Un Quiz per i Vescovi da una Voce nel Deserto”, di Investigatore Biblico.

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Investigatore Biblico, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.

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“Un quiz per i Vescovi da una voce nel deserto” di IB

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Trascorsa ormai una settimana dalla pubblicazione del mio libro La Bibbia come Dio comanda – Le Sacre Scritture tradotte o tradite?, che pone interrogativi documentati e verificabili sulla traduzione CEI 2008 e sul Lezionario attualmente in uso, desidero rivolgere alla Conferenza Episcopale Italiana tre domande essenziali. Non si tratta di polemica fine a sé stessa, ma di un servizio alla verità della Parola di Dio, che nella Chiesa non può essere oggetto di silenzio, omissione o interpretazione riduttiva.

Non a caso, proprio recentemente il Santo Padre ha dedicato una catechesi del mercoledì alla costituzione dogmatica Dei Verbum del Concilio Vaticano II, richiamando con forza il dovere della Chiesa di custodire, trasmettere e annunciare fedelmente la Parola di Dio. Alla luce di questo richiamo magisteriale, le domande che seguono non appaiono secondarie, ma strettamente connesse alla missione stessa della Chiesa.

Prima domanda – ai vescovi (anche emeriti) che approvarono la Bibbia CEI 2008

A coloro che, in qualità di vescovi e membri delle commissioni competenti, approvarono la traduzione CEI 2008 — molti dei quali oggi emeriti — desidero rivolgere un interrogativo rispettoso ma inevitabile.
Come mai, ad una settimana dall’uscita di un volume che documenta in modo circostanziato lacune, omissioni, scelte traduttive discutibili e in alcuni casi gravi errori rispetto ai testi originali greci, ebraici e alla tradizione della Vulgata, si avverte quasi un clima di imbarazzo, come se qualcuno avesse la “coda di paglia”, pur senza che vi sia stata una risposta ufficiale nel merito?

Il mio libro non propone insinuazioni, ma confronti puntuali: versetti modificati, attenuazioni teologiche, espressioni decisive omesse o rese in modo tale da mutare il senso dottrinale. Non soltanto nel Padre Nostro, ma in numerosi passi cristologici, mariani, soteriologici.
Come è stato possibile approvare e promulgare per l’uso liturgico una traduzione che, in diversi punti, appare filologicamente fragile, teologicamente attenuata e talvolta priva di versetti o di espressioni presenti nella tradizione manoscritta e nella Vulgata?

La Dei Verbum afferma con chiarezza che la Scrittura deve essere trasmessa «fedelmente e senza errore» per la salvezza degli uomini e che il Magistero non è superiore alla Parola di Dio, ma suo servitore. Alla luce di questa affermazione conciliare — oggi nuovamente richiamata dal Papa — si può davvero ritenere che la traduzione CEI 2008 risponda pienamente a tale mandato di fedeltà?

Seconda domanda – ai vescovi attualmente in carica della CEI

Ai vescovi oggi in carica chiedo: per quale ragione si continua a proclamare nelle Messe, domenica dopo domenica, un Lezionario fondato sulla traduzione CEI 2008, nonostante le criticità ormai documentate e le richieste di chiarimento che da settimane restano senza risposta?

È pastoralmente giustificabile offrire ai fedeli un testo che in più punti si discosta dai manoscritti originari, attenua formulazioni teologicamente decisive, modifica termini cristologici e talvolta introduce interpretazioni piuttosto che traduzioni?
È conforme alla responsabilità episcopale continuare a far ascoltare nelle liturgie una versione che molti studiosi e lettori attenti percepiscono come carente, senza avviare un confronto pubblico, trasparente, documentato?

Se, come ricorda la Dei Verbum, «la Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso del Signore», non dovrebbe esistere la medesima cura, precisione e vigilanza nel trasmetterle integralmente ai fedeli?
E ancora: perché nessuno risponde nel merito alle domande e alla sfida posta — non contro qualcuno, ma a favore della fedeltà alla Scrittura — proprio mentre il Magistero universale richiama l’urgenza di un rinnovato amore per la Parola di Dio?

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Terza domanda

Vox clamantis in deserto.

Sono forse davvero la voce di uno che grida nel deserto?
Come mai nessuno risponde a domande che non sono marginali, ma toccano il cuore stesso della fede, poiché riguardano la trasmissione della Parola di Dio?
È possibile che nella Chiesa si possa discutere di ogni cosa — pastorale, sociologia, comunicazione — e tacere invece quando si sollevano questioni riguardanti la fedeltà delle traduzioni bibliche?

La recente catechesi papale sulla Dei Verbum ha ricordato che la Parola di Dio è affidata alla Chiesa perché sia custodita, interpretata e trasmessa nella sua integrità, non adattata fino a perdere la sua forza originaria.
Se la traduzione liturgica diventa progressivamente interpretazione, se il linguaggio si addolcisce fino a smussare i contenuti teologici, se alcune espressioni vengono attenuate o omesse, non si rischia forse di trasmettere non più la Parola che Dio ha dato, ma una sua versione mediata, talvolta adattata allo spirito del tempo?

Il silenzio su queste domande è davvero prudenza pastorale — oppure è il segno di una difficoltà ad affrontarle apertamente?
Perché, quando è in gioco la Parola di Dio, tacere non può essere una soluzione.

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5 commenti su “Un Quiz per i Vescovi da una Voce nel Deserto”, di Investigatore Biblico.”

  1. Qua ormai siamo a livello Cionci, il quale da anni si lamenta di non ricevere dalla Santa Sede risposte alle sue teorie, anzi peggio perché Cionci almeno ci mette il nome. Speriamo che in questo libro siano entrate solo le cose serie e professionali che hanno caratterizzato la fase recente dell’ investigatore biblico, e non le stupidaggini in materia di analisi testuale dei primi anni del suo blog, quando dimostrava di non conoscere gli elementi basilari di greco e latino e di non essere manco capace di consultare i vocabolari. (La differenza tra la prima fase del blog e quella più recente farebbe pensare all’esistenza di più investigatori biblici, o che quello originale abbia preso ad avvalersi della consulenza di professionisti). Comunque bisogna non avere il minimo senso del ridicolo, per pensare che dei vescovi o degli accademici si mettano a interloquire con un anonimo e a rispondere alle sue domande senza manco sapere da chi provengano. A parte il fatto che, se il libro contiene grossomodo le teorie propalate nel blog, c’è poco da discutere perché erano per lo più argomenti pretestuosi volti solo a fare polemica (se non del tutto campati in aria, come appunto nei primi duecento-trecento “indizi” del blog) e gli “errori” di traduzione, se così vogliamo chiamarli (ma sono più che altro interpretazioni diverse) sono assai pochi (e quelle poche volte che l’Investigatore ha ragione, trovano sempre riscontro nella Bibbia Einaudi, quasi come se egli consultasse tale Bibbia per scovare gli “errori”, il che è singolare perché tale opera è considerata dall’ Investigatore medesimo e dai suoi sodali un libro eretico da mettere al rogo, essendo peraltro diretta da Enzo Bianchi, che loro vedono come il fumo negli occhi), a parte questo dunque, se proprio il nostro cosiddetto Investigatore ha di se stesso una tale considerazione da pretendere che vescovi e studiosi scendano in campo per discutere con lui, dovrebbe cominciare coll’uscire dall’anonimato e presentarsi con le sue credenziali, rivolgendosi con nome cognome e curriculum a chi di dovere con le sue richieste di chiarimenti e presentandogli le sue tesi ed attendendo l’eventuale risposta. Così si fa, se si vuole essere seri e non fare comicità. Seriamente parlando, questo Investigatore cosa pretende? Che Gianfranco Ravasi, per esempio, dedichi la sua rubrica sul supplemento culturale del Sole24Ore a rispondere a un anonimo “Investigatore biblico”? O che il cardinale Zuppi si faccia intervistare da Avvenire per ribattere alle osservazioni di un “Investigatore biblico”? O che sull’Osservatore Romano o la Civiltà cattolica qualche professore gesuita si metta a recensire “La Bibbia come Dio comanda” di Investigatore biblico? Dove siamo, nell’antichità quando c’era l’Anonimo del Sublime? Se l’intenzione è dichiaratamente di far ridere, va bene, un po’ di comicità per stare allegri va sempre bene; ma se l’intento è serio, allora no, lì andiamo a fare pena.

    1. Visto che Lei molto illustra e ben conosce il latino mi spiega perchè il “non inducas in tentationem” del Padre Nostro è diventato “non abbandonarci”? Qualche dubbio sull’abilità e/o sull’imparzialità del traduttore potrebbe sorgere anche in chi, come lo scrivente, non svolge l’attività di filologo o glottologo.

  2. Peccato che queste domande, così circostanziate, così opportune, così chiare, fatte in forma anonima valgono zero.
    Claudio Gazzoli

    1. Caro Gazzoli, quattro cardinali espressero dei dubia sull’operato di Francesco, e, da quel che ricordo, non ebbero risposta o almeno non l’ebbero nel merito delle loro formulazioni. Credo che ciascuno di noi sappia quando sia il caso di “metterci la faccia” e quando invece sia inutile ovvero inutilmente dannoso. Ovviamente “investigatore biblico” può sbagliare, però, qualora lo fosse, non ritengo questo l’errore peggiore. Ritengo infine che ciascuno dei lettori di questo blog debba essere grato a “Investigatore biblico” per la sua preziosa opera di divulgazione.

  3. Risponderanno ? Mah…. Secondo il mio modestissimo parere, sempre confutabile, nella Chiesa non vi sono solo accaniti modernisti, ma tiepidi spettatori nonché atei convinti e infiltrati dall’ altra ” Parrocchia “. Urgono decisioni per riportare Fede ,unità e candore all’ interno del clero, in special modo sulle ” alte vette “.

I commenti sono chiusi.

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