Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, in questi ultimi giorni di Quaresima Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul Decalogo, troppo spesso passato nel dimenticatoio. Buona lettura e diffusione.
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Liberarsi dei comandamenti è entrare in prigione
C’è un inganno sottile che attraversa il nostro tempo, un modo silenzioso con cui il mondo riesce a orientare il cuore dell’uomo senza mai esporsi apertamente. Non dice: “Rifiuta i comandamenti”. Non attacca frontalmente ciò che è sacro. Sarebbe troppo evidente, troppo rischioso. Preferisce una via più raffinata: svuotare, confondere, sostituire.
Così, ciò che è bene non viene negato, ma lentamente trasformato. I comandamenti non vengono aboliti, ma reinterpretati fino a perdere forza. Si insinua l’idea che siano superati, troppo rigidi, inadatti alla vita moderna. Non si dice mai chiaramente di non seguirli: si fa semplicemente in modo che sembrino non necessari.
Nel frattempo, viene proposta un’altra idea di libertà.
È una libertà che affascina, perché appare immediata e senza condizioni. Una libertà che promette di vivere senza vincoli, di scegliere sempre secondo il proprio desiderio, di non dover rispondere a nulla se non a sé stessi. È una proposta seducente, perché parla il linguaggio dell’autenticità e dell’indipendenza.
Ma è proprio qui che si nasconde l’inganno.
Questa libertà, che sembra ampia e luminosa, è in realtà fragile e temporanea. Dipende dagli impulsi, dalle emozioni, dalle circostanze. Cambia continuamente volto, e proprio per questo non dà stabilità. L’uomo che la segue finisce spesso per inseguire sé stesso, senza mai raggiungersi davvero.
E così, ciò che era stato presentato come liberazione si rivela, lentamente, una forma di prigionia. Non una prigionia visibile, fatta di muri e sbarre, ma una più profonda: quella delle dipendenze interiori, delle incoerenze, dell’incapacità di scegliere il bene quando costa.
Al contrario, l’osservanza dei comandamenti viene dipinta come una limitazione. Come una rinuncia alla libertà. Come una vita stretta dentro regole che impediscono di essere pienamente sé stessi.
Eppure, è proprio l’opposto.
I comandamenti non sono catene, ma orientamenti. Non chiudono l’uomo, ma lo guidano. Non lo impoveriscono, ma lo custodiscono. Indicano una strada che non sempre è facile, ma che è stabile, perché non dipende dagli umori o dalle mode.
La vera libertà, infatti, non è fare tutto ciò che si vuole, ma non essere schiavi di ciò che si vuole. È la capacità di scegliere il bene anche quando richiede fatica. È la forza di rimanere saldi quando tutto invita a cedere.
La vera libertà è quella dal peccato.
È una libertà meno appariscente, ma più profonda. Non è l’assenza di regole, ma la liberazione da tutto ciò che divide interiormente, che confonde, che allontana dal bene. È una libertà che non cambia con le mode, ma che cresce nella verità.
Il mondo capovolge questa realtà con grande abilità.
Fa apparire pesante ciò che è leggero, e leggero ciò che, in realtà, appesantisce l’anima. Presenta come conquista ciò che è perdita, e come perdita ciò che è salvezza.
“Liberarsi” dei comandamenti, allora, non è entrare in uno spazio più aperto, ma in una prigione più nascosta. Una prigione senza porte visibili, da cui è difficile uscire proprio perché non sembra tale.
Riconoscere questo inganno è il primo passo verso una libertà autentica.
Una libertà meno rumorosa, ma più vera. Perché la libertà che viene da Dio non abbaglia: illumina.
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2 commenti su “Liberarsi dei Comandamenti è Entrare in Prigione. Inganno Sottile del Nostro Tempo. Cinzia Notaro.”
Quelli che in apparenza sembrano costrizioni ( I Dieci Comandamenti ) col tempo e l’aumento della Sapienza diverranno Dieci Consigli che il traboccante Amore Divino da’ all’uomo perche’ non si perda. Esso, dotato di libero arbitrio dal Creatore, scegliera’ personalmente la via della salvezza o della perdizione.
https://www.aldomariavalli.it/2026/03/23/ulteriori-dettagli-a-conferma-della-partecipazione-dellallora-padre-prevost-al-rito-della-pachamama/
Sta facendo molto rumore la notizia della partecipazione di Robert Francis Prevost nel 10995, all’epoca solo Padre Prevost e non ancora papa Leone XIV, ad un rito di adorazione della Pachamama in Sudamerica.
Il fatto non dovrebbe però meravigliare più di tanto sapendo che Prévost è stato scelto da Bergoglio come suo successore (negli ultimi anni è stato molto vicino a Papa Francesco, con incarichi di alto prestigio e in amichevole confidenza) e che Bergoglio nel 2019 permise un rito di adorazione della Pachamama nei giardini vaticani, dopo di che l’idolo pagano ( e satanico?) fu portato a spalla in San Pietro da alcuni vescovi.
Ci sono stati però altri precedenti simili, come ho avuto occasione di segnalare in un mio precedente articolo di alcuni anni or sono :
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV3212_Catholicus_Nuova_evangelizzazione.html
In particolare, in questo mio vecchio articolo, si nota una specie di precursore dei riti sciamanici tra i prelati di alto rango, il cardinal Ravasi nel 2015 in argentina, oltre poi, a immagini di vescovi che partecipano a riti sciamanici idolatri.
Ecumenismo, sincretismo, chiesa conciliar-sinodale, questi alcuni suoi tratti caratteristici, niente da aggiungere.
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