Bibi rifiuta il piano per Gaza. Cisgiordania, I$r@ele mette in assedio Taybeh, unico villaggio cristiano.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione di quanto si sta perpetrando in Medio Oriente. Buona lettura e condivisione.

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Il primo è questo post di Lavinia Marchetti:

Scontro fra Netanyahu e Trump?

 

Partiamo dalle ultime notizie sul destino di Gaza. Netanyahu ha respinto il documento in quindici punti presentato dal Board of Peace per attuare la seconda fase di quella che hanno definito “tregua”. Il piano prevederebbe che disarmo palestinese e ritiro israeliano da Gaza procedesse gradualmente e in parallelo, sotto controllo internazionale. Ovviamente Netanyahu pretende il contrario, d’altra parte per Israele, ormai lo sappiamo, non valgono le regole che valgono per tutti: prima Hamas dovrebbe consegnare ogni arma, pesante o leggera, rendere inutilizzabili i tunnel e semplicemente dissolversi. solo a quel punto Israele valuterebbe il ritiro (leggasi: mai!)

Netanyahu ha inoltre respinto l’ipotesi che parte delle armi leggere venga registrata e posta sotto l’autorità del futuro comitato tecnico palestinese. Ha dichiarato apertamente che, finché resterà primo ministro, non nascerà alcuno Stato palestinese. Ci tengo a ricordare che in Israele si voterà il 27 ottobre e il Likud (partito di Netanyahu) è tornato davanti nei sondaggi (e già in questo si vede bene il riflesso della “società” della “più grande democrazia del Medio Oriente”). In estrema sintesi Netanyahu deve impedire che i concorrenti della destra messianica lo dipingano come l’uomo che ha ceduto Gaza.

Il piano non può tuttavia considerarsi formalmente abortito. Il 10 agosto Nikolay Mladenov, rappresentante del Board of Peace, ha ribadito che resta valido e che nessuna parte dovrebbe compiere passi irreversibili sulla fiducia. Insomma si ribadisce che il disarmo dovrebbe essere verificato e produrre, fase dopo fase, il ritiro israeliano, che è precisamente la reciprocità che Netanyahu rifiuta.

 

Facciamo un po’ di chiarezza. Le quattro Hamas che vengono confuse ogni giorno

 

Nel dibattito pubblico lo stesso nome indica almeno quattro realtà differenti.

1) La prima è l’organizzazione politica transnazionale, con dirigenti in Qatar, Turchia e altri paesi.

2) La seconda è il governo che amministrava Gaza dal 2007, formato da ministeri, comuni, polizia e decine di migliaia di dipendenti.

3) La terza è costituita dalle Brigate Izz al-Din al-Qassam, con una propria catena militare.

4) La quarta è l’ambiente sociale nel quale Hamas ha costruito rapporti con associazioni, famiglie, moschee, comitati locali e impiegati pubblici.

Queste componenti si sovrappongono senza coincidere. Ad esempio un medico del ministero della Salute o un tecnico dell’acquedotto non diventano automaticamente dei combattenti, come un uomo delle Brigate non è necessariamente un funzionario civile. Quindi è ovvio che eliminare il governo non dissolve l’organizzazione politica, esattamente come uccidere il comandante generale non fa sparire i gruppi armati disseminati sul territorio.

Però questa confusione su Hamas è politicamente utile. Permette a Israele di attribuire ad Hamas ogni funzione civile quando deve scegliere un bersaglio, così può bombardare scuole o ospedali semplicemente perché un medico o un insegnante fanno parte del governo del paese.

 

Chi comanda oggi

Dal 20 luglio il capo politico generale è Khalil al-Hayya, nato a Gaza e residente in Qatar, da anni principale negoziatore del movimento. Ha sconfitto Khaled Meshaal per un solo voto: 35 contro 34 nel Consiglio generale della Shura, composto da rappresentanti di Gaza, Cisgiordania, detenuti e diaspora. Il risultato è stato assicurato soprattutto dai rappresentanti gazawi e viene interpretato come la vittoria della corrente più vicina all’Iran e meno incline ad abbandonare la resistenza armata. Al-Hayya ha sostituito il consiglio provvisorio di cinque membri che aveva guidato Hamas dopo l’uccisione di Yahya Sinwar. Il nuovo ufficio politico doveva essere riorganizzato attraverso riunioni a Istanbul. La direzione politica, dunque, esiste ed è riconoscibile; risiede in larga misura fuori da Gaza e conduce le trattative attraverso Doha e il Cairo.

Molto più difficile da inquadrare è il comando militare interno. Israele ha ucciso in successione Mohammed Deif, Yahya e Mohammed Sinwar, Izz al-Din al-Haddad il 15 maggio 2026 e il suo successore Mohammed Odeh il 26 maggio. Hamas ha confermato la morte di Odeh, che aveva guidato in precedenza l’intelligence delle Brigate. Reuters lo descriveva come l’ultimo membro ancora vivo del consiglio militare superiore.

All’11 agosto non risulta pubblicamente verificato il nome di un nuovo comandante generale. Non significa che nessuno impartisca ordini. Semplicemente la vecchia piramide è stata decapitata e sostituita, con ogni probabilità, da comandi territoriali molto più autonomi. La clandestinità, dopo una campagna di uccisioni mirate che hanno decapitato i vertici, diventa, ovviamente, una condizione di sopravvivenza.

Quanti combattenti sono rimasti?

Non esiste un numero indipendentemente verificabile. Hamas, come noto, non pubblica le perdite delle proprie forze e il ministero della Salute non distingue i combattenti dai civili. Israele usa categorie quali “operativo” o “terrorista” che possono comprendere uomini delle Brigate, membri di altre fazioni, poliziotti e anche funzionari politici.

Prima del genocidio le stime oscillavano fra venticinquemila e trentacinquemila uomini. Nel gennaio 2025 l’intelligence statunitense riteneva che Hamas avesse reclutato fra diecimila e quindicimila persone dall’inizio della guerra dall’8 ottobre 2023, compensando numericamente perdite di dimensioni analoghe. Molti nuovi arruolati erano giovanissimi e scarsamente addestrati.

Nel luglio 2026 l’apparato di sicurezza israeliano ha comunicato alla televisione pubblica Kan una stima ancora più alta, infatti ci sarebbero circa venticinquemila combattenti delle Brigate, dei quali 2.500 appartenenti alla Nukhba, contro i trentacinquemila e cinquemila prima della guerra. La notizia è stata ripresa dall’agenzia palestinese Ma’an. Un’altra valutazione militare israeliana pubblicata da Walla parlava di circa ventisettemila uomini armati.

Queste cifre non hanno molto valore e quindi non possiamo né sommarle né trasformarle in una media. Provengono in larga parte dall’apparato militare e non rendono certo pubblici i criteri di conteggio. Il solo dato ragionevolmente sostenibile è che Hamas disponga ancora di migliaia, probabilmente decine di migliaia di uomini armati, molti dei quali hanno un addestramento inferiore rispetto alle forze del 2023. Il numero assoluto dice poco sulla capacità effettiva. Sappiamo bene che Hamas si inscrive in un combattimento asimmetrico. Un esercito organizzato in battaglioni può essere sconfitto, ma una massa di piccole unità dotate di fucili ed esplosivi può continuare un conflitto di logoramento per anni.

 

Come combatte

Hamas non opera più prevalentemente come un piccolo esercito territoriale. La sua evoluzione è quella tipica di una forza costretta all’insorgenza. Hamas opera in gruppi ridotti, comandi locali, con ordigni improvvisati, imboscate, armi anticarro, cecchini, edifici preparati con esplosivi e uscite dai tunnel. Un’estesa analisi di ACLED ha documentato il passaggio verso unità debolmente coordinate e capaci di utilizzare persino ordigni ricavati dalle munizioni israeliane rimaste inesplose. Le operazioni sono diminuite rispetto alle prime fasi della guerra, ma non sono cessate. La diminuzione dello scontro aperto può anzi indicare la scelta di conservare uomini e materiali per quando sarà cessata la massiccia offensiva israeliana. Le accuse israeliane più recenti sostengono che Hamas stia reclutando e ricostruendo depositi nonché riparando tunnel. Queste sono valutazioni israeliane. Anzi valutazioni che fanno comodo ad Israele per continuare nel genocidio. Noi non abbiamo accesso indipendente ai siti colpiti e non possiamo sapere quante delle persone indicate come combattenti lo fossero realmente.

Dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 quattro soldati israeliani sono stati uccisi da gruppi armati. Nello stesso periodo, fino alla fine di luglio, gli attacchi israeliani hanno ucciso quasi milleduecento palestinesi, in maggioranza. La sproporzione, già da sola, mostra che non siamo davanti a due eserciti comparabili, questo comunque non ci autorizza a dichiarare inesistente la residua capacità militare palestinese.

Che cosa resta dei tunnel

Anche questo è un territorio dominato dalle cifre israeliane. Nel febbraio 2026 l’esercito valutava l’intera rete in 550-650 chilometri e riteneva che almeno il sessanta per cento fosse ancora intatto. La stima è stata riportata dal Times of Israel. A luglio il ministro della Difesa Israel Katz ha annunciato la distruzione dell’83 per cento dei tunnel situati nella parte di Gaza occupata dall’esercito. Quindi non l’83 per cento dell’intera rete, bensì di quella individuata nelle zone israeliane. Non sappiamo quanto sottosuolo sia stato effettivamente esplorato nelle aree occidentali sovraffollate. Un singolo complesso di Rafah, sigillato a giugno, si estendeva secondo l’esercito per sedici chilometri e raggiungeva i venticinque metri di profondità comprendendo circa ottanta locali. Anche accettando con molta prudenza e diffidenza questi dati, si capisce perché “distruggere tutti i tunnel” sia una chimera. Una galleria può infatti essere crollata in un punto e comunque utilizzabile altrove. La funzione dei tunnel è cambiata e non poteva essere altrimenti. Servono meno a sostenere grandi centri di comando e più a nascondere uomini, conservare armi, attraversare brevi distanze e preparare attacchi locali. Israele sostiene che Hamas stia scavando nuovi passaggi di qualità inferiore, usando i pochi materiali disponibili. È plausibile, ma resta una valutazione dei suoi servizi di sicurezza.

 

Chi controlla realmente Gaza?

La risposta esatta non può che essere provvisoria, nessuno la controlla interamente, e soggetti differenti controllano cose differenti.

Dopo la “tregua” del 2025 la Linea Gialla assegnava formalmente alle forze israeliane circa il 53 per cento della Striscia. L’area sottoposta a restrizioni è stata poi ampliata. A fine giugno OCHA calcolava che il 64,9 per cento di Gaza fosse sottoposto a un controllo israeliano più diretto e severo. La popolazione è concentrata nella parte rimanente, perlopiù sulla costa. Israele possiede quindi la superiorità territoriale, aerea e logistica, comunque Hamas conserva influenza sulla parte in cui vive la maggioranza degli abitanti.

Il 6 luglio Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo e la disponibilità a trasferire le competenze al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, guidato da Ali Shaath. Il gesto è stato effettivo e non simbolico, però assai più limitato di quanto suggerisca la parola “scioglimento”. Ministeri e personale rimangono. Hamas ha dichiarato che continuerà a sovrintendere alla polizia e alla sicurezza nelle aree sotto il proprio controllo. Fra quarantamila e quarantacinquemila dipendenti pubblici dovrebbero passare sotto la futura amministrazione tecnica; circa diecimila appartengono alla polizia. Ovviamente non sono quarantamila membri di Hamas, ma rappresentano comunque la continuità materiale dell’apparato pubblico. Sostituirli tutti porterebbe a un crollo totale di ciò che resta di sanità, raccolta dei rifiuti, distribuzione dell’acqua, scuole e municipi.

Il comitato di Shaath, intanto, ha sede provvisoria al Cairo perché Israele non ne ha consentito l’ingresso a Gaza. Al Jazeera ha descritto il paradosso: Hamas dovrebbe consegnare il governo a un organismo che non si trova nel territorio e che non dispone ancora di risorse adeguate. Ad esempio non possiede una polizia in grado di sostituire quella esistente. La continuità degli apparati di sicurezza è confermata anche dai bersagli israeliani. Il 26 luglio un attacco ha ucciso Wael El-Ledawi, responsabile della sicurezza interna a Deir al-Balah, e il maggiore Ramez Abu Zraiq. Si può dire con certezza che Hamas conserva polizia, responsabili locali e capacità coercitiva, sebbene profondamente indebolite.

Le milizie sostenute da Israele

Il potere residuo di Hamas è contrastato da bande familiari e formazioni armate sostenute da Israele. Netanyahu ha ammesso nel 2025 di avere “attivato” alcuni clan palestinesi contro Hamas. Nel 2026 gruppi come le Popular Forces e la Strike Force Against Terror hanno intensificato incursioni, sequestri e uccisioni nelle zone prossime alla linea israeliana. Il Guardian ne ha ricostruito attività e sostegno logistico. Queste forze, al momento, non costituiscono un’alternativa politica credibile. Il loro legame con l’occupante e il coinvolgimento di alcuni gruppi nel saccheggio degli aiuti, agli occhi della popolazione, restituiscono legittimità a Hamas, che si presenta come l’unico soggetto capace di frenare bande e collaboratori. Il risultato più probabile sarà una guerra interna palestinese combattuta dentro un territorio occupato e ridotto in rovine, con Israele che foraggerà mercenari criminali palestinesi.

Quindi cosa si intende per “disarmo completo”?

Netanyahu trasforma una questione militare piuttosto precisa, in una condizione di ambiguità permanente. Quanti fucili dovrebbe ricevere il verificatore? Qual è il numero iniziale? Chi possiede l’elenco dei tunnel? Come si distingue un poliziotto da un membro delle Brigate? Chi disarma la Jihad islamica, i gruppi minori o le milizie sostenute da Israele? Che cosa accade se, dopo la certificazione, viene ritrovata una pistola o una galleria? Senza un inventario concordato preliminarmente, o un’autorità indipendente e i famosi obblighi simultanei per Israele, il “disarmo totale” può essere dichiarato incompleto in eterno, nella modalità preferita da Israele da almeno 80 anni. La dispersione di Hamas rende più difficile la sua offensiva militare, ma rende quasi impossibile dimostrare la sua definitiva inesistenza. Netanyahu ottiene così una clausola che può giustificare indefinitamente l’occupazione e il genocidio, ma anche una futura deportazione di massa. Hamas, da parte sua, dichiara di accettare il piano originario in quindici punti e il principio di una consegna graduale delle armi pesanti, però contesta le condizioni aggiunte sulle armi leggere e rifiuta una resa preventiva priva di garanzie sul ritiro. Non ha quindi accettato il disarmo totale nella forma pretesa da Netanyahu, anche perché come abbiamo visto nelle nostre domande, non avrebbe alcun senso.

Gli scenari più plausibili

Proviamo a vedere i probabili sviluppi della situazione:

1) Il primo potrebbe essere una divisione permanente dove Israele consolida il controllo della maggior parte del territorio, mentre Hamas conserva autorità armata e amministrativa sui circa due milioni di palestinesi compressi nella zona restante. La barriera di terra lunga oltre ventitré chilometri costruita lungo la linea di separazione fa pensare che la provvisorietà stia già diventando il nuovo confine. Associated Press ha verificato l’opera attraverso immagini satellitari.

2) Il secondo scenario potrebbe riguardare una transizione soltanto civile dove il comitato tecnico amministra i servizi, mentre Hamas conserva le armi e parte della sicurezza. Sarebbe la soluzione che Israele definisce “modello Hezbollah”, con un governo ufficiale affiancato da un’organizzazione armata.

3) Il terzo prevederebbe un conflitto interno, alimentato dalle milizie filo-israeliane, dalla polizia di Hamas e dalle rivalità fra clan. In questa eventualità il ritiro israeliano non produrrebbe uno Stato palestinese, bensì una moltitudine di poteri armati in lotta per territori, merci e aiuti. A mio avviso questo è lo scenario più probabile.

L’unico scenario capace di evitare questi esiti nefasti per la popolazione palestinese richiederebbe ciò che Netanyahu ha appena respinto, ovvero l’ingresso immediato dell’amministrazione palestinese tecnica, il dispiegamento di una forza internazionale di verifica del rispetto delle condizioni, la consegna verificata e progressiva delle armi, il ritiro israeliano contemporaneo, la protezione della popolazione garantita dall’Onu e un approdo politico verso l’autodeterminazione palestinese. Al momento la forza internazionale dispone soltanto di promesse parziali da Marocco e Uganda e il suo arrivo richiederebbe mesi.

Che fine ha fatto Hamas?

È stata decapitata senza essere dissolta. Privata del governo, ma senza essere sostituita e infine espulsa dalla maggior parte del territorio e comunque presente dove si concentra la popolazione. La sua forza odierna deriva anche dal vuoto lasciato da chi dichiara di volerla eliminare e impedisce all’alternativa palestinese di entrare a Gaza. Hamas esiste abbastanza da combattere e da reprimere; non abbastanza da governare una ricostruzione. Per Netanyahu è la condizione perfetta, ed è Israele stessa a tenere Hamas in questo limbo in cui è abbastanza reale da giustificare la guerra e abbastanza dispersa da non poter mai essere dichiarata definitivamente disarmata. Il “nemico assoluto” diventa così un bersaglio che non muore mai. E così il conflitto si trasforma in una guerra senza criterio verificabile di conclusione.

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Poi c’è questo post su Instagram, che narra le gesta di alcuni escurSionisti ebrei – cit. Giovanni Battista Brunori – in cisgiordania: Cliccate sul collegamento per il video.

La notte del 5 agosto 2026 decine miiziani coloni hanno attaccato il villaggio di Tuba, località Masafer Yatta, Palestina occupata. I coloni hanno provato a bruciare viva una famiglia che dormiva dentro casa sua. 6 persone sono rimaste ferite tra cui 2 bambini. Come sempre l’esercito israeliano era totalmente disinteressato alla ricerca dei criminali ma molto attivo nella minaccia d’arresto verso i palestinesi che avevano subito l’aggressione. Repost: @mohammad_hesham___ @sahatenglish

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E poi c’è questo post sempre su Instagram che parla di Taybeh, l’unico villaggio cristiano della Cisgiordania:

 

Le forze militari israeliane hanno assediato il villaggio della West Bank di Taybeh vicino a Ramallah, dichiarando che si tratta di una “zona militare chiusa” il domenica 9 agosto.
La chiusura è entrata in vigore lunedì 10 agosto. Taybeh è una strada di trasporto vitale tra Ramallah e altre parti della West Bank orientale, e la sua chiusura interrompe una strada chiave utilizzata dai palestinesi.
Le forze militari israeliane hanno affermato che la chiusura è dovuta a “attacchi violenti da parte degli israeliani nella regione”.
Questo si verifica mentre l’aggressione da parte degli immigrati israeliani è aumentata drasticamente in tutta la West Bank. Tra gennaio e luglio 2026, ci sono state in media 6,6 attacchi giornalieri da parte di immigrati israeliani contro i palestinesi, che hanno coinvolto oltre 250 comunità palestinesi, con 1.380 incidenti legati agli immigrati che hanno causato vittime o danni alle proprietà. Le immagini provenienti da più luoghi mostrano immigrati – sostenuti da soldati israeliani – che effettuano attacchi.

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