Due Giorni nella Vita di Piccino. Quinta Puntata. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione la quinta parte del fogliettone su Piccino, da lei tradotto. I capitoli precedenti li trovate: quiqui, e qui. E qui. Buona lettura e condivisione.

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Ma quando giunsero a casa fu subito evidente che non era accaduta una sciocchezza.

Piccino vide un vecchio sulla porta di casa e parlava con sua madre. O almeno cercava di parlare, infilando una parola tra un punto e una virgola, mentre sua madre piangeva, si percoteva il petto ed emetteva singulti mescolati a una valanga di rimproveri nei confronti di suo marito che se ne stava lì, impalato, con un’aria impecorita e furente insieme

“Razza di maiale selvatico e buono a nulla – urlava lei – sei solo un animale pigro e cattivo, mai mi aiuti a sfamare i figlioli. Io solamente lavoro insieme all’asina. Senza di lei saremmo tutti morti di fame. E lui che cosa fa? La vende per cattiveria, per gola. Noi a morir di fame senza di lei e mi porta all’uscio questo ladro che se l’è comprata”.

Pur piccolo come era Piccino cominciò a capire. Suo padre aveva venduto l’asina ed erano venuti a prenderla. Ululò tutto il suo amaro dispiacere e staccandosi da Maria corse verso il ciuco e si abbarbicò alla zampa davanti, strusciando la guancia disperatamente contro la spalla della bestiola.

Per un’ora buona rimasero così tutti quanti a piangere e a lamentarsi mentre la mamma un poco frignava e un poco s’accendeva d’ira contro il marito e contro l’uomo che s’era comperato il somaro. Vennero i vicini e parteggiarono per lei. Tutti a dire che il Beppo era un usuraio, un ladro, che s’era approfittato d’Annibale che era uno svergognato e anche un ubriacone. Il vecchio Beppo, sopraffatto da quella gragnuola di parole dure e di insulti che gli piovvero in capo, si arrese all’idea di lasciare l’asina dov’era per due giorni. Avrebbe così concluso il suo lavoro per la signora. Poi andò via, tenendo la corda che doveva servigli per l’animale allacciata  intorno al  braccio.

A casa non c’era niente da mangiare, e anche se ci fosse stato, la madre era troppo disperata e furente per preparar qualcosa che assomigliasse a un pasto. Quindi sembrò un gran pezzo di fortuna quando il piccolo Filippo sbucò tra loro con la notizia che  erano  in arrivo tre grandi carrozze piene di forestieri dall’aria illustre e un mucchio di prelibatezze si stavano già preparando a un certo gomito della strada dove l’erba era grassa e gli alberi ben grandi si tenevano per mano.

“Andiamo!”, disse Maria, afferrando Piccino per la mano. Lo guardò. Il pianto aveva lasciato come un bagliore sulle gote e una gentile, patetica curvetta sulle sue labbra di bimbo, che somigliavano a un piccolo fiocco vermiglio. Il cappello, con i tulipani che s’affollavano tutt’attorno, gli era ricaduto sulla nuca e i fiori rossi e gialli rendevano, per contrasto, i suoi occhi ancor più grandi e bellissimi. Maria capì subito che andava benissimo per ottenere più torte e più soldi che mai. Non gli era neppure saltato per la mente che le lacrime e lo strofinio contro l’asina lo avrebbero reso ancor più sporco. Nel mondo di Maria nessuno si preoccupava dello sporco. Lavarsi era quasi una liturgia religiosa. Ma oh! Quell’amorino di Piccino era sì sporco, ma tuttavia morbido e pieno di fossette e di colorito e bellissimo!

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