Armenia. il Governo Dichiara Guerra alla Chiesa Apostolica. Troppo Vicina agli Esuli dell’Artsakh…

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato dal Blog dell’Editore di Korazym.org, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.

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Il governo armeno mette nero su bianco il piano per rimuovere Karekin II. Una roadmap in cinque tappe per «riformare» la Chiesa Apostolica Armena

Cattedrale di Etchmiadzin

 

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Lo scontro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena compie un ulteriore salto di qualità. Non si tratta più soltanto delle dichiarazioni con cui il Primo Ministro chiede da mesi l’allontanamento di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, né soltanto dell’inserimento della «riforma» della Chiesa nel programma governativo 2026-2031.

Il 24 settembre 2026 il Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro ha pubblicato, su istruzione dello stesso Pashinyan, un rapporto di 68 pagine sulla «crisi» della Chiesa Apostolica Armena e sulle modalità per superarla. Il documento individua sedici presunte manifestazioni della crisi e conclude con una roadmap articolata in cinque passaggi.

Il secondo passaggio è indicato senza ambiguità: «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Dopo la rimozione di Karekin II, dovrebbero seguire l’elezione di un Locum Tenens, l’adozione di un nuovo statuto unitario e, infine, l’elezione di un nuovo Catholicos.

Il governo afferma contemporaneamente che la riforma dovrà essere compiuta dalla Chiesa stessa e che lo Stato non interferirà nella sua autonomia dottrinale e canonica. È precisamente in questa tensione tra le due affermazioni che si concentra ora una questione già al centro della nostra copertura: dove termina la competenza dello Stato e dove comincia l’autonomia della Chiesa?

Un rapporto commissionato dal Primo Ministro

Il titolo del documento chiarisce già la prospettiva dalla quale è stato redatto: Report on the Crisis That Has Emerged in the Church as a Result of the Actions of the De Facto Head of the Armenian Apostolic Holy Church and a Number of Senior Clergy, and on Ways to Resolve It (Rapporto sulla crisi insorta nella Chiesa a seguito delle azioni del capo di fatto della Santa Chiesa Apostolica Armena e di alcuni alti esponenti del clero, e sulle modalità per risolverla).

Secondo il comunicato diffuso dal Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro, la sua preparazione deriva direttamente dal programma del governo armeno per il periodo 2026-2031 ed è avvenuta su istruzione di Nikol Pashinyan. Il rapporto dichiara di essere stato elaborato esclusivamente attraverso informazioni pubblicamente disponibili e fonti accessibili legalmente, accompagnate da oltre 250 citazioni e riferimenti.

Gli autori precisano inoltre che il documento non intende contestare i fondamenti dottrinali, la Sacra Tradizione o l’ordinamento canonico della Chiesa Apostolica Armena. Al contrario, affermano di voler documentare proprio la violazione di quei principi «in difesa dell’identità e dell’autonomia della Chiesa».

È una precisazione importante, perché il governo continua così a presentare la propria iniziativa non come un intervento contro la Chiesa, ma come un tentativo di ricondurla alla «canonicità», alla trasparenza e al governo collegiale.

È però altrettanto importante ricordare la natura del documento: non si tratta delle conclusioni di un tribunale né di un organismo canonico indipendente della Chiesa, ma di un rapporto prodotto da un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro su istruzione dello stesso capo del governo.

Sedici contestazioni contro il vertice della Chiesa

Il rapporto individua sedici aree nelle quali ritiene che si manifesti la crisi della Chiesa. Tra queste figurano la presunta violazione del voto di celibato da parte di Karekin II e di altri ecclesiastici, l’asserita persecuzione arbitraria e riduzione dallo stato clericale di sacerdoti, l’opacità finanziaria e l’utilizzo improprio dei beni ecclesiastici, ordinazioni e nomine fondate – secondo il documento – su legami di parentela, la politicizzazione della Chiesa, l’influenza di interessi stranieri, quella che il rapporto indica come la mancata convocazione per 27 anni dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la mancata adozione di una costituzione unitaria della Chiesa e le divisioni nelle diocesi della diaspora.

Sono formulazioni molto pesanti. Proprio per questo occorre mantenere distinta la loro documentazione nel rapporto dal loro accertamento: sono le conclusioni degli autori del documento governativo e non fatti indipendentemente stabiliti.

È significativo anche il linguaggio adottato. In tutto il rapporto Karekin II viene sistematicamente indicato come «de facto head» (capo di fatto), anziché riconosciuto semplicemente come Catholicos di Tutti gli Armeni. Il documento parte quindi già dalla premessa sostenuta da Pashinyan secondo cui l’attuale permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale sarebbe incompatibile con le norme canoniche.

Seconda tappa: rimuovere Karekin II

È nelle ultime pagine che il rapporto assume il maggiore rilievo politico e istituzionale.

La roadmap è costruita su sei principi dichiarati: canonicità, governo collegiale, depoliticizzazione, trasparenza e responsabilità, integrità e dignità, separazione tra Stato e Chiesa. Su quest’ultimo punto il documento afferma esplicitamente che la riforma deve essere realizzata dalla Chiesa attraverso il clero e i fedeli e che lo Stato deve agire esclusivamente entro le proprie competenze costituzionali e legislative, senza interferire nell’indipendenza dottrinale e canonica della Chiesa.

Seguono però cinque passaggi molto concreti.

Il primo prevede la costituzione di un gruppo di coordinamento della riforma, composto da ecclesiastici e laici, con consultazioni nelle diocesi e nelle comunità parrocchiali e il coinvolgimento delle diocesi della diaspora, del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia e dei Patriarcati Armeni di Gerusalemme e Costantinopoli.

Il secondo reca il titolo inequivocabile «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Il rapporto sostiene che le violazioni illustrate nelle sezioni precedenti rendano incompatibile la permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale. Tra le motivazioni addotte dal rapporto figurano le accuse relative al voto di celibato, alla mancata convocazione degli organismi ecclesiali, alla gestione definita «clanica», all’attività politica e all’influenza straniera, alle riduzioni dallo stato clericale, alle divisioni nella diaspora e alla gestione dei beni ecclesiastici.

Dopo Karekin II, un Locum Tenens e un audit dei beni

La terza fase dovrebbe iniziare una volta dichiarata vacante la sede. Il Sinodo dei Vescovi dovrebbe eleggere un Locum Tenens del Catholicosato, con un mandato limitato e senza possibilità di candidarsi successivamente alla carica di Catholicos.

Tra i suoi compiti il rapporto inserisce la preparazione dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la definizione del progetto di statuto unitario della Chiesa, la revisione dei casi degli ecclesiastici ridotti dallo stato clericale e soprattutto un inventario completo e un audit indipendente della situazione finanziaria e patrimoniale della Chiesa.

La quarta fase prevede l’adozione, da parte dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, di un nuovo statuto unitario. Il documento propone, tra l’altro, un tribunale canonico permanente e amministrativamente indipendente dalla gerarchia, un organismo di audit con relazione pubblica annuale, obblighi di trasparenza finanziaria, il divieto di nomine fondate sulla parentela e il divieto di attività politica per gli ecclesiastici.

Soltanto al quinto e ultimo passaggio dovrebbe essere convocata l’Assemblea Ecclesiastica Nazionale per procedere all’elezione del nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni.

La questione che avevamo già posto: chi può «riformare» la Chiesa?

È precisamente qui che torna la questione che abbiamo seguito negli ultimi mesi.

Quando il governo aveva già inserito la rimozione del Catholicos e la «riforma» della Chiesa nel proprio programma 2026-2031, la Santa Sede di Etchmiadzin aveva risposto contestando radicalmente la competenza del potere politico in questa materia. Come abbiamo riferito nell’articolo La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa», il Consiglio Spirituale Supremo sosteneva che il governo non avesse alcuna autorità costituzionale per inserire la «riforma» della Chiesa nel proprio programma e che l’Assemblea Nazionale non fosse competente a decidere questioni appartenenti alla vita interna ecclesiale.

Pashinyan sostiene invece una lettura differente. Nel suo intervento conclusivo sul programma governativo davanti all’Assemblea Nazionale del 25 agosto aveva richiamato la Costituzione armena, secondo cui i rapporti tra la Repubblica di Armenia e la Chiesa Apostolica Armena possono essere regolati dalla legge, annunciando già allora la pubblicazione entro un mese di un rapporto sulla «crisi» della Chiesa e proponendo successivamente una commissione parlamentare d’inchiesta. Il rapporto del 24 settembre è dunque l’attuazione di quell’annuncio.

Intanto Karekin II è anche sotto processo

Il documento governativo arriva mentre Karekin II e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono imputati in un procedimento penale distinto, che abbiamo seguito nell’articolo Armenia, la Cassazione rimanda ad Armavir il processo a Karekin II. Kocharyan impugna la custodia cautelare.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il procedimento deve essere esaminato dal Tribunale di primo grado della regione di Armavir. Il 17 settembre si è quindi tenuta presso la sede di Etchmiadzin del Tribunale di primo grado della regione di Armavir una nuova udienza. I difensori hanno presentato istanze nelle quali contestano la costituzionalità e la legittimità del procedimento, richiamando in particolare il diritto costituzionalmente riconosciuto della Chiesa alla propria autonomia. La prossima udienza è stata fissata al 30 ottobre alle ore 15.00.

Le accuse riguardano il presunto ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria relativa al Vescovo Gevorg Saroyan, già Primate della Diocesi di Masyatsotn. La Chiesa sostiene invece che nomina, rimozione e status canonico dei Vescovi appartengano alla propria sfera di autonomia e siano disciplinati dal diritto canonico.

Sono due piani ben distinti: il procedimento penale deve essere deciso dal giudice sulla base delle accuse e delle prove; il rapporto pubblicato oggi è invece un documento politico-amministrativo commissionato dal governo.

Ma il secondo modifica inevitabilmente il contesto nel quale si svolge il primo. Mentre un tribunale è chiamato a giudicare il Catholicos, un organismo dipendente dall’Ufficio del Primo Ministro pubblica un documento nel quale la sua rimozione viene indicata esplicitamente come una delle tappe necessarie per risolvere la «crisi» della Chiesa.

Etchmiadzin respinge il rapporto: «Incostituzionale, anticanonico e illegittimo»

La risposta della Santa Sede di Etchmiadzin è arrivata nella tarda serata del 24 settembre. In una dichiarazione ufficiale, il rapporto governativo viene definito «incostituzionale, anticanonico e illegittimo, tanto nel contenuto quanto nella forma» e presentato come una manifestazione di «ritorsione politica», spirito vendicativo e indebita interferenza nella vita interna della Chiesa.

Etchmiadzin sostiene che il documento sia stato compilato, utilizzando denaro pubblico, sulla base di accuse e affermazioni diffamatorie diffuse attraverso i mezzi d’informazione e i social network. Non entra però nel merito di ciascuna delle sedici contestazioni formulate dal rapporto, ma ne respinge la stessa legittimità istituzionale.

La Santa Sede ribadisce la posizione adottata dall’Assemblea Episcopale riunita a St. Pölten, in Austria, dal 17 al 19 febbraio 2026: le autorità dovrebbero cessare quella che la Chiesa definisce una persecuzione contro il clero e il Catholicos eletto canonicamente, rispettare l’autonomia ecclesiale e affrontare le divergenze attraverso il dialogo, senza condizioni preventive o ultimatum. Secondo Etchmiadzin, sarebbero precisamente le autorità armene a creare artificialmente una crisi nella vita della Chiesa. Qualsiasi iniziativa di riforma dettata da arbitrio politico, manipolazione o coercizione sarebbe pertanto inaccettabile: i problemi interni e il futuro ordinamento della Chiesa possono essere affrontati esclusivamente attraverso decisioni dei suoi supremi organi canonici.

Il paradosso contenuto nelle 68 pagine

Il rapporto pubblicato oggi rende ancora più evidente questo nodo.

Da una parte proclama tra i propri principi fondamentali la «separazione tra Stato e Chiesa» e afferma che la riforma dovrà essere realizzata dalla Chiesa stessa, attraverso il clero e i fedeli, senza interferenze dello Stato nella sua autonomia dottrinale e canonica.

Dall’altra parte, è un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro – su istruzione del Primo Ministro – a raccogliere e valutare materiale riguardante la disciplina canonica, a individuare sedici presunte manifestazioni della crisi, a concludere che Karekin II non possa continuare a ricoprire l’ufficio di Catholicos e a indicare dettagliatamente la sequenza attraverso la quale dovrebbe essere sostituito.

Questa contraddizione apparente non dimostra, da sola, che sia stata commessa un’illegittima interferenza: è precisamente la questione giuridica, costituzionale e religiosa che dovrà essere valutata. Ma rende ormai inevitabile porre la domanda.

Non più soltanto se Karekin II debba rispondere alle contestazioni che gli vengono rivolte – contestazioni che, quando assumono natura penale, devono essere accertate davanti ai tribunali e, quando sono canoniche, davanti agli organi competenti della Chiesa – ma chi abbia il potere di stabilire che Karekin II debba cessare dall’ufficio di Catholicos e chi abbia titolo per determinare il futuro ordinamento interno della Chiesa Apostolica Armena.

È su questo confine, sempre più sottile, tra potere dello Stato e autonomia della Chiesa che si giocherà ora una delle questioni istituzionali più delicate dell’Armenia.

Foto di copertina: la Cattedrale Madre di Etchmiadzin, a Vagharshapat, nella provincia armena di Armavir, centro spirituale del popolo armeno e cuore della Santa Sede di Etchmiadzin, sede del Catholicos di Tutti gli Armeni. La tradizione ne attribuisce la fondazione a San Gregorio l’Illuminatore, agli inizi del IV secolo, dopo l’adozione del Cristianesimo da parte dell’Armenia. Il complesso di Etchmiadzin, con la Cattedrale, figura dal 2000 nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO.

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