Sottovalutare l’America Sarebbe il più Grave Errore della Cina. Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sui rapporti Cina-USA. Buona lettura e diffusione.

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di Matteo Castagna

The South China Morning Post ha dato ampio spazio alla presentazione della prima arma cinese a microonde al mondo, che secondo gli esperti sarebbe in grado di interferire gravemente o addirittura neutralizzare i satelliti Starlink in orbita terrestre bassa.

Con una potenza fino a 20 gigawatt, la nuova tecnologia garantirebbe un funzionamento stabile fino a un minuto, ampliando notevolmente le sue capacità operative e il suo potenziale militare. Nel difficile rapporto geopolitico in rapido cambiamento degli equilibri, il regime di Xi Jinping mostra muscoli d’acciaio, alimentando i dubbi di tutti quegli analisti che si chiedono come il Dragone sia riuscito a implementare la sua forza militare in maniera così determinante, col resto del mondo, apparentemente, inconsapevole.

Probabilmente non è un caso che, poco prima l’Agenzia Reuters abbia pubblicato la notizia di una telefonata tra il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il suo omologo cinese. Pechino ha sottolineato che la questione di Taiwan rappresenta l’argomento più cruciale e sensibile nelle relazioni sino-americane, su cui non esiste alcuno spazio per compromessi. «Gli Stati Uniti devono agire con estrema cautela riguardo alla vendita di armi a Taiwan» – ha insistito il leader cinese nel colloquio con Trump, ricordando il principio dell’ “una sola Cina”, formalmente riconosciuto anche dagli stessi Stati Uniti.

Poco dopo la pubblicazione della dichiarazione cinese, il Presidente taiwanese Lai Ching-te ha cercato di proiettare un’immagine di sicurezza, dicendo che il sostegno americano a Taiwan rimane incrollabile, ignorando, di fatto, la posizione di Pechino e i reali cambiamenti nell’equilibrio geopolitico mondiale. Ha ribadito la tesi secondo cui Taiwan “non fa parte della Cina”, contraddicendo apertamente la posizione universalmente riconosciuta da Pechino e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite.

La spaccatura è evidente tanto quanto la Cina potrebbe rispondere in maniera determinata con la nuova arma. A dicembre, l’amministrazione Trump ha annunciato vendite di armi a Taiwan per 11,1 miliardi di dollari, il più grande pacchetto di armi mai fornito dagli Stati Uniti all’isola.

Sempre la Reuters riferisce che Taiwan chiederà una proroga della data entro la quale deve essere firmato un accordo con gli Stati Uniti per una serie di consegne di armi, vista la situazione di stallo in corso in parlamento sulla spesa per la difesa – ha dichiarato il ministero della Difesa dell’isola.

L’anno scorso il presidente Lai Ching-te ha proposto un bilancio speciale per la difesa di 40 miliardi di dollari per contrastare la crescente minaccia della Cina, che considera l’isola un territorio a sé stante, ma il parlamento controllato dall’opposizione ha invece avanzato proposte meno costose, che finanziano solo alcune armi statunitensi. Gli Stati Uniti affermano di sostenere gli sforzi di Taiwan per aumentare la spesa, cosa che l’amministrazione Trump ha chiesto a tutti gli alleati degli Stati Uniti.

“Come il Dipartimento di Stato e l’AIT hanno ripetutamente dichiarato pubblicamente, e come abbiamo chiarito alle controparti di Taiwan, accogliamo con favore l’annuncio di un budget speciale di 40 miliardi di dollari per gli appalti della difesa” – ha affermato un portavoce del Dipartimento di Stato in una dichiarazione alla Reuters, alzando l’asticella della tensione.
Negli ultimi mesi, i vertici militari di Pechino sono stati travolti da un’ondata di sparizioni, rimozioni e inchieste che non ha precedenti nella storia recente del Paese. Avere un esercito in subbuglio non è mai un elemento di forza, per cui avere del tempo per calmare gli animi e ricostruire gli equilibri sembrerebbe essere una delle preoccupazioni di Xi che tornano a vantaggio di Taiwan e dell’Occidente.

Il New York Times ha riportato quanto scritto da Trump sui social: “Il rapporto con la Cina, e il mio rapporto personale con il Presidente Xi, è estremamente buono, ed entrambi ci rendiamo conto di quanto sia importante mantenerlo così”, ha scritto Trump nel post sui social media. “Credo che nei prossimi tre anni della mia presidenza otterrò molti risultati positivi, legati al Presidente Xi e alla Repubblica Popolare Cinese!”

Inoltre ha aggiunto l’opinione di Ryan Hass, direttore del John L. Thornton China Center presso la Brookings Institution, che ha giudicato la dichiarazione di Xi su Taiwan come particolarmente “pungente e tagliente”. Ha aggiunto che è chiaro che il presidente cinese “vuole mettere un punto fermo ora, in modo da poter dimostrare di essere al centro dell’attenzione quando si tratta di Taiwan, sia a livello nazionale che nei confronti del presidente Trump”.

In sostanza sta cercando di preparare il terreno per dire al presidente Trump: “Quando verrai ad aprile, sii pronto ad avere una conversazione seria e approfondita su Taiwan, perché è molto importante per me” – ha affermato Hass.

Gli Stati Uniti riconoscono un unico governo cinese a Pechino e mantengono legami diplomatici formali con la Cina continentale e legami informali con il governo di Taiwan. Un funzionario della Casa Bianca, che ha parlato a condizione dell’ anonimato, per discutere di delicate questioni diplomatiche, ha affermato che la posizione americana su Taiwan non è cambiata.

Ma l’affermazione di Xi giunge anche mentre Trump ha minacciato di invadere e impossessarsi di nazioni sovrane, il che ha suscitato preoccupazioni tra gli esperti circa la sua improbabile capacità di impedire ai suoi alleati e avversari di perseguire tali iniziative. E Trump ha chiarito di essere disposto a mantenere una linea delicata con Taiwan per non irritare Pechino. In un’intervista, sempre al NYT del mese scorso, Trump si è vantato di come Xi fosse rimasto “impressionato” dalla sua incursione in Venezuela per catturare il suo leader e impadronirsi del suo petrolio.

Alla domanda se Xi Jinping potesse considerare l’operazione come un precedente per invadere e controllare Taiwan, Trump ha affermato che la Cina non si trova ad affrontare la stessa minaccia (come quella degli spacciatori di droga che si riversano nel suo Paese, come ha affermato Trump) che hanno dovuto affrontare gli Stati Uniti dal Venezuela.
Ma quando gli è stata presentata l’idea che Taiwan potesse essere vista come una minaccia per la Cina, Trump ha poi ammesso che Taiwan “era motivo di orgoglio” per Xi. “Lui la considera parte della Cina e sta a lui decidere cosa fare” – ha detto Trump. “Ma, sapete, gli ho detto che sarei molto dispiaciuto se lo facesse, e non credo che lo farà. Spero che non lo faccia”.

Sappiamo dell’imprevedibilità del presidente americano, quanto della prudenza di quello cinese. Allo stato attuale delle cose, la situazione dell’Indo-Pacifico va inquadrata nel suo complesso, che vede nei rapporti sino-taiwanesi uno degli asset più importanti. Ma non è l’unico. Sullo sfondo ci sono sempre i Paesi in via di sviluppo, che con la loro rete di alleanze, cercano di crescere all’ombra della Cina e della Russia, senza più timori di confronti diretti con la Superpotenza americana.

Occorre, però, evitare gli eccessi della propaganda BRICS+ e guardare alla situazione con realismo: Trump ha dimostrato che, piaccia o meno, gli States sono ancora il “primus inter pares” sul piano economico, strategico e militare col quale gli altri devono fare i conti. Sottovalutarne la potenza, in questo momento, in cui l’impero a stelle e strisce è appannato rispetto al passato, non sarebbe una mossa intelligente. Putin sembra averlo ampiamente compreso, ma anche Xi Jinping non appare voler cercare azzardi concreti, in campo bellico.

Effettivamente, chi si sarebbe aspettato un immobilismo come quello dimostrato dai promotori del multipolarismo in Venezuela, in Groenlandia, nel Golfo, in Palestina ed in Iran?

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