Il Teatro di Davos, la Fine della Politica ormai Serva, La Stupidità dell’Unione Europea. Volpi, Cabras.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due commenti sulla riunione del World Economic Forum di Davos, presieduta da Larry Fink, il CEO di BlackRock, il fondo padrone di mezzo mondo. Buona lettura e meditazione.

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Il primo è di Alessandro Volpi:

Ho sempre pensato che il Forum di Davos fosse il rito più spudorato di celebrazione del capitalismo come unica forma di società possibile. In una località di montagna iper esclusiva, dove arrivano jet privati, dove la regia ormai è affidata ai grandi fondi finanziari e alle principali società quotate nelle Borse americane, arrivano i capi di Stato e di governo dei principali paesi del mondo, la presidente della Commissione Ue, insieme ai vertici delle principali istituzioni internazionali, dall’Onu all’FMI e alla Banca Mondiale per pronunciare discorsi di “strategia” politica ed economica.

Di fatto, il capitalismo sequestra e sottomette la politica che si reca a Davos per legittimare l’assoluta unicità di un modello in cui la ricchezza è il paradigma esclusivo e ogni altro contenuto è soltanto una dichiarazione vuota.

Von der Leyen che minaccia e blandisce gli Stati Uniti, Macron che fa il duro e Larry Fink che sostiene la necessità di un capitalismo in grado di fare i conti con l’intelligenza artificiale: una colossale farsa che ha però la capacità di cancellare nella narrazione comune la possibilità di alternative.

Tutti i grandi della politica vanno ad omaggiare la finanza per poter far sentire le proprie idee: pura sudditanza.

L’aspetto più triste è che in questo luogo sacro del capitalismo avido sono presenti anche alcune Ong per dare ancora più forza all’idea dell’ insostituibilità di tale sistema.

E domani arriva tutto il governo Trump che certamente ha più bisogno di tutti di omaggiare la finanza e di mostrare i muscoli di cartone in grado di spaventare gli europei, solerti nel manifestare sussulti che sono, a Davos, vere e proprie cortigianerie.

E questo, dello stesso autore:

Trump sta aggredendo in tutti i modi l’Unione europea, arrivando a minacciare dazi selettivi se la Danimarca non cede la Groenlandia. Ciò suggerisce due considerazioni. La prima è molto banale: e’ evidente che l’Unione europea ha clamorosamente sbagliato nell’individuare i propri pericoli principali nella Russia e nella Cina. La seconda mi sembra meno scontata, ma molto trascurata. Trump aggredisce l’Unione europea perché sa che l’Unione europea, per come è stata costruita, non può reagire. C’è un elemento che dimostra con chiarezza questa impotenza ed rappresentato dall’indice MSCI World, creato appunto dalla società WSCI. Ma cosa è l’indice MSCI World? si tratta dell’indica azionario più importante del pianeta sulla cui base agiscono praticamente tutti i fondi che gestiscono il risparmio mondiale e la banche. In altre parole la gran parte degli strumenti finanziari, come gli Etf, copiano la composizione dell’indice MSCI World e altrettanto fanno le banche. Ma l’MSCI World è composto per il 70% da azioni di società quotate nelle Borse americane, quindi quelle società attraggono automaticamente il risparmio mondiale, a cominciare da quello europeo che avrebbe danni enormi da un crollo azionario delle stesse società azionarie americane perché crollerebbero tutti i prodotti finanziari presenti nelle polizze e nei fondi pensionistici degli europei. Dunque la dittatura finanziaria Usa, realizzata con il pieno consenso delle classi dirigenti europee neoliberalismo, impedisce all’Unione europea qualsiasi tipo di reazione alla brutalizzazione operata da Trump per trascinare fuori dal baratro l’economia Usa. In tale ottica deve essere letta anche la lettera inviata da Donald al presidente norvegese con cui si lamenta del mancato premio Nobel. In realtà il messaggio vero è rivolto al Fondo sovrano norvegese, il più grande fondo sovrano al mondo, con circa 2000 miliardi di dollari di disponibilità, che dovrebbe investire di più nell’acquisto di titoli del debito statunitense ed essere ancora più fedele all’indice MSCI. Un’ultima considerazione. Ma di chi è MSCI, la società che genera questo indice? Facile, BlackRock, Vanguard, State Street e una manciata di fondi Usa tengono oltre il 35% delle azioni.

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E poi c’è questo post su Facebook, che ci sembra interessante:

 

𝗜𝗟 𝗥𝗘𝗔𝗟𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗥𝗨𝗦𝗦𝗜𝗔 𝗘 𝗖𝗜𝗡𝗔 𝗘𝗥𝗔 𝗩𝗜𝗘𝗧𝗔𝗧𝗢. 𝗢𝗥𝗔 𝗟’𝗘𝗨𝗥𝗢𝗣𝗔 𝗣𝗔𝗚𝗔 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗢

“Davvero impressionante vedere Emmanuel Macron al raduno dei filantropi-licantropi di Davos. E non per gli occhiali da boss dietro i quali ha dato del bullo a Donald Trump, ma per il suo affettuoso benvenuto alla Cina, perché – dice – «abbiamo bisogno di più investimenti cinesi diretti in Europa in alcuni settori chiave». È lo stesso Macron che non in un’epoca lontana, ma appena il 7 dicembre scorso agitava lo spettro dei dazi contro la Cina, colpevole – a suo dire – di un surplus commerciale eccessivo. Ora, nel momento della massima crisi europea, come se fosse un passante qualsiasi, strilla: investimenti cinesi cercansi.

C’è un’amnesia costruita che in questo scoppiettante inizio del 2026 attraversa il dibattito europeo. Gli stessi apparati politici e mediatici che per anni hanno trasformato il realismo in eresia scoprono improvvisamente il valore del dialogo, del compromesso, dell’interesse nazionale. Fingono di non ricordare. Se c’erano, dormivano. Fingono soprattutto che le scelte compiute non abbiano prodotto devastazioni materiali. Ma questa storia non comincia oggi. Comincia quando dire questa verità era, di fatto, vietato.

Nel settembre 2018 mi trovavo a Pechino e poi a Chengdu, invitato dall’Accademia diplomatica cinese insieme a politici, imprenditori e ricercatori europei. Non era turismo politico. Era un’immersione piena in un processo materiale già in corso: urbanizzazione accelerata, infrastrutture continentali, filiere industriali, investimenti tecnologici, pianificazione su una scala che l’Europa aveva smesso da tempo persino di concepire.

Mi era già tutto chiaro. La Cina non era un’ideologia. Si presentava come un fatto concretissimo e macroscopico, epocale: infrastrutture, industria, pianificazione, connessioni continentali. La ‘Belt and Road Initiative’, la nuova Via della Seta, non era da percepire come una sfida simbolica all’Occidente, bensì come la risposta concreta a una crisi che l’Europa non voleva vedere: la fine della propria centralità automatica. In quel contesto la domanda era elementare: perché la Penisola italiana, la Sardegna e la Sicilia, per posizione geografica e vocazione produttiva, avrebbero dovuto restare alla finestra mentre altri paesi europei facevano affari colossali con Cina e Russia? Perché Genova, Trieste, il Mediterraneo avrebbero dovuto essere marginali?

Nel 2019 quella domanda divenne improvvisamente scandalosa. Quando l’Italia firmò il Memorandum con Pechino, i vertici UE, nonché Francia e Germania – che con la Cina commerciavano ben più di noi – inscenarono una reazione isterica. Non era in gioco la sicurezza europea, ma la disciplina. La Repubblica italiana non doveva muoversi. Punto. Lo dissi anche in Parlamento il 19 marzo 2019: quel Memorandum non era un atto ideologico, ma uno strumento prudente e reversibile. Ricordavo a tutti una cosa semplice: «Rimuovere questa realtà significa far finta che non siano esistiti gli ultimi quarant’anni e che non esistano i prossimi quaranta. La Cina è un soggetto globale che non ammette rimozioni, né psicologiche, né politiche, né economiche». Quelle parole furono accolte da un muro di ostilità.

Poi arrivò il vero capolavoro della stupidità strategica europea: il disaccoppiamento. Sotto pressione statunitense, l’Unione ha rotto con la Russia sul piano energetico e ha raffreddato i rapporti con la Cina, non per costruire un’autonomia, ma per obbedire. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: energia più cara e instabile, deindustrializzazione, perdita di competitività, ritardo tecnologico. Un suicidio economico compiuto proprio mentre lo spazio eurasiatico sarebbe stato l’unico ammortizzatore possibile della crisi dell’Occidente che queste classi dirigenti non hanno saputo – o voluto – vedere.

In questo quadro si colloca l’abiura italiana del 2023. Il governo di Giorgia Meloni ha lasciato la Via della Seta in nome di una fedeltà atlantica a senso unico, rinunciando a una leva di sviluppo senza ottenere nulla in cambio. Chi già nel 2022 avvertiva che il conto energetico sarebbe esploso e che sarebbe arrivata la deindustrializzazione veniva deriso. Oggi gli stessi commentatori scoprono l’ovvio con anni di ritardo e fanno finta che nessuno avesse avvisato.

Nel 2026 la finzione scricchiola. La russofobia e l’incipiente sinofobia appaiono per ciò che sono state: costruzioni cognitive funzionali al vassallaggio. L’amministrazione Trump ha tolto di mezzo le ipocrisie. Groenlandia e Canada sono entrati apertamente nel menu strategico di Washington. Ottawa ha reagito come reagiscono i paesi seri: accordi con la Cina. Realismo elementare.

L’Europa, invece, barcolla. Da un lato tenta goffamente di rincorrere un treno già partito, come dimostrano le aperture tardive di Macron verso Pechino. Dall’altro coltiva la fantasia velleitaria degli Stati Uniti d’Europa, ma senza energia, senza materie prime, senza tecnologia. Un castello burocratico costruito sul vuoto, mentre Kaja Kallas continua a essere Alto Rappresentante di sé stessa.

Il realismo non era sbagliato.

Era stato censurato.

E oggi il prezzo di quel divieto lo pagano intere società europee, mentre i responsabili fingono di non riconoscersi allo specchio”.

Pino Cabras

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4 commenti su “Il Teatro di Davos, la Fine della Politica ormai Serva, La Stupidità dell’Unione Europea. Volpi, Cabras.”

  1. C’è chi stampa soldi dal nulla, appoggiando questo potere sulla connivenza di chi stabilisce lecito farlo.
    I soldi creati dal nulla diventano debito accollato alla gente.
    Sul debito bisogna pagare degli interessi e questi variano in funzione dei rapporti economici tra chi vive e lavora.
    Chi vive e lavora deve sottostare a mille chiari di luna, chi crea danaro riceve gli interessi sul debito.
    Gli Stati devono concorrere alla gestione della fetta di popolazione loro soggetta e ricorrono alle tasse.
    Le tasse non servono solo a erogare servizi, ma sempre più a pagare il servizio al debito.
    Quando uno Stato non ce la fa, può invocare ragioni sociali per espropriare la proprietà dei cittadini indebitati.
    Il collettivismo cinese consente di produrre a basso prezzo, delocalizzando il lavoro di chi pensa di pagare meno le merci.
    Il collettivismo cinese è definito dittatura, non permette piena libertà ai cittadini e li coopta a fare quanto devono.
    Il collettivismo europeo ha tolto ai cittadini la sovranità nazionale e ora baratterà i servizi sociali (scadenti) con le loro proprietà.
    Il collettivismo europeo si vanta libero e liberale, pronto a guerreggiare, facendo debito, per difendere le libertà altrui.

    Questo sistema è voluto e ordito da poteri che odiano l’uomo e odiano la verità ed è nelle mani di pochissimi.
    Finalmente nel mondo a qualcuno questo non sta più bene.
    Davos è sola, con la sua sponda cinese, a predicare la propria ricetta.
    Purtroppo noi siamo dentro la latrina. Uscirne costerà caro, ma è poco rispetto a restare ancora dentro.

    Bisogna scegliere con chi stare, ma in ogni caso la partita non è solo terrea. Gli aiuti necessari superano le nostre miserie e misure.
    Davos è il male assoluto e altri attori non esenti dal male stanno scardinandone la forza e lo strumento di inganno e di prigionia.
    Altrove si muore per questo dovendo fronteggiare le armi.
    Noi qui moriamo di denatalità, eutanasia, wokismo, sostituzione etnica, stupidità indotta, corruzione, apostasia…
    Per vivere bisogna desiderare la vita.
    Chi difende la gabbia che Davos ha costruito attorno alle nostre vite non ha voglia di vivere.

  2. A Davos la Leadership Americana ha suonato la campana a morto per la globalizzazione. Attendiamo le mosse dei globalisti parati a lutto.

    1. Senza i grandi capitali non è possibile il rifinanziamento dell’esorbitante debito privato e pubblico statunitense. Nell’attuale scenario credo che il grande capitale sia più forte del governo Trump, così come l’Euro -moneta emessa dalla BCE, non da Stato sovrano- è più forte dei governi, in particolare di quello italiano, che ha il debito pubblico più elevato all’interno dell’Unione. Vi sarebbe poi da discutere sul perchè il debito pubblico sia tossico mentre invece il debito privato o interbancario -per tacer dell’enorme massa di derivati- sia sicuro. Questa tesi è stata sostenuta dall’ex Ministro dell’economia Tremonti, pur senza ottenere risultati significativi, anche perchè nella competizione e collaborazione tra Stati non è inusuale che lo Stato “A” rifili al “B” un bel “pacco dono”, specie quando l’alternativa è tenerselo per se.

  3. Fantasma di Flambeau

    Vista dalla Cina. https://tempofertile.blogspot.com/2026/01/la-caccia-al-cervo-nella-pianura.html
    Razionalmente e nell’essenza è ciò che fece Roma coinvolgendo più che sottomettendo i popoli italici, prima dell’esordio imperiale in cui rappresentava la potenza emergente e ambiziosa opposta a quella che si reggeva sulla rendita di posizione del Moloch, la crematistica e i mercenari. Sicut idem poi la vincitrice. Se Confucio e Xi sono lontani diecimila li da Catone, e Vance non è Annibale, tutte le logiche degli imperi portano alla volontà capitale che elide ogni ragione che non sia quella dei Catone e Annibale. Uscire dagli schemi, dalle sudditanze e dai giardini zoologici dove comandano i soliti più uguali degli altri è difficilissimo e chiede il suo prezzo. L’alternativa è morirci dentro.

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