Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un tema difficile e delicato, quello della vita terrena, e della sua fine. Buona lettura e meditazione.
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DEL «DONO DELLA VITA»

(Adolfo Wildt, Maschera del dolore (Autoritratto) – 1909)
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Ho buttato giù queste righe annichilito dalla sorte precipitata orrendamente durante questo mese di luglio di una mia amatissima cognata, persona mite e cordiale: metastasi alle ossa e ai polmoni, consumazione fisica raccapricciante, acuti dolori e difficoltà estrema di respirazione con paura di soffocamento, intubazione definitiva senza via di ritorno: il tutto in piena lucidità. Dopo due anni di questa “vita” (le virgolette sono d’obbligo), essa ha finalmente lasciato questo lazzaretto di afflizione che è la terra. E ciò, in straziante e stordente contrasto con la bellezza straripante del mio unico nipotino di sette mesi dal quale, quando ce l’ho davanti, non riesco a staccare lo sguardo e vado quasi in estasi.
* * *
Che ogni essere umano non nasca di sua volontà è inconfutabile. Ognuno si ritrova nato. Di fatto la volontà, come la memoria e l’intelletto, si sviluppa ben dopo la nascita, ed in ogni caso nulla può di fronte all’incedere della decadenza e della morte. Chi nasce non può fare altro che prendere atto di essere nato e destinato a morire: due eventi entrambi forzati. In altri termini, ci ritrova a vivere, e non di rado a sopravvivere penosamente, per coercizione. Non si può scegliere se nascere o meno. Si deve nascere, e il come è già stabilito: si deve assumere la carne destinata alla consunzione e al marciume. Si deve morire.
Così il nascere nella carne – il «dono della vita» – non può che essere subìto, poiché non segue ad una scelta. Nascere significa iniziare ad essere in balia della Sorte che condurrà ad una fine più o meno accettabile oppure con modalità fisiche (e/o psichiche) atroci e ripugnanti che oltraggiano violentemente la dignità umana. È la Sorte che decide come e quando uno deve morire, ovvero se senza eccessivo travaglio oppure con tormenti prolungati che assumono il carattere di una vera e propria tortura, eventualità che, confesso la mia debolezza, mi fa gelare il sangue nelle vene.
Perciò l’ipotesi religiosa della vita come “dono” non può non destare in me una gigantesca perplessità, non reggendo un attimo a tutto quanto sopra: un dono non viene imposto; un dono comporta gioia in chi lo riceve e riconoscenza verso il donatore e benefattore; un dono arricchisce moralmente; un dono è vitale, non mortale.
Nonostante la ripugnanza estrema provocata dalla macerazione orrenda della carne, l’ipotesi religiosa propone l’incarnazione come un “dono” che, lo si ribadisce, deve essere accettato, e prima o poi (se non dai primi istanti!) comporta il mutamento della gioia in dolore; un dono che prostra moralmente; un dono esiziale che mai potrebbe essere accettato, meno ancora desiderato e meno ancora amato, eventualità religiosamente rovesciata: il dolore accolto, perfino anelato, addirittura necessario in quanto grazia concessa dalla Divina Provvidenza, altro nome della Sorte. Così, la maledizione orrifica sentenziata in illo tempore dalla Divina Provvidenza sarebbe … una grazia concessa dalla Divina Provvidenza.
Si nasce per ritrovarsi in un lazzaretto di afflizione quale passaggio obbligato – poiché non voluto – verso una promessa gioia che, verosimilmente, nulla ha a che vedere con il «dono della vita» che si consuma e svanisce, non di rado penosamente. Secondo l’ipotesi religiosa, nascere nella carne significa ricevere un dono condizionato, poiché comporta l’accollamento coartato del disfacimento doloroso quale conseguenza della corresponsabilità di un atto trasgressivo compiuto da altri nella notte dei tempi. Come dire che Tizio viene imprigionato, torturato e giustiziato perché secoli e secoli addietro il suo avo Caio ha compiuto un misfatto. Perciò l’atavica macchia è posta a causa dell’afflizione obbligatoria che in modo agghiacciante manda ai vermi la carne, talché il “dono della vita” può rappresentarsi, senza la minima ironia, come una mela bacata destinata a marcire e a far marcire il buongustaio, proprio come quella assaggiata dall’avo.
Da ciò che viene presentato come scritto per ispirazione divina, risulta che la sofferenza e la morte sono la conseguenza dell’atto trasgressivo, ma è anche scritto che tali conseguenze furono divinamente stabilite, ovvero che la legge del deterioramento e del dolore è stata promulgata per maledizione divina: non vi fu ombra di misericordia né possibilità di rimedio all’errore bensì soltanto immediata e durissima giustizia di un Dio stizzito (!) per essere stato disobbedito. Negare ciò contraddirebbe ciò che è scritto ed equivarrebbe ad affermare che la legge del deterioramento e della morte è autonoma e quindi fuori del controllo divino etc. etc.. Domanda inevitabile: è plausibile una maledizione delle creature come atto d’amore del loro creatore?
A conferma di quanto sopra ricordo Isaia 45, 7 – Sacra Scrittura! – che l’Amico ROLANDO ha proposto e riproposto senza che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia avuto l’ardire di prenderlo in considerazione, evidentemente per l’inconfessabile timore di uno scossone alla rassicurante versione ufficiale dell’amore di Dio stabilita d’autorità dall’Istituzione e accuratamente depurata da “incovenienti”:
«Io formo la luce e creo le tenebre,
faccio il bene e provoco la sciagura;
io, il Signore, compio tutto questo».
Le scritture ispirate dicono anche che «Dio è carità/amore», sicché provocare la sciagura rientrerebbe nell’azione divina caritatevole/amorosa. Quindi, la distruzione violenta della carne sarebbe l’effetto di un atto divino caritatevole/amorevole coerente all’altrettanto divina caritatevole/amorevole maledizione genesiaca.
Di poi, c’è la pretesa religiosa che la sofferenza della carne debba essere accompagnata dalla gioia dell’anima, come si dice, “portare la croce e cantare”, impresa non riuscita nemmeno a Gesù Cristo. Pretesa inqualificabile poiché anche se ci sono stati alcuni che ci sono riusciti (perché nella disgrazia/grazia hanno ricevuto, si dice, la grazia), si tratta di sparutissime eccezioni.
Le anime gioiose del divino castigo orrendamente inflitto alle loro metà di carne, che cantano:
«soffri, soffri o mia carne,
perché più tu divinamente soffri
più io divinamente godo!»,
non sembrano così numerose, ed in ogni caso, con tutto il rispetto, ciò è da ascrivere ad una speciale condizione psichica (esclusa la psicopatia?) per la quale la sofferenza in quanto grazia verrebbe compensata e trascesa dalla gioia in quanto grazia. Insomma, gira che ti rigira tanto maledizione e dolore quanto amore e gioia sarebbero una grazia.
Accenno ora ad un paio di affermazioni di Robert P. George, tratte dal suo articolo pubblicato su Stilum il 23 luglio a proposito del suicidio assistito richiesto dalla persona in condizioni di vita divenute insopportabili, tema delicatissimo circa il quale, favorevoli o sfavorevoli che si sia, la prudenza e la discrezione nell’esprimersi secondo le proprie convinzioni non dovrebbero mancare:
1 – «Dietro la patina di “libertà di scelta”, si cela un’ideologia che distingue coloro che sono “degni di vivere” da coloro la cui vita è presumibilmente “indegna di essere vissuta”».
2 – «Chi di noi crede nell’intrinseca e inviolabile dignità di ogni singola vita umana – che crede che non esista una “vita che non valga la pena di essere vissuta …”».
Riguardo alla prima affermazione, il “presumibilmente” mette in dubbio che possa darsi una vita “indegna di essere vissuta”. Si tratta di un’affermazione esteriore e soggettiva poiché soltanto il malcapitato può stabilirlo. Facile parlare e scrivere “a tavolino” mentre sotto tortura c’è un altro che non crede – non ha la grazia? – di dover gioire del “dono della vita” che per esso è tramutato in tortura.
Riguardo alla seconda affermazione, George non tiene conto che c’è chi non crede quel che crede lui e invece ritiene che “l’inviolabile dignità di ogni singola vita umana” possa essere spietatamente calpestata da una patologia gravissima, irreversibile e dolorosa che soltanto al primo sguardo genera ripugnanza essendo divenuto un acuto tormento per chi ne è affetto (qui potendosi aprire l’argomento circa cosa significhi “vita” e “vivere”).
Quindi la domanda rovente è: QUALE ESSERE UMANO PUÒ IMPORRE AD UN SUO SIMILE, la cui dignità è violata da una condizione fisica (e/o psichica) agghiacciante e insopportabile, di restare sotto tortura per anni, che è come dire finché Dio vuole? È Dio che lo vuole, o, secondo il furbo espediente teologico che salva capra e cavoli, lo “permette”?
Così, con la sua maledizione (un Dio che maledice?!), ossia la promulgazione della legge del dolore di cui in Genesi 3, 16-17-18-19, Dio favorirebbe il fortunato di turno con la disgrazia-grazia di un’agonia lunga e terrificante, affinché egli, ovviamente per grazia concessa dal medesimo Dio, possa fruire gioiosamente del «dono della vita» coniugando la croce e il canto.
Nel suo articolo su Stilum del 25 luglio, Stefano Fontana si dilunga in una dissertazione dottrinaria di nuovo “a tavolino”. Sarebbe interessante vederlo, insieme a George, al capezzale di un poveraccio la cui dignità è da anni violentata e sfigurata dal dolore e li implora di aiutarlo a mettere fine alla tortura che sta disperatamente subendo. Che farebbero? Gli sciorinerebbero i circostanziati articoli che hanno scritto sulla “dignità della vita”?
La verità è che nessun essere umano può farsi Dio ed assumerne le funzioni. E infatti non è un caso che la storia sia zeppa delle efferatezze più ignobili compiute “in nome di Dio” contro il «dono della vita». Nessun essere umano può dire come Dio: «faccio il bene e provoco la sciagura». Tanto meno – qui potendosi aprire l’argomento dell’accanimento terapeutico – nessun essere umano può “permettere”, come fa Dio, che un suo simile che soffre smisuratamente sia costretto a prolungare la sciagura che lo ha colpito perché possa continuare a … godere «dono della vita».
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44 commenti su “Del “Dono della Vita”. Il Matto.”
Premetto che non capisco il perché della risposta di GIUSEPPE copiata di sana pianta da GABRIELA.
Mi hanno colpito due affermazioni di ADRIANA dell’1 agosto per le quali non credo possa darsi confutazione plausibile:
10,34: “Ognuno è libero di agire secondo coscienza, naturalmente”.
18,48: “Non esiste che la coscienza sia patrimonio esclusivo dei battezzati”.
Infatti la coscienza costituisce il foro interno su cui nessuno può emettere giudizio poiché è il “luogo” in cui ognuno se la vede direttamente con Dio che è l’unico che può esercitare il perfetto discernimento.
Per questo mi viene da osservare che continuare ad ogni pie’ sospinto a citare la dottrina, che è di pertinenza del foro esterno, diventa sterilmente ripetitivo.
Mi sembra che il finale dell’intervento di STILUMCURIALE EMERITO non sia fraintendibile:
“Ognuno tenta di darsi una risposta, come Giobbe, per poi concludere con Giobbe: – Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo – ”.
Ovvero: la dottrina non basta per comprendere fino in fondo, poiché l’ultima istanza è di pertinenza della coscienza, cioè del foro interno, circa il quale, è bene ripeterlo, nessuno, nemmeno se battezzato, può emettere un giudizio.
Come dire che nessun battezzato, per quanto scrupolosamente attaccato alla dottrina, può sostituirsi a Dio.
Caro Matto,
anche se il blog è “chiuso per ferie”, scrivo lo stesso; lo troverà alla riapertura.
Capisco il tono pacato del suo intervento, ma mi permetta di dirle che quanto lei scrive porta a conseguenze molto gravi. Assolutizzare la coscienza come istanza ultima e insindacabile è il cuore dell’errore moderno. La coscienza non è Dio, e può sbagliare. È chiamata a riconoscere il vero, non a produrlo. E deve essere formata alla luce della verità, non nutrita di impressioni soggettive.
Questo non vale solo per i cristiani, ma per ogni uomo: esiste una legge morale naturale, accessibile alla ragione, che comanda il bene e proibisce il male. È la base di ogni giustizia e convivenza civile. Senza di essa, resta solo l’arbitrio. E se “ognuno è libero secondo coscienza”, senza un criterio oggettivo che giudichi le coscienze, allora non c’è più legge: c’è anarchia morale. O, per dirla con Benedetto XVI, dittatura del relativismo. E aggiungo: modernismo.
Chi si rifugia nella coscienza per giustificare scelte oggettivamente malvagie – come il suicidio assistito – difende un errore e ne promuove la diffusione. Il suicidio assistito è e resta un omicidio, anche se chi lo compie “in coscienza” si sente giustificato. Io, come cristiano e cittadino, lo combatto, e ritengo che anche lo Stato debba difendere la vita, non autorizzarne la soppressione.
Poi sì, il giudizio ultimo è di Dio, anche su coloro che si uccidono e su coloro che li aiutano a farlo. Ma questo non ci esime dal riconoscere e affermare ciò che è oggettivamente bene o male.
La legge morale non è “ad coscientiam”: è per tutti. Se la ignoriamo, resteranno solo i quesiti. E nessuna risposta.
Con franchezza e rispetto,
don Pietro Paolo
Caro Matto,
alla sua domanda rivolta a Gabriela, riguardo l’espressione SUICIDIO-OMICIDIO, le risponde GESÙ attraverso questo mirabile appello rivolto con successo ai politici Italiani nel 1995 dal Suo visibile Vicario in terra S. Giovanni Paolo II:
[…] “Nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente ILLECITO perché contrario alla LEGGE DI DIO, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa!
“Ora, il “SUICIDIO” è sempre moralmente inaccettabile quanto L'”OMICIDIO” …
E pertanto, condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto «SUICIDIO ASSISTITO» significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ INGIUSTIZIA, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta.
Il «FAR MORIRE» non può mai esere considerato una “cura” medica, neppure quando l’intenzione fosse solo quella di assecondare una “richiesta” del paziente: è, piuttosto, la negazione della professione sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace «sì» alla Vita.
Ma uno Stato che legittimasse tale “richiesta” e ne autorizzasse la realizzazione, si troverebbe a legalizzare un caso di SUICIDIO-OMICIDIO, contro i principi fondamentali della Vita umana.
Perché una norma che viola il diritto naturale alla vita di un innocente è ingiusta e, come tale, NON può avere valore di legge. L’ABORTO E L’EUTANASIA SONO CRIMINI CHE NESSUNA LEGGE UMANA PUÒ PRETENDERE DI LEGITTIMARE.
Per questo rinnovo con forza il mio Appello a tutti i politici perché non promulghino leggi che, misconoscendo la “dignità della persona”, minano alla radice la stessa convivenza civile.
La Chiesa sa che, nel “contesto attuale”… è difficile attuale un’efficace “difeda” legale della Vita.
Mossa tuttavia dalla certezza che la verità morale non può non avere un’eco nell’intimo di ogni coscienza, Essa incoraggia i politici … a ristabilire un ordine giusto nell’affermazione e promozione del valore della VITA UMANA.
(San Giovanni Paolo II – E.V.)
Caro Matto,
alla sua domanda a me rivolta riguardo all’espressione SUICIDIO-OMICIDIO, le risponde GESÙ stesso attraverso il Suo vicario in terra San Giovanni Paolo II attravverso questo Suo mirabile appello rivolto con successo ai politici Italiani nel 1995, e da cui estrapolo alcune frasi:
[…] “Nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente ILLECITO perché contrario alla LEGGE DI DIO, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa!
“Ora, il “SUICIDIO” è sempre moralmente inaccettabile quanto L'”OMICIDIO” …
E pertanto, condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto «SUICIDIO ASSISTITO» significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ INGIUSTIZIA, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta.
Il «FAR MORIRE» non può mai esere considerato una “cura” medica, neppure quando l’intenzione fosse solo quella di assecondare una “richiesta” del paziente: è, piuttosto, la negazione della professione sanitaria che si qualifica come un appassionato e tenace «sì» alla Vita.
Ma uno Stato che legittimasse tale “richiesta” e ne autorizzasse la realizzazione, si troverebbe a legalizzare un caso di SUICIDIO-OMICIDIO, contro i principi fondamentali della Vita umana.
Perché una norma che viola il diritto naturale alla vita di un innocente è ingiusta e, come tale, NON può avere valore di legge. L’ABORTO E L’EUTANASIA SONO CRIMINI CHE NESSUNA LEGGE UMANA PUÒ PRETENDERE DI LEGITTIMARE.
Per questo rinnovo con forza il mio Appello a tutti i politici perché non promulghino leggi che, misconoscendo la “dignità della persona”, minano alla radice la stessa convivenza civile.
La Chiesa sa che, nel “contesto attuale”… è difficile attuale un’efficace “difeda” legale della Vita.
Mossa tuttavia dalla certezza che la verità morale non può non avere un’eco nell’intimo di ogni coscienza, Essa incoraggia i politici … a ristabilire un ordine giusto nell’affermazione e promozione del valore della VITA UMANA.
(San Giovanni Paolo II – E.V.)
Posto così, quasi un dilemma fra bontà e crudeltà di Dio, il problema del male/dolore non si risolve né per mezzo del puro ragionamento, né per mezzo delle vie della fede. Sul dolore ci sono comunque molti distinguo da fare. Il dolore è anzitutto un potente meccanismo di difesa di tutti gli organismi viventi, uomo compreso, che induce a comportamenti di evitamento e di fuga dalle possibili cause di danni fisici e morali provocati dall’impatto con determinate cose, fenomeni, eventi naturali, malattie comprese. Inoltre bisognerebbe fare un distinguo tra cause naturali inevitabili come terremoti, alluvioni, frane, fulmini e cause evitabili perché dovute all’uomo come guerre, incidenti provocati da insipienza e da imprudenza umana, incendi dolosi, assassini ecc. ecc. Certamente il male, il dolore, la sofferenza sono nella natura delle cose create, sono cose palpabili nell’esperienza di ognuno di noi e ognuno tenta di darsi una risposta, come Giobbe, per poi concludere con Giobbe:- Ho esposto dunque senza discernimento
cose troppo superiori a me, che io non comprendo.-
Gentile GABRIELA,
ho considerato molto attentamente il racconto delle vicissitudini dolorose dei suoi genitori, e non esito ad inchinarmi nel riconoscerli baciati – alla lettera , visti certi particolari mistici – dalla Grazia.
Però, non posso non aggiungere che questa resta una sua esperienza di figlia e, in prima persona, dei suoi cari genitori. Esperienza personale che non può essere presa come esempio valido per tutti, per il semplice motivo che non tutti, anzi molto pochi, sono gratificati dalla Grazia che permette loro di sopportare il dolore fino all’ultimo momento della loro vita.
A parte il mistero della Grazia – e quindi anche della Fede – che che il Padreterno concede a chi sì e chi no – e già questo solleva un tema gigantesco – non sembra ragionevole né umano pretendere da chi non ha la Grazia di comportarsi come chi ce l’ha. E’ la Grazia il confine (disumano?) divinamente stabilito: inevitabilmente il genere umano è destinato a non violarlo: chi di qua con la Grazia, chi di là senza Grazia.
Di più, mi lasci la convinzione che, a differenza di quanto lei afferma, il dolore può superare, e neanche troppo difficilmente, i limiti della sopportazione umana.
E poi, nessuno può stabilirlo al posto di chi vi si trova immerso fino al collo.
Perdoni l’impertinenza.
Cordialmente.
Caro Matto,
Gesù è la Via, la Verità è la Vita.
La nostra vita è tenebra senza la Grazia”.
Da il Prologo dibs Giovanni:
… Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto,
ha dato il diritto di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome…
Grazia che Gesù non impone a nessuno.
Tant’è vero che rispetta la scelta del cattivo ladrone che per orgoglio, non l’ha voluta accogliere e ha scelto di continuare a bestemmiare nella ben più grande sofferenza eterna dell’inferno.
Questa Grazia Gesù la concede a tutti i buon ladroni che con umiltà Lo riconosce vero Dio e unico Salvatore.
A parte il fatto che per SUICIDARSI, non serve una legge… ciò che è certo è che il demonio vuole far passare come “DIRITTO” il “SUICIDIO” con l’obiettivo di condurre tante anime all’infermo, essendo questo il primo dei 4 peccato in ABOMINIO A DIO.
Per rispondere alla sua seconda obiezione:
Ricondo ancora quando, nel 2014, dopo la diagnosi di cancrena progressiva per diabete fatta a mia mamma, l’infermiera mi prese in disparte per consigliarmi di chiedere la morte abticipata, in quanto, mi spiegava, non esistono dolori più forti di uno che ha il copro in cancrena.
Io risposi :” No. Voi cercate di alleviare le sue sofferenze con tutti gli alalgesici possibili, ma non anticipate la morte. Perché solo Dio è padrone della nostra vita ”
Ricordo un giorno che mia mamma sembrava non respirasse più.
Al che un’infermiera mi disse che stava morendo.
In quel momento passò di lì il sacerdote, a cui chiesi di rinnovare a mia mamma il Sacramento dell’estrema unzione a cui partecipai volenteri per un circa un quarto d’ora.
Quando il sacerdote uscì dalla stanza, mia mamma fece dei respiri profondi.
Tanto che la signora a fianco disse:
“Toh! Sua mamma è risuscitata?”
Forse è stata davvero una grazia concessa da questo Sacramento, perché nella settima successiva, prima di morire, mia mamma si svegliò diverse volte, così da poter salutare due dei miei figli che ancora non aveva salutato.
Catechismo Maggiore
808 D. Che cosa è il sacramento dell’Estrema Unzione detto pure Olio Santo?
R. L’Estrema Unzione detta pure Olio Santo, è il sacramento istituito per sollievo spirituale ed anche temporale degli infermi, in pericolo di morte.
809 D. Quali effetti produce il sacramento dell’Estrema Unzione?
R. Il sacramento dell’ Estrema Unzione produce i seguenti effetti:
1.° accresce la grazia santificante;
2.° cancella i peccati veniali, e anche i mortali che l’infermo pentito non potesse più confessare;
3.° toglie quella debolezza e languidezza pel bene, la quale rimane anche dopo di aver ottenuto il perdono dei peccati;
4.° dà la forza di sopportare pazientemente il male, di resistere alle tentazioni e di morire santamente; 5.° aiuta a ricuperare la sanità del corpo, se sia utile alla salute dell’anima
Ricevi le mie condoglianze.
🙏
Caro DON PIETRO PAOLO,
ovviamente quel che scrivo appresso costituirà un’altra occasione per … non intendersi.
“Cattolico”, se non sbaglio, significa universale, che a sua volta indica qualcosa di più dell’accezione ecclesiastica, cioè dell’Istituzione che vuole imporsi come unico viatico per il Paradiso mentre tutti gli altri “vanno all’inferno”.
Badi bene: non sto dicendo che la cattolicità ecclesiastica non sia valida, bensì che la Sapienza divina non può essere esaurita da alcuna dottrina per quanto valida.
Il Verbo è creatore dell’Universo, quindi non soltanto di questo granellino quasi inesistente che è la terra sperduto nell’Immenso. Ha mai vito una foto della terra presa da miliardi chilometri e pressoché invisibile? Penso di sì.
C’è dunque un’altra accezione di “universale” sulla quale non starò a dilungarmi.
Dico solo che se il Verbo è Creatore dell’Universo inesplorabile nella sua totalità, la comprensione del Verbo Incarnato non può essere esaurita né da alcun essere umano né da alcuna Istituzione terrestre.
Anche perché se così fosse il Mistero Divino andrebbe (illusoriamente) annullato.
Sono convinto sinceramente, anche perché la pratica apofatica me ne da il riscontro, che Gesù Cristo resta e deve restare NON totalmente comprensibile, esattamente come l’Universo resta inesplorabile nella sua totalità.
Cordialmente (almeno su questo ci intendiamo?😊 )
Assolutamente
Chiedo scusa del mio impertinente insistere. Prego di credermi: non lo faccio per provocare o scandalizzare. D’altra parte il mio stato d’animo attuale non me lo permetterebbe.
Premettendo che la formula SUICIDIO-OMICIDIO evocata dalla gentile Gabriela costituisce un’escamotage poco convincente, dacché aiutare a morire (perché c’è pure un diritto a morire!) chi lucidamente lo chiede perché non ne può più, non può intendersi come omicidio, torno a chiedere a ciascuno dei miei gentili e rispettati interlocutori:
se lei si trovasse (CASO PRATICO) al capezzale di un poveraccio la cui dignità è da anni violentata e sfigurata dal dolore e lucidamente la la implora di aiutarlo a mettere fine alla tortura che sta disperatamente subendo, che gli RISPONDEREBBE?
Caro Matto,
capisco la serietà della sua domanda, e anche il tormento che la anima. Nessuno dovrebbe parlare con leggerezza del dolore estremo, soprattutto quando si accompagna alla lucidità di chi non chiede aiuto per vivere, ma per morire.
So bene che le mie risposte possono sembrare scontate, date dal ruolo che ricopro. Ma le assicuro: non scrivo solo per lei. Rispondendo a lei, parlo anche a chi legge in silenzio, forse con le stesse domande, forse con le stesse ferite.
Lei mi chiede: “che cosa risponderebbe a chi, straziato dal dolore, le implorasse di aiutarlo a morire?”
Rispondo con la verità della mia fede e della mia esperienza: non aiuterei nessuno a morire. Aiuterei, fino alla fine, a non sentirsi solo.
Non è una formula di mestiere, né un riflesso clericale. È ciò che cerco di vivere ogni volta che mi trovo al capezzale di chi soffre. In quei momenti, non discuto, non argomento: ascolto, accarezzo, tengo la mano, mostro il Crocifisso – il Dio che, potendo fuggire, è rimasto; che non si è sottratto al dolore, ma vi è entrato con tutto Sé stesso per non lasciare solo nessuno.
Lei parla di “diritto a morire”, ma mi permetta: morire non è un diritto. È una realtà che ci attraversa.
E quello che ci è chiesto, in quel tempo così fragile e sacro, non è di anticiparla, ma di abitarla – con dignità, con misericordia, con verità.
Mi resta nel cuore una convinzione profonda:
«Quando Cristo è con noi sulla Croce, fuggire non è libertà: è solitudine. Restare è amore.»
A volte le parole non bastano. E allora il silenzio carico di presenza diventa più eloquente di mille discorsi.
Ma anche nel silenzio, c’è una promessa che non viene mai meno:
«Oggi sarai con me in Paradiso».
Nel rispetto del suo dolore,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
quale dolce scenetta viene proponendoci! Il letto ben rimboccato…il crocifisso, la mano del volonteroso morente tenuta dalla sua mano accogliente, la sua silenziosa presenza che- da sola- scaccia ogni dubbio di materializzazioni infernali…Un quadretto, anzi, un soave dagherrotipo da fine ottocento, di quelli “vittoriani” dove l’infante defunto veniva fotografato come fosse vivo, con gli occhi artificiosamente aperti, per il conforto di quei genitori che non erano in grado di pagarsi un ricordo pittorico della loro creatura… Ben celato nel fondo abissale del suo supposto silenzio, si percepisce comunque lo stridulo anatema per quel sofferente innocente che non si sia doverosamente acconciato a questa sua amorevole coreografia. Ognuno è libero di agire secondo coscienza, naturalmente. Ci si attende solo che la coscienza sia la sua.
Cara Adriana,
no, la mia non è l’immagine di una “soave scenetta vittoriana”, né un dagherrotipo costruito per consolare l’illusione del dolore. Io non parlo di quadretti, né di costruzioni poetiche. Parlo da prete. Parlo da fratello. Parlo da uomo che ha visto morire un fratello amato, consumato dalla sofferenza.
In quei momenti non si recita una parte. Si condivide un’agonia. E ciò che per qualcuno può sembrare una “coreografia del conforto”, per me è stata – ed è – una liturgia dell’anima, un’offerta silenziosa fatta di sguardi, di mani che si stringono, di silenzi che gridano più delle parole.
E quando non bastano più i gesti, allora si prega.
Non per convenzione, ma per fede viva.
Non per dovere, ma per amore che implora.
“Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a Dio, che poteva salvarlo da morte, e fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5,7).
È questo il cuore del ministero sacerdotale: entrare, come Maria ai piedi della Croce, in un’intercessione che grida e ama, senza spettacolo, senza retorica, davanti a Colui che solo può salvare.
Lei parla di coscienza. Ma la coscienza cristiana non è pura soggettività. È l’incontro tra la nostra povertà e la luce di Dio, formata alla scuola del Vangelo, non del dubbio.
Mi consenta dunque di ribadire: non è un’idea quella che accompagna il morente, ma una Persona.
Non è un simbolo che consola, ma il Crocifisso vivo, che ha già portato su di sé ogni dolore.
Auguro a me e a tutti, in qualunque tipo di morte, di avere accanto un sacerdote che accompagni e aiuti in questo dolorosissimo parto per la nascita al Cielo.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
mi condolgo, l’assicuro.
Però, nella sua ulteriore descrizione lei ha collocato una ulteriore euloghia della dottrina. Io mi riferivo al senso di una coscienza semplicemente “umana”. Non esiste che la coscienza sia patrimonio esclusivo dei battezzati…Inoltre, lei non specifica se lei e il suo sfortunato fratello (rip) foste in perfetta sintonia religiosa oppure no, di fronte al dolore del trapasso.
Caro Matto,
“alla sua seconda domanda, le rispondo che io mi sono trovata (CASI PRATICI) al capezzale dei miei genitori, ma che, essendo supportati dalla Grazia e dalla fede, mai hanno implorato di aiutarli a mettere fine alla tortura che nella pace hanno sopportato pazientemente.
Il problema grave è che oggi sono rarissimi i Pastori che spiegano ai fedeli sofferenti o in fin di vita, l’importanza redentrice della sofferenza se unita a quella di Cristo, il quale, sempre ci dona la Grazia di sopportare pazientemente il DOLORE, (che mai supera i nostri limiti), attraverso i S. Sacramenti, come la Confessione, la S. Eucaristia e l’UNZIONE DEGLI INFERMI. (Cat. Magg. S. Pio X n. 808- 809-810)
A tal riguardo, posso testimoniare che mia mamma, il cui corpo era in cancrena dai piedi alla testa, ha sopportato il dolore per anni e sopratutto negli ultimi mesi do spoedali, attraverso gli antidolorifici come la morfina, ma anche grazie ai s. Sacramenti che ha ricevuto nei momenti in cui regolarmente si svegliava.
Regalandomi, la sera prima di morire, il sorriso più bello che mai ho ricevuto da lei.
Stessa cosa per mio papà convertitosi dopo la morte di mia mamma che, nei momenti di dolore, gli chiedeva di recitare assieme le tre Ave Maria alla Madonna della Medaglia miracolosa.
Dopo la sua morte, mio papà ha cominciato a recitare il rosario quotidiano e partecipare alla messa la domenica.
Dopo due anni fu ricoverato per tre tumori di cui mai si era lamentato.
E dopo circa 24 gg di degenza, il primario, pur contro la mia volontà, fece somministrare a mio papà e al paziente di fianco, la sedazione profonda per anticiparne la morte.
Il paziente di fianco, ateo, dopo l’estrema unzione impartita da un sacerdote per volontà di una parente, è morto alla ore 15.
Mio papà invece non morì quel venerdì.
E il giorno dopo, al primario che gli disse: “Toh! Ancora vivo è lei? Mio papà gli rispose:
” Il Signore mi ha detto di dirle che non è ancora giunta la mia ora! ”
Mio papà è morto tre gg dopo: il 27 novembre, festa della Madonna Miracolosa.
E non dimenticherò mai quel lungo sorriso di beatitudine che mio papa fece al terzo e ultimo respiro, poco prima di sbiancare.
Era presente anche uno dei miei figli che mi ha assicurato di averlo visto anche lui sorridere.
E che, dopo aver pianto sul cuore di mio papà, mi ha abbracciata, così come gli aveva chiesto di fare tante volte mio papà, ma ancora non si decideva a farlo per via delle mie idee… “cattoliche” non condivise.
Quasi che, con questi segni grandi, mio papà e mia mamma volessero assicurarmi il loro amore e la loro vicinanza dal Cielo nella preghiera per la conversione e la salvezza di tutti i miei cari.
pazientemente il DOLORE, (che mai supera i limiti di sopportazione umana), attraverso i S. Sacramenti, come la Confessione, la S. Eucaristia e l’UNZIONE DEGLI INFERMI. (Cat. Magg. S. Pio X n. 808- 809-810)
A tal riguardo, posso testimoniare che mia mamma, il cui corpo era in cancrena dai piedi alla testa, ha sopportato il dolore per anni e sopratutto negli ultimi mesi do spoedali, attraverso gli antidolorifici come la morfina, ma anche grazie ai s. Sacramenti che ha ricevuto nei momenti in cui regolarmente si svegliava.
Regalandomi, la sera prima di morire, il sorriso più bello che mai ho ricevuto da lei.
Stessa cosa per mio papà convertitosi dopo la morte di mia mamma che, nei momenti di dolore, gli chiedeva di recitare assieme le tre Ave Maria alla Madonna della Medaglia miracolosa.
Dopo la sua morte, mio papà ha cominciato a recitare il rosario quotidiano e partecipare alla messa la domenica.
Dopo due anni fu ricoverato per tre tumori di cui mai si era lamentato.
E dopo circa 24 gg di degenza, il primario, pur contro la mia volontà, fece somministrare a mio papà e al paziente di fianco, la sedazione profonda per anticiparne la morte.
Il paziente di fianco, ateo, dopo l’estrema unzione impartita da un sacerdote per volontà di una parente, è morto alla ore 15.
Mio papà invece non morì quel venerdì.
E il giorno dopo, al primario che gli disse: “Toh! Ancora vivo è lei? Mio papà gli rispose:
” Il Signore mi ha detto di dirle che non è ancora giunta la mia ora! ”
Mio papà è morto tre gg dopo: il 27 novembre, festa della Madonna Miracolosa.
E non dimenticherò mai quel lungo sorriso di beatitudine che mio papa fece al terzo e ultimo respiro, poco prima di sbiancare.
Era presente anche uno dei miei figli che mi ha assicurato di averlo visto anche lui sorridere.
E che, dopo aver pianto sul cuore di mio papà, mi ha abbracciata, così come gli aveva chiesto di fare tante volte mio papà, ma ancora non si decideva a farlo per via delle mie idee… “cattoliche” non condivise.
Quasi che, con questi segni grandi, mio papà e mia mamma volessero assicurarmi il loro amore e la loro vicinanza dal Cielo nella preghiera per la conversione e la salvezza di tutti i miei cari.
Risposta corretta a Matto,
“alla sua seconda domanda, le rispondo che io mi sono trovata (CASI PRATICI) al capezzale dei miei genitori, ma che, essendo supportati dalla Grazia e dalla fede, mai hanno implorato di aiutarli a mettere fine alla tortura che nella pace hanno sopportato pazientemente.
Il problema grave è che oggi sono rarissimi i Pastori che spiegano ai fedeli sofferenti o in fin di vita, l’importanza redentrice della sofferenza se unita a quella di Cristo, il quale, sempre ci dona la Grazia di sopportare pazientemente il DOLORE, (che mai supera i nostri limiti), attraverso i S. Sacramenti, come la Confessione, la S. Eucaristia e l’UNZIONE DEGLI INFERMI. (Cat. Magg. S. Pio X n. 808- 809-810)
A tal riguardo, posso testimoniare che mia mamma, il cui corpo era in cancrena dai piedi alla testa, ha sopportato il dolore per anni e sopratutto negli ultimi mesi do spoedali, attraverso gli antidolorifici come la morfina, ma anche grazie ai s. Sacramenti che ha ricevuto nei momenti in cui regolarmente si svegliava.
Regalandomi, la sera prima di morire, il sorriso più bello che mai ho ricevuto da lei.
Stessa cosa per mio papà convertitosi dopo la morte di mia mamma che, nei momenti di dolore, gli chiedeva di recitare assieme le tre Ave Maria alla Madonna della Medaglia miracolosa.
Dopo la sua morte, mio papà ha cominciato a recitare il rosario quotidiano e partecipare alla messa la domenica.
Dopo due anni fu ricoverato per tre tumori di cui mai si era lamentato.
E dopo circa 24 gg di degenza, il primario, pur contro la mia volontà, fece somministrare a mio papà e al paziente di fianco, la sedazione profonda per anticiparne la morte.
Il paziente di fianco, ateo, dopo l’estrema unzione impartita da un sacerdote per volontà di una parente, è morto alla ore 15.
Mio papà invece non morì quel venerdì.
E il giorno dopo, al primario che gli disse: “Toh! Ancora vivo è lei? Mio papà gli rispose:
” Il Signore mi ha detto di dirle che non è ancora giunta la mia ora! ”
Mio papà è morto tre gg dopo: il 27 novembre, festa della Madonna Miracolosa.
E non dimenticherò mai quel lungo sorriso di beatitudine che mio papa fece al terzo e ultimo respiro, poco prima di sbiancare.
Era presente anche uno dei miei figli che mi ha assicurato di averlo visto anche lui sorridere.
E che, dopo aver pianto sul cuore di mio papà, mi ha abbracciata, così come gli aveva chiesto di fare tante volte mio papà, ma ancora non si decideva a farlo per via delle mie idee… “cattoliche” non condivise.
Quasi che, con questi segni grandi, mio papà e mia mamma volessero assicurarmi il loro amore e la loro vicinanza dal Cielo nella preghiera per la conversione e la salvezza di tutti i miei cari.
Adamo ed Eva, i nostri ‘antenati’, scelsero deliberatamente di conoscere il male; Dio li mise in guardia sulle inevitabili conseguenze (‘[…] certamente moriresti.’ Genesi 2, 16), ma essi vollero fare di testa loro, sperimentando invece la via del serpente…
Per conoscere il male e le sue conseguenze è necessario provare la ‘durezza del vivere’, il peccato e la morte: quella fisica, senza dubbio, ma pure la ‘morte dell’anima’ (ben peggiore della prima…), ossia la disperazione dei dannati, per quei derelitti che proprio non vogliono farsi mancar nulla in fatto di depravazioni (Ap 2, 24)…
Quando tu, figlio di Dio che ancora non conosci te stesso, estorci a tuo Padre Onnipotente la conoscenza del bene e del male nel tentativo di diventare come Lui, la conseguenza è una vita ‘dimezzata’, proprio così come la stiamo sperimentando noi qui sulla Terra… una vita piena di insidie, tentazioni, dolori, tradimenti, cadute, derive, miscredenze, crimini, ignoranza… inclinati ‘naturalmente’ al male per artificio di satana (concupiscenza), senza neppure ricordare che la scelta di sperimentare tale condizione fu solo ed esclusivamente NOSTRA! Non ci fu affatto imposta dal Creatore, come ci ricordano provvidenzialmente le Sacre Scritture, dato che la nostra attuale condizione decaduta ci ha pure privati (per il nostro bene…) della memoria di chi eravamo (o pensavamo di essere…) prima di nascere.
La buona notizia è che la vita di noi umani qui sulla Terra (per quando dolorosa, umiliante, straziante possa risultare in certi casi) dura solo un battito di ciglia in confronto alla Vita di cui parla Gesù.
‘[…] perché il Signore corregge colui che Egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio.’ (Eb 12, 6)
Quando arrivano le ‘sferzate’ uno può scegliere di santificare tali sofferenze accettandole con fede e umiltà per espiare le proprie o le altrui colpe (rafforzando al contempo altre virtù, come la pazienza, la fortezza, ecc.), oppure di maledire la ‘mano castigatrice’ di Dio e proseguire imperterrito con la ribellione conto il proprio vero Sé…
‘E gli uomini bruciarono per il terribile calore e bestemmiarono il nome di Dio [Io Sono] che ha in suo potere tali flagelli, invece di ravvedersi per rendergli omaggio.’ (Ap 16, 9).
Permetterci di giudicare l’operato di Dio e l’applicazione della Sua Legge sulla base della nostra microscopica comprensione intellettuale della realtà è indice di superbia; la superbia attira il castigo. Il castigo è la conseguenza (e la cura) per la ‘durezza di cuore’.
Che cosa non farebbe l’Amore di Dio Padre (nella ‘persona’ del Figlio) per riportare a Sé i suoi figli accecati dal peccato, che li rende miserabili schiavi di un falso sé, quello ‘separato’ dal Creatore per l’artificio di satana (“l’oscuramento di Dio”).
E perché allora Dio Padre creò il serpente ingannatore?
Perché dunque si coprì il volto privandoci della Sua Luce?
Perché senza vivere questo temporaneo ‘dramma della separazione’ non potremmo partecipare all’eterna gioia di ritrovare la ‘dramma perduta’ (v. Lc 8-10)…
Caro Simone,
Lei è nato per propria volontà?
Lei ritiene concepibile un Dio che maledice e getta le sue creature, ovviamente compreso lei, in un lazzaretto di afflizione?
Lei ritiene che questo lazzaretto di afflizione sia il miglior mondo possibile grazie alla maledizione del Creatore?
Perché il Dio del vecchio Testamento fu tutto maledizione e giustizia e quello del Nuovo benedizione e misericordia?
Che mi dice di Isaia 45, 7?
Cordialmente.
Dando per scontato che io sia colui che è nato al mondo (che scontato non è affatto…), la mia nascita e il ‘prima’ non li ricordo. Non ricordo quindi di esser nato per mia volontà, ma non posso neppure escluderlo, in tutta onestà.
Le Sacre Scritture offrono una chiave di lettura per comprendere il mistero della nostra attuale condizione, ma nessuno ci impone di riconoscere come autentico questo richiamo alla ‘verità dell’anima’.
Sì, ritengo comprensibile che quel figlio di Dio che vuole conoscere se stesso (e quindi suo Padre) accetti di conoscere la ‘maledizione’ della separazione dal Padre (Amore, Sorgente di Vita).
Ma come potrebbe chi in realtà è uno con l’Essere Immortale sperimentare la morte?
Solo con questo espediente satanico: identificandosi con qualche cosa di mortale. ‘Io sono il corpo’ è l’idea che ‘condanna a morte’ le anime. Per questo Gesù parlò diverse volte del suo ‘simulacro corporeo’ con un certo distacco, in terza persona (‘Il Figlio dell’uomo deve […]’ Lc 9, 22).
In quanto figli dell’uomo nati da carne siamo quindi ‘spacciati in partenza’, il ché costituisce un ottimo incentivo a cercare il nostro Essere oltre la carne!
Il Figlio dell’uomo (con la F maiuscola) è quell’anima incarnata che ha smesso di identificarsi con la carne, ma riconosce Dio come il proprio Padre.
Questo ‘lazzaretto di afflizione’ è quindi veramente il miglior mondo possibile, viste le circostanze… è solo per la vanità di affermare ‘io sono il tal dei tali’ che esiste la sofferenza.
Come superare questa vanità?
Lasciando perdere tutto ciò che ci lega al mondo e cercando Dio con tutte le nostre forze (perché è un ‘Dio geloso’, per usare il linguaggio degli antichi… nel senso che fintanto che ci si aggrappa alle cose di questo mondo si rafforza il proprio ego e ci si autoesclude dalle gioie dell’Oltre [Io Sono]).
Non esiste un cattivissimo Dio del Vecchio e un altro buonissimo del Nuovo Testamento. Dio è uno solo ed è sempre lo stesso: prima, durante e dopo.
Esistono però gradi molto diversi di consapevolezza delle anime incarnate, in particolare tra quelle hanno scelto consapevolmente di conoscere il male. Dunque Dio parla un linguaggio molto diverso a seconda delle anime.
Molte anime ‘giocano’ per stare confortevoli e tirare a campare; Dio invece ‘gioca’ per riportare le anime a Sé, sapendo che solo quello è il Sommo Bene.
«Io formo la luce e creo le tenebre,
faccio il bene e provoco la sciagura;
io, il Signore, compio tutto questo»
Sacrosante verità…
Ma all’anima ribelle (quella che si ostina a pensare di essere separata da Dio) non piace riconoscere che Dio può tutto, mentre l’anima, fintanto che si CREDE separata, non può nulla di fronte alla Sua onnipotenza. Dunque l’anima persa nell’illusione cerca di sfuggire alla presunta ‘tirannide’ del suo Creatore sperimentando ogni forma di ribellione, infedeltà e tradimento, attirandosi così i sacrosanti castighi dall’alto.
All’inizio del cammino dell’anima Dio ‘lascia fare’ (‘lento all’ira’), fornendo una speciale protezione ai ‘figli di Caino’ per consentigli di sperimentare il male senza conseguenze proporzionate…
Poi si rivela, facendosi temere (‘si sceglie un popolo’, Israele, a cui dà una Legge, e da quel momento castiga severamente i trasgressori ‘dalla dura cervice’ secondo giustizia per farli rigar dritto)…
Poi, gradualmente, il ‘timore’ nell’anima cede il passo all’amore: l’anima non obbedisce più al Padre per paura del castigo o per avere un premio, ma per amore della Verità, che è essa stessa Amore.
Una volta che l’anima ha sperimentato il bene e il male e si è purificata volgendosi (per grazia dello Spirito Santo) al bene, Dio manda il Figlio per dissolvere una volta per tutte ogni illusione di separazione.
Chi è ancora ‘pieno di sé’ rifiuta questo Dono dal Cielo; chi si è invece sgravato dal giogo di satana (‘io sono il tal dei tali’) facendosi ‘servo di Dio’ (v. Mt 11, 28-30) potrà (per grazia dello Spirito Santo) accogliere in sé il Figlio e ritrovare in Lui l’unità perduta con il Padre.
Al di là delle nostre incomprensioni e delle diversità di vedute, di fronte alla morte e al suo mistero inspiegabile, caro Enrico, le giunga la mia piccola ma sincera vicinanza per la perdita della sua amata cognata.
Non le rispondo con chilomentriche definizioni dottrinali o con lezioni di vita cristiana… non potrei petaltro di fronte al dolore opporre una spiegazione oltre quella banale ma vera che solo Dio sa perchè la sofferenza e l’infelicità sono il nostro calvario in terra.
🙏
Caro Matto,
le sue parole non sono una protesta qualunque: sono un grido lucido e radicale, simile a quello dei profeti, dei salmi di lamento e del libro di Giobbe. Nessuna risposta onesta può evitare di tremare di fronte a simili domande. Le rispondo da cattolico (a cattolico?} e da sacerdote, chiamato spesso a entrare in situazioni dolorosissime come quella da lei raccontata.
Quando mi trovo accanto a familiari che assistono un congiunto morente o atrocemente sofferente, alle loro domande non rispondo subito con parole: in quei momenti, solo il silenzio partecipe e la presenza solidale possono parlare. Ogni discorso, in quel contesto, sarebbe inutile, a volte persino crudele. Le parole verranno dopo.
Ora che il tempo consente una riflessione più distesa, le rispondo – non rifugiandomi in formule comode o dottrina astratta – ma cercando di stare con lei, in ascolto, con la Chiesa e sotto la Croce di Cristo.
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1. Il dono della vita: un dono “imposto”?
Scrive: «Un dono non può essere imposto». È vero nel linguaggio umano: un dono si riceve con libertà. Ma la vita non è un dono tra due soggetti già esistenti: è l’atto stesso per cui Dio ci ha fatti uscire dal nulla, gratuitamente, senza nostro merito o desiderio precedente. E questo è, nel senso più alto, un dono.
«La creazione è il fondamento di tutti i progetti salvifici di Dio, il principio della storia della salvezza»
(Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 292)
«Solo l’uomo è chiamato a condividere, nella conoscenza e nell’amore, la vita di Dio. […] Questa è la ragione fondamentale della sua dignità.»
(CCC, n. 356)
Non ci è chiesto di approvare la vita prima di riceverla: ci è dato invece di scoprirne il senso nel cammino, spesso doloroso, dell’esistenza. Il “dono”, in questo caso, non è qualcosa di godibile subito: è la possibilità di partecipare all’essere, cioè a Dio stesso.
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2. Il male: Dio lo vuole o lo permette?
Cita Isaia 45,7: «Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura». Parola di Dio. Ma per la fede cattolica, questa va letta alla luce piena della Rivelazione in Cristo, che ci ha mostrato il vero volto del Padre: non un dio capriccioso e violento, ma Colui che “fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi” (Mt 5,45).
Il Magistero spiega che:
«Dio non è in alcun modo, neppure indirettamente, causa del male morale. Tuttavia, lo permette, rispettando la libertà delle sue creature e, misteriosamente, sa trarne il bene»
(CCC, n. 311)
«Ciò che Dio vuole in se stesso è sempre buono, ma permette l’esistenza del male per un bene più grande»
(San Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I, q. 22, a. 2 ad 2)
Questa non è una giustificazione del male. È una lettura del mistero. Il Dio cristiano non è indifferente alla sciagura: ne assume il peso in prima persona nella Croce del Figlio.
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3. La sofferenza: maledizione o grazia?
È giustissimo ciò che scrive: il dolore non è un bene in sé. Non è mai da desiderare. La Chiesa non lo glorifica come se fosse un fine. Ma da quando Cristo ha sofferto volontariamente per amore nostro, il dolore umano non è più senza senso.
«Cristo ha assunto su di sé l’intera sofferenza umana e le ha dato senso»
(CCC, n. 1505)
«La sofferenza, unita alla sofferenza di Cristo, è parte del mistero della redenzione»
(San Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, n. 19)
«La croce è l’unico sacrificio di Cristo. Egli associa a questo sacrificio anche la sua Chiesa»
(CCC, n. 618)
Questa “associazione” non è un dovere imposto. È un’offerta. Alcuni santi vi hanno aderito liberamente – ma non è un obbligo per tutti. Non è richiesta una mistica esaltazione del dolore, e ancor meno una negazione della sua atrocità. Ma è possibile, nella grazia, che quel dolore non sia più solo tortura, ma partecipazione al mistero salvifico.
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4. La dignità: è intatta anche nel disfacimento?
Lei pone con coraggio la domanda che molti rimuovono: «Che dignità ha una vita devastata dal dolore?» Ma la risposta cattolica è chiara e incrollabile: ogni essere umano ha una dignità intrinseca, inalienabile, fondata non nella condizione fisica o psichica, ma nell’essere a immagine di Dio.
«Coloro la cui vita è diminuita o indebolita hanno diritto a un rispetto speciale. Le persone malate o disabili devono essere assistite per vivere una vita il più possibile normale»
(CCC, n. 2276)
«La vita è sempre un bene. Questa convinzione nasce non solo dalla fede, ma anche dalla ragione»
(Evangelium Vitae, n. 63)
Ma questo non significa accanimento terapeutico. La Chiesa distingue con precisione:
«L’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate ai risultati può essere legittima. Si tratta di rifiutare “l’accanimento terapeutico”»
(CCC, n. 2278)
«Non si tratta di eutanasia, ma di accettazione della condizione umana di fronte alla morte»
(Evangelium Vitae, n. 65)
In altre parole: non siamo padroni della vita, ma neppure schiavi delle macchine. L’etica cattolica non impone la sofferenza, ma difende la dignità anche quando la carne è devastata.
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5. La Croce di Cristo: risposta vera, non astratta
Cristo non ha parlato “da fuori” al dolore del mondo. Lo ha preso dentro di sé. Non ha dato una teoria. Ha dato Sé stesso.
«Solo un Dio che ha sofferto può essere vicino a noi»
(Benedetto XVI, Spe Salvi, n. 39)
«Nei giorni della sua vita terrena, Gesù offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime»
(Eb 5,7)
Ecco la differenza: il Dio cristiano non spiega il dolore per via dialettica, ma ci entra, per salvare dall’interno. Non toglie la Croce, ma sta accanto a chi la porta. E l’ultima parola non è la morte, ma la risurrezione.
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6. Se Cristo non è risorto…
Infine, lei scrive – insieme a Qoèlet – che “sarebbe stato meglio non nascere”. E se davvero la vita finisse nella fossa, se l’ultima parola fosse il nulla, avrebbe perfettamente ragione.
Ma mi permetta di dirle che, in un certo senso, la risposta l’ha già data lei stesso, quando scrive:
«Ciò, in straziante e stordente contrasto con la bellezza straripante del mio unico nipotino di sette mesi, dal quale, quando ce l’ho davanti, non riesco a staccare lo sguardo e vado quasi in estasi».
Ecco: anche nel buio più profondo, quando la carne è segnata dal dolore e lo spirito dalla stanchezza, basta un amore vero – reale, fragile, tenero – per ricordarci che la vita non è assurda. Il volto di quel bambino è come un’epifania: ci dice che l’amore è più forte del dolore, e, seppur in modo misterioso, più forte della morte.
Là dove c’è amore autentico, la vita torna a svelare il suo senso. E per un attimo – breve ma vero – si intuisce che il nostro destino non è la tomba, ma un compimento che inizia già qui, nell’estasi di uno sguardo pieno d’amore.
Ma per il cristiano la vita non finisce qui. La carne distrutta verrà risorta, come quella di Cristo.
«Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede»
(1 Cor 15,17)
«E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte né lutto né lamento né affanno»
(Ap 21,4)
Questa è la promessa. E anche se oggi sembra lontana, è l’unica che giustifica la fede cristiana nel “dono della vita”: non in ciò che si vede, ma in ciò che sarà, nella pienezza.
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Una parola conclusiva
Caro Matto, il suo grido è umano, onesto, ma .solo dalla Croce può venire una risposta che non sia cinica o illusoria.
La Chiesa non ha risposte facili. Ma ha il Crocifisso risorto, che dice a ciascuno:
«Non avere paura. Io ero morto, ma ora vivo per sempre»
(Ap 1,17-18)
Nel Suo Nome, possiamo piangere senza disperare, e sperare senza fingere.
Con rispetto
Don Pietro Paolo carissimo,
lei dice di rispondermi “da cattolico a (cattolico?)” usando (cattolico?) nei miei riguardi. Non ho l’abitudine – che mi ripugna profondamente – di giustificarmi in alcun modo e dico e scrivo quel che penso secondo ciò che sono. Mi permetta dunque di rimanere quel che sono, del tutto libero da etichette. Io sono … nessuno e niente, e so che questa risposta è matta e non serve a dirimere la questione. L’unica etichetta, se così si può chiamare, e che tutti possono senz’altro riscontrare è: Matto.
Poi dice “le rispondo non rifugiandomi in formule comode o dottrina astratta”, ma nel farlo non può fare a meno (e la capisco!) di ricorrere ad una corposa mole di citazioni che, in quanto tali, costituiscono un’astrazione.
Mi perdonerà se non vado oltre. D’altro canto ho già messo in evidenza nel mio articolo precedente la difficoltà, se non addirittura l’impossibilità, d’intendersi.
Sempre molto cordialmente.
Caro don P.P.
lei si era ripromesso di non rispondere con “formule comode o con dottrine astratte”, ma poi, che altro ha fatto se non rispondere con formule comode e con dottrine astratte? Ovviamente, dato il suo ruolo, lei non può che essere particolarmente portato a farlo. Niente di strano in ciò. Figure come quella dell’autenticamente umano Vescovo Muriel, che campeggia nella prima parte dei “Miserabili” di V. Hugo, ( libro messo all’Indice dalla Chiesa finchè durò l’Indice ) non possono che essere creature forgiate dal desiderio di misericordia e di amore di grandi artisti.
Le riconosco, peraltro volentieri, di non essersi neppure lontanamente accodato alla presente schiera dei devoti “anatemizzanti”.
Cara Adriana,
grazie per le sue parole, che – fra l’altro – mi aspettavo.
Non era mia intenzione rifugiarmi in formule astratte; se così è parso, me ne dispiaccio. Il mio desiderio era rispondere con la fede della Chiesa a dei cattolici (non a caso ho voluto scrivere “cattolico” nel mio intervento), con i quali questa fede dovrebbe essere condivisa. Certo, essa non è mai comoda, perché porta con sé il peso del dolore e del mistero, ma nasce dalla Croce di Colui che è risorto. La dottrina, quando è vissuta nella carità, non è mai disincarnata: è luce, non gelo.
Ha ragione: figure come il vescovo Muriel commuovono perché mostrano un volto umano e misericordioso del Vangelo. Ma è proprio questo volto che la vera dottrina custodisce, purché non venga ridotta a ideologia o a bandiera da sventolare contro altri.
Condivido il suo rifiuto degli “anatemizzanti”. Tuttavia, nessuno di noi, credendosi libero, può pretendere di possedere la verità assoluta e professarsi cattolico anche quando contrasta o nega la fede della Chiesa. Per questo, essere cattolici significa aderire a Cristo Crocifisso e Risorto nella Chiesa una, santa, cattolica, apostolica e romana. La Chiesa di Cristo è una sola, ma ho volutamente scritto “romana”, perché in tempi di confusione questo richiamo è necessario: fuori dalla comunione col Papa e coi vescovi uniti a lui, si entra nel triste campo della divisione. Lefebvriani, palmariani, minutelliani… tutti si dicono “cattolici”, ma fuori dalla Chiesa romana questa parola resta vuota.
Non per condannare, ma per custodire ciò che ci salva: la comunione visibile nella verità.
Cordialmente nel Signore,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
lei scrive: “La dottrina non è gelo: è luce”. Ha mai avuto esperienza di operazioni al laser? E’ luce gelida…e, in quel caso, per fortuna! Quindi… distinguiamo, ma, per favore, correttamente.
A cominciare da “Cattolico” che significa semplicemente “Universale”. Pare che, ogniqualvolta si incontri sulla terra un bipede dotato di determinate ( anche se elastiche) caratteristiche morfologiche e mentali, si incontri un uomo che-nella nostra atavica superbia- siamo portati a credere
“cattolico”, ossia: “universale”,( anche se non è l’Adam Kadmòn, né l’Uomo vitruviano di Leonardo).
Comprendo come c’entri anche la sua buona volontà di proselitismo nell’ affibbiare questo titolo
a chiunque lei giudichi “prossimo”. In questo gioco di ruolo tanto scoperto mi ricorda da vicino, i capi dell'”impressement”: la diffusissima pratica di reclutamento forzato dei marinai nella Royal Navy,
( faccenda che portò addirittura alla guerra Anglo-Americana). ” Rule, Britannia, rule! “.
“Romano”…oooh, finalmente! “Di quella Roma onde Cristo è romano.” (Dante, Purg. XXXII, v. 102), nel duplice significato di Roma, sede del Papato e di Roma celeste (una volta tanto sostituta della nota Gerusalemme che, senza l’Impero, sarebbe rimasta “a terra”- nella sua periferica terra- col suo tempio, la sua legge e le sue circoncisioni).
Per quanto concerne il “calore” della Dottrina, pur senza verun intento polemico, desidero farle presenti alcuni punti “problematici ” della medesima e del medesimo.
1) Lo scopo principale della vita non è la felicità, bensì la conoscenza di Dio. La sofferenza, pertanto, può portare a una migliore conoscenza di Dio. Si spiega così la necessità del dolore. Quindi…Dio vuole farti star male perchè tu scopra qualcosa di Lui (secondo me, qualcosa non di proprio bello).
2) Principio della atavica “ribellione” a Dio. La sofferenza fu causata dal “libero arbitrio”… Però il Male morale è solo una piccola porzione della totalità del Male. Il vero problema è il Male naturale.
3) Principio della Salvezza. Qui si sta male, ma in Paradiso si starà benissimo. Per quale ragione il dolore di qua è necessario per godere della beatitudine di là?
4) La conoscenza di Dio è bene infinito, perciò merita un po’ di dolore finito. Quindi, per farsi conoscere, Dio vuole farti star male. Ma, allora, è crudele!
5) Dio conosce la mia sofferenza, però, invece di liberarmi dal dolore, lo condivide con me, facendosi torturare ed uccidere. E’, forse, un genere di “astuzia” divina che è consuetudine usarsi al di là di ogni metafisica concepibile dall’uomo? E, se non è neppure in minima parte concepibile, a che può servirgli?
Cordialissimi saluti, Adriana.
( P.S. Mi chiami pure “cattolica”, mi farebbe piacere. Potrei sentirmi come l’Ishà universale, o- seguendo Filone-, addirittura come l’Ishà urania).
Chiarimento a chi interessa: Ishà universale o urania…la possibile paredra di Adàm Kadmòn.
Cara Adriana,
Come sempre, il suo intervento è ricco di suggestioni, citazioni e intelligenza. Ma proprio per questo, non posso lasciarlo senza replica.
Lei accetta con ironia – ma anche, mi pare, con un certo compiacimento – l’essere chiamata “cattolica”, purché in un senso ampio, simbolico, “universale”: magari platonico, forse gnostico. Parla dell’Ishà urania, della paredra dell’Adam Kadmòn, evoca Roma come idea celeste, e tutto ciò può affascinare il pensiero… ma non la fede.
Perché il punto è proprio questo: lei non parla da cristiana. O, almeno, non nel senso in cui la Chiesa – con umiltà, ma anche con autorità – definisce il cristiano: non come l’uomo che per natura partecipa del celeste, ma come colui che ha riconosciuto, nella carne sofferente di Gesù, il Dio vivente e redentore.
Le sue domande sul dolore – pur legittime – si muovono entro un orizzonte che sembra escludere la Croce come scandalo fecondo. Lei parla di un Dio che “si fa conoscere nel farci star male”, e ne trae una conseguenza: o è crudele, o è incomprensibile. Ma dimentica una cosa essenziale: noi non crediamo nel dolore, bensì in un Dio che ha voluto redimerlo, attraversandolo. Il dolore non è una pedagogia sadica, ma la conseguenza della caduta. E Cristo non ci lascia lì: scende a prenderci, non per spiegarci il dolore, ma per trasformarlo in atto d’amore.
Ora, se l’uomo fosse già “universale”, già “celeste”, se in lui ci fosse naturalmente un accesso alla verità ultima… perché l’Incarnazione? Perché la Croce? Perché il sangue, l’agonia, la risurrezione?
E soprattutto: perché i sacramenti? Che senso avrebbe l’Eucaristia se la salvezza si potesse trovare nella pura universalità dell’umano?
Per questo, nei miei interventi, insisto nel domandare se sto parlando a cattolici o no. Non è una formalità: è una questione di linguaggio e di intesa. Le parole non bastano se non condividiamo i significati. Possiamo dire “Dio”, “salvezza”, “luce”, ma intenderne cose opposte. La fede cattolica, per essere comunicata, ha bisogno prima di tutto di una lingua comune: quella della Chiesa.
Chi parla come lei, cara Adriana – e lo dico con stima e franchezza – non parla da cristiana, ma da gnostica. E tra il cristianesimo e la gnosi c’è un abisso, anche se talvolta i vocaboli sembrano somigliarsi. Il cristiano non crede in un’ascesa alla luce, ma nella discesa di Dio nella carne. E non è l’uomo che, da solo, si scopre universale; è Cristo che lo assume, lo redime e lo introduce nel Regno.
Per questo, cara Adriana, essere cattolici non è uno stato naturale, ma un dono ricevuto nella fede e nella Chiesa. Non lo si è per struttura metafisica, ma per grazia. E la grazia ha un nome: Gesù Cristo, crocifisso e risorto, Figlio di Dio incarnato.
Con rispetto e sincerità,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
lei dice che la fede (cristiana) si riceve “per Grazia”. Quindi, ad libitum del Creatore che entra nella storia come persona e fa e disfa e decide come gli pare: a sua scelta.
Del resto questa è la caratteristica comune dei tre monoteismi abramitici. La Grazia trasformata in una specie di terno al lotto ( se osservato dalla prospettiva umana) che, nel Cristianesimo, ha generato non pochi guai: da Paolo, a Origene, ad Agostino, a Gioacchino da Fiore, a Lutero , a Calvino, ecc…
Se lei non se ne è accorto…pazienza.
Però, qualche volta, provi a rispondere a tono alle mie domande, invece di svicolare attraverso le solite citazioni dottrinali usate in modo approssimativo e nebuloso.
Cara Adriana,
no, la Grazia non è un “terno al lotto” e neppure una decisione arbitraria di un Dio capriccioso che “fa e disfa come gli pare”. Dire che la fede si riceve per Grazia non significa che Dio giochi con le anime, ma che nessuno può auto-generarsi alla fede: essa è un dono gratuito, non una conquista dell’intelligenza o della volontà.
Che poi questo dono sia offerto con libertà e mistero, è vero. Ma è il mistero dell’amore, non dell’ingiustizia.
Come in ogni amore vero, non si può pretendere, ma si può accogliere.
Cita Paolo, Origene, Agostino, Gioacchino da Fiore, Lutero, Calvino… mescolando figure ortodosse ed eretiche, Padri della Chiesa e riformatori. Ma è proprio questa confusione che genera i guai, non la Grazia. Il problema non è la gratuità dell’iniziativa divina, ma la presunzione umana di volerla spiegare a partire da sé, escludendo la rivelazione.
Quanto al mio presunto “svicolare”, ormai credo che ci “conosciamo” da anni, e le assicuro che richiamarmi alla dottrina non è un modo per evitare le domande, ma per rimanere nel solco di una verità che supera la nostra logica individuale, pur non contraddicendola.
Adesso, però, le domande le faccio io:
– Davvero pensa che la fede possa nascere senza un atto di Dio?
– Davvero crede che l’uomo possa salvarsi da sé, con la sola coscienza o il proprio ragionamento?
– O ritiene che l’annuncio cristiano sia solo una tra le tante opinioni spirituali, utile a qualcuno e irrilevante per altri?
Perché, vede, è lì che si decide tutto: se stiamo parlando della fede come risposta a un Dio vivo, oppure solo come costruzione umana tra molte.
Nel primo caso, vale la pena di discutere. Nel secondo, no.
Con rispetto,
don Pietro Paolo
Caro Din P.P.,
l’onere della prova tocca a lei, che sulla Grazia fa un’affermazione positiva. Lei invece ricorre – come fa
spesso e volentieri- allo spostamento dell’onere della prova su chi oppone una negazione. Per quanto riguarda il mazzo di nomi, lei lo rifiuta appellandosi all’Autorità dell’Istituzione, si rifà, cioè a premesse collegate a circuito chiuso con le credenze preesistenti. Lei concede eccezioni solamente in favore delle “sue “affermazioni. Es.: Dio ha un piano misterioso: esiste il Male, ma, poichè la moralità di Dio è superiore a quella umana, anche l’etica di Dio è differente e misteriosa.
Ricorrere all’appellativo: “gnostico”, è per un sedicente cattolico un grave insulto. Costui suppone, con esso, di aver delineato una persona a cresta dritta che pensa di saperne di più degli altri, ma che, soprattutto, vuole tenere per sé e per i suoi adepti la rivelazione di conoscenze misteriose….Ebbene: si leggono in Matteo , 13, 11-12-13 alcune informazioni interessanti.
“Per questo parlo loro usando parabole, perchè guardino, ma non vedano e odano, ma non ascoltino, né capiscano. E nel loro caso si adempie la profezia di Isaia che dice: ” E’ vero che udrete, ma non capirete affatto ed è vero che guarderete, ma non vedrete affatto” (Is. 6, 9-10). ( Umìn dédotai- a voi è dato,: il perfetto medio-passivo attribuisce l’azione a Dio. Nello specifico il Perfetto indica una situazione presente riferita ad una preesistente nel piano divino.
Sembra di trovarsi in mezzo ad un gruppo di Gnostici, non è vero? Paolo ( Rom.8, 28-30 ) sulla Grazia ai prescelti è assolutamente consentaneo: ” Noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, – che sono stati chiamati SECONDO IL SUO DISEGNO. Poichè quelli che Egli DA SEMPRE HA CONOSCIUTO, li ha anche PREDESTINATI AD ESSERE CONFORMI all’immagine del Figlio suo…quelli poi CHE HA PREDESTINATI li ha anche CHIAMATI, quelli che ha chiamati li ha anche GIUSTIFICATI, quelli che ha giustificati, li ha anche GLORIFICATI. ”
A questo punto si potrebbe convenire con Joachim Kahl che ” Il concetto della Grazia è il prodotto ideologico di una società senza diritti.”…nel suo caso., neppure il diritto di comunicare tra umani se lei si ritiene di essere un Cristiano in Grazia di Dio che perciò non vuole o non può mescolarsi con chi lei è certo (?) che non lo sia…Perbacco! neppure fosse il Papa in persona!
De hoc satis: direi che basta e avanza. Buone vacanze a lei, ai suoi parrocchiani e, soprattutto, al cortese Tosatti che apre le porte del suo blog con straordinaria generosità.
Cara Adriana,
grazie per il suo messaggio, che — anche nella sua vena polemica — offre spunti interessanti. Ma andiamo con ordine.
1. Sull’onere della prova:
Non ho spostato nulla. Ho affermato ciò che insegna da sempre la Chiesa: che la Grazia esiste, opera, precede e sostiene ogni atto salvifico. Questo è un dato rivelato, non un’ipotesi personale, e come tale non necessita di “prova” nel senso sperimentale o deduttivo. Chi nega la Grazia — o la interpreta in chiave puramente immanente o sociologica — è piuttosto chiamato a spiegare come l’uomo, solo con le proprie forze, possa salvarsi. E questo, mi permetta, è ben più arduo da dimostrare. Ma forse la salvezza non le interessa.
2. Sulle accuse di circuito chiuso:
Le verità rivelate non sono frutto di opinioni circolari, ma sono fondate su una Rivelazione storica, pubblica, accolta e custodita nella Chiesa. Se uno parte dal presupposto che ogni autorità sia arbitraria e che ogni fede sia autoreferenziale, ha già escluso dal campo ogni possibilità di verità oggettiva. È una scelta legittima, ma non più cattolica.
3. Sull’uso del termine “gnostico”:
Se l’ho usato, non era per insultare, ma per descrivere un atteggiamento ben noto: quello di chi, appellandosi a una comprensione personale o superiore e non accessibile ai più, rifiuta la mediazione ecclesiale della verità e si rifugia in interpretazioni selettive e soggettive della Scrittura. Il passo da lei citato (Mt 13 e Is 6) non è affatto gnostico: è rivelativo del mistero dell’elezione, che non è arbitrio, ma dono gratuito — esattamente ciò che dice San Paolo in Romani 8, che lei stessa riporta.
4. Sulla Grazia e la predestinazione:
Concordo: Dio dona la Grazia a chi vuole. Ma la Chiesa ha sempre distinto predestinazione e doppia predestinazione. Dire che Dio chiama alcuni e li giustifica è verità di fede. Ma dire che egli esclude attivamente altri dalla salvezza è eresia. Qui si gioca tutto il mistero tra libertà e Grazia, che né Agostino né Tommaso hanno mai chiuso in formule semplicistiche.
5. Sul “diritto di comunicare tra umani”:
Non mi sono mai sottratto al dialogo. Ma il dialogo non implica la rinuncia alla verità. Se sono in Grazia di Dio, non me ne vanto, ma ne rendo grazie. Se qualcuno non lo è, non lo giudico interiormente — quello è il foro di Dio — ma posso dire, senza presunzione, che ci sono vie oggettive di perdizione, come ci sono vie di salvezza. Questo non è disprezzo, ma carità nella verità, che è ben diversa dalla complicità nel relativismo.
Infine, la citazione di Joachim Kahl — un ateo che definisce la Grazia “ideologia” — dice molto sulla direzione della sua critica. Ma, mi permetta, chi crede nel Dio vivo non ha bisogno di caricature sociologiche della fede: ha bisogno della verità, anche se misteriosa.
Buone vacanze anche a lei,
e un grazie sincero a Tosatti, che ospita anche posizioni così diverse.
don Pietro Paolo
Rev. D. Pier Paolo. Ottime le sue risposte a Matto tratte dalla Dottrina della Chiesa Cattolica.
Ma perché non ha riportato anche la ferma condanna della Chiesa nei confronti dell’abominevole peccato del SUICIDIO ASSASSINIO che il signor Matto sembra condividere e che il governo italiano, con la complicità dei vertici dell’attuale”chiesa” al potere, si appresta a legittimare?
Davvero sono tanto addolorata e delusa nel constatare che oggi, non ci sono più Pastori di S. Romana Chiesa che, sull’ esempio da S. GPII, si avvalgono della loro Divina Autorità per bloccare tale legge iniqua, rivolgendo lo stesso APPELLO ai politici (E.V.).
Forse che S. G.P.II si è fatto scrupolo nell’alzare forte la voce contro gli uomini assassini?
https://youtu.be/7JdVWIFJU04?si=I08WY7y8HSyWSC7x
Il “caso pietoso” è il grimaldello con il quale i radicali hanno contribuito ad introdurre il divorzio, l’aborto sempre più precoce, la fecondazione assistita, la droga libera, il genderismo, l’eutanasia e chi più ne ha più ne metta…
Ricordo che ai tempi dell’Icmesa (la diossina fuoriuscita accidentalmente da un reattore a Seveso) ci fu chi cavalcò il diritto all’aborto per le donne in attesa, per non rischiare le malformazioni: tutto fa brodo!
Perchè costringere qualcuno, oggettivamente in una situazione limite, a non rimanere nella sua sofferenza perchè delle leggi non permettono ciò che altrove è lecito? Perchè legiferare “per la vita”, quando è molto meglio morire? Perchè punire un infermiere pietoso che provvede a staccare la spina a un malato terminale?
Chi sono io per giudicare?
Forse la domanda potrebbe anche essere: chi sono io per uccidere qualcuno? Per non dire omicidio un omicidio? Per fingere che un aborto non sia un omicidio? Che una fecondazione assistita sacrifica embrioni? Che ogni istante di vita ha un suo senso, anche quando è appeso alla croce? Che ogni divorzio tradisce una promessa fatta “per sempre”, perchè detta nell’eternità di Dio?
Forse che tutto quello che ho fatto o detto non l’ho pensato… Ma allora torniamo daccapo: perchè non l’ho pensato? Molto più comodo ragionare di pancia, o emotivamente, cercando il caso limite e impietosendosi quanto basta per farne una bandiera ideologica “per tutti”, un “diritto”, una “nuova visione”…
E’ bello sentirsi buoni. Altra cosa esserlo davvero.
Ci si può sentire padreterni e si può imbrogliare quanto basta per rendersi tali, sentendosi in diritto di farlo.
La croce è stolta ed è debole. Il mondo, questo mondo, è dei forti. Però i “fragili”, poverini, fanno sempre la voce grossa. Urlano la loro fragilità, orgogliosi fino a bestemmiare. Urlano e si dicono miti, umili e solidali.
Riempiti di sè succede, riempiti di Grazia no.
Caro Miserere Mei,
ritengo che lei sia andato molto oltre il tema del mio articolo, mettendo in mezzo divorzio, aborto, fecondazione assistita, droga e genderismo.
Mi permetta di fare a lei, che ha scritto il suo commento “a tavolino”, la stessa domanda che ho posto a George e a Fontana, anch’essi autori di interventi “a tavolino”:
se lei si trovasse (CASO PRATICO) al capezzale di un poveraccio la cui dignità è da anni violentata e sfigurata dal dolore e li implora di aiutarlo a mettere fine alla tortura che sta disperatamente subendo, che farebbe? Gli ripeterebbe la risposta che “a tavolino”ha dato a me?
Cordialmente.
Caro Matto, non vivo in un mondo fatato, quelli che promettono i benpensanti. Conosco situazioni molto penose. Non pensare di aver scritto qualcosa di inedito sfogandosi.
Avrei anche in mente la risposta alla sua domanda piuttosto scontata e banale. Ma mi sono chiesto? A che serve? Sarebbe pur sempre a tavolino per chiunque ritenga l’altare una tavola e non sia aperto al mistero che ci supera, da sani e da malati.
Saluti.
Caro Matto,
compartecipo- anche se serve a poco-. e condivido: siamo di fronte al solito problema della Teodicea che pretende razionalmente di conciliare una divinità onnipotente, onnisciente, giusta e creatrice con una divinità “buona”, senza tenere in alcun conto né il ridotto male morale, né il ben più ampio male “naturale”- di cui nessun umano è colpevole-.
” Nasce l’uomo a fatica,/ Ed è rischio di morte il nascimento,/ Prova pena e tormento Per prima cosa; e in sul principio stesso/ La madre e il genitore/ Il prende a consolare dell’esser nato/. ( Leopardi: “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” ).
P. S. Non è vero che nessuno ha tenuto conto dell’Is. 45,7. Io, almeno, ne ho tenuto gran conto.
Non ti contavo nel novero dei “sorvolatori”.
Grazie, meno male! ❣
Caro Matto, le sono vicina in questa sua sofferenza per la perdita di sua cognata, che spero abbia ricevuto il conforto e il sostegno dei s Sacramenti e per la quale assicuro la mia preghiera.
Ovviamente, sulla questione della legittimazione del peccato di suicidio assistito che anche l’italia, sede della Cattedra di S Pietro, si appresta scandalosamente a legiferare, non posso concordare con lei, ma piuttosto condivido pienamente con la stupenda enciclica di S. Giovanni Paolo II – Evangelium Vitae, in particolare col suo fermo appello rivolto ai politici nel 1995 che ha li ha convinti a bloccare questa legge iniqua passata alla Camera.
Appello che oggi più che mai un vero Pastore della Santa Romana Chiesa avrebbe il dovere di rinnovare con fermezza…
E invece viene disprezzato e calpestato. Perchè?
E comunque, la esorto ad ascoltare queste bellissime testimonianze, una della sorella carmalitana di Suor Maria Cecilia che è morta sorridendo, pur dopo mesi col tumore alla lingua.
https://youtu.be/c5fzTBK7CDk?si=X8lS6nWAOCZveMhM
E questa piu’ breve:
https://g.co/kgs/3vXuFxX
Che poi, accettare pazientemente la sofferenza prima di morire sia una “grazia” che ci viene da Dio attraverso i Sacramenti della confessione, S. Eucaristia e l’unzione degli infermi, lo dimostra il modo diverso di morire dei due ladroni crocifissi assieme a Gesù, descritto nel Vangelo secondo S. Luca 23,39-43:
«Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Ma l’altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio, benché condannato alla stessa pena?
Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male».
E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Gli rispose Gesù: «In verità ti dico, OGGI sarai con me nel PARADISO! ».
Gentilissima Gabriela,
la ringrazio della sua vicinanza nel momento del dolore.
Ho considerato attentamente il su intervento, e come ho già risposto a don Pietro Paolo, capisco il suo legittimo porsi secondo la dottrina cattolica stabilita.
Per quanto mi riguarda, credo che nel commento di Adriana sia sinteticamente riassunto quel che, rifacendomi alla Sacra Scrittura, ho espresso nel mio articolo.
Grazie ancora.
Un cordiale saluto.
https://www.sabinopaciolla.com/eutanasia-in-italia-non-manca-la-legge-manca-la-compagnia/
Ecco la risposta a questi sofismi.
Matto, ateo, igorante e fazioso. Totalmente inconcludente, e a mio parere nocivo e molesto.
Tobia
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