Uno Sprazzo dell’Eterna Innocenza. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’innocenza assoluta dei bambini. Anche se forse chi conosce bene i bambini, compresi quelli di età freschissima, qualche piccolo dubbio sulla loro innocenza lo avanzarebbe…Buona lettura e diffusione.

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UNO SPRAZZO DELL’ETERNA INNOCENZA

 

I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso.

Milan Kundera

L’innocenza è sempre seguita dalla propria luce.

Publilio Siro

 

* * * * * * *

Gli occhi e il sorriso di un bambino incantano chiunque.

L’incantesimo – muto – sboccia in un solo momento: sprazzo dell’Eterna Innocenza che richiama il momento di Mezzanotte del Santo Natale.

Sì: la Luce che irraggia dagli occhi e dal sorriso di un bambino ci ricordano in qualsiasi periodo dell’anno il Santo Natale.

È l’incantesimo che dissolve la barriera cerebro-intellettuale ed il cuore – la povera grotta del cuore, non il ricco bunker della testa infarcita di cervello – è inondato dalla Luce dell’Eterna Innocenza.

Come la vibrazione di una campana, la Luce dell’incantesimo persiste seppur per altri pochi momenti,

 

Matsuo Basho:

«La campana del tempio tace,
ma il suono continua
ad uscire dai fiori».

 

 

E noi, come il poeta giapponese, ne fruiamo restandone superati, improvvisamente e dolcemente sradicati dalla nostra dormivegliante coscienza ordinaria, da chi crediamo di essere, dall’immagine onirica di noi stessi che ci siamo costruiti anche grazie a chi ci ha “educato” a costruirla.

Lo sprazzo dell’Eterna Innocenza dissipa la nostra maturità che a qualsiasi età è già decrepita, e ci fa tornare bambini.

Il momento abbagliante dell’incantesimo ci rende noi non più noi, ci fa tornare innocenti come il ladro di cui in un altro poeta giapponese, Yosa Buson:

 

«Che luna:
il ladro
si ferma per cantare».

Nel momento abbagliante dell’incantesimo il respiro si ferma e torniamo infanti: non parlanti, liberi dall’ombra delle parole e dagli intrighi del  ragionamento, dalle dottrine, dalle fabbricazioni concettuali, dagli spaccamenti di capello in quattro, dalla «cingolante macchina dell’umanità» per dirla con Henry Miller, avvinti dallo stupore che ci dona lo sprazzo dell’Eterna Innocenza, il lampeggiamento della Parola che è Luce.

 

Nell’incantesimo un’esile folata di vento scompiglia la nostra identità  incartapecorita nella presunzione di sé, nelle garanzie religiose, e ci riporta alla freschezza della primordiale libertà ignorante.

 

Diego Valeri:

 

«Il vento che ci porta ci rapisce

all’amor di noi stessi

al mondo ci ridona. E già vicino

è il dì che il nostro cuore sarà tutto

delle cose innocenti; come quando

nascemmo».

 

Provvidenzialmente, grazie all’incantesimo non siamo più la persona “adulta” con la propria sicumera, con le proprie beghe cervellotiche, con le proprie passioni, con la propria sapienza, con le proprie verità spesso accuratamente – e ipocritamente – mascherate da opinioni: dimentichiamo la nostra identità posticcia, e siamo risvegliati ad un’altra vita, la vera vita, la Vita del Bambino, la Vita dell’Eterna Innocenza.

Quando incontriamo gli occhi e il sorriso di un bambino, lo sprazzo dell’Eterna Innocenza ci trasfigura irresistibilmente; la nostra volontà e il nostro sapere evaporano, e almeno intuiamo, prima che l’incanto svanisca, cosa significa tornare bambini, tornare innocenti, liberi dal pungolo diabolico dell’affermazione di sé, pronti ad entrare – se nel  medesimo momento dello sprazzo morissimo – nel Regno dei cieli. Non per nulla la Parola ha detto: «se non tornerete come bambini …».

E qui, per me irresistibile, ecco l’assonante riferimento spirituale nipponico in cui brilla la Verità che filtra dappertutto: Tengoku, che significa … Regno del Cielo!  Cui si legano Tenshin: Cuore di Cielo puro, il Cielo dell’Eterna Innocenza (il fondamento, per l’uomo, dello Stato Interiore di Non belligeranza), e Furō: l’Eterna Giovinezza.

Gli occhi e il sorriso di un bambino destano ciò che nell’estetica nipponica è detto mono no aware, letteralmente “il pathos delle cose”, ovvero il momento magico di profonda ammirazione per un elemento naturale (la luna, un fiore … un bambino), insomma “l’ah delle cose”. E non è forse un ah! che gli occhi e il sorriso di un bambino suscitano in noi? E non è tale ah! che ci ricrea?

La Luce dell’Eterna Innocenza che si diffonde attraverso gli occhi e il sorriso di un bambino, compie in un momento l’opera catartica che richiede una vita.

Per questo ogni incontro con un bambino è un’occasione per ricordare e cercar di fissare in noi il momento in cui lo sprazzo dell’Eterna Innocenza ci investe, ci  conferisce una nuova veste – l’«abito nuziale» – sicché, non più noi, siamo trasfigurati e candidati nel vero Noi, come esorta Qohelet:

 

«In ogni momento siano candide le tue vesti».

 

Federico Fellini:

«Mantieni la tua innocenza infantile qualunque cosa succeda. È la cosa più importante».

Come ci dice profondamente Giovanni Pascoli:

 

«Dentro di noi è un fanciullino, ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia […] Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta. L’uomo le cose interne ed esterne, non le vede come le vedi tu: egli sa tanti particolari che tu non sai. Egli ha studiato e ha fatto suo pro degli studi degli altri. Sì che l’uomo dei nostri tempi sa più che quello dei tempi scorsi, e, a mano a mano che si risale, molto più e sempre più. I primi uomini non sapevano niente; sapevano quello che sai tu, fanciullo».

 

Dunque, in ciascuno di noi c’è un’«antica serena maraviglia», un ignorante candore infantile che è quello – davvero sapiente – dell’Eterna Innocenza. Basta lasciarla splendere. Basta lasciarla nascere.

 

Indubbiamente e profondamente apofatico Maestro Eckhart:

 

«Questa nascita ci compie nel fondo dell’anima, dove mai un’immagine potè penetrare, né mai una facoltà dell’anima. Se vuoi trovare il Re appena nato, devi lasciar da parte tutte le cose che potrai trovare e abbandonarle dietro di te! Perciò dice un dottore: Quando un uomo vuol compiere un’opera interiore deve raccogliere in sé tutte le sue forze, come in un angolo della sua anima, e allontanarsi da tutte le immagini e forme: allora può agire. È necessario ch’egli entri in uno stato di oblio, d’ignoranza. Tranquillità e silenzio devono esserci la dove questa parola dev’essere udita; e ad essa non si può arrivare in modo migliore che rimanendo immobili e silenziosi; allora si può ascoltare, si può comprendere: nell’ignoranza! Quando non si sa più nulla, essa si fa sentire e si rivela».

 

In fondo, Eckhart ci parla del Solstizio d’Inverno Interiore, al cui culmine freddo e oscuro rinasce il Sole che dà la Vita; ci parla del Dies Natalis Solis Invicti dell’Antica Roma-Amor, il Nome Universale che acquista l’anima pervasa dal Sole.

 

Breve inciso: a proposito del solstizio invernale è interessante notare come la Tradizione taoista inviti a seguire l’energia che si deposita, il massimo Yin, fatto di quiete, ascolto e raccoglimento, affinché possa germogliare il seme dello Yang, la luce che tornera a brillare sempre più forte. È nel silenzio dell’inverno che si prepara la forza della primavera.

 

Ma affinché l’Evento Natalizio accada in noi – e non sia celebrato soltanto esteriormente – occorre creare uno spazio sacro, un luogo interiore di contemplazione, un luogo povero, un cuore disadorno come la Grotta, che si può approntare per il Regale Ospite grazie al linguaggio sacro e universale del Silenzio.

«Devi lasciar da parte tutte le cose che potrai trovare e abbandonarle dietro di te», cioè fuori della Grotta, nella quale non ci sono biblioteche e libri sacri, né colonne e pavimenti di marmo, né si tengono simposi e conferenze per l’impazzare di un turbine di parole che nulla hanno a che vedere con la Parola che è Luce.

 

«Entrare in uno stato di oblio, d’ignoranza», lo stato invernale ove il Sole Bambino nasce nell’oscurità più profonda, giacchè la Sacra Oscurità, cioè, la Vergine Nera,  è la  tota pulchra  matrice della creazione.

 

«Sono scura ma bella […] è il sole che mi ha abbronzata», recita il Cantico.

Dice che è il Sole, cioè la Parola che l’ha abbronzata, non le parole.

«Mi sia fatto secondo la Tua Parola».

Dice «secondo la Tua Parola», cioè secondo la Luce.

Le parole sono una coltre che si frappone tra la Luce e l’Anima.

Le parole sono stampelle utili ma alla lunga abituano alla claudicanza.

 

«Lazzaro, vieni fuori!: queste parole hanno efficacia perché è la Parola-Luce che è esorcizza e guarisce. Le parole sono  mezzo, non causa.

 

Lazzaro non ha ascoltato un’omelia, non gli è stato detto “leggi la Bibbia e la Somma Teologica”. Semplicemente ha seguito la Parola-Luce e così è uscito dal sepolcro di quell’entità saccente e posticcia che è l’ego.

Tutti i trattati di teologia e filosofia sono irriducibilmente approssimativi al Quid che li trascende, richiedono uno sforzo per chi li scrive e, alla lunga, diventano una pastoia per chi li legge. Sforzo e pastoia che non possono nemmeno sfiorare la Parola-Luce.

Il prodigio è già realizzato nella Parola-Luce. Le intermediazioni di ogni specie sono filtri necessari ma propedeutici, e prima o poi debbono essere messi da parte: occorre mettersi in ascolto diretto e lasciarLa sorgere dall’Alto, dal Grande Silenzio. Occorre esporsi verginalmente – dunque umilmente – al Sole che abbronza.

Come in alto, così in basso: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose …».

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15 commenti su “Uno Sprazzo dell’Eterna Innocenza. Il Matto.”

  1. Don Pietro Paolo

    Caro Matto,

    il Suo scritto UNO SPRAZZO DELL’ETERNA INNOCENZA è un testo denso, poeticamente riuscito, attraversato da un’autentica ricerca interiore. Proprio per rispetto verso tale ricerca, Le propongo alcune considerazioni chiarificatrici dal mio punto di vista di fedele cattolico, non in spirito polemico, ma per mettere a fuoco i punti di convergenza e quelli di reale divergenza.

    1. L’innocenza: evocazione suggestiva, ma questione decisiva

    Lei parla più volte di:

    «sprazzo dell’Eterna Innocenza»
    «la Vita dell’Eterna Innocenza»
    «in ciascuno di noi c’è un’antica serena maraviglia… basta lasciarla splendere»

    Dal punto di vista cattolico, qui si colloca un primo snodo.
    La Chiesa riconosce che l’uomo conserva tracce di bontà originaria e una capacità di stupore che non è cancellata. Tuttavia, non può dire che l’innocenza sia eterna e intatta nell’uomo. L’innocenza originaria, secondo la fede cristiana, non è semplicemente velata, ma ferita.

    Per questo, l’affermazione “basta lasciarla nascere” non è compatibile con la visione cattolica, che parla non di risveglio spontaneo, ma di grazia ricevuta, non di un ritorno naturale, ma di redenzione.

    2. “Tornare bambini”: immagine evangelica, significato diverso

    Lei scrive:

    «tornare bambini, tornare innocenti»
    «pronti ad entrare… nel Regno dei cieli»

    Il riferimento evangelico è chiaro. Tuttavia, nella fede cattolica, “diventare come bambini” non indica uno stato mistico immediatamente salvifico, bensì un atteggiamento di:
    • dipendenza,
    • fiducia,
    • affidamento.

    Nel Suo testo, invece, l’esperienza dello “sprazzo” sembra assumere una valenza quasi soteriologica: come se bastasse quell’attimo di trasfigurazione per essere pronti al Regno. Il cristiano non può condividere questa conclusione: l’ingresso nel Regno è dono di Dio che passa attraverso una vita riconciliata, non attraverso un momento, per quanto luminoso.

    3. La Parola: Luce e Persona

    Lei afferma:

    «la Parola che è Luce»
    «le parole sono una coltre che si frappone tra la Luce e l’Anima»

    Qui emerge una differenza più profonda.
    Nel cristianesimo, la Parola non è solo Luce in senso simbolico o energetico: è una Persona, il Figlio. Il Vangelo di Giovanni afferma che il Verbo si è fatto carne, cioè ha assunto parole, storia, mediazioni.

    Per la fede cattolica, le parole non sono una coltre da rimuovere, ma lo strumento scelto da Dio per rivelarsi. Il silenzio è necessario per ascoltare la Parola, non per sostituirla.

    4. Il silenzio e le mediazioni

    Lei scrive che le intermediazioni, prima o poi, debbano essere messe da parte.
    Qui la Chiesa introduce una precisazione essenziale: l’Incarnazione non è una fase provvisoria, ma la forma definitiva della rivelazione. Scrittura, sacramenti, Chiesa non sono ostacoli alla Luce, ma le vie attraverso cui la Luce ha voluto raggiungerci.

    Una spiritualità che supera queste mediazioni non è, in senso stretto, cristiana, anche se può conservare elementi di profonda ricerca interiore.

    5. Simboli cosmici e sincretismo

    I riferimenti al solstizio, al Sole, alle tradizioni orientali e all’estetica giapponese sono culturalmente affascinanti. La Chiesa non nega che simboli naturali possano preparare l’intelligenza al Mistero. Tuttavia, non può identificare il Natale con la rinascita ciclica della luce o con un archetipo universale: per la fede cristiana, il Natale è un evento storico unico, non la figura di un processo cosmico.

    6. Teologia e mistica

    Quando Lei parla della teologia come “pastoia”, coglie un rischio reale: quello di una conoscenza che si chiude in se stessa. Tuttavia, per il cattolicesimo, la teologia non sostituisce l’esperienza di Dio, ma la custodisce e la orienta. Non è un impedimento alla vita spirituale, bensì un suo servizio.

    Conclusione

    Il Suo testo esprime una ricerca autentica, una sensibilità profonda verso il mistero dell’infanzia, del silenzio e della luce. Dal punto di vista cattolico, tuttavia, esso non può essere assunto integralmente, perché tende a:
    • sostituire la redenzione con il risveglio,
    • la grazia con l’esperienza,
    • la Persona di Cristo con un principio luminoso universale.

    La differenza non è di intensità spirituale, ma di orizzonte teologico.
    Dirlo con chiarezza non significa svalutare la Sua ricerca, ma collocarla correttamente rispetto alla fede della Chiesa.

    1. Caro don Pietro Paolo,
      lei ha scritto una cosa giusta:
      ” La differenza NON è di intensità spirituale, ma di orizzonte teologico “. Infatti, nel più antico orizzonte teologico a noi vicino, esiste Harpocrate: l’Horus bambino ( di solito tiene un dito in bocca- per sottolinearne la condizione infantile- ed è raffigurato sulle ginocchia della sua tenera madre, Iside ).
      E…una cosa stranamente sbagliata ( sbagliata per un prete cattolico, intendo ): ” Cristo, la Parola, non è solo Luce in senso simbolico o energetico: è una (1) Persona, il Figlio. ”
      Il Padre non lo è? E lo Spirito? Muti entrambi?
      Il Concilio Niceno-Costantinopolitano che diede accoglienza paritaria ai due fratelli siamesi -Antico e Nuovo Testamento- è stato archiviato in soffitta? E i Fratelli Maggiori? In cantina?
      P.S. : a me quel: “in senso energetico” ricorda la bolletta della luce, o/e anche una nota bevanda per sportivi.
      A lei no?
      Buon anno.

      1. Don Pietro Paolo

        Cara Adriana,
        Vengo ora alle Sue osservazioni.

        1. Harpocrate e l’“orizzonte più antico”

        Che esistano, nelle religioni antiche, figure simboliche del bambino divino (Horus/Harpocrate, Dioniso, ecc.) è un dato storico indiscutibile e ben noto anche alla teologia cattolica. La Chiesa non ha mai negato l’esistenza di prefigurazioni, analogie, attese archetipiche.
        Ma qui sta il punto decisivo: Cristo non è una variazione di quell’archetipo, né il suo compimento simbolico. È un evento storico unico, non l’espressione di un ciclo mitico o cosmico. Le analogie non fondano l’identità; al massimo la preparano.

        Richiamare Harpocrate, dunque, conferma esattamente ciò che io intendevo per “diverso orizzonte teologico”: quello mitico-simbolico da una parte, quello storico-incarnazionale dall’altra.

        2. “Cristo è una Persona”: equivoco da sciogliere

        Quando ho scritto che Cristo, la Parola, non è solo Luce simbolica o energetica, ma è una Persona, non ho né escluso il Padre né “ammutolito” lo Spirito Santo.

        In teologia trinitaria:
        • la Persona del Verbo è il Logos, la Parola pronunciata dal Padre;
        • il Padre non è “Parola”, ma Colui che la genera;
        • lo Spirito Santo non è “muto”, ma è Spirito parlante, vincolo d’amore e di comunicazione tra Padre e Figlio.

        Dire che il Verbo è Persona non significa negare la personalità delle altre Persone divine, ma attenersi al linguaggio preciso della fede cristiana. Qui non siamo sul piano della suggestione poetica, ma della definizione dogmatica.

        3. Scrittura, Concili e “fratelli”

        Il riferimento al Concilio di Nicea-Costantinopoli è, mi permetta, improprio nel contesto: quel Concilio non ha “archiviato” nulla, ma ha definito la consustanzialità del Figlio con il Padre contro ogni riduzione simbolica, energetica o subordinazionista del Logos.

        Quanto ai “Fratelli maggiori” (Israele), la Chiesa cattolica li riconosce come popolo dell’Alleanza, ma non identifica la Parola con la Scrittura in quanto tale. La Scrittura è testimone ispirata della Parola, non la Parola stessa in senso pieno. Anche qui: distinzione, non esclusione.

        4. “Energetico”: ironia comprensibile, ma fuorviante

        Sorrido anch’io alla battuta sulla bolletta e sulle bevande sportive. Tuttavia, l’espressione “luce energetica” non è una mia caricatura, ma un linguaggio reale e diffuso in molte spiritualità contemporanee, dove il divino viene pensato come forza, vibrazione, principio impersonale.

        Proprio da questa riduzione intendevo distinguere la fede cristiana, che confessa una Luce che parla, chiama, entra nella storia e soffre.

        Conclusione

        Il punto non è stabilire chi abbia l’immagine più antica, più poetica o più affascinante. Il punto è questo:
        per la fede cattolica, la Luce ha un volto, un nome, una storia e una carne.
        Non è un archetipo eterno che riaffiora, ma una Persona che viene incontro.

        Dire questo non significa disprezzare altri linguaggi simbolici o mitici; significa semplicemente non confonderli con il cristianesimo.
        Con l’augurio sincero di un buon anno

        1. Caro don Pietro Paolo,
          lei scrive: ” Luce che parla, chiama, entra nella storia e soffre “. La frase è molto suggestiva: possiede la qualità ipnotica di un mantra, ma- come anche lei se ne renderà conto- è costruita esclusivamente su una piramide di metafore. Pare proprio che, senza le metafore, i dogmi non stiano in piedi! ###
          Inoltre, se permette, affermare che ” il Padre
          ( onnipotente, onnisciente e creatore-buono ) crea la Parola, ma non è la Parola” significa, secondo il mio modesto parere, un retrocedere di parecchi gradini dogmatici, riposizionandosi su quelli della differente importanza attribuita alle tre persone della Trinità fin dalle prime diatribe teologiche. ###
          L’A.T., quindi, sarebbe un testo composto da “ispirati” che non avevano mai inteso i comandi, la presenza e la voce di un Padre che- anche per i Cattolici- interferì molto nella storia? Si trattava, quindi, di una comunità affetta da una privazione totale dei sensi umani, ma che avrebbe applicato a se stessa- esclusivamente- un’arte scenica simile a quella di Boris Karloff ( infelice figlio di genitori sordo/muti)??? ###
          Quanto alla/e spiritualità contemporanea/e che parlano di “energetiche vibrazioni”, come escluderne la fisica dei quanti (particelle sub/atomiche impercettibili dai sensi comuni) che riescono a vibrare, per comunicare con le “consorelle” oltre i limiti comuni attribuiti allo spazio/tempo?
          Ricambio di cuore il cortese augurio.

          1. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            ( con la nuova veste di “stilum curiae”, mi viene difficile trovare il post perché non si può aprire nella stessa pagine del giorno e quindi capita di non poter rispondere), mi permetto di correggere alcuni punti, non per spirito di contrapposizione, ma per chiarezza teologica.

            1. Metafora e dogma: una distinzione necessaria

            Lei afferma che la frase «Luce che parla, chiama, entra nella storia e soffre» sarebbe una “piramide di metafore”, quasi che senza metafore i dogmi non stiano in piedi.
            Qui occorre distinguere con precisione: il dogma non nasce dalla metafora, ma la metafora nasce dal tentativo umano di dire un contenuto che è reale ma eccede il linguaggio ordinario.

            Dire che il Verbo “parla” o “soffre” non è poesia ipnotica: è un modo analogico per esprimere un fatto storico e ontologico preciso, cioè l’Incarnazione. Senza linguaggio analogico, non cadono i dogmi: cade la possibilità umana di comunicarli. Questo vale per tutta la teologia, fin dai Padri.

            2. Il Padre “non è la Parola”: nessun arretramento dogmatico

            Quando affermo che il Padre non è la Parola, non sto attribuendo importanza diversa alle Persone divine, né retrocedendo alle prime diatribe trinitarie. Sto semplicemente usando il linguaggio classico della teologia cattolica:
            • il Padre è principio senza principio;
            • il Figlio è il Verbo, la Parola eternamente generata;
            • lo Spirito Santo procede come Amore.

            Dire che il Padre “crea la Parola” sarebbe infatti impreciso; la Parola è generata, non creata. Ma dire che il Padre non è la Parola non implica subordinazione: implica distinzione personale nella consustanzialità. È esattamente il dogma niceno, non la sua negazione.

            3. Antico Testamento e “voce di Dio”

            Lei sembra dedurre che, se la Parola è il Figlio, allora l’Antico Testamento sarebbe frutto di “ispirati” privi di reale esperienza di Dio. È una deduzione errata.

            La fede cattolica afferma che Dio ha realmente parlato e agito nella storia di Israele, ma lo ha fatto in modo progressivo e preparatorio. La Rivelazione non è negata, ma incompleta rispetto alla pienezza che verrà nel Cristo.

            Non si tratta di una comunità “priva dei sensi”, ma di un popolo che ha conosciuto Dio secondo le categorie storiche e culturali disponibili, sotto l’azione reale dello Spirito. L’Incarnazione non smentisce l’A.T.; lo porta a compimento.

            4. Fisica quantistica e “vibrazioni spirituali”

            Il riferimento alla fisica dei quanti introduce un equivoco frequente. Che le particelle subatomiche vibrino e comunichino non è in discussione; ma descrivere un fenomeno fisico non equivale a fondare una teologia.

            Il salto improprio avviene quando:
            • una realtà misurabile viene caricata di significati salvifici;
            • la vibrazione diventa linguaggio del divino;
            • la fisica viene trasformata in metafisica surrettizia.

            La fede cristiana non nega la realtà fisica, ma rifiuta di confondere piani ontologicamente distinti. Dio non è una vibrazione più sottile: è il Creatore personale, libero, trascendente, che entra nella storia per scelta, non per risonanza.

            Conclusione

            Il nodo resta questo:
            nel cristianesimo, la Luce non è un principio impersonale, né un’energia cosmica, né un archetipo simbolico. È una Persona che si rivela, parla, chiama e soffre realmente, non metaforicamente.

            Le metafore non sorreggono il dogma; lo rendono dicibile.
            E senza questa distinzione, non si ha una fede più profonda, ma un linguaggio più suggestivo applicato a un contenuto diverso.

            Don Pietro Paolo

          2. Caro don Pietro Paolo,
            aggiungo una ovvietà: le “metafore” sono il parto eletto della Poesia. Se ne può dedurre che i Dogmi sono, quindi, sostanzialmente frutto di alta Poesia.

        2. Qui c’è il -rispondi-, altrove no,
          perciò, caro don Pietro Paolo, mi permetta di fuoriuscire- qui- dalla cupola dogmatica per “trascorrere” a qualche passo dell’A.T. che nega l’umanità di Dio e ne sottolinea l’assoluta superiorità rispetto agli umani.
          Numeri: 23,19;
          Osea: 11,9;
          Salmi: 50, 21;
          Ezechiele: 34,23.
          Quindi, secondo lei, senza le parole della “magia analogica” nulla si può spiegare e in nulla credere. E’ evidente che citare alcune frasi del Vangelo di Giovanni è molto utile
          -specie per avvalorare l’eternità della seconda persona della Trinità- mettendo in “non cale, quanto viene affermato nell’A.T., dove, per es., Ezechiele parla di una divinità che sceglie il proprio Messia per difendere il popolo di Israele. Parole, parole, parole…per quanti scopi possono essere usate nell’ambito religioso di una rivelazione che muta in continuazione se stessa!

  2. Eccola, par di vederla negli occhi dei bimbi l’ eterna innocenza dell’ Eterno Innocente avvolto in delicati candidi pannicelli e posto nella paglia fattasi sacra. E come risplendono di questa santa innocenza gli occhi amorevoli della Sua Santissima Madre!
    Sei venuto, Bambino Gesù, per restituirci col sacrificio di Te, questo meraviglioso incanto così stoltamente perso nel giardino dell’ Eden. Così tanto ti stiamo a cuore!

  3. Caro Matto,
    mi permetto di aggiungere alle tue citazioni, il nome di Elémire Zolla e il suo libro: ” Lo stupore infantile “, sullo stato perfetto di primordiale stupore che ciascuno di noi ha conosciuto in una fase della prima infanzia,
    ” premessa gloriosa e tradita dell’esistenza “. Tornare ad esso significa accedere alla “conoscenza senza dualità “, a ” una filosofia spinta al di là delle parole “, a un immenso tesoro psichico… Molte sono- nel mondo- le vie per ritornare e ritrovare quella condizione di stupore, se percorse con religioso rispetto.

  4. stilumcuriale emerito

    Curiosità dal lontano Giappone alle valli lombarde.
    Nel dialetto bresciano bambino si può tradurre con scèt oppure gnaro che al plurale fanno rispettivamente scècc e gnari.
    Seguendo le regole mai scritte della trasformazione dei vocaboli italiani nel dialetto bresciano è chiaro che scèt è la forma dialettale di schietto e gnari è la forma dialettale di ignari da cui i_gnari . Anche il linguaggio del popolo ha una sua storia e la parola non è un privilegio dei “saggi” e dei “sapienti”.

  5. Già che ci sono, un’appendice.
    Tornare bambini, ritrovare la coscienza infantile smarrita a causa della “crescita” e sepolta sotto la pietra tombale dell’“educazione”, della “cultura”, della “conoscenza”, del “progresso”.
    Un bambino o una bambina sono liberi dalle elucubrazioni dell’“adulto”, non sanno di essere bambino o bambina, conservano intatta la primordiale adamevitica androginia dalla quale dipende l’equilibrio della complementarietà fra maschio e femmina che sarà loro necessario quando saranno adulti per non scadere nel più rozzo maschilismo come nel più becero femminismo. Eva non era una “costola” (costam in latino) di Adamo, bensì la sua metà: tzèla’ significa metà o lato complementare. Per questo il maschio conserva in sé un alone di femminilità come la femmina conserva in sé un alone di mascolinità. E questa complementarietà è precisamente ciò che è stato dimenticato per l’insorgere di un’assurda, individualistica e distruttrice rivalità maschio/femmina.

  6. Marco carissimo,
    condivido pienamente la precisazione che hai espresso nel presentare il mio articolo.
    Ritenevo che la foto del bimbo in cima fosse sufficiente a comunicare che per bambini intendo quelli di poco più di un anno, come appunto quello della foto, che ho appositamente scelto. L’articolo mi è stato ispirato da un evento tanto comune quanto commovente: stavo spupazzandomi il mio nipotino di un anno, passeggiando dentro un supermercato (mentre la mamma faceva la spesa) quando un distinto signore si è fermato ed è rimasto senza parole davanti la sorriso del mio nipotino (si vede che gli era simpatico😊), dopo di che mi ha rivolto qualche parola di complimento accennando, appunto, al potere incantatorio e pacificante dei bimbi che sorridono.
    Ciao.

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