dove tutti mi leggono e mi legge Tosatti non posso dire che in Vaticano siede un vero papa. E non perchè si comporta male e prosegue il disfacimento della Chiesa, che poi è una azione lapalissiana e incontrovertibile di Prevost e sarebbe una mia deduzione supportata dall’evidenza e da ciò che fa. Io non esprimo una mia opinione quando ascolto la registrazione di Benedetto che davanti ai cardinali dice di rinunziare al ministero E NON DICE DI RINUNZIARE AL MUNUS. E lo ribadisce ancora successivamente davanti alla folla, pubblicamente… Non è una mia opinione sono fatti storici. Tu don pipino sei in malafede perchè neghi la verità che Benedetto NON HA MAI ABDICATO! Certo lo fanno in tanti, ma tu non sei egualmente giustificato nella tua reiterata bugia. Se di questi tempi i delinquenti passeggiano per strada, lo fanno anche i delinquenti in tonaca nera, della fede, nelle parrocchie, nei vescovati e in Vaticano: a piede libero vagano per uccidere le anime ma questo mal comune, per quello che fai, per la propaganda e l’acquiescenza allo scisma, di fronte a Dio e alle anime innocenti, per te non è una giustificazione.
Ma tu lo sai e perchè mi rispondi? Lo dico per chi legge.
Sai bene che non mi freghi, ma il tuo scopo, non è contraddirmi nelle evidenze, nessuno può perchè la realtà non è mia. Il tuo scopo è confondere i lettori sviandoli dalla verità che se è fattuale, storica e inoppugnabile tuttavia non può essere conosciuta da tutti, dai semplici, dai piccoli, dagli ingenui ed ecco, con grande scandalo, che provvedi tu ad ingannare con una dottrina che destreggi ma che non usi per salvare. Tu, che vuoi la morte delle anime, non realizzi che con la stessa spada perirai.
Fritz,
sei tu stesso a dirlo: non conosci né la dottrina né il diritto canonico.
E allora permettimi una osservazione semplice, ma decisiva:
proprio per questo non dovresti essere così perentorio e aggressivo su questioni che richiedono competenza reale.
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Ti sei affidato a una lettura “codicistica” ridotta e ideologica — quella del munus e del ministerium — trasformata da alcuni in una specie di chiave segreta capace di smontare la Chiesa.
Ma questa costruzione ha un problema enorme:
per far funzionare quella teoria, devi accettare che:
• Benedetto XVI abbia agito in modo ambiguo e ingannevole
• che abbia lasciato volutamente la Chiesa in una situazione equivoca
• che per anni abbia permesso a “pseudo-papi” di governare la Chiesa
• e che tutto questo sia avvenuto sotto gli occhi di cardinali, vescovi, canonisti… senza che la Chiesa lo riconoscesse
Ti rendi conto di cosa implica?
Non è solo una tesi “coraggiosa”.
È una tesi che trasforma Benedetto XVI in un uomo che avrebbe ordito un piano devastante per la Chiesa.
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Io, invece, ho conosciuto — come tanti — un uomo profondamente innamorato di Cristo, della verità, della Chiesa.
Pensare che abbia scientemente costruito una situazione tale da:
• spaccare il Corpo mistico
• generare confusione globale
• lasciare la Chiesa in mano a “falsi papi”
non è solo improbabile.
È incompatibile con tutto ciò che è stato.
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E qui sta il punto che sfugge.
Non serve essere grandi canonisti per capire che una teoria è sbagliata quando:
• contraddice la prassi costante della Chiesa
• ignora l’interpretazione autorevole della Chiesa stessa
• e soprattutto porta a conseguenze assurde e distruttive
Non ci vuole grande acume per vederlo.
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Tu dici: “sono fatti storici”.
No, Fritz.
I fatti sono:
• una rinuncia pubblica, libera, accettata dalla Chiesa
• un conclave valido
• un Papa riconosciuto universalmente
Il resto è interpretazione forzata, costruita su una distinzione tecnica piegata oltre ogni senso.
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E poi accusi me di voler “confondere”.
Ma dimmi:
chi confonde davvero?
Chi richiama alla fede della Chiesa,
oppure chi dice ai fedeli che:
• il Papa non è Papa
• la Chiesa è guidata da impostori
• e la verità è nascosta e accessibile solo a pochi “illuminati”?
⸻
Questo non è difendere la verità.
È creare una frattura nelle coscienze.
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E permettimi l’ultima cosa, con franchezza.
Se davvero sei un uomo semplice, che lavora onestamente, come dici,
allora resta nella semplicità della fede della Chiesa.
Perché la strada che stai seguendo non è quella della chiarezza evangelica:
è quella di teorie complicate, sospetti continui, e accuse sempre più gravi.
E alla fine porta sempre lì:
a non riconoscere più la Chiesa reale.
E quando succede questo,
non è la Chiesa ad essere sparita.
È lo sguardo che si è smarrito.
Don P.P.,
proprio sicuro che sia Cristo a guidare lobby bergoglian-prevostiana?
Enrico,
“lobby bergoglian-prevostiana”?
Ci vuole davvero molto coraggio — o molta leggerezza — per usare certe espressioni e poi ritenersi ancora dentro un linguaggio cristiano.
Perché qui non siamo più alla critica, anche severa.
Qui siamo alla caricatura.
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La domanda che pone è mal posta alla radice.
Non si tratta di stabilire se Cristo “approva” ogni gesto, ogni scelta, ogni parola di uomini di Chiesa.
Si tratta di credere — oppure no — che Cristo non abbandona la sua Chiesa, anche quando chi la guida è limitato, discutibile o persino sbaglia.
Se questo salta, salta tutto.
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Ma il punto più grave è un altro.
Chi l’ha costituita giudice della Chiesa?
Con quale autorità Lei decide:
• chi è Chiesa e chi no
• chi è Papa e chi no
• cosa è autentico e cosa è “lobby”
Perché, di fatto, è questo che sta facendo.
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E qui emerge una contraddizione evidente.
Da una parte usa categorie sempre più estranee al cristianesimo — nei Suoi scritti si respira molto più un’aria da discepolo di Buddha che da figlio della Chiesa —
dall’altra si erge a difensore dell’ortodossia cattolica.
Perfino su temi gravissimi, come l’eutanasia, Lei ha mostrato aperture che nulla hanno a che vedere con la morale cristiana.
E poi parla di “lobby” nella Chiesa?
⸻
La verità è più semplice.
Lei non sta difendendo la Chiesa:
la sta giudicando dall’esterno.
E quando uno si pone fuori per giudicare la Chiesa,
può anche continuare a nominarla —
ma ha già smesso di riconoscerla.
⸻
Criticare è lecito.
Caricare la realtà di etichette ideologiche no.
Perché a quel punto non si cerca più la verità:
si costruisce un racconto.
E dentro quel racconto, inevitabilmente,
Cristo non guida più la Chiesa.
La guida Lei.
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