Bombe I$r@eliane su Scuola-Rifugio a G@z@, 6 Morti in un Matrimonio. Schadenfreude in TV.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento sulla situazione in Medio Oriente, e in particolare a Gaza. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è questo articolo di Lavinia Marchetti, che ringraziamo per la cortesia:

 

ISRAELE E IL GODIMENTO PER LE DISGRAZIE ALTRUI IN PRIMA SERATA.
di Lavinia Marchetti
marchetti israele gaza
CHANNEL 14 PRIMA SERATA
SCHADENFREUDE, parola tedesca che indica il piacere, la gioia o la soddisfazione che si prova di fronte alle disgrazie, ai fallimenti o alle sofferenze altrui, specialmente quando si tratta di qualcuno che non ci piace, è invidiato o percepito come ipocrita.
La parola combina “Schaden” (danno) e “Freude” (gioia), e in italiano si traduce spesso come “gioia maligna” o “soddisfazione cinica”.
La vista degli abitanti di Gaza che soffrono per le inondazioni ha portato la presentatrice Dana Varon a flirtare con un appello al genocidio in diretta televisiva.
L’atmosfera era festosa e trionfante. In basso, sullo schermo, un banner diceva: «Gaza è Hamas». In caratteri grandi. Sotto, in caratteri più piccoli, si leggeva: «Gli arabi nella Striscia di Gaza hanno sostenuto il 7 ottobre e ora vengono puniti dall’essere allagati dalla pioggia». «arabi», neanche palestinesi.
E tutti, fino all’ultimo, sono Hamas. “Non si riuscirebbe a trovare neppure una persona innocente fra loro nemmeno se la vita dipendesse da questo”. “In tutta Gaza non esiste una singola persona giusta”. Questa viene presentata come un’affermazione fattuale da notiziario. La punizione, invece, viene proposta come un atto logico di giustizia dentro un nuovo ordine cosmico. La società israeliana, tramite il suo governo e il suo esercito, punisce gli «arabi» a Gaza, perché sarebbero tutti Hamas. Una punizione biblica, divina, una specie di diluvio moderno.
Riklin ha aperto il suo programma con una schadenfreude evidente. Il primo servizio: «Prima di tutto, venite qui, guardate l’alluvione e la tempesta a Gaza». Per lunghi secondi, un video mostrava una città di tende sommersa da pozzanghere enormi e fango, teloni che sbattevano e rischiavano di volare via nel vento forte. Sullo schermo appariva: «Hai gioito il 7 ottobre? Hai festeggiato. Hai sostenuto Hamas? Allora non aspettarti che versiamo una lacrima». In effetti, molti fra quelli che intervenivano si accontentavano di dichiarare che i gazawi «se la sono cercata» e che «è un loro problema».
Dana Varon, invece, non si è fermata lì. Ha chiarito subito che la questione riguarda qualcosa di più della sola «demolizione, smantellamento e distruzione» di Hamas. Dopotutto, Hamas è Gaza. Lo diceva il banner sullo schermo. E, dato che questa sarebbe la realtà, «abbiamo un conto aperto con tutti gli arabi di Gaza». Ha sottolineato che lei rifiuta di chiamarli palestinesi, perché «sono un popolo inventato». Va notato: questo rifiuto di chiamarli palestinesi equivale a un «genocidio» fra virgolette, un genocidio simbolico. Lei distrugge il loro status nazionale per via semantica. Resta la loro esistenza fisica. In pratica, come farà Israele a demolire, smantellare e distruggere la loro esistenza fisica a Gaza? Varon non ha approfondito. Ha ripetuto soltanto che «questo evento va affrontato». Da un lato resta amorfo, dall’altro risulta chiarissimo che, per lei, a Gaza non può rimanere alcun palestinese, perché «sono tutti davvero, veramente motivati a finirci». In altri termini, o noi o loro.
Eppure, anche senza le insinuazioni di Varon sul “dover affrontare” la popolazione, guardare su Canale 14 i gazawi “puniti” equivale a guardare un genocidio in diretta. Secondo la definizione internazionale accettata, il genocidio non consiste soltanto nell’uccidere membri di un particolare gruppo etnico. Comprende anche l’imposizione di condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica di tutti o di una parte dei suoi membri. Include anche l’imposizione di misure pensate per impedire le nascite. Ed è precisamente questo che si vede in quei filmati di schadenfreude e in quelle celebrazioni su Gaza. Un genocidio. E come mezzo di punizione verso un gruppo etnico la cui definizione nazionale il canale ha già “distrutto” sul piano linguistico e di coscienza. E lo Stato ha già ucciso, per vendetta, circa 100.000 suoi membri, inclusi circa 23.000 bambini.
Questa è Israele oggi.

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Poi c’è questo video relativo all’attualità, e alla “tregua” che sarebbe teoricamente in vigore a Gaza e che Israele viola continuamente,

Instagram

gaza scuola

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Sullo stesso tema questo post di InsideOver su Instagram. Cliccate per il video:

Gaza Scuola 1 166x300

Venerdì 19 dicembre l’esercito israeliano ha bombardato una scuola trasformata in un rifugio a Gaza.

La scuola era piena di persone che stavano partecipando ad un matrimonio.

Almeno 6 persone sono state uccise, molte sono rimaste ferite, tra cui bambini.

L’esercito israeliano ha affermato di aver aperto il fuoco contro “individui sospetti”.

Dall’inizio del cessate il fuoco Israele ha ucciso più di 400 persone e ha violato la tregua 814 volte.

Il giornalista palestinese ha commentato così su X: “È appena emerso un video di un matrimonio bombardato n in una scuola trasformata in rifugio. Le persone sono state smembrate. I loro cari non riescono a recuperare le parti del corpo dalla barbarie dell’attacco. Nessuna indignazione. Nessuna copertura mediatica. Nessuna condanna.
Ci dice molto del mondo in cui viviamo”.

#gazagenoci̇de #israel #palestine

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