Dimona, Israele e l’Inconfessato Possesso dell’Arma Atomica. Matteo Luigi Napolitano.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post pubblicato su Facebook da Matteo Luigi Napolitano, a cui va il nostro grazie. Buona lettura e diffusione.

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«MY DIMONA!».
ISRAELE E L’INCONFESSATO POSSESSO DELL’ARMA ATOMICA
Nell’inverno del 2020, sul «Journal of Security and Strategic Analyses», Rubina Waseem pubblicò un articolo in cui discuteva dell’«opacità nucleare di Israele sul già volatile ambiente della sicurezza in Medio Oriente».
Tale opacità era considerata un fattore chiave d’insicurezza per Paesi come Turchia, Iran e Arabia Saudita. Oltre a ciò, sosteneva la Waseem, Israele rappresentava il principale ostacolo alla creazione della MENWFZ, ossia di una Zona Libera da Armi Nucleari in Medio Oriente. La formazione di una “Middle Eastern Nuclear Weapon Free Zone” (MENWFZ) era un auspicio formulato dall’Assemblea Generale dell’ONU nella Risoluzione 73/546 del 22 dicembre 2018. All’uopo era stata calendarizzata a Palazzo di Vetro una conferenza nelle date 18-22 novembre 2019.
La “Conferenza sullo stabilimento di una zona mediorientale libera da armi nucleari e da altre armi di distruzione di massa” si tenne in quattro sessioni. I lavori furono accompagnati da ottimi auspici, come il riconoscimento di Israele da parte di diversi Paesi arabi. C’era però, appunto, un’«opacità»: era opinione comune che Israele, pur senza confermare né smentire, detenesse comunque l’arma nucleare. Quale effetto avrebbe sortito tutto ciò sulla futura MENWFZ? Non avrebbe, tale opacità, acceso la sfida in una corsa agli armamenti?
Com’è noto, la questione se Israele abbia o no armi nucleari non è nuova e riguarda prevalentemente l’attività di un sito nel deserto del Negev, presso la città di Dimona.
La cosa risale molto addietro nel tempo, tra gli anni ‘50 e ’60. Matteo Gerlini, qualche tempo fa, ricordava in un suo articolo per la “Cold War History” Che nel dicembre 1960 ci fu un’aspra crisi tra l’Amministrazione uscente Eisenhower (Kennedy avrebbe giurato il mese successivo) e Israele. Motivo? Le serie preoccupazioni i Israele circa la possibilità di un attacco preventivo da parte degli Stati arabi, causato da fughe di notizie d’intelligence e di stampa circa il programma nucleare israeliano.
I documenti americani ci dicono che un attacco dei Paei arabi si sarebbe potuto verificare solo nel caso in cui Israele avesse rifiutato di aprire il suo sito nucleare di Dimona a degli ispettori, in modo da confermare la natura del tutto pacifica dell attività che vi si svolgevano. Israele naturalmente rifiutò agli americanie a chiunque altro di effettuare ispezioni a Dimona
I documenti d’archivio americani e la raccolta ufficiale intitolata “Foreign relations of the United States” (FRUS) ci consegnano molti elementi di questa storia. Per dovere di sintesi mi limiterò a pochi documenti segreti, specialmente provenienti dalla CIA e dall’Ambasciata americana a Tel Aviv.
Il primo documento è datato 9 aprile 1965. L’ambasciata statunitense a Tel Aviv osservava che, stando alle informazioni ufficiali, il centro di ricerca di Dimona poteva considerarsi un «colossale errore» per l’uso dichiarato, salvo non vi fossero ragioni militari che ne imponessero la creazione. Di conseguenza, l’unica ipotesi ragionevole era che a Dimona si stesse sviluppando una sicurezza nucleare connessa alla sicurezza nazionale israeliana. In altre parole, Dimona doveva essere il centro di sviluppo di energia nucleare per scopi pacifici, anche se i diplomatici americani speculavano sui tempi necessari a sviluppare una tecnologia anche a scopi bellici. «In certe circostanze, una donna virtuosa può non voler apparire virtuosa». Lo disse agli amici americani nel maggio 1963 il primo ministro israeliano Levi Eshkol, successore di David Ben Gurion. Era la risposta al presidente egiziano Nasser, che aveva chiesto a Kennedy di farsi dare da Tel Aviv assicurazioni sulla natura pacifica delle attività in corso a Dimona.
Successive assicurazioni furono date da Israele nell’agosto 1963, ma esse non rassicurarono gli Stati Uniti, che continuavano a nutrire fortissimi dubbi sulla reale natura del lavoro dei fisici e degli ingegneri impiegati a Dimona.
In altri termini, gli americani sapevano che Dimona non era nata dal nulla e per nulla. «Sembra improbabile – scrisse l’ambasciata a Tel Aviv – che un Paese che deve gestire con parsimonia le sue risorse avrebbe fatto un tale investimento su Dimona, per considerarlo solo sotto l’aspetto scientifico e commerciale, e come sede di addestramento d’ingegneri nucleari. Oltre ai suoi possibili usi in questi campi, è verosimile che gli israeliani abbiano deliberatamente sviluppato il loro potenziale nucleare avendo in mente la sicurezza nazionale. Ciò non vuol dire che il Governo israeliano stia costruendo o necessariamente pianificando di costruire armi nucleari, ma è del tutto concepibile che stia costruendo molto altro in fatto di tecniche scientifiche e di strutture, in modo da passare alla produzione di armi in un tempo relativamente breve, qualora la situazione internazionale lo richiedesse».
La questione della centrale di Dimona fu trattata in un altro dispaccio segreto, inviato a Washington il 29 giugno 1966 dall’ambasciata americana a Tel Aviv.
Le autorità israeliane avevano spiegato che il sito di Dimona non era destinato alla produzione di armi nucleari. Ma è interessante ciò che in questo documento si legge subito dopo:
«A causa dei Paesi arabi, Israele non potrà mai accettare che l’AIEA [l‘Agenzia Internazionale dell’ONU per l‘Energia Atomica, che ha sede a Vienna e di cui Israele era membro, ndA] controlli i suoi reattori. Israele avverte di avere scarse relazioni all’interno dell’AIEA, essendogli stata negato qualsiasi ruolo importante». E poi un’aggiunta significativa: «Il Medio Oriente sarà stabilizzato dal momento che gli arabi potranno constatare che Israele dispone di un supermercato (quello degli Stati Uniti) dove poter comprare armi di prim’ordine, e non accontentarsi di roba di second’ordine, di potenze di secondo rango come la Francia».
La questione se a Dimona Israele si stesse facendo una bomba nucleare conobbe fasi altalenanti (soprattutto nei rapporti con gli Stati Uniti) anche negli anni successivi. Nel dicembre del 1974 il Presidente israeliano Ephraim Katzir, nel corso di un’intervista, rilevato che era sempre stata intenzione di Israele sviluppare un potenziale nucleare, dichiarò: «Abbiamo ora quel potenziale».
I sospetti che Israele avesse dunque l’arma atomica furono ribaditi in un rapporto segreto della CIA d’inizio 1976, in cui si informava che Israele stava ricavando armi nucleari dal plutonio prodotto dal reattore nucleare del sito di Dimona. Nel febbraio del 1980 la CIA riferì al Congresso sulla proliferazione nucleare informando che, qualora si fosse verificato un test nucleare, Israele sarebbe stato considerato fra i possibili sospetti.
La questione se Israele detenesse o no l’arma nucleare accompagnò anche l’ultimo scorcio di guerra fredda e la nuova svolta impressa da Ronald Reagan e da Mihail Gorbaciov alle relazioni fra i due blocchi. Nell’ottobre 1986 (si era nel pieno di un disgelo tra USA e URSS che presentava non poche difficoltà, visti i risultati del recente vertice di Reykjavík) il Dipartimento di Stato approntò un documento informativo sulle recenti accuse dell’ex scienziato israeliano Mordechai Vanunu, per il quale Israele aveva un programma clandestino di sviluppo di armi nucleari. Il 5 ottobre 1986 il “Sunday Times” di Londra aveva pubblicato un articolo che descriveva una fabbrica sotterranea israeliana impegnata nella produzione di armi nucleari. L’impianto, nascosto sotto il deserto del Negev, negli ultimi vent’anni aveva prodotto diverse testate atomiche. Le informazioni relative alla struttura erano state date al giornale proprio dal tecnico israeliano Vanunu, il quale aveva fornito anche prove fotografiche. Circa un mese dopo, Mordechai Vanunu scomparve nel nulla mentre si trovava a Londra. Il governo britannico, pur sostenendo che non vi erano prove che fosse stato commesso un crimine ai suoi danni, inserì Vanunu nell’elenco delle persone scomparse. In seguito, fu rivelato che Vanunu era stato rapito dai servizi segreti israeliani.
L’8 gennaio 1987 vari esperti americani ritennero credibili le affermazioni di Vanunu. Nell’aprile successivo, un istituto di analisi valutò le strutture tecniche di Israele e di altre nazioni ai fini dell’Iniziativa di Difesa Strategica. Il rapporto rilevava che i siti SOREQ e Dimona/Beer Sheva potevano considerarsi l’equivalente dei laboratori di Los Alamos (dove furono create le bombe destinate ad Hiroshima e Nagasaki).
Una storia interessante, dunque.
Su cui ancora oggi vigono, rigorosissimi, il silenzio e il “no comment” di Israele.
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