Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista a don Roberto Donadoni. Buona lettura e diffusione.
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La ferita, la memoria, la speranza
Come si può continuare a vivere dopo la perdita di un figlio? Come si può convivere con un’assenza che cambia per sempre la vita di una famiglia? Alcune delle domande al centro di Dentro la ferita. Vivere dopo la perdita di un figlio, il libro di don Roberto Donadoni, pubblicato da Marcianum Press.
Sacerdote della diocesi di Bergamo e attualmente impegnato a Venezia, da oltre dieci anni accompagna famiglie che hanno vissuto la perdita di un figlio.
Nella prefazione, il Patriarca di Venezia Francesco Moraglia definisce queste pagine una “buona compagnia”, perché non promettono di cancellare la ferita, ma aiutano chi soffre ad abitarla senza perdere completamente la speranza.
Abbiamo incontrato don Roberto per parlare del suo libro, della sua esperienza accanto alle famiglie e del significato di continuare a vivere dopo una perdita così grande.
Don Donadoni perché ha scelto il titolo Dentro la ferita? Che significato ha per lei questa espressione?
Ho scelto questo titolo perché ci sono esperienze che non possono essere semplicemente archiviate. La morte di un figlio è una frattura che attraversa tutta l’esistenza e cambia profondamente il modo di guardare il mondo. La parola “dentro” mi sembrava importante: non volevo suggerire l’idea di una sofferenza dalla quale si debba necessariamente uscire, ma di una realtà con cui, lentamente, imparare a convivere. Non significa rassegnarsi o rinunciare alla vita. Significa riconoscere che quella ferita ormai appartiene alla propria storia e che non può essere cancellata con la volontà o con il trascorrere del tempo. E tuttavia, proprio lì, possono nascere nuove domande, una diversa consapevolezza di sé e persino una capacità inattesa di guardare agli altri.
Nel libro parla della difficoltà di continuare a vivere dopo la perdita di un figlio. Che cosa significa, concretamente, “vivere dopo” una perdita così grande?
Significa innanzitutto scoprire che il mondo continua a muoversi mentre il proprio sembra essersi fermato. Le persone tornano alle loro occupazioni, le giornate riprendono il loro ritmo, ma per una madre e un padre anche i gesti più ordinari possono diventare difficili. C’è poi una dimensione particolarmente dolorosa: insieme al figlio viene meno anche il futuro che si era immaginato con lui, tutto ciò che si sarebbe voluto ancora condividere. Continuare a vivere non significa tornare quelli di prima, perché quel prima non esiste più. Significa cercare, con tempi e modalità differenti per ciascuno, un nuovo modo di abitare la quotidianità. E soprattutto comprendere che tornare a provare gioia non costituisce un tradimento nei confronti del figlio perduto.
Il libro nasce dagli incontri con genitori che hanno perso un figlio in circostanze diverse. Come ha scelto le esperienze e le testimonianze da raccontare?
Da oltre dieci anni accompagno a Venezia il gruppo “Genitori con un figlio in cielo”, con il quale ci incontriamo una volta al mese. È un cammino che mi ha permesso di conoscere storie molto differenti: figli morti per malattia, per incidenti, improvvisamente o per suicidio. Non ho voluto costruire un catalogo di tragedie né presentare esperienze esemplari. Ho cercato piuttosto di raccogliere le domande che ritornano, le difficoltà che emergono, le riflessioni maturate attraverso l’ascolto. Naturalmente con grande rispetto per la riservatezza delle persone. C’è un aspetto che considero essenziale: non lasciare che le circostanze della morte finiscano per oscurare tutta la vita di un figlio. Dietro ogni perdita c’è una persona, con un volto, un carattere, una storia e un patrimonio di affetti che meritano di essere custoditi.
Nel libro emerge spesso il tema dell’assenza. Come cambia il rapporto con una persona amata quando la sua presenza fisica viene a mancare?
L’assenza entra nella vita attraverso dettagli che prima sembravano insignificanti: una sedia vuota, una stanza, una ricorrenza, il desiderio improvviso di raccontare qualcosa a chi non può più ascoltarci. È una mancanza che si rinnova in forme diverse e che non riguarda soltanto il passato, ma anche tutto ciò che non potrà più accadere. Eppure il rapporto con un figlio non si esaurisce nella sua presenza fisica. Una madre continua a essere madre e un padre continua a essere padre anche dopo la sua morte. Certamente la relazione cambia, perché viene meno la possibilità dell’incontro e della reciprocità quotidiana. Ma ciò che quella persona ha generato nella nostra esistenza continua a vivere nelle scelte, negli affetti e nel modo stesso di guardare il mondo. L’amore non annulla la separazione, ma impedisce che l’assenza diventi cancellazione.
Quanto è importante, nel percorso del lutto, poter parlare del figlio perduto senza sentirsi in imbarazzo o senza paura di far soffrire ancora di più i genitori?
È molto importante, perché uno dei rischi maggiori è che attorno a questi genitori si crei una sorta di silenzio imbarazzato. Amici e conoscenti, spesso con le migliori intenzioni, evitano di nominare il figlio morto per timore di provocare nuove lacrime. Ma quel figlio è già presente ogni giorno nei pensieri dei suoi genitori. Sentir pronunciare il suo nome può essere, al contrario, un gesto di riconoscimento e di affetto. Naturalmente occorre delicatezza: non tutti desiderano parlare negli stessi momenti e nessuno deve sentirsi obbligato a raccontare. L’importante è creare un clima nel quale sia possibile farlo liberamente. Talvolta basta chiedere com’era quel ragazzo, che cosa amava, quali passioni aveva. Sono domande semplici, ma restituiscono alla famiglia la possibilità di condividere non soltanto il dolore della morte, ma anche la bellezza della vita vissuta insieme.
Un tema importante del libro è la memoria. Ricordare può essere anche un modo per continuare ad amare?
Credo di sì. La memoria non è soltanto uno sguardo rivolto al passato: è anche il modo attraverso il quale una persona continua ad avere un posto nella nostra esistenza. Nei primi tempi dopo la perdita, spesso i ricordi sono dominati dagli ultimi momenti, dalla malattia, dall’incidente o dalla notizia della morte. È come se quell’evento occupasse tutto lo spazio. Poi, lentamente, possono riaffiorare altri ricordi: un viaggio, una battuta, una passione condivisa, persino qualche piccolo difetto che oggi suscita tenerezza. In questo modo la memoria restituisce alla persona la sua interezza. Mi colpisce quando, durante i nostri incontri, un genitore racconta un episodio del proprio figlio e, insieme alle lacrime, compare un sorriso. È un momento prezioso, perché rivela che il ricordo può custodire anche la gratitudine per ciò che si è vissuto.
Nel libro il silenzio ha un ruolo importante. Ci sono momenti in cui il silenzio può essere più significativo delle parole?
Sì, e per me è stata una scoperta importante anche dal punto di vista sacerdotale. Siamo abituati a pensare che accompagnare una persona significhi trovare le parole giuste, offrire una riflessione, magari una risposta religiosa. Ma davanti alla morte di un figlio ci si accorge che molte parole rischiano di essere inadeguate. Il silenzio può diventare allora una forma autentica di vicinanza, purché non sia un modo per sottrarsi alla relazione. È il silenzio di chi rimane, ascolta, accetta anche la rabbia e le domande senza pretendere di risolverle. In questi anni ho imparato a non avere fretta di intervenire, a rispettare le pause, a lasciare che ciascuno trovi il proprio modo di esprimersi. E ho scoperto che qualche volta una presenza discreta comunica molto più di un discorso ben costruito.
La comunità è presentata come un luogo in cui non sentirsi soli. Che cosa può fare concretamente una comunità per stare accanto a chi soffre?
Una comunità dovrebbe anzitutto imparare a non misurare il dolore degli altri con il proprio calendario. Nei giorni immediatamente successivi a una morte la solidarietà è spesso intensa, ma con il passare dei mesi tende ad attenuarsi. Per i genitori, invece, ci sono anniversari, compleanni, ricorrenze familiari che possono riaprire una sofferenza profonda. Occorre quindi una vicinanza capace di durare nel tempo, fatta anche di gesti semplici: una telefonata, un invito, la disponibilità ad ascoltare senza giudicare. Il gruppo che accompagno nasce proprio da questa esigenza. Negli incontri mensili i genitori trovano persone che conoscono, pur nella diversità delle storie, una sofferenza simile alla loro. E spesso questa comprensione reciproca permette di affrontare argomenti che altrove rimangono inespressi. Una comunità cristiana dovrebbe essere anche questo: una casa nella quale nessuno debba nascondere le proprie lacrime.
Nella prefazione, il Patriarca Francesco Moraglia definisce il libro una “buona compagnia”. Che cosa significa, secondo lei, fare compagnia a una persona che vive una ferita così profonda?
Sono grato al Patriarca per questa espressione, perché mi sembra colga bene lo spirito con il quale ho scritto il libro. Fare compagnia non significa necessariamente consolare, almeno nel senso comune del termine. Non sempre possiamo alleviare una sofferenza e certamente non possiamo sostituirci a chi la vive. Possiamo però condividere un tratto di strada, senza imporre tempi o pretendere risultati. Credo che la vera prossimità nasca quando rinunciamo alla tentazione di spiegare all’altro come dovrebbe sentirsi. Questo vale anche per il sacerdote: non si tratta di presentarsi come colui che possiede tutte le risposte, ma come una persona disponibile a condividere domande e fatiche. Mi piacerebbe che il libro fosse letto proprio così, come una voce discreta che accompagna, senza giudicare e senza pretendere di insegnare a soffrire.
Moraglia scrive che il libro non promette di togliere la ferita, ma di aiutare ad abitarla senza perdere completamente la speranza. È proprio questo il messaggio che ha voluto lasciare attraverso il libro?
Sì, anche se credo sia necessario liberare la parola “speranza” da una certa superficialità con la quale talvolta viene utilizzata. Sperare non significa convincersi che tutto andrà bene o che il dolore, prima o poi, scomparirà. Ci sono perdite che rimangono irreparabili. Ma ho incontrato genitori che, pur portando una sofferenza immensa, hanno ritrovato nel tempo il desiderio di impegnarsi, di coltivare relazioni, di essere presenti nella vita degli altri. Non è un traguardo che si possa pretendere da tutti e nemmeno un percorso lineare. Ci sono giorni nei quali sembra di aver ritrovato un equilibrio e altri nei quali tutto torna difficile. La speranza è forse proprio questa possibilità di non considerare definitivamente chiuso il proprio futuro, anche quando non si riesce ancora a immaginarlo.
Nel libro la fede non sembra offrire spiegazioni semplici davanti alla morte. Come può invece diventare una presenza e una fonte di speranza?
La fede non ci mette al riparo dalle domande più dolorose. Anche un credente può chiedersi dove fosse Dio nel momento della morte di suo figlio e perché non sia intervenuto. Non credo che queste domande siano un segno di poca fede. La Bibbia stessa è attraversata dal grido di uomini e donne che interrogano Dio, talvolta con parole durissime. E Gesù, davanti alla tomba di Lazzaro, non offre subito una spiegazione: piange. Il cristianesimo annuncia un Dio che non osserva da lontano la sofferenza, ma la attraversa nella persona di Cristo. Per questo considero sbagliato attribuire a Dio la volontà di una tragedia, quasi che la morte di un figlio fosse necessaria a un suo disegno. La speranza cristiana si fonda piuttosto sulla risurrezione, sulla promessa che la morte non rappresenta il destino definitivo dell’uomo. È una prospettiva che non cancella il pianto, ma gli impedisce di diventare l’unico orizzonte possibile.
La perdita di un bambino mai nato per un aborto spontaneo o per una morte nel grembo può lasciare un dolore profondo. Come si può accompagnare chi vive questo tipo di lutto?
È un dolore che meriterebbe molta più attenzione, perché spesso rimane invisibile agli occhi degli altri. Talvolta si pensa che una gravidanza interrotta nelle prime settimane rappresenti una perdita meno grave, oppure che l’assenza di una vita condivisa renda più facile affrontarla. Ma per una madre e un padre quel bambino era già entrato nella loro storia, nei loro pensieri, nelle loro attese. Con la sua morte non si perde soltanto una presenza desiderata, ma anche tutto il futuro che si era cominciato a immaginare. Occorre quindi riconoscere pienamente la realtà di questo lutto, evitando frasi come «Siete giovani, ne avrete un altro», che possono ferire profondamente. È importante anche non dimenticare il padre, il cui dolore rischia di rimanere sullo sfondo. Accompagnare significa ascoltare, rispettare i tempi della coppia e, quando lo desidera, offrire la possibilità di un gesto di ricordo, di una preghiera o di un momento di commiato. Anche la Chiesa è chiamata a una maggiore sensibilità verso queste famiglie. La dignità di un legame non dipende dal tempo che abbiamo potuto trascorrere insieme, ma dall’amore con cui quella vita è stata attesa e accolta.
Alla fine del percorso raccontato nel libro, che cosa vorrebbe che rimanesse nel cuore del lettore?
Vorrei che chi ha perduto un figlio potesse riconoscere in queste pagine qualcosa della propria esperienza, senza sentirsi giudicato o costretto a seguire un percorso prestabilito. Ma vorrei anche che il libro raggiungesse chi non ha conosciuto personalmente una perdita simile, aiutandolo a comprendere quanto possano essere importanti la sensibilità e la vicinanza degli altri. Per me scrivere è stato anche un modo per restituire qualcosa di ciò che ho ricevuto. Quando ho iniziato ad accompagnare questi genitori pensavo che il mio compito fosse soprattutto aiutarli attraverso la fede e il ministero sacerdotale. Con il tempo mi sono accorto che erano loro a insegnarmi molto sulla fragilità umana, sulla profondità dei legami e sul mistero stesso della vita. Se il lettore, chiudendo il libro, avrà uno sguardo più attento verso la sofferenza degli altri e una maggiore consapevolezza del valore delle persone che ama, credo che queste pagine avranno raggiunto il loro scopo.
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