Lampeggiamento. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su fede, e luce. Buona lettura e meditazione.

§§§

Matto Lampo

 

 LAMPEGGIAMENTO

 

Come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

Giovanni Pascoli

 

Lampeggiamento di notte in una notte che è solo luce.

Guido De Giorgio

 

Imparo a vedere. Non so da cosa dipende, tutto penetra in me più a fondo e non si ferma nel punto in cui era solito finire sempre. Ho un’interiorità di cui non ero a conoscenza. Ora tutto vi confluisce. Non so cosa vi avvenga.

Rainer Maria Rilke

 

Di quanto mi raggiunge, non c’è nulla che non riesca a percepire: la più piccola cosa e il più flebile suono, siano essi lontani come gli otto confini del mondo o vicini come lo spazio che separa il ciglio dal sopracciglio. Tuttavia non so se li percepisco con le sette aperture del capo o con le quattro membra, non so se li conosco con la mente o con le viscere o con gli organi interni. È una conoscenza che si basa soltanto su se stessa.

Lie Zi

 

[…] quel “terzo occhio” che “vede tutto” nella perfetta simultaneità dell’eterno presente.

René Guénon

 

 

Abbiamo due occhi per vedere due lati delle cose, ma ci deve essere un terzo occhio che vedrà tutto allo stesso tempo e tuttavia non vedrà nulla.

Daisetsu Teitaro Suzuki

 

* * * * * * *

Descrivere ciò che accade in un frammento super-temporale, in un kairos,   è un’impresa fallita in partenza. Mai una sequela di parole potrà render conto esaustivo di ciò che accade nell’attimo, nell’atomos, nell’indivisibile, nel non scomponibile in parole dato che queste sono necessariamente calate nel tempo. E già le citazioni in incipit sarebbero più che sufficienti per comunicare alla meno peggio l’accadimento atomico, istantaneo, immediato.

 

Tuttavia, pur nel suo irriducibile arrancare intorno al Vero, la comunicazione verbale e/o scritta costituisce un mezzo per veicolare qualcosa che la trascende e le fornisce il “materiale” da esprimere. Chiaro che per un argomento come quello di cui qui si tratta, c’è di mezzo steccato del non intendersi che separa i Matti dai Sani di mente. D’altra parte, il non intendersi straripante e drammatico ad ogni latitudine e longitudine fra i Sani di mente dovrebbe indurre questi ultimi ad essere assai prudenti nell’assumere la solita aria di sufficienza nei confronti dei Matti.

 

Intanto, mi consolo con Charles Bukowski:

 

«I pazzi e gli ubriachi sono gli ultimi santi della terra».

 

E con Akira Kurosawa:

 

«In un mondo folle solo i pazzi sono sani di mente».

 

* * * * * * *

È una mattina inoltrata di prima estate, e mi trovo seduto al tavolo di un bar all’aperto, gustando in piena tranquillità (munen* nel gergo zen) una granita di limone.

* 無 mu: senza, 念 nen: pensiero, desiderio, aspetto, forma.

All’improvviso un lampeggiamento: mi rendo lucidamente conto di essere una risonanza, un’ampiezza feconda di ricezione auditiva e ricreazione  dei suoni di motori, sirene, trombe d’auto, musica dall’altoparlante del bar, brusio degli avventori, ciò accadendo nell’assenza di ogni mio intervento: mi trovo in uno stato di pura ricezione e pura ricreazione in cui il mio io ordinario e giudicante – il mio io “formato”, costruito – è del tutto trasceso.

Simultaneamente, mi rendo conto di essere anche uno specchio, anch’esso un’ampiezza feconda di ricezione visiva e ricreazione di persone, alberi, auto, gatti, nuvole, anche questo, di nuovo, come stato di pura ricezione e pura ricreazione esente da ogni mio intervento.

 

Sempre simultaneamente, a questa risonanza, a questo specchio, a questa ampiezza, giunge e si ricrea la fragranza dei cornetti caldi sfornati nel bar ed il miasmo dei tubi di scappamento fuori legge (la “location” del bar non è propriamente bucolica), nonché il sapore della granita di limone che sto gustando e la solidità della sedia di metallo su cui sono seduto.

 

Onde sonore, visive, olfattive, gustative e tattili giungono a/in me e immediatamente si ricreano in unità. Non v’è interposizione di pensiero e giudizio: il lampeggiamento li anticipa, essi sono inesorabilmente in ritardo. E, a rigore, superflui. Anzi contaminanti.

 

Constato che – qui ed ora – il mio essere più profondo o più alto, il mio vero essere, il mio ente primigenio è oltre il pensiero e perciò oltre le parole. Sono una pura risonanza, uno specchio terso, un’ampiezza permanente senza forma, un cielo in cui s’invera all’istante qualsiasi forma sonora, visiva, olfattiva, gustativa e tattile, e ciò senza che debba pensarla e nominarla, quindi prima che possa “ragionarne” (o raccontarne, come sta avvenendo adesso). Constato che il pensiero è in inesorabile ritardo rispetto a ciò che lo suscita, e che tutto ciò che giunge e si riproduce nella risonanza/specchio ne è totalmente svincolato e accade da sé. E soltanto in seguito il pensiero reagisce alle onde col suo vano tentativo di afferrare ciò che accade (non può che ricordarlo e raccontarlo), accompagnato dal giudizio duale: “gradisco” o “non gradisco”, “ci credo” o “non ci credo”.

 

Se così posso dire, ci sono e non ci sono, sono un nulla e un tutto presente, lucido, imperturbabile, equanime, neutro, che ricrea simultanenamente e unitariamente una molteplicità di onde sensoriali. In un arcaico silenzio, in sé inviolabile, sorge la relazione immediata non duale tra la risonanza/specchio quale unica ampiezza di convergenza di tutto ciò che viene riprodotto in quanto molteplice divergenza. Direi quasi che le onde sono il seme che feconda l’ampiezza senza forma che a sua volta genera la forma di ciascuna onda, inseparabile dalle altre onde.

 

Grazie a tale particolare stato di coscienza, realizzo il senso dell’«occhio/lucerna», quindi dell’eco/specchio:

«La lucerna del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso». E infatti cosa ne è stato del mio corpo opaco nell’attimo del lampeggiamento?

 

Omologamente la Bhagavadgita:

 

«Ciò che è notte fonda per tutti gli esseri, è veglia per colui che è padrone di sé; quando è tempo di veglia per tutti gli esseri, è notte profonda per il Saggio il cui occhio interiore si è aperto».

 

Occhio che vede, occhio che ascolta, occhio che odora, occhio che gusta, occhio che tocca. Occhio che in sé non è ciò che vede, non è ciò che ascolta, non è ciò che odora, non è ciò che gusta, non è ciò che tocca. E non è ciò che pensa!

 

La chiave è in quel «semplice»: cioè chiaro, limpido. E per ottenenerla è necessario che i «complici», gli offuscatori, ossia il pensiero ed il giudizio che interferiscono nel puro fluire delle onde, decantino. Altrimenti:

 

«se l’occhio tuo è viziato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso».

Ossia:

«pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi netto!».

 

Nella nettezza i complementari interno ed esterno si coniugano, i due si fanno uno, due in una sola carne, due-non-due:  ni-fu-ni nello zen,  advaita nell’induismo.

 

«Gesù disse loro: “quando farete dei due uno, e quando farete l’interno come l’esterno e l’esterno come l’interno […], entrerete nel Regno”». (Vangelo di Tommaso).

 

Constato come sia il pensiero, soggettivo e misto a passioni, che vizia e opprime la coscienza, deforma lo specchio e quindi altera la risonanza. Come le grigie e fitte nuvole oscurano il cielo terso senza poterlo raggiungere e offuscare, ma lasciando la terra nell’ombra.

Nipponicamente MEIKYO SHISUI: specchio cristallino (meikyo) come acqua tranquilla (shisui), vale a dire:

«Una mente calma, indisturbata, riflette il mondo con veridicità e senza adulterazioni».

 

Si tratta, come già detto, di una percezione-comprensione al di là del pensiero, alla quale il pensiero è irriducibilmente subordinato.

 

Il pensiero non spiega nulla se non se stesso, e per sopravvivere deve compiere un giro vizioso ritornando ognora su se stesso, non potendo fare a meno di se stesso. Oltre il pensiero c’è l’Altro, il Principio, il Verbo, lo Spirito che il pensiero non può nemmeno sfiorare! E mentre il pensiero è pluriforcuto e provoca conflitti, l’Altro, che è Uno, è il luogo della Pace, giacché in ciò che è uno non può sussistere contrasto, bensì solo armonica complementarietà.

 

V’è dunque un rovesciamento: non il pensiero che vanamente s’affanna a conoscere tramite l’accumulo dispersivo (l’ossimoro è d’obbligo) di nozioni ed il loro indefinito scandaglio, bensì lo stato arcaico di coscienza che, se del caso, esprime approssimativamente col pensiero ciò che conosce. In ambito spirituale il pensiero non può conoscere né spiegare; è il conoscere – cioè l’essere – che, se del caso, pensa e parla per riferire, soltanto alludendovi,  ciò che conosce.

 

Ecco perché bisogna imparare a percepire a partire da una sensibilità profonda, intuitiva, pre-razionale, pre-nozionistica, pre-culturale. Si tratta della liberazione della coscienza arcaica che è pienezza e unità con sé stessi e con il tutto.

 

Tao Te Ching:

 

«Lo studio porta sempre più lontano

La Via, seguìta, porta sempre più indietro

sempre più indietro

Sino al non-agire originario».

 

Vale la pena di notare come il «non-agire originario», lo stato contemplativo (non-agente), sia la conditio sine qua non del retto agire, ciò che la dice lunga sulla condizione di degrado in cui affoga questo mondo.

 

Concludo aggiungendo che il superiore stato di coscienza in quanto pura eco e specchio terso, corrisponde a quello che in occasioni precedenti ho indicato come STATO INTERIORE DI NON BELLIGERANZA, stato di imperturbabilità, secondo lo Zen fudoshin: la mente immobile, consapevole della mobile relazione universale, distinta ma non separata da essa; stato in cui sono trascese tutte le forme umane (dunque precarie e fallibili) della concordia e della discordia, della pace e della guerra, vale a dire la tenaglia del dualismo da cui la massa addormentata degli esseri umani è dilaniata.

 

«Venite a Me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi […] imparate da Me, che sono mite e umile di cuore».

 

Visti lo sconquasso imperante ed i molteplici e confliggenti accaparramenti della “verità”, è assai probabile che la comprensione integrale di quel «Me», quindi dell’«ut unun sint», sia ancora di là da venire.

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43 commenti su “Lampeggiamento. Il Matto.”

  1. Don Pietro Paolo

    Cara Adriana,
    vede, la differenza tra me e lei è semplice: io i “tizzoni d’inferno” , molti dei quali hanno molto in comune con lei, li riconosco e li combatto, lei invece li accarezza come fossero peluche. Quanto alla mia salute, non si preoccupi: finché certe sue battute restano il massimo del veleno che può scagliare, posso dormire tranquillo… e continuare a sgranocchiare.

  2. Ecco che con sempre maggiore veemenza, starei per dire violenza verbale, il nostro don P.P. si sta rivelando per quello che è: uno spietato fondamentalista.

    Chiaro come il (ogni) fondamentalismo, se spinto oltre certi limiti, cioè cieco e monotono, risulti soffocante e provochi disinteresse e ribellione.

    Ma che importa? Quello che conta è il “popolo eletto”, tutti gli altri sono gente da macello (vedi Bibbia).

    1. Don Pietro Paolo

      Egregio Matto,

      vedo che, come al solito, invece di entrare nel merito, Lei si rifugia nelle etichette: “fondamentalista”, “spietato”, “soffocante”, “gente da macello” , “petulante”.. vediamo quale altro slogan sta preparando per il futuro . Quando mancano gli argomenti, restano solo gli slogan.

      Mi permetta però di ricordarLe che il vero fondamentalismo è quello che riduce la Bibbia a caricatura, che prende qualche passo isolato per costruirci sopra accuse grossolane. Se avesse la pazienza di leggere davvero la Scrittura, scoprirebbe che l’“elezione” non è un privilegio elitario, ma una missione di servizio; non è condanna altrui, ma sacrificio offerto per la salvezza degli altri.

      E, se davvero Le risulto così “monotono” e “soffocante”, perché mai continua a seguirmi e a commentare? Forse, in fondo, quel Vangelo che dice di respingere è proprio ciò che non riesce a lasciarLa in pace.

      1. Faccio quello che fa lei con me, che non perde occasione per inondarmi di “omelie”‘ ripetitive fino alla noia. Eppure lo vede che non ci intendiamo! Pensi piuttosto a lei, che si presenta come apostolo della fede ma sta coi frati e zappa l’orto, facendo finta di niente circa lo sbraco di quella che lei continua a ritenere la “Chiesa cattolica.

        1. Don Pietro Paolo

          Caro Matto,

          la differenza è che io, nel mio “ripetere”, annuncio la verità del Vangelo e difendo la Chiesa di Cristo; lei, invece, nel suo “fare come me”, si limita a lanciare frecciatine e a disprezzare ciò che non riesce — e soprattutto non vuole — comprendere.

          E quanto allo “zappare l’orto”, se intende offendermi, ha sbagliato bersaglio: è infinitamente più nobile lavorare la terra che seminare disprezzo e veleno contro la Chiesa. Io non “faccio finta di niente”: conosco bene le sue ferite, ma proprio per questo rimango fedele alla Sposa di Cristo. Lei, invece, da fuori, si limita a insultarla senza coglierne il mistero profondo.

          Mi definisca “fondamentalista” o come più le aggrada: le faccio notare che quella Chiesa, che lei con tanta superficialità e senza alcun diritto definisce “sbracata”, è mia Madre — e io ne sono membro vivo, fedele e felicemente incorporato.

          Don Pietro Paolo

  3. Dal concilio vaticano II abbiamo imparato ad “aprirci” al mondo, ad “aprirci” alle religioni.
    Come non ricordare gli elogi fatti in Nostra aetate a tutte le religioni?

    Mi stupisce la critica di Don Pietro Paolo a questo articolo.
    Diciamo allora, che l’articolo si può interpretare nell’ermeneutica della continuità con nostra aetate. Forse detta così lo avrebbe digerito meglio.
    Si aggiorni caro Don. Dopo il concilio, dopo il “magistero pachamamico” di bergoglio, la sua critica è fuori dalla chiesa vaticanosecondista.
    Vuole tornare alla chiesa pre conciliare che ribadiva la centralità di N. S. Gesù Cristo? L’unicità della Sua Via di salvezza?
    La chiarezza preconciliare cozza contro l’ambiguità del concilio.
    Mi dirà che non ho compreso Nostra aetate, che non ho capito il culto dato da francesco alla divinità Inca…. (abbiamo visto sacerdoti con le terga al cielo, un “papa” che benedice un idolo, ma qualcuno osa ancora dire che non è stata fatta nessuna adorazione, che non era culto. Mah!).

    Poi, il risultato reale dell’attuale magistero della chiesa è questo sincretismo strisciante, che agli occhi dei semplici fa dire che una religione vale l’altra.

    L’ambiguità della chiesa odierna fa cadere nel sincretismo che Lei denuncia.

    Nel nostro tempo va di moda il sincretismo, la chiesa vaticanosecondista, cioè modernista, si è aggiornata allo spirito del tempo anche in questo.
    Quindi, criticare l’articolo ed elogiare il magistero vaticanosecondista è contradittorio. Poi non lamentiamoci di queste macedonie spirituali.

    1. Don Pietro Paolo

      Gentile Zara,

      ma che dice? La sua è la solita caricatura grossolana del Concilio e della Chiesa, utile forse per infiammare qualche blog, ma lontana dalla realtà dei fatti.

      Il Concilio Vaticano II non ha mai negato la centralità di Cristo né l’unicità della Sua opera salvifica. Al contrario, la ribadisce con forza: “Cristo è il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore e la pienezza delle aspirazioni di tutti” (Gaudium et Spes, 45). Nostra aetate non mette tutte le religioni sullo stesso piano: riconosce i “semi di verità” presenti in esse per spingere la Chiesa a dialogare, non a sincretizzare.

      Dialogo non significa confusione, apertura non significa relativismo. La Chiesa sa bene che “non c’è sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). E questo nome è Gesù Cristo. Tutto il resto — rispetto per l’altro, valorizzazione di quanto di vero esiste altrove — è semplicemente la carità della verità che cerca la salvezza di tutti.

      Quanto alla “Chiesa vaticanosecondista” e al “magistero pachamamico”, le ricordo che il Magistero autentico è quello della Chiesa cattolica, che non cambia con i suoi papi né si dissolve in qualche moda. Se ci sono stati gesti discutibili (e ci sono stati), non invalidano l’intero Magistero né la sua autorità.

      In sintesi: il sincretismo è un pericolo reale, ma nasce proprio quando si travisano i testi conciliari, non quando li si legge con fedeltà. Il Concilio non ha sostituito Cristo con la Pachamama; ha semplicemente ricordato alla Chiesa che, per annunciare Cristo, bisogna saper parlare agli uomini di oggi senza tradire la verità di sempre.

      Don Pietro Paolo

      1. ” il Magistero non cambia con i suoi Papi ” ( che tuttavia non esitano a cambiare- perfino di numero- ).
        Ma allora…a che servono i Papi?

  4. stefano raimondo

    Guénon insisteva sul fatto che “intelletto” una volta significava la percezione di realtà trascendenti. Dimenticata in occidente, si tratta di una facoltà che intravede l’aldilà, le cui tracce nell’anima appaiono appunto come intuizioni intellettuali. (Ovviamente l’intelletto è al di sopra delle ragione).

    Comunque, a proposito di percezione della realtà, occorre ricordare sempre che la realtà è una, indivisa. La dualità è solo il modo in cui la mente organizza l’esperienza: le “cose” separate esistono solo come gioco per la coscienza per conoscere se stessa.

  5. Don Pietro Paolo

    Caro Matto,
    il Suo lungo scritto sul “Lampeggiamento” non è meditazione cristiana, ma un esercizio di sincretismo raffinato, che mescola Vangelo, taoismo, zen, esoterismo e citazioni letterarie per dare l’impressione di una sapienza superiore. In realtà, è solo confusione travestita da luce.

    Lei mette insieme Pascoli, Guénon, Suzuki, Tao Te Ching e persino il Vangelo, come se Cristo fosse un tassello tra gli altri. Ma Cristo non è un frammento del Suo mosaico: è il Figlio di Dio vivo, unico Salvatore, La Sapienza incarnata. Mescolarlo con filosofie che negano la Sua unicità significa tradirlo.

    Lei parla di “pura risonanza” e di “specchio terso”, come se la salvezza fosse dissolversi nel nulla impersonale. Ma la fede non è annullamento dell’io: è trasformazione. San Paolo non scrive “sono nulla che riflette tutto”, ma: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). È la differenza tra perdersi e rinascere.

    Lei forza le parole del Vangelo fino a piegarle: l’“occhio semplice” non è il “terzo occhio” delle dottrine esoteriche. È il cuore purificato che vede Dio (Mt 5,8). Presentarlo come chakra o “occhio cosmico” è falsificare il Vangelo.

    Lei afferma che pensiero e giudizio “contaminano”. Ma il Signore ci ordina: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21). Non discernere significa farsi ingannare. Chi invita a sospendere il giudizio, in realtà, lavora per oscurare la coscienza.

    E quando Lei esalta il “non-agire originario”, propone il quietismo, cioè l’inerzia spirituale. Ma Cristo non ci ha salvati per lasciarci contemplare il vuoto: ci ha inviati a testimoniare. “La carità di Cristo ci spinge” (2Cor 5,14). Chi predica neutralità e inerzia, predica un Vangelo falso.

    Infine, quel “Me” ( (Mt 11,28-29) che Lei lascia sospeso come se fosse un enigma esoterico, non è un mistero indefinito: è una Persona viva, concreta, unica. È Gesù Cristo, crocifisso e risorto, presente nei Sacramenti, Signore della storia. Il resto è fumo.

    La verità è semplice: il Suo linguaggio raffinato cerca di attrarre, ma porta lontano dal Vangelo. Lei non illumina: annebbia. Non costruisce: semina disorientamento. È un discorso che ha la brillantezza ingannevole della sapienza terrena, quella che San Giacomo definisce “terrena, carnale, diabolica” (Gc 3,15).

    Non mi illudo e non intendo convincerLa: non rispondo tanto a Lei, ma a chi legge e rischia di lasciarsi abbindolare. Perché il cristiano non cerca lampi effimeri: cerca la Luce vera, Quella che illumina e dà vita ad ogni uomo, quella che viene dal Crocifisso risorto, non dal gioco di specchi del sincretismo.

    Con franchezza,
    don Pietro Paolo

    1. Caro don P.P.,

      perché mi induce a ribadire che non ci intendiamo? Le piaccia o meno, siamo sullo stesso piano. O vorrà affermare che lei si trova su un piano superiore, magari perché membro del “popolo eletto”?

      Io rispetto la sua forma mentis ecclesiastica, anche se devo notare che le impedisce di leggere bene quel che è scritto. Non posso dire lo stesso di lei nei miei confronti, visto che col passare del tempo i suoi (suoi!) giudizi diventano sempre più caustici.

      Mentre legge – e non lo fa soltanto con me – lei è distratto dalle repliche che sorgono immediatamente dalla sua forma mentis ecclesiastica. Lei non legge per cercare di comprendere (e semmai, dopo, non condividere),no, lei legge soltanto per replicare. E lo fa, debbo dirlo, con una certa petulanza.

      Lei sta – legittimamente – in una gabbia d’oro. Si sforzi di concepire lo Spazio Immenso che è fuori della gabbia.

      Con un distinto saluto.

      1. Caro Matto,
        infatti don P.P. non usa della sua petulanza “frizzosa” solo con te….e, sicuramente, appartiene a quel “popolo eletto” che crede di esserlo perchè ha fatto la scelta di sottrarsi da ogni legame umano impegnativo. Sii comprensivo! Con gli anni molti di costoro finiscono con l’assumere- inconsapevolmente- le petulanze e le puntigliose rivendicazioni di essere sempre nel giusto e, soprattutto, di avere il diritto dell’ultima parola… a perfetta imitazione della Signora Coriandoli,
        ( alias: Maurizio Ferrini ).

        1. Don Pietro Paolo

          Gentile Adriana,

          ormai è evidente: non c’è sciocchezza del Matto che lei non si affretti ad applaudire. È diventata la sua claque personale, il suo coro da fondo sala. Ma vede, a forza di fare l’eco ad ogni sua provocazione, finisce solo per rendere il dibattito più povero e più ridicolo.

          Quanto alle sue battutine sul “popolo eletto” e sulla “Signora Coriandoli”, le lascio volentieri a chi si accontenta della caricatura quando non ha argomenti. Io non mi sono “sottratto a legami umani”: ho fatto una scelta che comporta più responsabilità e più rinunce di quanto lei possa immaginare.

          E sì, rivendico il diritto dell’ultima parola — quando l’ultima parola è quella della verità. Se per lei questo è “petulanza”, allora accetti pure di vivere nella comoda mediocrità del “tutti hanno ragione”. Io preferisco la scomodità di dire ciò che è vero anche quando non piace.

          Don Pietro Paolo

          1. Gentilissimo don,
            Vede, io speravo, arruffandole le penne, di riportarla a quella santa umiltà cristiana in cui fu esemplare don Cottolengo. Ho ottenuto l’effetto opposto: quello di vederla rizzare la cresta, gonfiare più che mai il petto e i bargigli in una esaltazione “kikirrata” del proprio “eccelso” operato.
            P.S. Non mi “aggancio” al Matto per piaggeria nei suoi confronti : stavolta, meno che mai. Il fatto è, civilissimo don, che alle mie richieste di chiarimenti, lei non risponde MAI, mentre- al contrario- magari per bacchettarli- risponde sia a Rolando, sia al Matto… Devo supporre che ciò sia dovuto alla sua incancrenita misoginia: un portato di antica Sicilianità, di vecchio costume clericale e di pratica balenga di una religione con fortissime fondamenta patriarcali. Come vede, stavolta, per ottenere una sua risposta- seppur biliosa- è stato necessario accostare il mio intervento a quello di un umano “masculo”, e che – di conseguenza- il suo IO non può rifiutarsi di prendere in considerazione come essere umano- per quanto, a suo “personalissimo” giudizio-, “traviato” ed “errante”.-

          2. Don Pietro Paolo

            Gentile Adriana,

            vedo che, a corto di argomenti, ha deciso di rifugiarsi nella solita arma dei deboli: l’insulto travestito da ironia. La sua risposta, infatti, dice molto più su di lei che su di me. Il paragone con la “cresta” e i “bargigli” non è solo puerile: è il chiaro segno di chi non riesce a sostenere un confronto sul piano delle idee e scivola nella caricatura.

            Quanto alla “santa umiltà” di cui parla, le ricordo che l’umiltà non consiste nel tacere davanti alla menzogna o nel lasciarsi calpestare dall’arroganza, ma nel servire la verità anche quando questo costa impopolarità. Non ho mai “gonfiato il petto”: difendo semplicemente ciò in cui credo — e lo faccio con la franchezza che il Vangelo esige.

            Il suo tentativo di giocare la carta della “misoginia” è ancora più patetico: quando non si riesce a controbattere nel merito, si tirano fuori le etichette. È la strategia più vecchia del mondo. Mi creda, le rispondo non perché lei sia “maschio” o “femmina”, ma perché ha scritto cose che meritano replica. Se certe sue uscite sono rimaste senza risposta è perché non contenevano nulla di sostanziale a cui valesse la pena rispondere.

            E infine, le lascio un dato di realtà: la mia fede, la mia vocazione e la mia missione non dipendono dal suo giudizio, né dalla sua simpatia, né dal suo sarcasmo. Lei può continuare a vedere misoginia dove c’è solo logica, o gonfiarsi d’orgoglio per avermi “provocato”: resta il fatto che la verità non cambia perché lei la dileggia.

            Don Pietro Paolo

          3. E’ molto strano che lei non risponda MAI alle mie domande più evidentemente imbarazzanti, cui dichiara di non badare perchè- devo supporre- non saprebbe rispondervi. Sembra proprio la “favola della volpe e l’uva”. E’ altresì strano che si metta a springare alto quando suppone di venir toccato nella sua autorevole funzione che lei assimila alle sue caratteristiche psicologico-comportamentali proiettive….La Chiesa è dunque sua madre? Cioè, lo sarebbe proprio quella figura che la tradizione ha equiparato alla Sposa del Cantico dei Cantici? E Gesù diventerebbe, di conseguenza, lo Sposo, e perciò suo Padre? Ottimo! Complimenti!!!
            ” Mi baci con i baci della tua bocca!! Si, migliore del vino è il tuo amore. Inebrianti sono i tuoi profumi per la fragranza, aroma che si spande è il tuo nome: per questo le ragazze di te si innamorano. Trascinami con te, corriamo!…Tu mi hai rapito il cuore, sorella mia, mia sposa, quanto più inebriante del vino è il tuo amore e il profumo dei tuoi unguenti, più di ogni balsamo, le tue labbra stillano nettare o mia sposa…Giardino chiuso tu sei, sorella mia, mia sposa…” ( Cantico dei Cantici ).
            Un testo di raffinato erotismo che per qualche “distrazione” mentale o per qualche impellente esigenza di metamorfosi, alcuni teologi hanno avuto la sfrontatezza di paragonare a un ideale matrimonio tra il Cristo e la Chiesa, quando, addirittura, non hanno avuto la tracotanza di assimilare questa figura prorompente di femminilità alla stessa Madonna. Il bellissimo testo è indubbiamente antico e, con forte probabilità, eredita numerose immagini- tra cui quelle del connubio “incestuoso”- dalla ricca poesia d’amore dell’antico Egitto.###
            Non mi parli della logica come dell’elemento che la rende tanto collaborativo con la guida ecclesiastica! Non è la logica, non è neppure una spinta ad una autentica esigenza di comunione, bensì- a mio vedere- è una subordinazione totale quella che la induce alla rinuncia del suo pensiero personale a favore di un’adesione cieca e passiva a qualunque sia l’ultimo ordine (diretto o indiretto) che le cali dall’alto del Sacro Soglio. Anche il più bizzarro, come la benedizione di Leone XIV al masso di ghiaccio posto ai suoi piedi per scongiurare il riscaldamento atmosferico: una ultima prova di spirito religioso o, piuttosto, di “Grande Magia”?

          4. Caro don P.P.,
            per uno come lei che sgranocchia come cioccolatini tizzoni d’inferno dall’inizio del giorno a notte inoltrata, da dove provenga una preghiera di buona salute dovrebbe essere l’ultima delle sue preoccupazioni.

      2. Don Pietro Paolo

        Caro Nippo,

        vede, qui sta proprio la differenza tra lei e me — ed è una differenza abissale. Lei può scrivere tutto ciò che le passa per la testa: aforismi, opinioni, fantasie personali o voli pindarici senza fondamento. È legittimo, ma resta nel campo delle idee soggettive, mutevoli e discutibili.

        Io, invece, non parlo a titolo personale. Parlo da sacerdote della Chiesa cattolica, e ciò che dico non nasce da un mio “ego ecclesiastico”, ma dalla fedeltà a una verità che non è mia, ma ricevuta. Non pretendo di essere “su un piano superiore” per meriti miei, ma perché l’insegnamento della Chiesa — non la mia opinione — è, per fede, superiore a qualsiasi costruzione umana. Non si tratta di arroganza, ma di obbedienza.

        Quanto alla sua accusa di “petulanza”: mi permetta di sorridere. Lei scrive pagine intere di sofismi, provocazioni e banalità spacciate per profondità, e io dovrei tacere per non essere petulante? No, grazie. Ho tutto il diritto — e direi persino il dovere — di confutare ciò che giudico falso, come lei ha tutto il diritto di continuare a scrivere le sue teorie che non hanno niente di cattolico. La differenza è che io difendo un deposito di fede che ha attraversato i secoli e ha formato santi, civiltà e martiri, mentre lei gioca a decostruire tutto dietro la comoda etichetta di “spazio immenso”.

        Infine, la sua “gabbia d’oro” ha un nome preciso: si chiama Verità, quella Verità che libera (Gv 8,32). E se la Verità è una gabbia, allora benedico ogni sbarra, perché dentro quella gabbia c’è la libertà vera, mentre fuori — nel suo “immenso spazio” — c’è solo il vuoto abitato solo da opinioni che cambiano con il vento.

        Don Pietro Paolo

    2. Caro don P.P.,
      la sua citazione dalla lettera di Giacomo è molto utile.
      Fa capire quanto il fondamentalismo biblico- gesuano-cristiano non abbia nulla da invidiare al fondamentalismo islamico. Caro don, era a conoscenza dei numerosi “sfregi” operati dai Cristiani sulle immagini egizie, (pareti affrescate e statue )? Vandalismi dovuti al fatto che i Cristiani trattavano tutte le immagini delle divinità antiche come fossero immagini di diavoli- di cui, evidentemente, avevano una paura matta- né gli Editti teodosiani potevano servire loro come arma e lavanderia spirituale-. Dopo di loro arrivarono gli Islamici iconoclasti con il progetto di completare i guasti. Bella cultura! Più o meno al livello di quella degli scimmioni di Kubrik in ” 2001: Odissea nello spazio “.

      1. Ha colto nel segno! Che se ne fa della vita chi non viene fulminato? Se ne sta buono buono a casetta sua. Va bene anche così, ma ….

    3. Finalmente uno che la pensa come me. Grazie Don Pietro Paolo per aver scritto, in modo più colto ed esaustivo, quello che avrei voluto scrivere io al Matto. Non capisco perchè il dottor Tosatti gli lasci tanto spazio; di certo è un suo amico, certamente è molto erudito, ma a me pare che ci sia poco di cattolico nei suoi scritti. O, se c’è, è molto fumoso ed emerge a malapena dal messaggio sincretista ed esoterrico del Matto. Ho un dubbio: che sia Ravasi quello che scrive?

      1. Lei la pensa così: molto bene. Poi c’è chi la pensa diversamente. Noto un certo spirito di censura nel suo intervento. Che facciamo?

    4. Il Matto non abbindola nessuno, nè persegue il plagio dei lettori. Espone le sue idee, sbagliate o no, ed è coerente in ciò che crede e non è pagato per ingannare. Ma tu don Paolo e Pietro, tu si che inganni chi ti legge e metti il Vangelo in mano a due antipapi che lo offendono con la loro ingiusta presenza per non parlare delle loro cattive opere.
      Ora dimmi chi fa più danno e chi usa la mezogna più grossa in mezzo alla verità di cui si fa scudo?

      1. Fritz, non credo ai miei occhi. Hai centrato perfettamente quel che mi riguarda! Ni congratulo. Grazie.

      2. Don Pietro Paolo

        Caro “amico” ( cfr Mt. 26,50) Fritz,

        te l’ho già scritto altrove, ma evidentemente lo zolfo ti ha annebbiato l’olfatto: puzzi di inferno lontano un miglio. Ti ergi a giudice morale e ti permetti di accusarmi di menzogna mentre ti fai avvocato di chi attacca la Bibbia, disprezza la Chiesa e riduce Cristo a un’idea filosofica qualsiasi. Sei avvocato del diavolo, Difendi chi semina veleno contro la fede e poi ti scagli contro chi quella fede la professa e la difende: un capolavoro di cecità spirituale.

        Io difendo la Chiesa fondata da Cristo su Pietro — quella vera, visibile, sacramentale — non un club di risentiti che decidono chi è Papa a seconda delle proprie simpatie. Sono io a mentire, o sei tu che, ubriaco d’odio, ti fai scudo della “verità” per colpire chi ti ricorda che non puoi manipolarla a tuo piacimento?

        Se ti consola attaccarmi, fallo pure. Ma ricorda: non sei tu a giudicare la Chiesa, sarà la Chiesa a giudicare te, e quel giorno non basteranno le tue arrampicate dialettiche per giustificare il veleno che hai sparso contro di essa.

        Don Pietro Paolo

          1. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            certamente: il mio angelo custode mi ci ha portato per vedere quel regno infernale … e con mia grande sorpresa ho visto che proprio lì stanno già preparando il suo trono. Si accomodi pure: pare l’abbiano collocato nella sezione riservata ai grandi sapienti dalla lingua tagliente e dal pensiero leggero, dove l’erudizione serve solo a fare sarcasmo e mai a dire qualcosa di buono e di cristiano. Auguroni

        1. Caro don P.P.,
          vedo che la sua rabbia concentrata la porta al totale delirio e alla fuga da qualsiasi forma di amore cristiano e
          di pietas umana.
          Mi spiace per lei. Dovrebbe curarsi.

          1. Don P.P.,
            si caro, tranquillo caro, ha ragione caro… Posso solo pregare per la sua salute.

          2. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,
            può farmi la carità di dirmi chi prega per la mia salute? Sa… giusto per regolarmi: devo ringraziare il Misericordioso Padre del mio Signore Gesù Cristo, o un santo del paradiso o iniziare a preoccuparmi perché la preghiera arriva… da tutt’altra parte?

  6. Qualcuno ha detto “cogito ergo sum” ribaltando completamente il giusto ordine delle cose. Dicono che era un grande filosofo e il mondo lo ha seguito.

    1. Descartes lo ha detto per uscire dallo scetticismo, Sant’Agostino lo dice in altra maniera – “si error sum –
      allo stesso fine.
      Ed ambedue pensano correttamente.
      Né l’uno ne l’altro ribalta nulla.
      Non propongono una nuova ontologia ma la via maestra per uscire dal dubbio.
      Se ne faccia una ragione e non dica fesserie.

  7. Qualcuno ha detto ” cogito ergo sum” ribaltando il giusto ordine del cose. Dicono che era un grande filosofo e il mondo lo ha seguito.

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