Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione queste riflessioni di Luca Foglia, che ringraziamo di cuore, sulle recenti trattative gestite da Donald Trump per risolvere il conflitto russo-ucraino. Buona lettura e diffusione.
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Putin-Trump: primo round
Anchorage, Alaska
Metre scrivo si è da poco concluso l’incontro in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump. I due non si vedevano dal G20 del 2019.
COSA È SUCCESSO in queste sei ore che verranno ricordate nei libri di storia?
All’arrivo in aeroporto il protocollo è stato quello solitamente utilizzato per un Capo di Stato importante: ricevimento sul tappeto rosso da parte del suo pari grado e omaggio offerto dall’esercito e dall’aereonautica (sì ok, il sorvolo del bombardiere B2 impiegato in Iran due mesi fa è stata una “Trumpata”, concediamogliela).
Subito dopo i saluti il primo colpo di scena: Putin è salito sulla “Bestia”, la macchina del presidente Trump, nonostante la sua Aurus fosse pronta ad accoglierlo.
Finiti i convenevoli, ritroviamo i protagonisti che chiacchierano tra di loro nella sala dell’incontro a porte chiuse. I partecipanti sono tre per parte. I due Presidenti Putin e Trump, i loro fidati Ushakov e Witkoff, i due Ministri degli Esteri Lavrov e Rubio.
Tre ore (dalle 21:30 alle 0:30) di colloquio e quindi convocazione quasi immediata della stampa; da subito sono trapelati ottimismo e buon umore da parte di entrambe le delegazioni, anche se l’ambasciatore russo ha tenuto a precisare che non era ancora giunto il momento per una svolta decisiva.
I due Presidenti sono arrivati insieme alla conferenza stampa durante la quale non hanno risposto alle domande dei giornalisti.
Il primo a parlare (per 9 minuti) è stato Putin che, come prevedibile, ha iniziato il suo intervento con un excursus storico, per fortuna non dalla scoperta dell’America, ma solo dal 1800. Il presidente russo ha quindi lodato Trump e criticato Biden prima di passare a discutere della guerra in Ucraina.
Putin ha ribadito che per la Russia si tratta di una questione di sicurezza nazionale e ha ringraziato Trump per averlo capito, auspicando che questa sintonia aiuti il processo di pace. Non è mancata una critica all’Europa, seguita da un elogio degli Stati Uniti, con i quali la Russia è pronta a collaborare nel settore tecnologico, nel Mar Artico e nello spazio.
Gli ultimi 3 minuti ha preso la scena Trump, il quale ha ringraziato tutti i partecipanti alla riunione, con una menzione speciale per il Ministro degli Esteri russo Lavrov.
Il presidente USA ha anche detto che dovrà parlare con gli stati membri della NATO e con Zelensky prima di siglare un accordo o incontrare nuovamente Vladimir nel prossimo futuro.
In conclusione, Putin ha invitato (in inglese) Trump a Mosca e ringraziato (sempre in inglese) tutti i presenti.
Poco dopo i due leader sono saliti sugli aerei presidenziali e sono tornati nelle rispettive capitali
ALCUNE CONSIDERAZIONI
Iniziamo a dire che l’Incontro è stato preparato benissimo dalle due delegazioni, con pochi fronzoli e zero spazio concesso a provocazioni o malintesi. Nessun accenno ad aggredito ed aggressore o a un cessate il fuoco, argomenti buoni per chi non ha capito nulla della situazione.
Nel pomeriggio, in linea con l’impostazione generale, il Ministro degli Esteri russo Lavrov era atterrato in piumino smanicato e felpa con la scritta CCCP (URSS), fuori da ogni schema come ama fare quando si sente a suo agio. C’è poco da dire a riguardo, è il numero uno della diplomazia.
Putin è stato il solito Putin se non fosse per due aspetti. Prima dell’incontro ha approfittato del viaggio per visitare le zone più a est della Russia facendo scalo a Magadan e incontrando i dirigenti locali nonché la squadra giovanile di hockey su ghiaccio, insomma “business as usual”.
Durante l’incontro ha sfoggiato il consueto mix di sicurezza di sé e cortesia manifesta.
In conferenza stampa ha parlato il triplo del tempo del suo interlocutore contestualizzando la visita dal punto di vista storico e soffermandosi ripetutamente sui particolari; del resto, non dimentichiamolo, è un ex burocrate sovietico.
Dopo la conferenza stampa ha deposto i fiori al cimitero militare e incontrato le autorità religiose ortodosse: gesti che fa ogni volta che esce dal Cremlino.
I due aspetti eccezionali cui prima accennavo sono stati l’uso in pubblico dell’inglese, fatto più unico che raro, e l’insistenza su alcuni temi cari a Trump, ovvero le critiche a Biden e la possibilità di fare affari insieme nell’artico, nello spazio e nel settore tecnologico.
Anche Trump è stato il solito Trump spavaldo e irriverente, tuttavia solo prima e dopo l’incontro. In Alaska ha fatto il leader di una grande potenza che parla con il leader di un’altra grande potenza. Donald sapeva benissimo di avere di fronte un uomo forte, molto preparato e con un vasto arsenale nucleare a disposizione. Non un Rutte qualunque.
I due presidenti si sono marcati a uomo, all’elogio di Witkoff da parte di Putin, Trump ha risposto con l’elogio di Lavrov. Alla battuta di uno seguiva quella dell’altro, a una stretta di mano amichevole e a un sorriso la reazione era la medesima. Al gesto di fiducia di Vladimir che è salito sulla macchina presidenziale USA è seguito quello di Donald che per i saluti finali ha utilizzato il traduttore russo invece del suo; piccoli gesti, tuttavia significativi in un contesto del genere.
Anche la scelta dei partecipanti all’incontro è stata esattamente la stessa. Tutti politici; non c’erano membri né delle forze armate o delle agenzie di intelligence né del mondo economico finanziario, nonostante fossero ben rappresentati in Alaska. Un segno evidente che sarà (o dovrebbe essere) la politica a decidere le sorti della relazione tra Mosca e Washington.
IN CONCLUSIONE: COME È ANDATA?
Bene perché quando due superpotenze non hanno contatti da anni e arrivano alla soglia di uno scontro diretto, vedersi, parlarsi, scambiarsi cortesie è un successo per tutta l’umanità.
Bene perché tre ore di incontro a porte chiuse fanno pensare che si sia toccata un’ampia gamma di argomenti, oltre a quelli citati in conferenza stampa; tra questi ci potrebbero essere una architettura di sicurezza di lunga durata per Europa e Asia, Caucaso e Cina compresi, un percorso comune per sistemare il Medio Oriente (Palestina e Iran in primis), un contesto economico globale più civile senza sanzioni dirette o indirette.
Bene, perché è probabile che una proposta per la fine delle ostilità da sottoporre a Zelensky e Unione Europea sia stata redatta, tenuto conto che i punti fermi erano già stati discussi tra i due leader nelle telefonate preparatorie.
Male perché la faccia di Trump non era brillante come al solito e c’è da capirlo. E non perché abbia perso il confronto con il leader russo (vedrete che i tifosi dell’uno o dell’altro saranno già scesi in campo), ma perché, mentre Putin ha il consenso quasi totale dei suoi, Donald no. Dovrà far digerire le richieste russe al complesso militare industriale, alla finanza, alle lobbies e agli inglesi; solamente dopo anche a Zelensky (atteso lunedì alla Casa Bianca) e ai leader europei, attori che stanno facendo di tutto per proseguire la guerra da cui dipende la loro carriera politica. La pace sarebbe un fallimento per questi signori, purtroppo siamo giunti a questo livello di follia.
Infine, non dimentichiamoci che l’incontro si è svolto il giorno dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, è quindi d’obbligo sperare per il meglio!
Trump & friends: secondo round
Casa Bianca, Washington
GLI INCONTRI
Lunedì è stata la volta di Zelensky al cospetto di Trump.
Il presidente ucraino è arrivato preparato: abito nero, una buona dose di ironia e una cortesia degna di nota; pare abbia capito la lezione dell’ultimo incontro/scontro alla Casa Bianca.
Donald, ormai ferratissimo su quanto avviene in Ucraina dopo l’incontro con Putin, ha messo Volodymyr di fronte alla realtà dei fatti, con l’ausilio di una cartina raffigurante i territori conquistati dai russi in oltre tre anni di conflitto.
In poche parole, Trump gli ha detto di accettare l’accordo negoziato dalle due superpotenze e di vedere Putin faccia a faccia prima di un incontro trilaterale in cui gli Stati Uniti faranno da garante.
Zelensky ha fatto buon viso a cattiva sorte ribadendo educatamente il concetto che non cederanno al nemico e chiedendo garanzie di sicurezza. Per ingraziarsi Donald si è detto disposto a comprare armi made in USA per un ammontare di 100 miliardi di dollari. il conto, tuttavia, non andrà spedito a Kiev, ma ai “friends” citati nel titolo.
Chi sono questi benefattori? Ovviamente gli europei, arrivati in gruppo a sentire le ultime dal loro Daddy (o paparino come lo chiama Rutte, il segretario della NATO). Erano presenti i leader di Finlandia, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, oltre a il Rutte e la Ursula VdL.
Trump li ha lasciati dire la solita sequela di banalità (qui), annuiva ed elogiava ognuno dei presenti, li “trollava” come si dice sui social media, ovvero li prendeva in giro; ha adulato la Meloni, si è complimentato con Stubb senza sapere nemmeno chi fosse, ha glorificato l’abbronzatura di Merz, ha ringraziato Rutte per il rialzo del budget NATO dal 2% al 5% del Pil (soldi che andranno alle industrie statunitensi) e lodato la Von der Leyen per quel bidone di accordo commerciale che le ha rifilato.
Capita l’aria che tirava, Donald si è assentato per 40 minuti di telefonata con Putin.
LE IMPRESSIONI a FREDDO
Per la prima volta da parecchio tempo, il presidente USA non ha cambiato idea nel giro di un weekend!
Mentre la Russia, e ora persino l’Ucraina, sono dei partner con cui trattare, per l’amministrazione Trump gli europei sono semplicemente quelli che devono pagare il conto, nulla di più.
Pur con grande dispiacere per l’abisso in cui siamo sprofondati, non è facile dargli torto. Dopo tre anni di aggressore e aggredito, i leader del Vecchio Continente ora ripetono un nuovo slogan, e cioè che ci vogliono garanzie di sicurezza per l’Ucraina e per l’Europa, non menzionando mai la controparte (la Russia) e cercando di coinvolgere Trump, il quale, cinque minuti dopo la conclusione del meeting, ha detto che nemmeno un soldato “born in the USA” metterà piede in Ucraina.
Quello che i leader europei non capiscono è che non hanno più alcuna credibilità dopo quanto avvenuto sia prima della guerra, quando la Merkel e Hollande per loro stessa ammissione firmarono gli accordi con Mosca solo per prendere tempo utile ad armare l’Ucraina, sia durante, quando tra sanzioni, Nord Stream, forniture di armi, demonizzazione del nemico e sabotaggio degli accordi di pace ne han combinate di tutti i colori.
Il presidente russo sono quasi 20 anni che chiede garanzie per tutta l’Europa, compresa la Russia, rifacendosi al cosiddetto concetto di “sicurezza indivisibile” (cioè condivisa, senza penalizzare nessuno) già enunciato nella conferenza di Helsinki del 1975 e nella carta dell’OSCE del 1990.
È impensabile che, in seguito a un cessate il fuoco o a una pace fittizia, l’Ucraina tra qualche tempo ritenti un’incursione in territorio russo o faccia saltare il ponte di Crimea, o magari si aprano nuovi conflitti sfruttando la Moldavia o la Georgia.
Una grande potenza non lo accetterà mai, e nemmeno una piccola; solo un Paese al collasso può subire una situazione del genere, come ad esempio il Libano, la Siria o l’Iraq che, oltre alla guerra, hanno vissuto quasi tutto il nuovo millennio tra scontri, attentati terroristici e bombardamenti.
Sono stato in Ucraina in passato e ho visto diverse parti del Paese ancora saldamente in mano a Kiev; in modo assai cinico si può tranquillamente dire che sono solo dei costi per chi le possiede, hanno infrastrutture dell’epoca sovietica, chilometri e chilometri completamente disabitati intervallati da piccoli villaggi in cui sembra di tornare indietro di un secolo; già metà della Russia è così e negli ultimi vent’anni il burocrate Putin ha spinto come un folle per modernizzare il Paese; come si può solo pensare che voglia prendersi tutta la nazione, per poi ritrovarsi confinante con la Polonia e vivere in uno stato di tensione eterna.
Purtroppo, i nostri leader non studiano, non viaggiano, non si documentano. Si chiudono in una bolla alimentata dalla stampa e dalle tv tradizionali in cui impera una visione distorta della realtà (la foto sotto dice più di mille parole).
Ricordiamo che prima del 2022 si discuteva dell’autonomia di Donetsk e Lugansk, mentre ora la situazione sul campo vede quattro regioni annesse alla Russia (le due sopra più Zaporizhia e Kherson), con la concreta possibilità che Mosca voglia arrivare a sud fino a Odessa per congiungersi con la Transnistria, una regione russofona della Moldavia, e a nord occupare Kharkiv e Sumy per creare una zona cuscinetto.
I POSSIBILI SCENARI FUTURI
L’idea che circola è quella di un incontro bilaterale tra Putin e Zelensky (magari in Ungheria, dato che Orban fu messaggero di Trump già nel 2024) seguito da un incontro trilaterale con la presenza degli Stati Uniti.
Donald vuol uscire da questo conflitto, ovviamente portando a casa diverse commesse militari e qualche pezzo di terra, non rara, dato che la maggior parte dei giacimenti sono in mano russa mentre per la loro raffinazione dovrebbe eventualmente rivolgersi alla Cina.
Zelensky, forse, inizia a comprendere che il tempo stringe; a onor del vero Volodymyr anche nella campagna elettorale del 2019 e nella primavera del 2022 era pronto a una pace con la Russia, solo che poi dovette cedere all’estrema destra ucraina e agli inglesi nella persona di Boris Johnson, e sappiamo come è andata a finire.
Mosca ha fatto sapere che, al momento, è disponibile ad organizzare incontri con Kiev ad un livello più elevato dei precedenti, il che pare voglia dire senza la presenza di Putin.
Viene da chiedersi: perché? Probabilmente perché il Presidente si muoverà solo quando avrà la ragionevole certezza di poter giungere ad un accordo. In caso contrario, nonostante la propaganda occidentale creda sia un sovrano assoluto, avrà non pochi grattacapi a far accettare in patria un ulteriore fallimento delle trattative (dopo Minsk 1 e 2 nel 2014-2015, Gomel e Istanbul nel 2022).
Se livello più elevato vorrà dire Lavrov, il plenipotenziario Ministro degli Esteri, allora saremo sulla buona strada, altrimenti la guerra proseguirà.
Magari un accordo potrà prevedere l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, cosa che non spaventa nessuno se non i contribuenti degli stati che dovranno sostenere un paese in bancarotta (Italiani compresi); del resto, le nostre classi dirigenti un po’ di manodopera a basso costo non l’hanno mai disdegnata (chiedere a Polonia e Lituania).
In aggiunta potrebbe esserci la fornitura di sistemi di difesa aerea, tanto senza personale USA non è possibile utilizzarli; considerato che dopo Trump ci dovrebbero essere otto anni di presidenza del suo vice Vance, alla Russia potrebbe anche andare bene.
La neutralità di Kiev, la riduzione delle sue forze armate a puri scopi di controllo dei confini e un cambio di leadership saranno condizioni non negoziabili. Altro che soldati europei sul campo…
Se invece la guerra continuerà, gli USA punteranno a svuotare i loro magazzini con le rimanenze degli anni passati e poi staccheranno la spina, nel frattempo i russi ridurranno l’Ucraina in un semi-stato senza sbocchi sul mare e l’Europa approfondirà la propria crisi politica ed economica.
In conclusione, è d’obbligo ricordare che ogni giorno di ritardo costa 1000 vite umane, almeno.
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1 commento su “Russia-Ucraina: gli Scenari Possibili dopo il Trump Show. Luca Foglia.”
Per patetica adunata derelitti europei a Casa Bianca… sarebbe più opportuno parlare di… scemari!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/
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