Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, Americo Mascarucci, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla situazione che si è venuta a creare fra il Vaticano e la Fraternità Sacerdotale San Pio X dopo l’annuncio di future ordinazioni vescovili. Buona lettura e condivisione.
§§§
Ha ragione Aurelio Porfiri, serve la saggezza di Leone XIV per scongiurare la rottura con la Fraternità San Pio X che si appresta a consacrare nuovi vescovi in maniera illegittima, ovvero senza l’imprimatur papale.
Fu proprio questa la causa della scomunica inflitta da Giovanni Paolo II a monsignor Marcel Lefebvre nell’ormai lontano 1988 quando la mediazione dell’allora cardinale Ratzinger, purtroppo, non produsse effetti sperati e prevalsero le posizioni oltranziste del cardinale Silvestrini, deciso a non fare concessioni al vescovo francese.
Lefebvre diede una mano ai suoi nemici progressisti procedendo alle consacrazione episcopali contro il diniego del Vaticano disponibile ad autorizzare un vescovo della Fraternità, e di fatto vanificando gli sforzi di Ratzinger nel tentativo di trovare un compromesso sulle nomine (pare che l’obiettivo del futuro Benedetto XVI fosse quello di arrivare a due consacrazioni).
Ma Lefebvre sentiva il bisogno di garantire una successione a se stesso, ben consapevole di non avere ancora molto tempo da vivere e di dover garantirsi una successione.
Diventato papa, Ratzinger tentò nuovamente una riconciliazione con la Fraternità attraverso il motu proprio Summorum Pontificum che liberalizzò l’antica liturgia, rimuovendo l’obbligo per i fedeli di rivolgersi al vescovo della diocesi per avere l’autorizzazione alle celebrazioni in lingua latina secondo il messale di San Può V.
Inoltre Benedetto XVI revocò la scomunica ai quattro vescovi consacrati illegittimamente da Lefebvre nel 1988 avviando così un percorso di riconciliazione.
Ma il rifiuto della Fraternità di sottoscrivere i documenti del Concilio Vaticano II hanno di fatto complicato il dialogo che oggi rischia di naufragare del tutto di fronte alla decisione dei lefebvriani di procedere alla consacrazione di nuovi vescovi senza l’imprimatur papale. È necessario quindi non un passo indietro, né avanti, ma forse un passo di lato da ambo le parti.
Per la Fraternità sono forse maturi i tempi per una rilettura obiettiva e non pregiudiziale dei testi conciliari, e dall’ altra parte papa Leone dovrà necessariamente superare Traditionis Custodes di Francesco e favorire la piena riconciliazione con quel mondo tradizionalista che è parte importante e viva della Chiesa e che deve avere piena cittadinanza, ascolto, comprensione. Non per favorire ideologiche restaurazioni, ma per unire e fare si che il banchetto eucaristico non sia fonte di lacerazioni nel corpo mistico di Cristo e della sua sposa, la Santa Chiesa.
Vanno evitati sia gli errori commessi dai tradizionalisti, che hanno utilizzato il Summorum Pontificum di Benedetto per aumentare la distanza con la Chiesa del Concilio arrivando a favorire uno “scisma di fatto” e offrendo a Francesco il pretesto per tornare a limitare la messa in latino, sia quelli commessi dai progressisti nel tentativo di imporre la messa di Paolo VI a colpi di sanzioni, divieti e scomuniche. Il fatto che dalla Santa Sede sia stata annunciata la volontà di mantenere aperto il dialogo con i lefebvriani ci fa ben sperare in una felice conclusione della vicenda, senza irrigidimenti o ultimatum da ambo le parti.
Si torni insomma al “metodo Ratzinger” ad un compromesso che salvi le prerogative papali e il diritto della Fraternità a garantire la continuità della propria esperienza.
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***


7 commenti su “Lefebvriani, Leone XIV Torni al “Metodo Ratzinger”. Americo Mascarucci.”
È necessario perseguire l’unità della Chiesa e una solida dottrina basata sulla Rivelazione. Alcuni testi conciliari sono troppo ambigui e nemmeno vincolanti (nessun Anathema sit). Il problema non è neanche l’uso del latino, ma la trasformazione della liturgia in qualcosa di più protestante che cattolico. Quindi auspico passi di lato anche da parte dei “conciliaristi” che dovrebbero fare ammenda a valle dell’analisi dei frutti che il concilio ha portati. L’auspicata primavera della Chiesa si è presto trasformata in un rigido inverno o in una desertica estate
Che il Concilio abbia prodotto frutti acerbi e che sia stato infettato dalle ideologie moderniste è un dato di fatto., purtroppo. Così come la confusione che i modernisti hanno alimentato sui testi distorcendo il loro significato. Ma non tutto il Concilio deve essere buttato. Basterebbe interpretare i testi secondo l’ermeneutica della continuità di Ratzinger e cogliere i frutti buoni che Wojtyla e lo stesso Ratzinger hanno a più riprese evidenziato
Il contributo di Americo Mascarucci ha il merito raro di tenere insieme memoria storica, realismo ecclesiale e desiderio di comunione. In un clima dominato da ultimatum e slogan, è già molto. Tuttavia, proprio perché l’impianto è serio, occorre chiarire alcuni punti per evitare che una giusta aspirazione alla riconciliazione scivoli in un equilibrismo ecclesiologico.
È corretto affermare che la consacrazione di nuovi vescovi da parte della Fraternità San Pio X senza mandato pontificio sarebbe un atto illegittimo, come lo fu nel 1988. Ed è altrettanto corretto ricordare che mons. Marcel Lefebvre, procedendo allora, finì oggettivamente per rafforzare i suoi avversari e indebolire la mediazione del cardinale Joseph Ratzinger. Questa verità storica va detta senza timori reverenziali.
Proprio per questo, però, occorre evitare una formulazione ambigua come quella del “passo di lato da entrambe le parti”. Sul piano pastorale può essere un’immagine efficace; sul piano ecclesiologico è insufficiente. La Fraternità non è chiamata a fare un passo laterale, ma a fare chiarezza su un punto decisivo: il riconoscimento non solo verbale, ma effettivo, dell’autorità del Papa anche nella regolazione della successione apostolica. Su questo non esiste simmetria possibile.
Allo stesso modo, è giusto auspicare una rilettura non pregiudiziale dei testi del Concilio Vaticano II. Ma questa richiesta non può essere posta come condizione parallela alla rinuncia alle consacrazioni illegittime. Qui non siamo nel campo dell’ermeneutica, bensì in quello della costituzione divina della Chiesa. Prima viene la comunione visibile; poi il confronto dottrinale.
Quanto al richiamo al “metodo Ratzinger”, esso è pienamente condivisibile, a patto di non ridurlo a un semplice compromesso diplomatico. Il motu proprio Summorum Pontificum non fu una concessione tattica, ma un atto di governo fondato su un principio teologico chiaro: la Tradizione non può essere trattata come una concessione revocabile. In questo senso, è legittimo auspicare che papa Leone XIV superi le rigidità introdotte da Traditionis Custodes. Ma ciò, da solo, non risolve il nodo lefebvriano.
Infine, è giusto denunciare gli errori dei due fronti:
– i tradizionalisti che hanno usato Summorum Pontificum per alimentare una distanza identitaria;
– i progressisti che hanno governato a colpi di sanzioni, preparando una reazione uguale e contraria.
Tuttavia, gli errori di governo non trasferiscono l’autorità a chi li subisce o li denuncia. La crisi dell’autorità non si cura con la supplenza episcopale.
La riconciliazione è possibile, ed è doverosa.
Ma non a prezzo della confusione sui principi.
La Tradizione ha bisogno di spazio, di ascolto e di cittadinanza piena.
Ma non può essere difesa contro Pietro, né senza Pietro.
Se si vuole davvero evitare la rottura, il primo gesto non può essere una consacrazione “di necessità”, ma una rinuncia chiara a forzare la mano. Solo così il dialogo potrà essere esigente, serio e finalmente fecondo.
Francesco I non ha mai cercato “pretesti”, ha sempre fatto tutto ciò che ha voluto con metodo totalmente autoreferenziale!
Tobia
“Per la Fraternità sono forse maturi i tempi per una rilettura obiettiva e non pregiudiziale dei testi conciliari, e dall’ altra parte papa Leone dovrà necessariamente superare Traditionis Custodes di Francesco e favorire la piena riconciliazione con quel mondo tradizionalista che è parte importante e viva della Chiesa e che deve avere piena cittadinanza, ascolto, comprensione”.
Caro Mascarucci, ammiro la sua speranza, ma mi permetta di osservare come lei auspichi un ibrido. Lla Tradizioni Custodes è solo un tassello del mosaico bergoglian-prevostiano, comprendente, anzi “includente” i giubilei lgbt, per dirne una- Mosaico che a meno di un intervento trascendente, non potrà essere disfatto.
Signor Nippo, il punto è proprio questo: Lei dice sempre le stesse cose, e ogni volta le ripropone come se fossero un’analisi nuova, quando sono ormai uno schema fisso e ripetitivo.
Qualunque discorso venga fatto – prudente, storico, pastorale o giuridico – Lei lo riduce invariabilmente allo stesso copione:
un “mosaico bergogliano” indistinto, una Chiesa ormai irrecuperabile, un intervento trascendente come unica via d’uscita.
Questo non è discernimento, è monotonia ideologica.
Mascarucci non auspica un “ibrido”, ma una cosa molto più cattolica:
governare una crisi senza proclamare la morte della Chiesa e senza sostituire l’autorità con il disprezzo sistematico.
Lei invece liquida ogni tentativo di mediazione come illusione, perché solo così può continuare a ripetere la stessa diagnosi apocalittica, qualunque sia il contesto.
Il problema non è Traditionis Custodes, né i “mosaici” evocati a comando.
Il problema è che Lei non ammette mai la possibilità che qualcosa cambi, e quindi non argomenta: sentenzia.
A forza di dire sempre le stesse cose, non si chiarisce la verità:
la si trasforma in ritornello.
E la fede cattolica non vive di ritornelli, ma di giudizio, di misura e di responsabilità.
La Chiesa tornerà sulle retta via quando ascolterò di nuovo la formula della seconda parte della Consacrazione, che così recita: “Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio Sangue per la nuova ed eterna alleanza versato per voi e per MOLTI in remissione dei peccati. Fate questo il memoria di me”. Quel per “TUTTI” serve all’Anticristo, fautore della pace mondiale, per l’avvento di un nuovo umanitarismo, che stempera le differenze tra le religioni e predica la tolleranza universale. Ciò è scritto nella presentazione del libro “Il Padrone del mondo” del sacerdote cattolico Robert Hugh Benson, scritto nel 1907, in cui prevede ciò che è accaduto nei decenni successivi e cosa accadrà nei prossimi anni.
E nel “Padre nostro” l’eliminato quel “non ci indurre in tentazione”, se ne può comprendere l’esatto significato solo quando si arriva ad un punto della “Notte Oscura” di San Giovanni della Croce, in cui egli dice che Dio permette la tentazione non per dispetto, o per punirti, quanto invece per addestrarti a superare quelle prove per farti giungere ad uno stato superiore d’Essere”.
I commenti sono chiusi.