Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questa intervista del canale israeliano Channel 12, tradotta da Lavinia Marchetti, che ringraziamo di cuore. Una volta di più bisogna notare che i colleghi israeliani con coraggio continuano a fare il loro mestiere, mentre purtroppo qui da noi, salvo eccezioni lodevolissime, grazie ai Molinari, Mieli, Parenzo e il coro dei giornali di destra prevale la propaganda di Netanyahu. Buona lettura e condivisione.
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INTERVISTA DI CHANNEL 12 A UN CONTRACTOR AMERICANO
della Gaza Humanitarian Foundation (GHF)…
di Lavinia Marchetti
Ho trascritto e tradotto in italiano una testimonianza andata in onda il 24 luglio 2025 su Channel 12, rete televisiva israeliana commerciale, filogovernativa, ma in questo caso sede di una denuncia clamorosa.
Il testimone, un ex contractor militare statunitense impiegato per conto della Gaza Humanitarian Foundation (GHF), rivela le violenze sistemiche contro i civili palestinesi durante la distribuzione degli aiuti nella Striscia.
L’intervista, già rilanciata da Al Jazeera, +972 Magazine e altre testate, è un documento che conferma quanto da mesi denunciano Ong e operatori umanitari: l’impianto dei centri di distribuzione è parte integrante dell’operazione militare israeliana, con funzioni disciplinari, deterrenti e persino letali.
Nessun accesso alle agenzie ONU, nessun rispetto dei corridoi umanitari: solo contractors armati, lacrimogeni e proiettili per tenere lontani i disperati. La traduzione è fedele e integrale. Ogni parola conta.
Testimonianza tradotta dell’ex contractor USA, Channel 12, 24/07/2025
Sono un veterano dell’esercito degli Stati Uniti, ho partecipato a dodici missioni di combattimento in quattro guerre diverse. Mai, in tutta la mia carriera militare, sono stato coinvolto, ho tollerato o sono rimasto a guardare l’uso della forza contro civili disarmati e innocenti.
E non lo farò adesso.
È arrivato in Israele a metà maggio per lavorare come garante nel sistema americano di distribuzione degli aiuti. Con anni di esperienza nell’esercito USA, è stato rapidamente promosso a ruoli operativi. Ma nulla l’aveva preparato a ciò che avrebbe visto nella Striscia di Gaza.
Hanno cominciato a urlare: “Andiamocene, andiamocene via!”
Un uomo era armato. Era una minaccia. Un contractor della UG ha svuotato un’intera bomboletta di spray al peperoncino – un’intera bomboletta – in faccia a quell’uomo.
È un’azione potenzialmente letale.
Ero in piedi accanto a due donne. Questo contractor ha lanciato una granata stordente e quella è atterrata tra me e loro. Ha colpito una di loro, che è semplicemente crollata a terra, senza vita.
Sembrava morta. In quel momento ho capito che non potevo più far parte di tutto questo.
Fin dall’inizio era chiaro che l’IDF dettava le regole.
È l’IDF a scrivere l’ambito operativo, a decidere l’apertura dei centri di distribuzione, a stabilire quali saranno gli obiettivi da colpire e da cui ci si aspetta un attacco. L’obiettivo dichiarato è evitare che Hamas prenda il controllo degli aiuti, in un sistema di distribuzione che opera senza il coinvolgimento dell’ONU né di altre organizzazioni umanitarie internazionali.
I centri sono costruiti dagli ingegneri dell’IDF, che scelgono anche dove collocarli.
Ma in realtà, questi siti danneggiano gravemente la popolazione. La espongono al pericolo.
Continuate a dire che i siti sono lontani dalla popolazione palestinese, e questo crea uno dei problemi principali. Può spiegare?
I centri non sono stati costruiti in luoghi adatti alla distribuzione di aiuti umanitari. Non lo erano né per posizione, né per logistica.
Hanno pensato: “I palestinesi possono semplicemente uscire e venire a prendere gli aiuti”.
Ma si trattava di scatole da 18 chili, non potevano portarle in macchina o con veicoli. Erano a piedi.
Molti di loro erano scalzi. Senza acqua. Attraversavano zone di guerra attive.
Quando i palestinesi finivano di prendere gli aiuti distribuiti nel sito, il personale della UG Solutions cominciava a sparare. Sparavano nella loro direzione, sparavano ai piedi, sparavano verso i terrapieni per costringerli ad andarsene.
Mentre era a Gaza ha parlato con alcuni soldati dell’IDF. Cosa le hanno detto?
Ogni giorno entrano e escono migliaia di palestinesi nella mia area di sicurezza. Non ho alcun controllo su di loro, non ho modo di identificarli, non so chi siano né dove vadano dopo. È un rischio enorme, e le forze israeliane nella zona non lo accettano volentieri.
E nemmeno i soldati dell’IDF sul terreno a Gaza sud sono contenti. Per loro è un problema. Rende la loro missione più difficile, riduce la loro sicurezza. È un rischio operativo.
Il mondo intero ha messo in guardia Israele.
Ci era stato detto, proprio prima dell’uscita del tunnel due mesi fa, che le critiche verso di noi sarebbero aumentate. E in effetti stanno crescendo, in parallelo con l’aumento dei morti palestinesi e della fame.
Il nuovo sistema di aiuti israeliano è disumano, è pericoloso, e priva i gazawi della loro dignità umana.
Se il metodo ONU avesse ricevuto il livello di supporto, sicurezza e coordinamento che riceve la GHF, sarebbe molto più efficace. Il processo dell’ONU avrebbe successo.
Che si tratti dell’ONU o del nuovo sistema IDF, il sostegno continua ad arrivare anche a Hamas – e nessuno lo nega.
La vera questione è il prezzo che Israele paga, in termini di impiego delle forze, esposizione mediatica e legittimità internazionale, mentre la situazione umanitaria a Gaza continua a peggiorare.


