Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla Parola, e le parole…buona lettura e meditazione.
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LA PAROLA NON È LE PAROLE
«Le parole non sono state inventate perché gli uomini s’ingannino tra loro ma perché ciascuno passi all’altro la bontà dei propri pensieri».
Agostino
Non sarà il caso di insistere su quanto la lodevole osservazione di Agostino sia stata sempre e sia tuttora sconfessata dai fatti. In ogni tempo, chiunque parli e/o scriva, è stato ed è convinto della «bontà dei propri pensieri» (altrimenti non li esprimerebbe). Sennonché quando è espresso, quindi articolato, il pensiero si fa inevitabilmente pluriforcuto attraverso i molteplici parlatori e scriventi, e non può alimentare altro che una lingua globale pluriforcuta che pronuncia parole pluriforcute, cosicché, in ogni campo, la conflittualità dialettica o armata esplode.
Non per nulla Carlo Dossi nota:
«Ci fu data la lingua, sì, per parlare; ma anche i denti per tenerla assiepata»,
e non sembra affatto che tenere «assiepata» la lingua sia mai stata una facoltà di cui avvalersi secondo buon senso. Anzi, la lingua pluriforcuta contemporanea si presenta confusa e confusionante come non mai. Non c’è (e non c’è mai stato) ambito che sia immune da dispute a non finire, non di rado impregnate di sufficienza, disprezzo, sarcasmo, denigrazione, livore e odio pluriforcuti.
La Lettera di Giacomo focalizza perfettamente la lingua biforcuta nel singolo essere umano e socialmente pluriforcuta che distrugge il mondo; lettera che costituirebbe, dopo il dentifricio, un ottimo colluttorio ad integrazione della toilette mattutina, prima di vivere la giornata:
«La lingua è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei! La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce».
Si pensi inoltre a quanti fiumi di parole pluriforcute giacciono ghiacciati in una qualunque biblioteca: parole che dicono tutto e il contrario di tutto, appunto pluriforcute, cosicché le biblioteche di tutto il mondo non costituiscono che un enorme e scivoloso ghiacciaio che si frappone tra lo scalatore e la Vetta. Infatti, se si vuol giungere sulla Vetta occorre andare oltre il ghiacciaio. Sulla Vetta non c’è posto per le biblioteche, ed è inutile pensare, parlare e scrivere: di che si dovrebbe eculubrare Lassù, donde invece possono osservarsi le vicende umane che seguono il loro sbandato corso pluriforcuto, che si ripete diuturnamente in “questo mondo” plurifazioso, plurinevrotico, pluricaotico e pluriapocalittico, in cui tutti credono di stare dalla “parte giusta”, sicché vatteli a pesca gli altri che stanno dalla “parte sbagliata”?
Salvator Rosa:
«Non vi è ragione che non ve ne sia una contraria».
A proposito di conflittualità dialettica o armata, molto interessante risulta quanto suggerisce Pavel A. Florenskij:
«Esistono due mondi e questo nostro mondo si cruccia nelle contraddizioni se non vive delle energie dell’altro mondo».
Ed è poco ma sicuro come «le energie dell’altro mondo» non siano di pertinenza dei libri e delle biblioteche, poiché tanto i primi quanto le seconde appartengono «a questo nostro mondo». Improbabile che nell’«altro mondo» esistano libri e biblioteche. E tantomeno comizi, riunioni, dibattiti, conferenze, meetings e quant’altro costituisca un ghiacciamento parolaio superfluo e inconcludente.
Mishima conferma:
«[…] le parole che dilaniano il mondo reale con la loro funzione di astrazione, e grazie a questo sembrano davvero inesistenti».
Sarebbe quindi opportuno chiedersi:
le parole aprono o chiudono?
allargano o restringono?
alludono o sanciscono?
educano o inculcano?
semplificano o complicano?
svincolano o incatenano?
Un libro di Marshall B. Rosenberg s’intitola Le parole sono finestre (oppure muri).
E Virginia Woolf:
«Dicendole, non si rovinano forse le cose?».
E ancora: un tomo – qualsiasi – di settecento pagine permette di andare oltre l’orizzonte dell’argomento che tratta oppure lo ghiaccia, magari pretendendolo esaustivo ed esclusivo?
E davvero una sfilza di definizioni e formule può cogliere la Verità-in-Sé, ossia La Parola che è Una?
Le domande sopra poste sono riassunte nel proverbio hawaiano:
Aia ke ola i ka waha, aia ka make i ka waha
la vita è nelle parole, la morte è nelle parole
L’espressione di una sequela di parole, dunque di un’analisi, di un’articolazione in vocaboli, postula necessariamente La Parola Una, La Parola assoluta (non soluta in parole), La Parola Antecedente, La Parola Primeva, La Parola Prima e Ultima che è «in Principio», che anzi è il Principio, quindi sintetica, non articolata e impronunciabile, che pertanto non è nessuna delle parole che vengono pronunciate o scritte, e tantomeno una sequela di parole pronunciate o scritte. Proprio il pronunciabile e lo scrivibile in molteplici parole costituiscono la prova della Parola Fontale Una, impronunciabile, inarticolabile, perciò del tentativo – fallito in partenza – di renderLa accessibile o addirittura di appropriarsene. D’altra parte, ognuna delle parole pronunciate o scritte non è che un travestimento della Parola Una che le trascende e che a loro volta, nelle coscienze comuni, in qualunque modo “formate”, La obnubilano. Ogni parola ha un suo unico significato finito e quindi un limite, mentre La Parola, nella sua assolutezza infinita e ineffabile, infinitamente e ineffabilmente contiene tutti i significati. Così, ogni singola parola pronunciata o scritta indica la Parola Una Primeva. Ovvero, il firmamento delle parole ruota intorno alla Parola che il loro Sole.
Di più, l’etimo di “parola”, dal latino parabola, “similitudine”, greco parabolé dal verbo parabàllo, “confronto, metto a lato”, mostra chiaramente il carattere allusivo delle parole che si pronunciano, ciò comportando che la dispersione si fa tanto più tanto più accentuata quanto più estesa è l’allusione. Non per nulla il sufi ‛Abd al-Jabbâr al-Niffarî dice che:
«Quanto più si allarga la visione (ru’ya), tanto
più si restringe l’espressione (‛ibâra)»,
mentre, al contrario, l’allargamento delle espressioni è prova del restringimento della visione, o addirittura di mancanza di visione: siccome la Parola Una non La si vede – quindi non La si conosce … se ne parla e se ne scrive impiegando miriadi di vocaboli. È come se si volesse cogliere l’Uno con l’utilizzo dei numeri. Cento mele possono contarsi, una mela no, poiché il contare presuppone la molteplicità, che a sua volta dipende dall’Unità. Ci vogliono cento volte una mela per fare cento mele, ma cento mele non fanno una mela, le mele non sono la mela, così LE PAROLE NON SONO LA PAROLA, la qual è, sì, anche nelle parole, ma non è le parole, che sono le molteplici vestigia della Parola, ispirate dalla Parola. La mèta è nel percorso in quanto lo anima, ma il percorso non è la mèta. L’Uno non è la somma delle molteplici unità. L’addizione dei numeri non dà per risultato Uno, bensì un ulteriore numero, con aumento della dispersione. Ed il contare – come il razionalizzare – non è che mettere ordine alla dispersione, che resta comunque una … ordinata dispersione. L’Uno si traveste da numeri che ne dipendono e non possono in nessun modo coglierlo. Lo stesso per La Parola che si traveste da parole che non posso in nessun modo coglierla ma da cui dipendono.
Se si parla o si scrive “di” qualcosa, nel nostro caso “della” Parola Una, Essa resta comunque indivisibile ed inappropriabile. Al termine delle Sacre Letture si dice: «Parola di Dio», ma a rigore dovrebbe dirsi «Parole di Dio», se è vero che sono ispirate una per una (compresa la punteggiatura?). Si dà il caso, però, che con la loro molteplicità (e non senza ambiguità) non possano che alludere alla Parola Una e Indicibile da cui prendono forma e si articolano.
Elias Canetti:
«Tento di raccontare qualcosa, ma subito ammutolisco e mi accorgo di non avere detto ancora niente. Una sostanza meravigliosamente lucente che non riesce a fluire rimane dentro di me e si fa beffe delle parole».
Günter Kunert:
«In fondo alla poesia
giace l’Indicibile.
Costretto in superficie
si dissolve
nel vocabolario».
Il parlare tenta di supplire al vedere, cioè al conoscere, all’essere. Mancando la Visione, vi si allude parlandone senza conoscerla, ossia credendovi. Si surroga la Visione con la fede nella molteplicità delle parole che vi si approssimano dall’esterno senza poterLa vedere. Infatti soltanto la Visione può vedere Se stessa, ragion per cui ogni allusione-approssimazione non solo rimane irriducibilmente relativa, ma diventa ghiaccio mortale – la lettera che uccide – se la si pretende esaustiva anziché orientativa. Le parole pretendono di implicare il Non Implicato e Non Implicabile, ossia la «sostanza meravigliosamente lucente», «l’Indicibile» che è La Parola Una e impronunciabile. Rinchiudere la Luce, ossia la Parola, in una struttura sillogistica, in un ordinamento di parole, è impresa fallita in partenza e, a ben vedere, sconsideratamente pretenziosa, che a sua volta suscita reazioni concorrenti e altrettanto pretenziose.
Gli è che un atto involutivo spinge tutte le creature alla materializzazione completa e concreta delle idee più sublimi e delle concezioni più alte, le quali non sono umane né umanizzabili; diversamente sarebbero finite. La parola è espressione e menzogna delle idee concepite. Parlare è materializzare. Parlare è dissolvere. Sentir parlare è deviare se non si passa al di sopra delle parole dette e non si percepiscono le idee. Il gran mistero è nel silenzio integrale dei sensi e della mente per permettere l’evoluzione catartica della coscienza involuta.
Si sottolinea: se non si passa al di sopra delle parole dette e non si percepiscono le idee. Ora, l’Idea primeva, il Principio, è La Parola, la Luce, la cui potenza creatrice ma anche assimilatrice esige, appunto, il passar sopra alle parole dette e scritte, che al Suo confronto sono ombre.
Il Qoelet conferma (cito in latino, lingua che mi affascina anche se non la conosco).
«Cunctae res difficiles;
non potest eas homo explicare sermone».
Teandrico.it – il monaco ortodosso:
«Posso passare – debbo passare – attraverso tutto perseguendo sempre con tranquillità ciò che è uno e unico. Devo lasciare tutto, tutte le divagazioni mi attraversino, liberamente, in attesa di quell’uno che dà valore a ogni cosa».
Si sottolinea: «quell’uno che dà valore a ogni cosa». E tale Uno è La Parola Primeva impronunciabile, l’Ante Valore quale scaturigine di tutti i (veri) valori, l’ethos quale controllore e moderatore del pathos, o, per usare termini nietzschiani, l’imperio dell’apollineo sul dionisiaco.
Non per nulla, il poeta indiano Pampattic Cittar afferma:
«Ci arrampicheremo
sulle vette delle
nostre Menti, e danzeremo.
Divoreremo
ogni discorso e ogni scritto.
Diventeremo liberi
dalla Nascita e dalla Morte».
«Divorare ogni discorso e ogni scritto» … oltrapassare il ghiacciaio!
Chiaro come anche il presente componimento faccia parte del ghiacciaio, ma non c’è altro modo per attirare l’attenzione sul medesimo. E tuttavia è proprio il ghiaccio che si “autodenuncia”: attenzione! pericolo di morte!
Gregorio del Sinai:
«Perché parlare a lungo? La preghiera è Dio che opera ogni cosa in tutti gli uomini».
Come dire che, ad eccezione della preghiera, l’acqua ghiacciata delle parole deve evaporare per lasciar vedere (dunque conoscere) la Perla che vi si nasconde in fondo. La Perla: La Parola che non è le parole, la Luce che non è le ombre che la nascondono:
«La luce splende nelle tenebre, e le tenebre non l’hanno sopraffatta».
«La verità è nell’abisso» dice Democrito. «L’Origine ama nascondersi» dice Eraclito. Mentre Senofane afferma:
«E nessun uomo ha mai scorto l’esatta verità, né ci sarà mai chi sappia veramente intorno agli dèi ed a tutte le cose che io dico: ché se anche alcuno arrivasse ad esprimere una cosa compiuta al più alto grado, neppur lui avrebbe tuttavia vera conoscenza, poiché di tutto vi è solo un sapere apparente».
È opportuno sottolineare: anche l’espressione al più alto grado resta un sapere apparente.
Seng-ts’an, terzo Patriarca Ch’an:
«La verbosità eccessiva e la razionalizzazione
più le manteniamo e più rischiamo di andar fuori strada;
eliminiamo perciò la verbosità e la razionalizzazione,
e non c’è luogo ove noi non si possa andar liberamente».
Lama Thuben Yeshe:
«Perché continuo a parlarne? Non importa quante parole io pronunci, parlare non potrà mai essere uguale all’esperienza. Le parole sono ancora imitazioni; artificiali rispetto all’esperienza».
Si propone un interessantissimo brano di Pavel A. Florenskij, prezioso anche ai fini dell’introspezione per la conoscenza di Sé, individuando tutto ciò che in sé non è Sé:
«[…] La parola è pertanto la massima manifestazione dell’atto vitale di ogni persona, la sintesi di tutte di tutte le sue azioni e reazioni, la scarica del livello di vita interiore che si è accumulata, l’affetto che è divenuto manifesto. In origine, quando ancora si dominava meno la parola e la vita interiore spezzava con maggior pressione lo strato sottile della coscienza della vita di ogni giorno, o quando gli uomini erano più prossimi alla sorgente dell’estasi paradisiaca, la parola, secondo le più recenti tesi dei linguisti, non veniva pronunciata, ma piuttosto si liberava dal petto colmo di eventi e di esperienze sovracoscienti. Era una parola totalmente creativa, che estaticamente si tuffava nel mondo. In quel tempo la parola non detta, non pronunciata, veramente ha lacerato e divorato il petto in cui era serbata».
« […] quando ancora si dominava meno la parola e la vita interiore spezzava con maggior pressione lo strato sottile della coscienza della vita di ogni giorno».
È appena il caso di osservare come il moderno «dominio delle parole», il loro scempio, la lingua incendiaria e velenosa di cui in Giacomo, sia di questi tempi una vera e propria sciagura, un’energia dissolutrice – dunque diabolica – per la quale gli uomini sono tutt’altro che «prossimi alla sorgente dell’estasi paradisiaca».
Ecco dunque che la svalutazione propedeutica delle parole – attuata nel Silenzio – risulta indispensabile per l’assimilazione mistico-eucaristica della Parola, o, più precisamente, l’essere assimilati dalla Parola, ciò per cui, soltanto, le parole acquistano vero senso. Soltanto ciò che è in Alto può verificare ciò che è in basso. Soltanto il Verticale I può certificare l’orizzontale –.
L’Alto, il Verticale … il Silenzio. Se non si parla e si scrive a partire dal Silenzio, cioè dalla Parola che non è nessuna delle parole, tutte le parole sono vocaboli morti che inevitabilmente imputridiscono.
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4 commenti su “La Parola non è le Parole. Il Matto.”
Bellissimo.
Del resto, la prima sensazione che proviamo di fronte a un evento non è esprimibile a parole. La prima sensazione che viviamo – non è ancora intervenuta la parte sinistra del cervello, quella razionalizzante che porta fuori strada – non è rappresentabile con un discorso ma con una immagine. Non sono un esperto ma con le parole siamo già nel campo della razionalizzazione, della spiegazione, della giustificazione, inevitabilmente entrano in gioco fattori contaminanti che inquinano la genuinità del nostro sentire. Innanzitutto dovremmo capire chi siamo, e per farlo occorre capire cosa *sentiamo*.
Otttima osservazione.
Ciao.
Molto interessante,
caro Matto, visto e considerato che sei tanto rigoroso anche nei riguardi della parola scritta, per tua soddisfazione, mi vien da citare il Fedro platonico dove Thot presenta al faraone Thamus la sua invenzione: la scrittura. Il re non ne resta affatto ammirato, anzi, la critica perchè darà agli uomini la “presunzione di sapienza” , non la vera sapienza. Gli uomini si sentirebbero impelagati in un mare di dettagli superflui, sempre disponibili e variamente interpretabili, ma, soprattutto si riterrebbero esentati dalla necessità di ricordare, indebolendo così la propria memoria e avviandosi alla dimenticanza, fatta pubblicamente passare per conoscenza.
Thamus non è un mio antenato, ma doveva essere Matto pure lui 😁
Grazie e ciao.
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