L’Esteriorità Distrae. Per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su meditazione, coscienza e lasciar cadere. Buona lettura e condivisione.

§§§

 

L’ESTERIORITÀ DISTRAE

PER UNA NUOVA ANTICA COSCIENZA

 

«Talvolta le cose morte agiscono sopra la nostra volontà; e noi collochiamo la vita in una strada che è fuori delle nostre forze».

Federigo Tozzi

 

*

Ricorda: il pensiero eccessivo su qualcosa che non puoi cambiare, non puoi controllare, ti ruba la vita, ti ruba la felicità e ti ruba il sorriso.

Anonimo

 

*

Ma davvero vale la pena di correre a perdifiato dietro a tutte «le cose morte» che contaminano questo Lazzaretto di Afflizione che è la Terra? Dietro a «qualcosa che ti ruba la  vita, la felicità e il sorriso»? Davvero vale la pena di impegnarsi strenuamente nell’analizzare gli squallidi accadimenti terrestri? Non basterebbe evidenziarli più sinteticamente? A che serve rimestare continuamente lo sterco? Uno sterco lo si inquadra e si mette il cartello “attenzione!”. Non è col rimestarlo che lo si elimina, ed anzi se ne rimane impuzzoliti, impaniati in un miscuglio non propriamente salutare di depressione e speranza.

 

Oltretutto, gli accadimenti seguono un programma che nessuna analisi e critica, inevitabilmente in affannosa rincorsa, può arginare o interrompere. Quelle che si individuano sono cause seconde funzionali al programma che risponde ad un superiore disegno, per il quale ciò che accade deve accadere. Non sarebbe allora opportuno allentare la pressione e lasciare che accadano e occuparsene meno ossessivamente? Si tratta di un lasciare che non significa avallare, e ciò non solo perché piaccia o non piaccia lo scempio fatalmente accade, ma anche perché alla lunga esso diventa causa di DISTRAZIONE da ciò che conta:

«Cercate prima di tutto (querite primum) il Regno dei cieli».

D’altra parte, il precetto in merito al grano e alla zizzania è chiaro:

«Lasciate (sinite) che crescano insieme (utraque crescere)»,

poiché è scritto che la selezione non avviene qui in terra.

Canta John Lennon:

«When I find myself in times of trouble
Mother Mary comes to me
Speaking words of wisdom, LET IT BE.
And in my hour of darkness
She is standing right in front of me
Speaking words of wisdom, LET IT BE».

LET IT BE, LASCIA CORRERE, dice Madre Maria (!!!). Più precisamente LASCIA LA PRESA, ossia libera lo sguardo e il cuore intorpiditi sulle «cose morte» levandoli al cielo turchino o trapunto di stelle:

«Cercate le cose di lassù (quae sursum sunt quaerite), non quelle della terra (non quae supra terram)»,

ciò in cui è maestra Madre Maria (!!!).

«Porro unum est necessarium».

 

Se c’è un tempo in cui la DISTRAZIONE dall’UNUM la fa pesantissimamente da padrona è il tempo presente. Non, si badi, il tempo presente in sé stesso, che è l’unico tempo reale, bensì nei suoi contenuti, appunto gli accadimenti, giacché tutto accade adesso, in quest’eterno attimo che si fa anche sequenziale quale possibilità attuale degli accadimenti.

 

Emily Dickinson:

 

«“Per sempre” è composto da tanti “ora”».

Infatti, gli accadimenti ed il loro scorrere, compresi pertanto i pensieri e le parole la cui funzione è inter-mediatrice e quindi non risolutiva, possono darsi unicamente perché l’eterno attimo presente si ri-presenta senza soluzione di continuità quale involucro degli accadimenti. A tal riguardo può risultare utile l’immagine del fiume che scorre nell’alveo che è immoto e simultaneamente ne “accompagna” l’acqua senza restare coinvolto nel suo scorrere.

 

La Coscienza, che qui si scrive con la maiuscola poiché costituisce l’essenza vitale e immortale dell’essere umano (come anche di ogni essere esistente secondo il grado relativo alla propria natura, talché la macerazione trasfigurante dell’uomo e del mondo è olistica), la Coscienza, si diceva, fruisce intimamente dell’Attimo Presente (dell’IO SONO), costituendo così lo Specchio Teandrico in cui si riflettono gli accadimenti, senza che questi possano in alcun modo alterare la limpidezza del medesimo. Limpidezza che viene appannata, cioè DISTRATTA, illusoriamente ma realmente finché persiste l’illusione, dall’intervento dell’io psichico quale coacervo di informazioni e passioni che interferisce con l’atto puro riflettente della Coscienza, sicché i riflessi degli accadimenti ne restano deformati o addirittura non percepiti, e, nei casi più gravi tutt’altro che sporadici, costituentisi in fissazione e allucinazione.

L’io psichico costituisce la soggettività fittizia chiusa in se stessa che si appropria dell’oggettivo riflesso dalla/nella Coscienza e lo manipola adattandolo alle proprie fisime, mentre la Coscienza, in quanto Specchio, è senza forma e non afferra, non respinge e non manipola, lasciando ciò che vi si riflette così com’è:

 

«Lascia venire ciò che viene, lascia andare ciò che va via», dice Ramana Maharshi.

Per fare un solo esempio: il santo e il balordo sono riflessi dalla/nella Coscienza che – come uno specchio –  non giudica né l’uno né l’altro poiché il giudizio è implicito tanto nell’uno come nell’altro: il santo è santo e il balordo è balordo già prima del giudizio dell’io psichico di chicchessia, e ciascuno dei due segue da sé la propria sorte secondo il giudizio implicito, ricordando che “implicito” significa “intrecciato”, ragion per cui ognuno (ognuno!), anche se inconsapevole, è intrecciato attimo per attimo con l’auto-giudizio di sé che nel bene e nel male lo accompagna.

Confucio:

«Tutti gli uomini sono uguali, è il loro comportamento che li differenzia».

Attimo per attimo ciacuno tesse il suo destino che non è nel futuro bensì nel presente: attimo per attimo ciascuno è ciò che merita di essere. Ciò valendo anche per l’attimo del transito fatale in cui ognuno si porta dietro il saldo di bilancio fa i vizi e le virtù che attimo per attimo hanno improntato il proprio comportamento (non quello altrui!), riguardo al quale ogni dogmatismo e legalismo, con ciò che ne discende, passano in secondo piano, essendo marginali agli effetti della disciplina di sé. La metamorfosi da bruco a farfalla si dà per un processo intrinseco al bozzolo rigorosamente precedente l’estrinseca descrizione scientifica, che resta altro dal processo in sé e non può davvero coglierlo. O anche: posso leggere  a tavolino o in poltrona trecento pagine scritte da un alpinista circa la sua scalata in parete fra tempeste di ghiaccio, ma questo non fa di me un alpinista che sa di cosa ha scritto.

Proverbi:

 

«L’uomo che non ha autodisciplina è come una città con mura abbattute».

 

Splendidamente apofatico Fernando Pessoa:

 

«Siediti al sole.
Abdica e sii re di te stesso».

 

In due versi la PRASSI: fermarsi e lasciar cadere dal trono l’usurpatore, cioè l’io psichico, ciò che si ritrova in senso mistico-anagogico in:

 

«Bisogna che Egli cresca, e che io diminuisca».

 

Sedersi al sole: lasciar andare l’ombra dell’io psichico per il trionfo della Luce solare.

 

Quanto finora osservato riguarda ogni essere umano poiché la Coscienza è sacra e immortale, e lo è decisamente prima di ogni suo contenuto, quindi prima di qualsiasi informazione e di qualsiasi conseguente concezione e convinzione. La Coscienza è prima della cultura, della religione e della scienza quali suoi contenuti. Infatti si nasce incólti, senza alcuna informazione che può darsi soltanto nella Coscienza che già è: lo Specchio è in sé ignorante, perciò innocente,  cioè  ognora vuoto e limpido, e proprio per questo può riflettere ciò che vi transita davanti senza confondervisi, come l’alveo contiene l’acqua che vi scorre senza rimanerne coinvolto. L’impermanenza accade nella permanenza dello Specchio. La legge dell’impermanenza vige grazie allo Specchio, alla Coscienza:

 

«Nulla è permanente tranne il cambiamento» dice Eraclito.

 

Il cambiamento è permanente perché accade su uno sfondo permanente. Il mobile accade nell’immobile. Il relativo accade nell’assoluto. Nella distinzione ma non separazione.

 

Nicola Cusano:

«La cosa più perfetta che un uomo quanto mai interessato al sapere potrà conseguire nella sua dottrina è la consapevolezza piena di quell’ignoranza che gli è propria. E tanto più egli sarà dotto, quanto più si saprà ignorante».

 

Vale la pena ribadire: la Coscienza «è la consapevolezza piena di quell’ignoranza che gli è propria». E ciò non si può constatare davvero se non per apofasi.

La Realtà è ciò che permane, non ciò che impermane e che tuttavia assume per un attimo parvenza di realtà: adesso è  adesso non è più. Oh, che buono questo pasticcino che adesso sto gustando … ma adesso dov’è? Oh, quanto è bello questo pensiero che adesso sto pensando … ma adesso dov’è? Il pasticcino ed il pensiero trascorrono, la Coscienza resta tanto con il pasticcino ed il pensiero quanto senza di essi. Ciò che resta è l’Ignoranza, alla cui vigile purezza e innocenza attentano (illusoriamente) i contenuti costituenti l’io psichico.

L’io psichico, ente fittizio, attinge inconsapevolmente dalla Coscienza la propria vita illusoria ma reale sinché dura l’illusione. L’io psichico è la risultante della Coscienza che si distrae per l’identificarsi con ciò che riflette, cioè con i suoi contenuti, ovvero, come già osservato, con le informazioni e le conseguenti concezioni e convinzioni, per il costituirsi (con le passioni) di una monade inconsapevole e soddisfatta della propria forma, quindi del proprio limite (!). Di conseguenza, ogni gruppo di monadi inconsapevoli solidali non fa che rendere solidale l’illusione.

Conviene ribadire: informare significa conferire una forma. Prima che nella tela o nel marmo o sul pentagramma, l’opera d’arte prende forma nella Coscienza che non ha forma altrimenti ogni artista produrrebbe  una sola opera d’arte, e non saprebbe pensare e parlare d’altro che di quella sola opera. Perciò “formare le coscienze” significa imporre loro (illusoriamente ma realmente) un limite.

Nikola Tesla:

 

«Quando la tua educazione limita la tua immaginazione si chiama indottrinamento».

 

La Coscienza in sé conserva ognora la sua indipendenza – la sua limpida ignoranza e innocenza – da qualsiasi forma che le deve la sua esistenza, ed il fermarsi a/in una forma (tra “fermo” e “forma” l’assonanza non è casuale) significa auto-limitarsi, ciò a causa dell’io psichico che si costituisce in quanto identificazione con una forma o assemblaggio di forme. È come voler imporre ad uno specchio di riflettere continuamente soltanto un albero o soltanto una montagna o soltanto una nuvola, o soltanto un albero, una montagna e una nuvola insieme, quando esso ha la facoltà di riflettere tutte le forme proprio perché non ha forma, quindi è vuoto, e da ignorante e può suscitarne miriadi.

 

Formarsi e fermarsi a ciò che si sa, si crede e si immagina è DISTRAZIONE dal proprio vero Sé, dalla Coscienza pura, ignorante, sacra, immortale.

Nikola Tesla:

«Quando capirai che ogni opinione è una visione carica di storia personale, inizierai a capire  che ogni giudizio è una confessione».

Si evidenzia «visione carica di storia personale»: un argomento titanico!

Perciò, da ciò che dice o scrive, e come lo dice o scrive, ognuno confessa la forma e quindi il limite innaturale della propria Coscienza!

E qui Thomas Eliot è preziosissimo:

 

«Tutto il nostro sapere ci porta più vicini alla nostra ignoranza. Dov’è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza?».

 

Cui fa eco Stephen Hawking:

 

«Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, ma l’illusione della conoscenza».

 

Ora, nessuno vorrà sostenere che l’erudizione non sia cosa buona, ma come tutto ciò che concerne la vita umana anche per essa c’è il rovescio della medaglia, soprattutto ai fini della vita spirituale, ossia confondere l’erudizione acquisita con la comprensione realizzativa: eventualità automatica (quasi) totalmente diffusa.

 

P.D. Ouspensky:

 

«Il sapere è una cosa e la comprensione è un’altra. Ma i più confondono le due idee e non vedono nettamente dov’è la differenza. La comprensione risulta dalla congiunzione del sapere e dell’essere: essa non ingrandisce che in funzione dello sviluppo dell’essere».

 

Cui si connette Hermann Hesse:

 

«Soltanto il pensiero vissuto ha valore».

 

E per vivere il pensiero (che tipo di pensiero?) occorre impararlo ma poi dimenticarlo, altrimenti resterà un oggetto mentale estraneo al Soggetto integrale.

 

Preziosamente sconfortante Guy de Maupassant:

 

«Il pensiero dell’uomo gira come una mosca in una bottiglia».

 

E già, con tanti saluti per l’Infinito e perciò Indefinibile che è fuori (e dentro) la bottiglia.

 

E, restando alla bottiglia che è di vetro, Petrarca:

 

«Passa il pensier siccome il sole il vetro,

anzi più assai, però che nulla il tene».

 

E così la sorte del pensiero è segnata: o la prigionia nella bottiglia o  il dissolversi fuori di essa.

 

Interessante, per finire, l’etimo di vetro: VÍTRUM, detto per VÍD-TRUM dalla radice di VÍD-ère vedere: cioè che  fa vedere, trasparente, come dire:  la Coscienza.

 

La Nitida Coscienza Mariana!

 

Lo Speculum Justitiae che riflette il Verbo, l’«Unum necessarium»!

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14 commenti su “L’Esteriorità Distrae. Per una Nuova Antica Coscienza. Il Matto.”

  1. Adriana,

    al mio sguardo matto, l’ultimo capoverso di Wilde, mi ha fatto tornare in mente uno strepitoso brano apofatico di Maestro Eckhart (che ovviamente sento profondamente mio):

    “Se io fossi di intelletto così ampio da comprendere tutte le immagini che mai gli uomini hanno avuto, ed anche di tutte quelle che sono in Dio, ma in modo da essere privo di attaccamento personale ad esse, sì da non appropriarmi di nessuna di esse nel mio agire o non agire, col prima o col dopo – ma, al contrario sarei libero e vuoto in questo momento presente […] – allora davvero sarei “vergine” senza essere ostacolato da nessuna immagine, proprio come lo ero quando ancora non ero”.

    Credo lo apprezzi anche Giampiero …

    1. Caro il Matto,
      considerando che tu avevi parlato anche dell’Arte- disinteressata- come veicolo per l’Assoluto, mi permetto di consigliarti la visione dei pupazzetti di Jiri Trnka chiamati ad interpretare lo scespiriano: “Sogno di una notte di mezza estate”. Lo trovi in rete: opera piccola e preziosa, specialmente dove i “semplici” attori, molto terragni, grazie all’Arte elevano la loro Anima con spontaneo candore.

        1. …e, naturalmente, il corto che è considerato, a ragione, il testamento morale di Trnka: ” La mano ” (1965). Una denuncia contro ogni imposizione tirannica, politica e dogmatica…nel perfetto silenzio apofatico di Trnka.

  2. La Coscienza come essenza vitale e immortale dell’essere umano? Certamente. Qui ovviamente intendiamo uno stato di coscienza alterato, risultante di un processo che, partendo da uno stato di coscienza “ordinario”, per dir così, viene orientato, attraverso tecniche o spontaneamente, nell’orizzonte di una sua espansione e/o potenziamento. La dimensione che nella pratica dello yoga e in certe correnti di psicologia transpersonale (la psicosintesi di R.Assagioli ad es.) viene chiamata SE, o Coscienza con la maiuscola, è ,però, tutt’altro che univoca. È un concetto meramente antropologico o c’è dell’altro? Per dirla attraverso un linguaggio induista, l’Atman e il Brahman si identificano? O forse si compenetrano? Prendendo invece in prestito l’antropologia paolina, lo “spirito” dell’uomo ( che unitamente al corpo e all’anima costituirebbe il suo essere) che relazione avrebbe con lo Spirito Santo? Di identificazione o di partecipazione? Fare chiarezza al riguardo non può non avere conseguenze sulla concezione metafisica del mondo (e in essa dell’uomo). Se la Coscienza, il SE, rappresentano l’unica vera Realtà il mondo non sarebbe altro che maya, un illusione dunque. Se diamo invece consistenza ontologica al mondo (e in esso l’uomo), contrapponendolo alla Dimensione Assoluta, il rischio di un aporetico dualismo è dietro l’angolo. Ci sarebbe una terza via? Una via capace di unire in una sintesi armonica Eraclito e Parmenide per intenderci? Per chi scrive questa via c’è, ed è quella che possiamo definire col termine “panenteismo”. Una via dove Dio e il mondo si compenetrano pur differenziandosi (monismo differenziato). Per ricorrere ad una analogia potremmo dire che tra Dio e mondo c’è lo stesso rapporto che vi è tra il pensiero e il pensato. Il mondo quale frutto di un Pensiero forte, tutt’altro che evanescente. Un mondo dunque creazione nel senso pieno del termine. Al vertice della coscienza dell’uomo vi sarebbe si la Coscinza con la maiuscola ma solo come “punto di congiunzione” di entrambe. Insomma, il mio pensiero al riguardo è più sulla linea di un Ramanuja che di un Sankara, per capirci. Anche per questo riscontro nella teologia della Chiesa d’Oriente, soprattutto nella sofiologia di S.Bulgakov ,una sintonia che, almeno su questi argomenti, non avverto con la Cattolica. Respiro con due polmoni insomma. Mi piacerebbe esplicitasse il suo pensiero al riguardo interessante Matto. Un cordiale saluto.

    1. Direi che lei respira con … tre polmoni, il terzo è quello di Ramanuja 😊

      Ho letto e riletto il suo sostanzioso contributo e lo trovo oltre modo impegnativo per me, che da molti anni non leggo più nessun libro e mi diletto (come avrà intuito) di aforismi, di qualunque autore, in cui trovo chiarissimi riflessi della Via che seguo in quanto Prassi Apofatica, la quale non mi permette di soffermarmi troppo su quanto scrivono o dicono gli altri per quanto autorevoli, e che per di più non si trovano sulla medesima lunghezza d’onda. Ricordo che prima di abbandonare ogni libro, trascorsi un periodo in cui appena in uno di essi incontravo una frase che rispondeva a ciò che risultava dalla mia Prassi, interrompevo la lettura, mi annotavo la frase e mettevo il libro nello scaffale, poiché per me aveva esaurito il suo compito.

      Per esempio: non appena mi sono imbattuto là dove lei scrive: « Al vertice della coscienza dell’uomo vi sarebbe sia la Coscienza con la maiuscola ma solo come “punto di congiunzione”», subito mi è tornato alla … coscienza il passo del Convivio di Dante che ovviamente è entrato a far parte del mio aforismario:

      «E tutte queste nobilissime vertudi, e l’altre che sono in questa eccellentissima potenza, sì chiama insieme con questo vocabulo del quale si volea sapere che fosse, cioè mente. Per che è manifesto che per mente s’intende questa ultima e nobilissima parte de l’anima […] Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade».

      Per quel che me ne fa dire la mia Prassi, al fondo “coscienza”, “mente” e “anima” sono sinonimi e indicano (indicano soltanto!) il due-non-due teandrico.

      Molto cordialmente.

      P.S. Ritengo che il finale del mio articolo esponga … quanto rimane del mio Cattolicesimo 😉

  3. Caro il Matto,
    per ringraziarti delle tue belle citazioni, tra cui quella di Stephen King, -un autentico moralista della cui tensione spirituale pochi si accorgono- per ringraziartene- ripeto- ti offro questa significativa riflessione di Oscar Wilde:
    ” La gente meccanica, quella per cui la vita è una astuta speculazione fissata su un attento calcolo di vie e di mezzi, sa SEMPRE dove sta andando: e ci va. Parte con l’idea di diventare mazziere della parrocchia, e in qualunque ambiente venga a trovarsi, riuscirà a diventare mazziere della parrocchia e nulla più. Colui che desidera essere qualcosa di diverso da quello che è, diventare un membro del Parlamento, o un droghiere arricchito, o un avvocato di grido, o un giudice, o qualcosa di altrettanto distraente, riesce immancabilmente a diventare quello che vuole. E’ il suo castigo. Chi vuole una maschera è costretto a portarla…
    Si capisce che, in un certo senso, conoscere se stessi, come diceva l’Oracolo greco…è il primo passo del sapere. Ma riconoscere che l’animo umano è inconoscibile, questo è il risultato supremo della sapienza. Il mistero finale risiede in noi….Chi può calcolare l’orbita della propria anima? “. E ancora: ” Nella sublimità dell’anima non c’è contagio alcuno “. (Oscar Wilde, ” De profundis “).

    1. Grazie a te. Non la conoscevo e l’apprezzo molto.

      “Chi può calcolare l’orbita della propria anima?”: sembra che – da sempre – ci siano di quelli che calcolano l’orbita della propria anima e ritengono che sia il modello esemplare per l’orbita della anime altrui.

      Come dire: coscienze calcolatrici che “sanno SEMPRE dove stanno andando” – e fino a qui sono fatti loro – ma danno addosso a chi si guarda bene dal fare calcoli sul “mistero finale che risiede in noi”, e che l’orbita, proprio in quanto tale, mai si risolverà nel Primordiale Centro di Gravità.

      Chiaro che si tratta di un tema iper gigantesco che implica un cambiamento radicale dello stato di coscienza etc. etc. etc. etc. etc …

      1. Caro il Matto,
        e, per non privare l’autore di quanto gli è dovuto, ritengo corretto riprodurti integralmente il pensiero dell’ultimo capoverso ( la parte celata dai puntini di sospensione ); penso ti piacerà ancora di più.
        ” Quando si sia pesato il sole sulla bilancia, misurata la distanza dalla luna e disegnata stella per stella la pianta dei sette cieli, resta ancora di esplorare se stessi. Chi può calcolare l’orbita della propria anima? “

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