Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia NOtaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questa intervista sulle origini degli Stati Uniti. Da un genocidio, ad opera degli invasori anglosassoni. Buona lettura e diffusione.
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I nativi americani cacciati dalle loro terre: le origini della storia degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti sono spesso descritti come una «nazione di immigrati», ma la loro storia è molto più complessa. Prima dell’arrivo degli europei, il territorio nordamericano era abitato da numerose popolazioni indigene, i nativi americani, organizzate in comunità e nazioni con lingue, culture e tradizioni differenti. La colonizzazione europea e la successiva espansione degli Stati Uniti portarono alla conquista dei loro territori, allo spostamento forzato di intere popolazioni e a una profonda trasformazione della società americana.
Su questa realtà si innestarono, nel corso dei secoli, le grandi ondate migratorie provenienti dall’Europa e, successivamente, da altre aree del mondo. L’identità degli Stati Uniti si è quindi costruita attraverso un intreccio complesso di conquista, migrazioni, inclusione ed esclusione, ma anche attraverso continue ridefinizioni dei confini della cittadinanza e dell’appartenenza nazionale.
A ricostruire questa lunga e complessa vicenda è Stefano Luconi, storico specializzato nella storia degli Stati Uniti e dell’America del Nord, professore associato all’Università degli Studi di Padova, dove insegna Storia degli Stati Uniti d’America e Storia dell’America del Nord. Le sue ricerche si concentrano in particolare sull’immigrazione, sulla storia degli italoamericani, sui rapporti etno-razziali e sulla formazione dell’identità politica e nazionale americana.
Il caso degli italiani è particolarmente significativo. Arrivati in massa negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, gli immigrati italiani furono a lungo percepiti come estranei non soltanto per la lingua, la religione e la cultura, ma anche attraverso categorie razziali. Il loro successivo inserimento nella società americana permette quindi di comprendere come siano cambiati nel tempo concetti apparentemente stabili come «bianchezza», cittadinanza e appartenenza nazionale.
La storia degli italiani d’America consente così di allargare lo sguardo a una questione più generale: chi è stato considerato americano, e attraverso quali processi alcuni gruppi sono stati inclusi mentre altri sono stati esclusi o marginalizzati? È una domanda che riguarda tanto i nativi americani quanto gli immigrati e le minoranze che hanno contribuito, in epoche diverse, alla costruzione della società statunitense.
Da questa prospettiva, la storia dell’immigrazione non riguarda soltanto il passato. Le tensioni tra apertura e chiusura delle frontiere, tra inclusione ed esclusione e tra identità nazionale e pluralismo culturale continuano infatti a caratterizzare il dibattito americano contemporaneo.
Professor Luconi, gli Stati Uniti sono spesso rappresentati come il simbolo della libertà, della democrazia e delle opportunità individuali. La storia dell’immigrazione mostra però una realtà più complessa, fatta anche di esclusioni, discriminazioni e restrizioni. Quanto questa contraddizione è stata centrale nella costruzione dell’identità americana?
L’intera storia degli Stati Uniti ha visto un continuo intrecciarsi di xenofobia e accoglienza nei confronti degli immigrati, a tal punto che atteggiamenti nativisti hanno addirittura precorso la costituzione di questo Paese in una nazione sovrana. Nelle sue Observations Concerning the Increase of Mankind (1751), quello che sarebbe divenuto uno dei padri della patria, Benjamin Franklin, mise in guardia gli abitanti di ascendenza inglese della Pennsylvania contro il crescente insediamento di immigrati provenienti dalla Germania che, soprattutto attraverso la diffusione della lingua tedesca, avrebbero finito per farli sentire stranieri a casa propria. Eppure la Pennsylvania era la colonia che, pochi anni prima, aveva affascinato persino l’illuminista Voltaire come luogo simbolo della libertà nelle Letters Concerning the English Nation (1733). Con la Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776 le tredici colonie ribellatesi all’Inghilterra cercarono di fondare uno Stato nazionale basato non sull’identità etno-razziale dei suoi abitanti, ma su una serie di valori condivisi: eguaglianza nonché diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo intento era palesemente contraddetto dal mantenimento della schiavitù degli afroamericani che, di fatto, significava concepire gli Stati Uniti come una società di immigrati europei e di eurodiscendenti. La contraddizione non fu superata nemmeno con l’abolizione della schiavitù. L’adozione della segregazione razziale nel Sud e le pratiche discriminatorie verso gli afroamericani nel Nord furono un riflesso del fatto che gli statunitensi superarono le tensioni sezionali sfociate nella guerra civile (1861-1865) trovando un comune terreno di intesa nell’arginare le rivendicazioni degli ex schiavi liberati che chiedevano la parità effettiva dei diritti civili e di quelli politici. L’identità americana, pertanto, tornò ad assumere una connotazione etno-razziale che si acuì con la crescita delle ondate migratorie dall’Asia e dall’Europa meridionale e orientale. I flussi dalla Cina furono bloccati nel 1882, quelli dal Giappone nel 1907 e a chi si era già insediato negli Stati Uniti fu impedito di conseguire la cittadinanza fino al 1943 nel caso dei cinesi e al 1952 in quello dei giapponesi. L’arrivo degli europei che non erano di ceppo anglosassone fu drasticamente limitato con le leggi sulle quote nazionali per l’assegnazione dei visti emanate nel 1921 e nel 1924. Ancora oggi riemerge talvolta una concezione etno-razziale dell’identità americana che ha trovato un riflesso, per esempio, nella politica della seconda amministrazione Trump che, da un lato ha cancellato i programmi di accoglienza per i rifugiati haitiani (che sono afrodiscendenti) e ne ha introdotti altri a vantaggio degli afrikaner sudafricani (che sono eurodiscendenti in quanto pronipoti dei colonizzatori boeri di origine olandese).
Che ruolo hanno avuto i popoli indigeni, cioè i nativi americani, nella costruzione dell’identità degli Stati Uniti? E come si concilia l’idea degli Stati Uniti come “nazione di immigrati” con il fatto che questi popoli abitavano il territorio americano già prima dell’arrivo degli europei?
A costo di sembrare troppo tranchant, il pressoché unico ruolo dei nativi americani nella costruzione dell’identità degli Stati Uniti è stato quello di rappresentare il negativo dell’identità statunitense stessa, cioè quel qualcosa in opposizione al quale è stato in parte costruito il senso di appartenenza degli statunitensi. Questa funzione negativa è stata attribuita agli indigeni fin dal periodo coloniale. Per esempio, secondo il leader puritano Cotton Mather, autore di Magnalia Christi Americana (1702), i nativi americani erano creature demoniache che cercavano di sterminare i puritani per spazzare via il modello di società cristiana perfetta che avevano instaurato nel Massachusetts. Quasi due secoli più tardi, nel 1893, lo storico Frederick Jackson Turner sostenne in The Significance of the Frontier in American History che lo spirito nazionale statunitense e i suoi fondamenti identitari (democrazia, egualitarismo, individualismo, capacità di fare affidamento sulle proprie forze, pragmatismo, ingegnosità) erano stati forgiati attraverso la lotta dei pionieri contro le forze della natura e la resistenza dei nativi americani. A dimostrazione dell’estraneità degli indigeni rispetto alla costruzione dell’identità nazionale statunitense, non fu conferita loro la cittadinanza americana fino al 1924 e la concessione fu un riconoscimento per il loro appoggio allo sforzo bellico di Washington durante la prima guerra mondiale. In altre parole, ai nativi americani fu trovato un posto nella nazione statunitense solo dopo che ebbero aderito al modello che Washington aveva elaborato e voleva proporre al resto del mondo (nel caso particolare della prima guerra mondiale, la democrazia liberale in contrapposizione all’autoritarismo dell’Impero tedesco e di quello austro-ungarico). Ciascuna delle oltre 550 nazioni indigene conserva ancora oggi, oppure ha recuperato nel tempo, un’identità comunitaria basata su appartenenza tribale e legami di parentela. Ma non si tratta di una componente dell’identità nazionale statunitense, sebbene possa conviverci per i singoli individui in una prospettiva di pluralismo culturale e di identità multiple. Sempre per essere perentorio, il concetto di “nazione di immigrati” scaturisce anche dal presupposto che gli Stati Uniti siano la nazione creata e trasformata da chi vi si è trasferito e dai suoi discendenti, non da chi abitava l’America settentrionale prima dell’arrivo degli europei e del riversarsi di ondate immigratorie da altre regioni del globo. Del resto, sia le colonie europee che precorsero la nascita degli Stati Uniti sia gli stessi Stati Uniti ricavarono il proprio territorio attraverso la progressiva espropriazione delle terre degli indigeni.
Nei suoi studi sull’immigrazione italiana negli Stati Uniti, quanto gli immigrati italiani furono considerati inizialmente una popolazione «estranea» non soltanto sul piano culturale e religioso, ma anche su quello razziale? Come cambiò nel tempo la loro collocazione nella società americana?
L’idea che gli immigrati italiani appartenessero a una “razza” diversa da quella degli statunitensi di ceppo anglosassone necessità dell’introduzione di una variante geografica. Questa concezione si affermò soprattutto negli Stati del Sud, come la Louisiana, dove nell’ultimo trentennio dell’Ottocento soprattutto i siciliani andarono a sostituire i braccianti afroamericani come manodopera salariata nelle piantagioni oppure si affiancarono a loro lavorando nei campi spalla a spalla con gli afrodiscendenti. La constatazione che i siciliani avevano la pelle olivastra avvalorò la tesi che fossero più simili agli africani che ai “bianchi”. Per giunta, gli italiani all’inizio mantennero buoni rapporti con gli afroamericani e non manifestarono quelle forme di discriminazione nei loro confronti, astenendosi da quel comportamento che nel Sud accomunava i “bianchi” e li distingueva dai “neri”. Quindi, per occupazione lavorativa, carnagione e atteggiamento verso gli afroamericani gli italiani finirono per essere collocati tra la popolazione “non bianca”. Tant’è che ancora nel 1922, in Alabama, un afroamericano, accusato di avere violato una legge dello Stato che vietava i rapporti sessuali tra persone di razze diverse, fu assolto dall’imputazione a suo carico con la motivazione che non era possibile stabilire con certezza che l’immigrata siciliana con cui era stato trovato a letto fosse “bianca”. Diversa fu la situazione degli immigrati italiani al di fuori del Sud. Per esempio, in California non vennero considerati “estranei” da un punto di vista razziale. In questo Stato, gli afroamericani con i quali avrebbero potuto essere potenzialmente “confusi” erano poco numerosi. Inoltre, gli immigrati italiani fecero fin da subito fronte comune con i “bianchi” contro la minoranza etno-razziale più numerosa: gli asiatici. Per esempio, sostennero la legge che nel 1882 portò al blocco dell’immigrazione dei cinesi. E fu proprio lo schierarsi con i “bianchi” che permise anche altrove agli immigrati italiani e ai loro discendenti di collocarsi – per citare il grande intellettuale afroamericano W.E.B. Du Bois – dalla parte “bianca” della “linea del colore”. Per esempio, in Louisiana, dopo il linciaggio di undici siciliani avvenuto a New Orleans nel 1891, gli italoamericani cominciarono a rifiutarsi di lavorare a fianco degli afroamericani nelle piantagioni o addirittura abbandonarono del tutto questo tipo di impiego. Durante la seconda guerra mondiale gli italoamericani parteciparono ai tumulti razziali, che connotarono alcune grandi città in risposta all’inurbamento degli afroamericani che andavano a lavorare nell’industria bellica, unendosi agli assalitori dei ghetti neri. Negli anni Sessanta, invece, si associarono ad altri gruppi di eurodiscendenti nel contestare il busing e l’affirmative action, due programmi varati per accelerare l’integrazione scolastica e per compensare gli afroamericani delle discriminazioni subite in passato.
Gli italiani furono a lungo oggetto di discriminazioni, stereotipi e persino violenze. Quanto episodi come il linciaggio di New Orleans del 1891 aiutano a comprendere il rapporto tra immigrazione, razza e cittadinanza negli Stati Uniti?
Bisogna intendersi sul concetto di “razza” e di “cittadinanza”. Da un lato, come detto prima, la collocazione razziale degli italiani variò a seconda delle diverse realtà geografiche. Dall’altro, i diritti di cittadinanza degli immigrati italiani, a partire dalla loro possibilità di richiedere la nazionalità statunitense, non furono mai messi in discussione. Piuttosto, l’esperienza degli italiani risulta significativa nel fare luce sul rapporto tra immigrazione e legittimità delle presenze straniere. Gli Stati Uniti si sono a lungo orientati su un principio di “anglo conformity”, per il quale gli immigrati ideali erano quelli che per appartenenza razziale, etnia e confessione praticata riproducevano più da vicino il nucleo tardo settecentesco della società nordamericana, composta in prevalenza da protestanti “bianchi” di ceppo anglo-sassone. Chi non rispecchiava queste caratteristiche non era benvenuto, come attesta l’esperienza degli italiani alla fine dell’Ottocento nel Sud, ma non quella dei loro connazionali in California, proprio per quella variante geografica richiamata in precedenza. Il linciaggio di New Orleans – che non fu un episodio isolato (almeno 34 italiani furono linciati tra la metà degli anni ottanta dell’Ottocento e i primi anni Dieci nel Novecento) – fu espressione della presunta estraneità degli italiani rispetto alla società statunitense perché la giustizia popolare sommaria extragiudiziaria era il tipo di punizione riservata agli afroamericani, un’altra minoranza per la quale la legittimità della presenza era contestata.
Nel corso del Novecento gli italoamericani passarono progressivamente da una condizione di marginalità a una piena integrazione nella società americana. Come avvenne questo processo e quanto fu il risultato di una reale inclusione e quanto invece di assimilazione e abbandono dell’identità originaria?
Il processo iniziò intorno alla metà degli anni Venti del Novecento con il varo della legislazione che pose fine dell’immigrazione di massa dall’Italia che aveva fino ad allora tenuto viva l’identità originaria alimentandola grazie al costante afflusso di italiani. Nello stesso periodo, emerse una seconda generazione – i figli e le figlie degli immigrati – nata e scolarizzata negli Stati Uniti. Erano persone di madrelingua inglese che iniziarono a perdere l’italiano – e più spesso il dialetto – dei loro genitori, e addirittura si vergognavano di parlarlo, spesso indotti dai loro stessi insegnanti. Si rifiutavano anche di seguire usi e costumi della terra ancestrale per non sentirsi “diversi” e marginalizzati nella società statunitense. A queste forme di abbandono deliberato delle tradizioni si aggiunse l’inclusione, soprattutto negli anni della partecipazione degli Stati Uniti alla seconda guerra mondiale. Il fatto che oltre 800.000 italoamericani si arruolarono nelle forze amate americane, spesso come volontari senza aspettare di essere richiamati, in un conflitto militare nel quale la patria d’adozione combatteva la nazione di origine costituì la conferma della loro lealtà verso gli Stati Uniti, smentì le teorie secondo cui gli italiani non erano assimilabili e favorì l’inclusione. La conferma della lealtà degli italoamericani venne anche dal fronte interno: acquistarono war bonds (i titoli del debito pubblico per finanziare la guerra) per milioni di dollari, fra l’altro stimolati dalle loro associazioni etniche come l’Order Sons of Italy in America – e sostennero lo sforzo bellico di Washington lavorando nell’industria degli armamenti, dove si registrò una consistente presenza di donne che fino ad allora erano rimaste confinate a svolgere attività domestiche. Le stesse forze armate e le fabbriche divennero uno strumento di integrazione perché gli italoamericani si mescolarono con individui di etnie diverse. Anche i provvedimenti a beneficio dei reduci aiutarono l’inserimento. In particolare, il Servicemen’s Readjustment Act del 1944 permise a chi era stato congedato con onore di accedere a mutui agevolati per l’acquisto di un’abitazione nei sobborghi. In questo modo, gli italoamericani fuoruscirono dalle Little Italies, i quartieri abitati quasi esclusivamente da persone di ascendenza italiana, e poterono trasferirsi in contesti residenziali multietnici.
La storia degli italiani d’America permette anche di comprendere come sia cambiato il concetto stesso di «bianchezza» negli Stati Uniti? Quando e attraverso quali processi gli italiani entrarono pienamente nella categoria della popolazione bianca americana?
La whiteness è un costruzione socio-culturale e, pertanto, i gruppi che questo concetto racchiude cambiano nel tempo e nello spazio. In origine, questa caratteristica non era riconosciuta neppure a tutti gli anglo-sassoni. Benjamin Franklin nelle Observations Concerning the Increase of Mankind, ricordate sopra, scrisse che i tedeschi erano “swarty”, cioè avevano una carnagione più scura degli inglesi e, di conseguenza, li escludeva dal novero dei “bianchi”. Gli irlandesi, che erano di ceppo celtico, non furono ritenuti “bianchi” quando si riversarono in massa negli Stati Uniti alla metà degli anni Quaranta dell’Ottocento in seguito alla carestia di patate che aveva colpito la loro terra d’origine. Poiché la whiteness è stata formulata in contrapposizione alla blackness, lo “sbiacamento” degli italiani è avvenuto a partire dal momento in cui hanno introiettato atteggiamenti razzisti verso gli afroamericani e, in particolare, hanno iniziato a usare la violenza contro di loro in quanto “neri”. Gli irlandesi divennero “bianchi” quando assaltarono il ghetto nero di New York nel luglio del 1863. Allo stesso modo, gli italoamericani si sbiancarono quando da linciati divennero linciatori. La svolta, come osservato sopra, furono i tumulti razziali della seconda guerra mondiale.
Le grandi restrizioni all’immigrazione degli anni Venti, culminate nell’Immigration Act del 1924, furono legate anche a concezioni razziali e alla volontà di modificare la composizione etnica degli Stati Uniti? Quanto il nativismo rappresentò una componente strutturale della storia americana?
Le leggi sulle quote nazionali non furono espressione della “volontà di modificare la composizione etnica degli Stati Uniti”. Il loro intento fu diametralmente opposto: impedire che l’arrivo in massa di immigrati dall’Europa orientale e meridionale alterasse la composizione etnica della società americana, trasformando la maggioranza di origine o ascendenza anglo-sassone in minoranza. Non a caso, l’Immigration Act del 1924 assunse come censimento di riferimento per il computo delle quote di visti da assegnare alle diverse nazioni europee quello del 1890, un anno in cui la presenza di europei orientali e meridionali era appena agli albori. La legge precedente, quella del 1921, fu superata proprio perché non offriva tale garanzia, in quanto faceva ricorso al censimento del 1910, quando l’immigrazione dalle nazioni sgradite si era manifestata ormai nella sua pienezza. L’aspetto strutturale nel rapporto tra nativismo e storia americana è dato dal tentativo di conservare la connotazione attribuita alla società statunitense nel corso dei secoli. In altri termini, i provvedimenti xenofobi sono stati proposti e spesso promulgati in modo da scongiurare che il trasferimento di persone con caratteristiche etno-razziali differenti dalla maggioranza degli abitanti dell’epoca trasformasse la natura della popolazione statunitense.
Nel suo lavoro sul pluralismo e sull’identità americana, quanto il modello del melting pot è stato realmente capace di conciliare unità nazionale e diversità culturale? E quanto invece l’integrazione ha richiesto ai diversi gruppi di rinunciare progressivamente alle proprie identità?
Il melting pot non è stato un modello descrittivo, ma prescrittivo. Più che riprodurre fenomeni reali, esprimeva l’auspicio che gli immigrati annullassero il loro retaggio ancestrale per introiettare i valori, i comportamenti e la cultura della società di adozione. Presupponeva l’abbandono volontario della propria identità per americanizzarsi perché, per ricorrere alla metafora, in questo crogiuolo di fusione trovavano posto solo gli immigrati e non entravano gli statunitensi. Quindi, di fatto, non concepiva una trasformazione degli americani grazie a un qualche apporto dei nuovi arrivati. A differenza del modello del pluralismo culturale, non lasciava spazio alla diversità culturale, ma postulava la “nazionalizzazione” degli immigrati sulla base dell’assorbimento dei tratti distintivi della società statunitense. Nella rappresentazione teatrale delle dinamiche del melting pot messa in scena dalla Ford Motor Co. nella giornata in cui veniva celebrato il conferimento della cittadinanza statunitense agli operai immigrati, individui che indossavano i costumi tradizionali della terra di origine e sventolavano le rispettive bandiere nazionali passavano dietro la sagoma di una grande pentola e ricomparivano sventolando la bandiera statunitense e vestiti come tanti uomini d’affari in giacca, cravatta e cilindro.
Quanto l’esperienza degli italiani può essere confrontata con quella di altri gruppi immigrati, come irlandesi, ebrei, polacchi e, successivamente, latinoamericani e asiatici? Esiste un filo comune nella storia dell’immigrazione americana oppure ogni gruppo ha seguito un percorso specifico?
Il filo comune è costituito dalla successiva integrazione di gruppi che in origine erano stati osteggiati quando non addirittura respinti. L’esperienza degli italiani presenta maggiori analogie con quella degli irlandesi, pur a fronte di una rivalità storica tra queste due minoranze che iniziò a stemperarsi solo a partire dagli anni della seconda guerra mondiale: la comune confessione cattolica, l’insediamento iniziale in prevalenza nelle grandi città della costa atlantica e a San Francisco, l’impiego nel settore delle costruzioni, l’iniziale collocamento al di fuori della “razza bianca”, lo sviluppo del razzismo verso gli afroamericani come forma di sbiancamento e di americanizzazione. Ci sono, però, anche differenze: il periodo differente dell’immigrazione di massa, il fatto che l’inserimento degli irlandesi fu favorito dalla conoscenza pregressa della lingua inglese.
Il fascismo e la Seconda guerra mondiale rappresentarono una fase particolare nella storia degli italoamericani. Quanto la propaganda fascista riuscì a influenzare la comunità italiana negli Stati Uniti e quanto, al contrario, la guerra e il sospetto verso gli italiani accelerarono il processo di americanizzazione?
La maggior parte degli italoamericani aderì al fascismo non per ragioni ideologiche, ma per motivi di orgoglio e di difesa etnici. Dopo essere stati discriminati per decenni perché ritenuti un popolo inferiore agli anglosassoni, ammirarono Benito Mussolini per la convinzione che la presunta trasformazione dell’Italia in una grande potenza avrebbe avuto ricadute positive anche sulla loro condizione negli Stati Uniti. In altre parole, non sarebbe stato più possibile sostenere la tesi dell’inferiorità degli italoamericani, dopo che l’Italia era tornata ad avere un impero e si era apparentemente trasformata in una nazione che incuteva timore al resto del mondo. Non a caso, l’apice del consenso per il fascismo nelle Little Italies fu raggiunto al tempo della guerra d’Etiopia. Quando l’Italia entrò nel secondo conflitto mondiale e soprattutto dopo che ebbe dichiarato guerra agli Stati Uniti l’11 dicembre 1941, per gli italoamericani restare associati in qualche modo alla nazione di origine si trasformò da un vantaggio in un danno, perché comportava il rischio della reclusione in un campo di internamento. Quindi, quasi da un giorno all’altro, gli estimatori di Mussolini si convertirono in leali sostenitori degli Stati Uniti. La propaganda del regime, dunque, non fu in grado di fascistizzare gli italoamericani. Riuscì solo a sfruttare la valorizzazione del loro orgoglio etnico in maniera temporanea, fino a quando appoggiare Mussolini rimase un atteggiamento conciliabile con il vivere negli Stati Uniti. Inoltre, il filofascismo degli italoamericani fu influenzato non solo dalla propaganda del regime, ma anche dall’appeasement delle amministrazioni repubblicane degli anni Venti e del presidente democratico Franklin D. Roosevelt negli anni Trenta, in quanto i governi di Washington videro nel duce un argine al dilagare del bolscevismo in Europa e perfino un possibile moderatore dell’estremismo del nazismo. Cessato l’appeasement, scomparve anche il filofascismo degli italoamericani.
La Seconda guerra mondiale e il dopoguerra segnarono anche una trasformazione del rapporto tra Italia e Stati Uniti. Quanto l’emigrazione italiana contribuì alla costruzione di questo rapporto e quanto invece furono determinanti la Guerra fredda, il Piano Marshall e la NATO?
I due fattori operarono in maniera congiunta. La lobby politica italoamericana, che esercitava pressioni sul Congresso e sulla Casa Bianca per ottenere da Washington una politica estera favorevole agli interessi del governo italiano, si avvalse della guerra fredda per strappare concessioni a vantaggio di Roma. Per esempio, l’eventualità che il Fronte Popolare, dominato dai comunisti, arrivasse legalmente al potere nelle elezioni politiche del 1948 e spingesse l’Italia tra le braccia dell’Unione Sovietica fu strumentalizzata da organizzazioni etniche italo-americane come l’Order Sons of Italy in America per chiedere l’inclusione dell’Italia tra i beneficiari del Piano Marshall. Secondo quanto andavano sostenendo, dimostrare in modo tangibile l’amicizia degli Stati Uniti verso il popolo italiano avrebbe scongiurando un trionfo comunista alle urne. Più in generale, gli esponenti della comunità italoamericana fecero presente a legislatori e governanti statunitensi che, se Washington non avesse inviato aiuti per la ricostruzione e la ripresa economica dell’Italia, fame, disoccupazione e miseria avrebbero portato gli italiani ad aderire al comunismo.
Nei suoi studi sui rapporti tra Italia e Stati Uniti, quanto è stata autonoma l’Italia rispetto all’influenza americana nel secondo dopoguerra? Come possiamo distinguere l’influenza politica, economica e culturale degli Stati Uniti da una vera e propria dipendenza?
Nel secondo dopoguerra la propaganda comunista tacciava l’Italia di essere la più grande portaerei statunitense nel Mediterraneo e, in effetti, durante la guerra fredda l’Italia fu un Paese a sovranità limitata. Tuttavia, la scelta atlantica non significò dipendenza assoluta. Anzi, in un contesto internazionale in cui era molto difficile non schierarsi, soprattutto per una nazione come l’Italia che era uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, i governi italiani, a partire soprattutto dal terzo esecutivo presieduto da Alcide De Gasperi, sfruttarono il contrato tra i due blocchi per ottenere dagli Stati Uniti interventi per la ricostruzione postbellica e per il recupero di quella condizione di media potenza mediterranea che era andata perduta al termine del secondo conflitto mondiale. Il Piano Marshall fu prodromico per il miracolo economico italiano tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Comportò anche un’americanizzazione dell’economia industriale, soprattutto con la diffusione della tecnologia e dei metodi di incremento della produttività statunitensi. Ma l’americanizzazione non fu assoluta. Rispetto alle grandi concentrazioni aziendali delle società per azioni statunitensi, l’Italia sviluppò una rete di piccole e medie imprese, spesso a proprietà familiare con aspetti di imprenditoria di Stato (basterebbe pensare all’ENI di Enrico Mattei) molto lontani dal modello americano. Inoltre, la politica mediorientale filoaraba italiana fu un esempio di parziale autonomia da Washington, con iniziative in contrasto con le decisioni di Washington. Per limitarsi a celebri episodi degli anni Ottanta: la crisi di Sigonella nel 1985 e il preavviso dato a Gheddafi della rappresaglia statunitense su Tripoli e Benghazi nel 1986.
La storia dell’immigrazione americana mostra una tensione continua tra apertura e chiusura delle frontiere. Oggi il tema dell’immigrazione è nuovamente al centro del conflitto politico negli Stati Uniti: quali elementi del dibattito contemporaneo ripropongono dinamiche già presenti tra Ottocento e Novecento e quali rappresentano invece una novità?
La continuità è data dalla natura delle minacce – vere o presunte – collegate alla presenza degli immigrati: la compressione dei livelli salariali, la diffusione della disoccupazione tra gli statunitensi, l’eversione, la corruzione politica (per esempio, il presidente Donald Trump sostiene che gli immigrati non naturalizzati riuscirebbero a votare senza averne diritto, la stessa imputazione rivolta contro gli italiani all’inizio del Novecento). Le novità sono rappresentate dai differenti gruppi che sono bersaglio del nativismo, dal fatto che oggi sono presi di mira gli immigrati clandestini, mentre in passato i bersagli erano immigrati che entravano legalmente negli Stati Uniti (cfr. la risposta successiva) e dall’onere dell’assistenzialismo odierno – soprattutto in campo sanitario – in termini di aumento della pressione fiscale sui contribuenti (rispetto alla fine dell’Ottocento e all’inizio Novecento, quando il welfare era quasi del tutto inesistente). Non a caso, la Proposition 187, il referendum approvato dalla California nel 1994 ma poi bocciato per incostituzionalità, propose di escludere i figli degli immigrati clandestini dalle scuole pubbliche e dall’assistenza sanitaria gratuita con la motivazione di non dilapidare i fondi pubblici per il welfare a beneficio della prole di immigrati irregolari che, in ragione della loro condizione giuridica, non pagavano le tasse con cui venivano finanziate scuole e cure mediche,
Quanto la polarizzazione politica contemporanea sul tema dell’immigrazione affonda le proprie radici nella lunga storia del nativismo americano? Esistono analogie tra le paure suscitate dall’immigrazione italiana tra Ottocento e Novecento e quelle rivolte oggi verso altri gruppi di immigrati?
Come ho detto sopra, tutta la storia degli Stati Uniti e perfino i prodromi della nascita degli Stati Uniti sono attraversati da fenomeni di nativismo che in epoche differenti hanno avuto come bersaglio gruppi, non solo nazionali, diversi: i tedeschi alla metà del Settecento; gli esuli giacobini francesi e i repubblicani inglesi alla fine del Settecento; gli irlandesi e i cattolici in generale alla metà dell’Ottocento; gli asiatici nei decenni successivi; gli italiani e altre popolazioni provenienti dall’Europa orientale e meridionale tra la fine dell’Ottocento e il primo dopoguerra; gli immigrati ispanici irregolari dagli anni Ottanta del Novecento; i musulmani e gli immigrati dal Medio Oriente soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Alla fine del Settecento il partito federalista era contrario all’immigrazione dei giacobini francesi e dei repubblicani inglesi per il timore che portassero voti al partito repubblicano-democratico, allo stesso modo di come i trumpiani vedono oggi nell’immigrazione un veicolo di consensi per i democratici. La differenza principale tra il nativismo contro gli italiani e quello odierno contro altri immigrati è dato dal fatto che le paure di oggi sono rivolte a persone che entrano illegalmente negli Stati Uniti, mentre gli italiani sbarcavano senza violare nessuna legge. Le analogie sono molteplici: il timore che i nuovi arrivati rappresentino una concorrenza sleale sul mercato del lavoro perché disposti ad accontentarsi di retribuzioni più basse e quindi diffondano la disoccupazione tra gli statunitensi; la diversità religiosa (cattolici gli italiani di allora in una società protestante, musulmani – ancorché con una buona dose di luoghi comuni – i mediorientali odierni in una società cristiana); il rischio del terrorismo (oggi i jihaidisti mediorientali, ieri gli anarchici italiani che compivano attentati dinamitardi: per esempio, il 16 settembre 1920, Mario Buda fece esplodere un carro imbottito di dinamite davanti alla banca Morgan & Stanley a Wall Street, uccidendo 33 passanti).
Gli Stati Uniti sono riusciti nel corso della loro storia a trasformare gruppi inizialmente considerati «stranieri» in componenti riconosciute della comunità nazionale. Che cosa ci dice questa esperienza sul rapporto tra cittadinanza giuridica, identità culturale e appartenenza nazionale?
L’ampliamento della cittadinanza giuridica è stato il principio fondamentale che ha consentito la trasformazione dei gruppi immigrati in componenti della società statunitense, con la conseguente maturazione di un senso dell’appartenenza nazionale che ha stemperato o annullato l’identità originaria. Lo Alien Land Act, varato dalla California nel 1913, vietando l’acquisto di terreni agli stranieri privi dei requisiti per conseguire la cittadinanza statunitense, impedì a questa categoria di immigrati (gli asiatici, che la legge intendeva deliberatamente colpire) di sentirsi parte della nazione, cosa che non sarebbe accaduta se avessero potuto comprarne materialmente un pezzetto del suolo su cui vivevano e dal quale traevano il proprio sostentamento. L’integrazione degli afroamericani, i cui antenati erano stati deportati anziché immigrare per una libera scelta, fu possibile a partire dalla istituzione dello ius soli con il XIV emendamento nel 1868. I giapponesi non furono riconosciuti parte della comunità nazionale fino al conferimento della possibilità di ottenere la cittadinanza statunitense nel 1952 per gli immigrati. Tant’è che dopo la dichiarazione di guerra al Giappone l’8 dicembre 1941 furono internati non solo gli immigrati che non erano cittadini americani perché la legge non glielo consentiva ma anche i loro figli e le loro figlie nati negli Stati Uniti e, dunque, americani iure soli. A dimostrazione dello stretto rapporto tra cittadinanza giuridica e identità culturale, il revival etnico iniziato alla metà degli anni Sessanta del Novecento, cioè la riscoperta e la valorizzazione delle radici ancestrali dei discendenti degli immigrati, in coincidenza con la diffusione del pluralismo culturale, fu accompagnato dal riconoscimento del diritto degli statunitensi alla cittadinanza giuridica multipla, sancito dalla sentenza della Corte Suprema sul caso Afroyim v. Rusk del 1967.
Alla luce dei suoi studi sull’immigrazione italiana, sull’identità americana e sui rapporti tra Italia e Stati Uniti, quanto è ancora utile definire gli Stati Uniti come una «nazione di immigrati»? E quali sono, secondo lei, le principali continuità e rotture tra la storia dell’immigrazione americana e le trasformazioni della società statunitense contemporanea?
Gli Stati Uniti sono e restano una “nazione di immigrati” nella misura in cui non si limitano a fornire loro ospitalità e/o a sfruttarli come forza lavoro, ma si pongono l’obiettivo ultimo di integrarli, offrendo loro la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo appena cinque anni di residenza, con tutto quello che ne consegue in termini di diritti anche in campo politico. In base all’ordinamento vigente, agli immigrati regolari non è precluso niente, fatta eccezione per il diventare presidente o il vicepresidente dell’Unione. Gli Stati Uniti sono oggi una “nazione di immigrati” molto più di quanto lo sono stati prima del 1870, quando i soli immigrati europei potevano conseguire la cittadinanza americana; prima del 1943, quando i cinesi erano esclusi dalla naturalizzazione; e prima del 1952, quando caddero le ultime barriere per il conferimento della cittadinanza agli immigrati asiatici. La volontà di inclusione degli immigrati è stata ribadita lo scorso 30 giugno dalla sentenza Trump v. Barbara, con cui la Corte Suprema ha confermato lo ius soli, che era stato introdotto con il XIV emendamento della Costituzione nel 1868 ed era stato interpretato come tale dalla giurisprudenza dal 1898, contro i tentativi xenofobi del presidente Trump di limitarne la portata e le categorie dei beneficiari.
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