Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulle virtù della contemplazione. Buona lettura e diffusione.
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OLTRE LA FEDE E LA RAGIONE C’È LA CONTEMPLAZIONE
PARTE 1/2

Cristo Creatore – Duomo di Monreale
Premetto che qui non mi riferisco alla Fede Pura quale potente Anelito Mariano all’unione diretta col Verbo, con l’Assoluto, con l’Imperscrutabile ed Ineffabile: anelito primordiale, innato, non mediato, non trasmesso, incondizionato, per il quale, acutissimamente, ci si sente stranieri su questa terra, alieni da tutto ciò che vi si propone, e si assume la Contemplazione (l’Apofasi) in quanto volo che s’innalza al di sopra di qualsivoglia legame: esercizio di morte ad ogni condizionamento; via purgativa propedeutica all’illuminazione e infine all’unione col Verbo.
Mi riferisco invece alla fede positiva, ossia alla fede indottrinata, costretta in formule, confezionata con pretesa di esaustività, nonostante Giovanni concluda il suo Vangelo affermando che:
«Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere».
Pertanto, l’INSAPUTO su Gesù, sul Verbo, è assai di più del saputo attraverso lo Scritto, sennonché si pretende che la Dottrina ecclesiastica che ne è stata elaborata lo metta totalmente in chiaro! In altri termini, si pretende che il Verbo incarnato abbia assunto una forma totalmente decifrabile e che si possa comprimerla in un sistema sillogistico! LA Parola – UNA – esaurita da una miriade di parole e di risposte ineccepibili a qualsiasi domanda o perplessità. Così, inquadrato nella Dottrina e nei suoi derivati, il Mistero è ridotto alla portata umana proprio da coloro che se ne dichiarano araldi.
A proposito della Fede Pura riprendo l’allegoria della scala di Wittgenstein già accennata nel mio articolo precedente. Nella penultima proposizione del suo Tractatus, il filosofo austriaco afferma – spiegando l’intero senso della sua opera – che le sue proposizioni sono come una scala da usare per salire più in alto, per poi essere gettata via. Ne Il tempo degli stregoni, Wolfram Eilenberger osserva:
«È vero che tutte queste frasi sarebbero a loro volta, secondo i criteri dello stesso Wittgenstein, rigorosamente senza senso. Ma sta proprio qui il tratto geniale del suo programma decostruttivo: come portare chiarezza nel caos prodotto dal linguaggio se non con i mezzi stessi del linguaggio? Non resta dunque altro, alla fine, che spingere via con un gesto liberatorio quella scala di proposizioni – volte a promuovere la conoscenza – che il Tractatus ci impone di salire con fatica. Ma che fare a questo punto, senza scala, dopo essere arrivati così in alto? Che cosa resta da fare a un essere umano per trovare un terreno solido su cui poggiare i piedi? Resta una sola cosa: decidere di fare il salto! Il salto nella fede! In un’esistenza veramente etica, il salto nella libertà! Ed è un salto che va compiuto nella piena consapevolezza che si tratta di un salto senza sostegni e “infondato”. Ossia un salto a partire dal nulla, se è vero che il “qualcosa” designa sempre un fatto intramondano, un fondamento. Solo il salto veramente “infondato” dà il vero sostegno della fede, perché solo esso rinuncia in via di principio a ogni aspettativa razionale e a ogni possibile ricompensa, alla giustificazione, alla salvezza dell’anima, all’immortalità o a qualunque altra prospettiva classicamente religiosa».
Chiarissimo, pertanto, come anche le mie proposizioni – matte agli occhi dei Sani di mente – siano una scala che va lasciata andare.
Gli è che la Dottrina è un Trattato elaborato dagli ecclesiastici che non ammette il salto “infondato”, il salto della Fede Pura, «il salto nella libertà», e propone, o si dovrebbe dire impone, una determinata prospettiva che «designa sempre un fatto intramondano, un fondamento»: si deve rimanere sulla scala, cioè … sotto controllo ecclesiatico, cui però sfugge l’incommesurabile INSAPUTO.
Tuttavia, (anche) questo mio scritto non è contro la legittimità della fede positiva e la ragione, bensì, per quel che è possibile, concerne Ciò che è oltre esse; Ciò a cui il linguaggio umano, per quanto sommamente ispirato, forbito e organizzato, non può che ALLUDERE. Come si vedrà, la fede positiva e la ragione sono (possono essere) trascese nel libero cielo della Contemplazione, che è la più nobile, libera e liberante attività! Infatti il contemplare concerne:
«ogni spazio libero in cui l’occhio possa a suo piacere vagare» (etimo.it).
Cielo contemplativo non impacchettabile in parole, concetti, sillogismi e immagini: tutte allusioni (si ripete legittime) a cui occorre passare attraverso; cielo – in alto – in cui l’Assenza, o Vuoto, o Purezza, o Spirito, è inafferrabile e inconoscibile dalla fede positiva e dalla ragione, entrambe bisognose – in basso – di un oggetto (ob-jectum: posto davanti). La fede positiva necessita di apprendere nozioni, di onomastica, addirittura di prove, ossia di un’oggettivazione a cui credere, mentre la ragione deve avere un oggetto da elaborare, in entrambi i casi permanendo uno iato mediatore fra credente e il Creduto come fra ragionante e il Ragionato.
Altro è credere con Fede Pura, cioè con Anelito Primordiale Mariano incondizionato nel Verbo non oggettivato e altro è credere (soltanto) nelle parole che Lo raccontano, Lo interpreatano e quindi Lo oggettivano: come la parola “mela” non è la mela così la parola “Cristo” non è Cristo. Le parole indicano, non sono ciò che indicano. Se sull’autostrada ci si ferma al cartello indicante Firenze mai si arriverà in quella città. Se si ha sete e ci si limita a dire “acqua”, si resterà assetati.
Tra l’altro, se si sostiene il criterio secondo cui fede positiva e ragione non possano e non debbano contraddirsi, occorre ammettere che la ragione non è libera poiché deve auto-censurarsi continuamente secondo i dettami fissati dalla fede positiva clericalmente e … razionalmente stabilita. Così la fede positiva che non conosce e quindi crede (se conoscesse non avrebbbe necessità di credere) s’impone alla ragione che si esercita intorno a ciò che anch’essa non conosce ma deve esprimersi come esige la fede positiva, ed ammesso che la ragione così modellata sia sempre riuscita e riesca a mantenere una coerenza indefettibile rispetto a se stessa e alla fede positiva.
La vastità del cielo, ove l’Assenza è la vera Presenza, pertiene alla Contemplazione, mentre la limitatezza della terra pertiene alla fede positiva e alla ragione: si crede e si ragiona finché si è sulla terra, e non si dovrà insistere sulla preponderanza irriducibile del cielo sulla terra, quindi della Contemplazione sulla fede positiva e sulla ragione; preponderanza che, è bene ripetere ancora, non si pone contro bensì al di sopra di esse. Il cielo non elimima la terra, ma la contiene e la sopravanza infinitamente.
D’altra parte, l’elevazione contemplativa non può prolungarsi all’infinito, ragion per cui il contemplante, l’argonauta celeste, prima o poi non può che ritornare sulla terra – con occhio di volta in volta sempre più guarito dalla cispa terragna – e quindi all’allusione, tramite il linguaggio di cui (eventualmente) si servirà per accennare al proprio volo senza aspettative, giacchè queste – pensate e oggettivate evidentemente a proprio vantaggio – annichilirebbero il puro slancio super-egoico verso l’Assoluto (l’Amatore ama perché ama, non per una contropartita, non dipende da una contropartita); linguaggio che però resterà incomprensibile a chi non ha effettuato un volo simile e quindi dovrà limitarsi a credere o non credere al suo racconto.
Riguardo all’ALLUSIONE, la mancanza di consapevolezza che il pensiero ed il linguaggio non possono essere che allusivi, è la causa della conflittualità dialettica e non solo dialettica:
«AL-LUDERE, quasi giuoco di parole, per accennare a cosa intesa, ma non espressa» (etimo.it).
Le persone davvero sagge, con la coscienza libera dall’ostinazione, (obstinare: “volere a tutti i costi”), sanno comunicare amabilmente perché sono consapevoli che si esprimono per allusione a Ciò che, in quanto Sinossi ineffabile, trascende i rispettivi linguaggi in quanto espressioni analitiche: l’analisi, dall’intensivo ana e lyo sciolgo, è scomposizione, da ciò derivando che la molteplicità delle scomposizioni è irriducibile ad una Sinossi che di per sè è indicibile. Nessuna scomposizione può pretendere di possedere l’Intero, l’Assoluto, il Perfetto, bensì solo alludervi in maniera parziale, relativa, imperfetta. Ogni com-posizione non può costituire che una de-composizione – nell’essere umano – dell’ineffabile Sinossi.
Ad imitazione di Cristo, l’Uomo con la sua postura eretta è chiamato ad essere mediatore fra cielo e terra, come indica il prezioso ideogramma cinese Wang 王, giapponese Ō, che non per nulla significa Re. Sicché Cristo è l’Eccelso Wang! L’Eccelso Ō! Dai piedi che poggiano sulla terra (tratto orizzontale in basso) il corpo dell’Uomo (tratto orizzontale intermedio) si protende (tratto verticale) nel cielo e verso il cielo (tratto orizzontale in alto): “cielizzarsi”, ossia realizzare la regalità che egli ha già dentro di sé, il cielo esteriore essendo il riflesso del cielo interiore (i due cieli essendo distinti ma non separati); l’immenso che è intorno a sé essendo riflesso dell’immenso che è in sé e che si trova, lo si ribadisce ancora, oltre e non contro la fede positiva e la ragione. Essere in cielo – contemplare – comporta un superiore stato di coscienza che non necessita del credere “al” cielo e del ragionare “del” cielo.
Inutile e dannoso negarlo (le prove sono all’ordine del giorno): nel momento stesso che un qualunque pensiero si forma e viene espresso in parole, cioè si fa liguaggio, orale o scritto che sia, il conflitto dialettico (e non solo dialettico) è inevitabile, il polemos divampa. Non c’è pensiero espresso cui non possa opporsi un altro pensiero espresso. L’evidenza di ciò è innegabile. Ogni linguaggio è una forma con un contenuto cui si oppongono più o meno drasticamente altre forme con un altri contenuti. Il linguaggio provoca assai più disaccordi che accordi, ed il dialogo che si crede conciliatore non può che aspirare a più o meno precari compromessi e a malintesi, cioè nodi che prima o poi vengono al pettine. La guerra, dialettica o armata, è la conseguenza ineluttabile dell’inconcilibilità fra pensiero e pensiero, tra parola e parola, tra forma e forma, tra contenuto e contenuto.
Perciò l’equivocità caratterizza il pensiero ed il linguaggio, il cui limite allusivo è soggettivo dacché è sempre un soggetto che, pensando e parlando, usa dell’oggettivo (o ciò che crede sia oggettivo) piegandolo a ciò che ritiene opportuno “pro domo sua”. Il pensiero ed il linguaggio non possono in alcun modo aspirare all’univocità, esattamente come l’analisi non può aspirare alla sintesi, a meno che non rinneghi se stessa abbandonando … la scala.
Ogni concezione pensata ed espressa deve fare i conti con le concezioni pensate ed espresse che le si oppongono in tutto o in parte. Il pensiero, e quindi il linguaggio, è inevitabilmente biforcuto, anzi pluriforcuto, moltiplicatore e, in fondo, auto-persecutore attraverso i molteplici soggetti che ne usano, ciò precludendogli l’univocità. Di qui l’impossibilità di ogni pensiero e di ogni linguaggio di presentarsi come unico detentore della corretta visione integrale del mondo e di tutte le auto-giustificazioni possibili. Unico luogo di conciliazione è la zona ultra-duale e ultra-molteplice oltre la scala, il «campo immenso» di cui riferisce il sufi Jalal ad-din Rumi, ossia il cielo della Contemplazione. Là è l’in-contro e non più lo s-contro:
«Là fuori
oltre a ciò che è giusto e sbagliato
esiste un campo immenso
Ci incontreremo lì».
Com’è più che lampante, il linguaggio produce il discutibile, non l’Indiscutibile, ed il discutibile è un pozzo senza fondo, l’etimo del termine discutere essendo chiaro: «da DIS indicante separazione e CUTERE scuotere, agitare». L’Indiscutibile, che è Sintesi, non è alla portata del pensiero che infatti ne discute. Esattamente come il Silenzio non è alla portata delle parole che, seppur necessariamente, cercano di babettarne.
Non per nulla Ezra Pound dice: «pensiamo perché non sappiamo». E già: se sapessimo, perché dovremmo pensare e parlare? E infatti crediamo “a” ciò che non sappiamo (non siamo), e ragioniamo “di” ciò che non sappiamo (non siamo): se fossi sulla cima del K2 non avrei necessità di credere a chi me lo racconta perché c’è stato, e che nel raccontarlo non può che alludere alla sua personale esperienza. Se non vado in cima, non posso sapere cosa significa essere in cima. Il sapere integrale corrisponde all’essere, non al credere, tantomeno al ragionare. Se credo “alla” cima “di” cui mi si parla, vuol dire che non ci sono stato e quindi non la conosco.
Il pensiero ed il linguaggio sono irriducibilmente relativi poiché assumono inevitabilmente una forma analitica intorno ad un oggetto che con la sua unità-sinteticità lo trascende, cosicché essi giungono al doppio paradosso di una relatività che si pretende assoluta e nel contempo si volge contro se stessa, ossia un sistema sillogistico che si oppone ad altri sistemi sillogistici, insomma uno scontro fra soggettività, dato che mai l’oggettivo potrebbe entrare in contrasto con se medesimo. Soltanto dei soggetti possono confrontarsi e scontrarsi sull’oggettivo, che ciascun soggetto acconcia e riduce a sé.
Nel mondo del linguaggio l’univocità e quindi l’accordo risultano impossibili, ad eccezione, forse, circa questioni del tutto marginali. I vari soggetti dibattono e si combattono senza requie per dimostrare la verità, la legittimità e la superiorità dei propri asserti contro la falsità o inferiorità di quelli altrui. Ciò non ecludendo la pateticità degli assolutisti (soprattutto coloro che si professano democratici) che a turno si azzuffano reciprocamente tacciando di propaganda e falsità tutto ciò che non corrisponde al proprio pensiero, alla propria forma, al proprio contenuto.
Per scendere, come si dice, “terra terra”, il democratico è un antifascista che più fascista non si può. Nessuno è più despota del maleodorante democraticocostretto a frenare (ma non può nascondere) la propria intenzione coercitiva, non di rado livorosa, nei confronti altrui! Del resto, a che servirebbe ogni linguaggio se non a scopo persuasivo? Non si comunica per convincere altri di ciò che si ritiene vero o quanto meno verosimile? Non si parla per affermarsi? Ossia, non si parla per il trionfo del proprio ego posticcio, cioè l’ego “costruito”?
«Dov’è che si afferma il mio intransigente ego “costruito”?».
Non è questa la prima domanda che occorre porsi quale avvio alla pratica dell’introspezione per la conoscenza di sé, senza la quale hai voglia a citare Scritture, Catechismi, Encicliche e Diritti canonici, che molto volentieri l’ego posticcio impugna per erigersi a crociato della verità, apostolo del bene, fratello minore e membro fariseo del “popolo eletto” deputato allo sterminio dei popoli infedeli secondo la chiarissima intenzione genocida dell’onnipotente veterotestamentario?
Per non dire dell’ego ARTIFICIALE, contorto, dissoluto e dissolutore, che opprime e fagocita i libertari, i libertini, gli anarchici contro-natura che fanno dell’amore un prezzemolo venefico per contaminare il “dialogo” con l’Istituzione, che “giubilando” li “accoglie” e li “include” nonostante il chiaro messaggio impenitente sulle magliette: “FUCK THE RULES”, ciò che conferma, senza la minima ombra di dubbio, di una connivenza tesa all’instaurazione del CHAO AB ORDO, ovviamente lontano le mille miglia dalla Contemplazione.
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12 commenti su “Oltre la Fede e la Ragione c’è la Contemplazione. Il Matto.”
Pretendere di inoculare la fede con delle parole è come pretendere che uno si sazi di pane solo a guardarlo. […] il sapere non è che la memoria automatizzata di una somma di parole imparate in un certo ordine. (Gurdjieff – Incontri con uomini straordinari).
Viva la contemplazione e il silenzio! Abbasso il sapere e la ragione! Ma soprattutto: viva Il Matto!
😁 però non esageriamo, prima viva la Contemplazione e il Silenzio, poi, molto molto poi, il Matto . Ciao.
Stamani, sfogliando il mio aforismario (lo scrigno da cui traggo, per quesl posso, “cose antiche e cose nuove”) mi è capitata questa brevissima frase del sufi iracheno Abd al-Jabbâr al-Niffarî (V secolo):
‘Quanto più si allarga la visione (ru’ya), tanto
più si restringe l’espressione (‛ibâra)’.
Caro il Matto,
questa puntata di meditazione mi ricorda qualcosa e qualcuno: ” Giunse l’estate: l’Uomo Vero radunò i discepoli per compiere con loro un’ascensione sulla vetta del Picco Pilastro del Cielo. L’Uomo Vero condusse i discepoli fin sulla cima. Sulla parete rocciosa era cresciuto un pesco il cui fusto sporgeva al di fuori come un braccio proteso sopra l’ abisso insondabile. L’albero era carico di frutti di un bel rosso invitante. L’Uomo Vero allora, così si rivolse ai suoi discepoli: “Colui che coglierà quelle pesche potrà ben dire di aver raggiunto il culmine della via”.
A quelle parole tutti i discepoli, in numero di duecentotrentaquattro- con l’eccezione di Wang Ch’ang e Chao Sheng- si sporsero sull’abisso, e non ce ne fu uno che non si sentì scuotere da brividi e non diventò madido di sudore freddo…Tutti arretrarono, malfermi sulle gambe, nel timore di precipitare.
Solo uno, Chao Sheng, raddrizzò le spalle e si fece avanti:” Se il Maestro ci ha ordinato di cogliere le pesche
, ha certo un buon motivo per farlo, e poi lui è qui, e demoni e spiriti mi proteggeranno e non mi lasceranno cero morire nell’abisso”. Così disse e, valutata con cura la posizione del pesco, si drizzò in tutta la sua statura spiccando un balzo nel vuoto. Accadde allora un fatto straordinario: il salto fu perfetto, né troppo lungo né troppo corto e Chao Sheng si ritrovò esattamente a cavalcioni di un ramo dell’albero, dove colse tutti i frutti che volle…(ma non c’era nessun appiglio dove depositarli né dove arrampicarsi): Chao Sheng prese allora a scagliar le pesche raccolte verso l’alto e l’Uomo Vero le prendeva al volo, una ad una. L’uno in basso coglieva e scagliava, e l’altro, in alto, le afferrava….Poi, l’Uomo Vero chiese ai discepoli chi si sentisse in grado di aiutare Chao Sheng a risalire. I 232 discepoli ( che pure avevano mangiato ciascuno la loro pesca) si guardarono in faccia l’un l’altro, ma nessuno ebbe il coraggio di offrirsi. L’Uomo Vero si protese allora sul precipizio tendendo un braccio per afferrare Chao Sheng.
E d’improvviso il suo arto si allungò di due o tre tese e raggiunse Chao Sheng che potè così risalire.
L’Uomo Vero scoppiò a ridere dicendo: ” Hai il cuore puro Chao Sheng… Adesso voglio provare io. Se anche il mio cuore è puro, dovrei non fallir la mira.”
L’Uomo Vero si gettò nel vuoto senza tener conto delle esortazioni ( degli altri discepoli) che si precipitarono a guardare il pesco, ma non videro traccia del Maestro…Videro solo una voragine immensa e senza
fondo, del tutto priva di sentieri. ” Disse Chao Sheng: “Il Maestro che è come un padre per noi, si è gettato nell’abisso insondabile: come possiamo starcene qui tranquilli? Dobbiamo saltar giù anche noi, e vedere dov’è finito.”
E così Sheng e Ch’ang si gettarono nell’abisso e caddero proprio davanti all’Uomo Vero, che se ne stava seduto in meditazione su una roccia. Vedendo piombar giù i due discepoli, egli scoppiò in una gran risata e disse:” Ero del tutto certo che sareste giunti voi due!” “.
( da ” Le sette prove”, compreso nelle “Tre parole”, uno dei più insigni monumenti che la letteratura cinese possa vantare, compilata nella prima metà del Seicento dal grande letterato Feng Meng-lung. Le Sette prove appartiene al filone – dichiaratamente tale- agiografico-taoista. Chang Tao Ling fu il primo Papa Taoista. – Ed Sellerio, 1995-).
“L’Uomo Vero scoppiò a ridere … egli scoppiò in una gran risata… si gettò nel vuoto …”.
Chi può capire capisce. Seriosi esclusi.
Racconto stupendo. Grazie.
Caro il Matto,
vedo che hai colto. Non dubitavo, mi fa piacere!
Qui, ogni parola è densa di significato…ne è, per così dire, “farcita”. Per questo ne bastano poche, che non necessitano di lunghi, arzigogolati commenti.
Una chicca davvero … chiccante ! 😁
« Io ti dico ancora di più: tranne che l’uomo non comprenda due contraria, cioè due cose contrarie congiuntamente in una, in verità, senza alcun dubbio, non è molto facile parlare con lui di tali cose; perché quando egli comprende ciò, allora solamente ha percorso la metà del cammino della vita che io intendo». «Quali sono i contrari?». «Un eterno nulla e la sua creaturalità temporale». «Due contrari in un essere sono in contraddizione, in tutti i modi, con ogni scienza». «Io e te non c’incontriamo su di uno stesso ramo o in uno stesso luogo; tu vai per una strada, io per un’altra. Le tue domande procedono da senno umano e io rispondo con sensi che sono al di sopra dell’intento di ogni uomo. Devi diventare insensato se vuoi giungere qua, perché la verità diventa manifesta per mezzo della nescienza».
Enrico Suso « Libretto della verità ».
Una omaggio per GIOIA 😊
https://youtu.be/ODTW_2kdim8
L’ingordigia del Re dell’ Impiccio, anche detto ” pozzo senza fondo” sempre a caccia di quello che non c’è.
Eccola di nuovo! Che mi fa ciao! cantavano i Rokes tanti anni addietro.
Come la va?
Un salutone dall’Isola che non c’e! 😍
Pazienza per il Matto: forse posso essere per lui una sorta di spina nel fianco. Ma non posso fare a meno di scrivere le mie considerazioni cattoliche, che ritengo doverose non per polemica sterile, ma per amore della verità e per fedeltà alla Chiesa.
1. “Fede pura” vs fede “positiva”
– Nella tradizione cattolica l’atto di fede (fides qua) e il contenuto rivelato (fides quae) non si oppongono: si richiamano. L’anelito contemplativo è reale, ma nella Chiesa è custodito e nutrito da Parola, sacramenti e dogma. Maria, paradigma del “primordiale anelito”, non elude la mediazione: ascolta, accoglie un contenuto (“fiat”) e si consegna alla storia della salvezza.
2. “L’INSAPUTO supera il saputo, dunque la dottrina riduce il Mistero”
–La dottrina non riduce il Mistero, ma lo custodisce entro confini che garantiscono la fedeltà alla Rivelazione. La Chiesa stessa insegna che Dio rimane ineffabile e che ogni linguaggio su di Lui è analogico: tra Creatore e creatura esiste sempre una “maggiore dissimiglianza” (IV Concilio Lateranense). Questo significa che il Mistero non è esaurito dalle formule, ma neppure tradito.
Allo stesso tempo, però, non si può legittimare la pretesa di dire cose nuove che contraddicano ciò che è già stato saputo e custodito come verità di fede. Lo sviluppo della comprensione non è mai contraddizione, ma approfondimento e chiarificazione di ciò che già è stato rivelato “una volta per tutte” (cf. Eb 1,1-2; Gd 1,3).
3. Scala di Wittgenstein e “salto infondato”
– Il “salto senza sostegni” è una tesi filosofica/fideistica non cattolica. La fede è grazia ma non è irrazionale: possiede motiva credibilitatis, è “ragionevole”, e la grazia non umilia la natura, la suppone e la eleva. La scala non si getta: si percorre continuamente (Scrittura, Tradizione, Magistero) come via ordinaria alla comunione con Dio.
4. “La dottrina è un trattato ecclesiastico che controlla”
– Il deposito della fede è dono di Dio affidato alla Chiesa; la formulazione dogmatica non nasce da volontà di dominio, ma da servizio alla verità rivelata e al bene delle anime. L’apofasi autentica nella tradizione (Dionigi, Giovanni della Croce, Teresa) non abolisce il dogma: vi dimora dentro.
5. “Il linguaggio è solo allusione e genera conflitto”
– Se ogni discorso genera inevitabilmente conflitto, anche l’affermazione stessa è autoconfutante (detta con linguaggio). Nel cristianesimo il Logos si fa carne: parole, segni e riti non solo indicano, ma veicolano grazia (sacramenti come segni efficaci). Il linguaggio, pur limitato, è sacramentale, non mero scintillio allusivo.
6. “Campo oltre giusto/sbagliato”: amore vs verità
– L’amore che pacifica non è “oltre” la verità, ma la compie. La carità senza verità diventa indifferenza; la verità senza carità diventa durezza. L’incontro mistico non neutralizza il giudizio morale, lo purifica.
7. “La ragione è censurata dalla fede positiva”
– Nella visione cattolica fede e ragione sono “due ali” della stessa ricerca: la fede amplia l’orizzonte, non lo chiude; la ragione autentica non è annientata ma guarita dalla verità rivelata. Non si tratta di autocensura, ma di umile riconoscimento dei propri limiti e dell’aiuto della grazia.
8. Contemplazione e Chiesa
– La contemplazione è il vertice, ma nella Chiesa avanza per le vie ordinarie: lectio divina, liturgia, sacramenti, obbedienza ecclesiale. I mistici più alti sono stati obbedienti e profondamente ecclesiali: l’esperienza non si pone “contro”, ma “sopra” senza recidere le radici.
9. Sull’“ego” e sull’invettiva
– La denuncia dell’“ego costruito” è condivisibile; tuttavia, l’uso di stigmi polemici (“democratico più fascista dei fascisti”, ecc.) contraddice l’istanza contemplativa che si propone “oltre lo scontro”. Lo stile forma il contenuto: la forma aggressiva alimenta proprio il conflitto che si depreca.
10. mi permetto di elencare alcune Contraddizioni già emerse nei precedenti interventi
a) Si invoca spesso il Vangelo a sostegno delle proprie tesi, ma insieme si afferma che le “vie del Signore eccedono Scrittura e Dottrina”: se l’autorità del Vangelo è superata, perché usarla come fondamento?
b) Si accusa di “fondamentalismo dottrinale”, ma si propone un “fondamentalismo apofatico” che esclude o marginalizza la mediazione ecclesiale.
c) Si elogia il “campo oltre giusto/sbagliato”, ma si pronunciano giudizi tranchant su persone e posizioni (anche politiche): ego ARTIFICIALE, contorto, dissoluto e dissolutore, che opprime e fagocita i libertari, i libertini, gli anarchici contro-natura…
d) Si sostiene che il linguaggio inevitabilmente divide, ma si ricorre a lunghi testi per persuadere: la persuasione presuppone che il linguaggio possa comunicare verità condivisibili.
e) Si critica ogni mediazione, ma si citano come autorità Wittgenstein, Eilenberger, Rumi: anche queste sono mediazioni.
f) Si afferma che la ragione deve essere libera da vincoli “esterni”, ma si pretende insieme una pretesa di verità per le proprie tesi: verità e libertà non si oppongono, vanno integrate.
11. Sintesi operativa
– Riconoscere il primato della contemplazione senza svalutare le mediazioni ecclesiali.
– Tenere insieme apofasi (silenzio, adorazione) e catafasi (Parola, dogma, rito).
– Curare lo stile: fermezza nella verità, mitezza nella forma.
– Valutare i frutti: comunione, conversione, carità operosa; diffidare di ciò che promette “oltre” tutto mentre lacera l’unità.
Così la “scala” non si butta: si sale con essa e, salendo, si comprende meglio perché fu messa lì — per condurre, nella Chiesa, alla visione e alla carità.
“Spina nel fianco”?
No, caro don P.P., ci mancherebbe! Lei fa la sua parte come io faccio la mia. Tutto qui. La vita è tutto un gioco delle parti. E non soltanto fra me e lei. E solo Uno sa come va a finire, e non siamo né io né lei né nessun’altro.
Tutto qui, dico, per non alimentare un polemos, che seppur mantenuto entro i limiti del rispetto reciproco, giunge a … niente.
Un distinto saluto.
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