La famiglia: ferite, perdono e riconciliazione. Cinzia Notaro.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Cinzia Notaro, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un fenomeno che purtroppo è molto presente, quello delle famiglie ferite. Buona lettura e diffusione.

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La famiglia: ferite, perdono e riconciliazione

La famiglia è uno dei doni più preziosi che Dio ci abbia affidato. Eppure è un dono che non sempre sappiamo riconoscere, soprattutto quando cresciamo e cominciamo a vedere le fragilità, le incomprensioni, le differenze, le ferite e tutto ciò che nella nostra famiglia non corrisponde a ciò che avremmo desiderato.

Forse qualcuno, almeno una volta nella vita, ha pensato: avrei voluto avere genitori diversi. Avrei voluto un fratello diverso, una sorella diversa. Avrei voluto essere figlio unico. Avrei voluto una famiglia più affettuosa, più comprensiva, più presente.

E forse queste domande nascono proprio dalla sofferenza.

Ma possiamo provare a fermarci e a guardare la nostra storia con occhi diversi. Non per negare ciò che abbiamo vissuto, non per dire che tutto è stato giusto, non per giustificare le ferite ricevute, ma per chiederci: se Dio mi ha posto proprio in questa famiglia, con queste persone, con questa storia, che cosa posso imparare? Che cosa posso donare? Quale frutto può nascere proprio qui?

Perché la famiglia non è il luogo delle persone perfette. È il luogo nel quale impariamo ad amare persone imperfette.

Ed è proprio per questo che può diventare una grande scuola di vita e di santità.

San Paolo ci dice: «Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Portare i pesi gli uni degli altri. Forse non c’è luogo nel quale questa parola diventi più concreta della famiglia.

Quando qualcuno è stanco, impariamo ad avere pazienza. Quando qualcuno è malato, ci prendiamo cura di lui. Quando qualcuno è triste, proviamo a consolarlo. Quando qualcuno sbaglia, impariamo a correggere senza umiliare. Quando siamo noi a sbagliare, impariamo a chiedere perdono.

Nella famiglia ci esercitiamo nella pazienza, nella mitezza, nella misericordia, nella generosità, nell’umiltà.

Perché il perdono non si impara soltanto parlando del perdono. Si impara quando qualcuno ci ha ferito e dobbiamo scegliere se conservare il rancore oppure cercare una strada verso la riconciliazione.

La pazienza non si impara leggendo una definizione. Si impara quando una persona ci mette alla prova.

L’umiltà non consiste nel dire di essere umili. Si impara quando scopriamo che non dobbiamo necessariamente avere sempre ragione.

La carità non consiste soltanto nel voler bene a chi ci fa stare bene. Si manifesta soprattutto quando scegliamo il bene dell’altro anche nella fatica.

Gesù ci ha detto: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 13,34).

È una frase che conosciamo bene, ma forse non abbiamo mai considerato quanto sia difficile viverla proprio con le persone più vicine.

Amare chi ci comprende è facile.

Amare chi ci dà ragione è facile.

Amare chi ci tratta bene è facile.

Più difficile è amare quando siamo feriti. Più difficile è ascoltare quando siamo arrabbiati. Più difficile è chiedere scusa quando pensiamo di avere ragione. Più difficile è fare il primo passo quando vorremmo che fosse l’altro a farlo.

Eppure è proprio lì che l’amore diventa vero.

Per questo la famiglia può essere una piccola Chiesa.

Una casa non diventa una piccola Chiesa perché tutti sono perfetti, perché non si litiga mai o perché tutti sono sempre d’accordo.

Diventa una piccola Chiesa quando, dopo una discussione, si cerca la riconciliazione.

Quando si prega per una persona che sta soffrendo.

Quando ci si siede insieme ad ascoltarsi.

Quando si condivide ciò che si ha.

Quando ci si prende cura di chi è più fragile.

Quando si impara a dire «perdonami».

Quando si riesce a dire «ti perdono».

Quando si sceglie di non rispondere al male con altro male.

La famiglia può essere una piccola Chiesa proprio perché è il luogo nel quale l’amore cristiano viene messo alla prova ogni giorno.

Ma sappiamo anche che non tutte le famiglie sono unite.

Ci sono famiglie divise da anni. Ci sono fratelli che non si parlano. Genitori e figli che si sono allontanati. Ci sono famiglie che si incontrano soltanto nelle occasioni importanti e nelle quali, dietro una fotografia sorridente, rimangono ferite mai guarite.

Ci sono persone che stanno insieme, ma non si vogliono più veramente bene. Si sopportano. Si salutano. Fanno quello che devono fare, ma nel cuore rimane una distanza.

E ci sono anche situazioni nelle quali le ferite sono state così profonde che una persona ha dovuto prendere le distanze per proteggersi.

Non possiamo giudicare tutte queste situazioni allo stesso modo.

Custodire la famiglia non significa nascondere il male, giustificare la violenza, accettare l’ingiustizia o fingere che tutto vada bene.

Significa però non permettere che il male abbia l’ultima parola dentro di noi.

Anche quando non possiamo ricostruire subito una relazione, possiamo pregare.

Possiamo non odiare.

Possiamo non desiderare il male dell’altro.

Possiamo perdonare nel nostro cuore.

Possiamo chiedere a Dio di guarire noi e quella persona.

Possiamo lasciare aperta, quando sarà possibile e quando sarà sano farlo, una porta alla riconciliazione.

Perché il perdono cristiano non significa dire che ciò che è accaduto non è importante. Significa consegnare a Dio ciò che noi non siamo capaci di guarire da soli.

C’è poi una tentazione che può entrare nel cuore quando viviamo una difficoltà familiare: pensare che fuori sia tutto più bello.

Fuori mi capiranno.

Fuori mi ameranno.

Fuori troverò persone che mi apprezzano.

Fuori finalmente sarò felice.

E certamente esistono amicizie meravigliose. Esistono persone che Dio mette sul nostro cammino e che diventano una presenza preziosa, quasi una famiglia scelta.

Ma dobbiamo stare attenti a non idealizzare ciò che è lontano.

Degli altri vediamo spesso ciò che ci viene mostrato.

Della nostra famiglia, invece, conosciamo tutto.

Conosciamo le debolezze, le contraddizioni, le giornate difficili, i difetti, le parole sbagliate.

E ciò che non conosciamo può sembrarci sempre migliore.

Forse dovremmo chiederci, qualche volta: sto davvero cercando una realtà migliore oppure sto cercando di fuggire dalla fatica dell’amore?

Perché ogni relazione, prima o poi, ci mette davanti alla fatica dell’amore.

Anche gli amici possono deluderci.

Anche le persone che oggi ci comprendono domani potrebbero non comprenderci più.

Anche chi oggi ci accoglie potrebbe un giorno ferirci.

Non perché sia cattivo, ma perché ogni essere umano è fragile.

Forse allora il problema non è sempre trovare persone diverse.

Forse qualche volta il problema è imparare ad amare meglio le persone che abbiamo davanti.

Questo non significa rimanere dove c’è un male che distrugge. Significa non confondere la libertà con la fuga e non pensare che ogni difficoltà sia un segno che dobbiamo abbandonare tutto.

Noi non abbiamo scelto la famiglia nella quale siamo nati.

Abbiamo ricevuto una storia.

Abbiamo ricevuto delle persone.

Abbiamo ricevuto gioie e ferite.

Abbiamo ricevuto qualcosa che non possiamo riscrivere completamente.

Ma possiamo scegliere che cosa fare di ciò che abbiamo ricevuto.

Possiamo trasformare una ferita in una preghiera.

Un’offesa in un’occasione di perdono.

Una distanza in un desiderio di riconciliazione.

Un dolore in un’offerta a Dio.

Una difficoltà in un’occasione per diventare più pazienti.

Forse Dio non ci chiede di cambiare tutta la nostra famiglia.

Forse ci chiede di cambiare il nostro modo di stare dentro quella famiglia.

Forse non possiamo convincere gli altri a perdonare, ma possiamo cominciare noi.

Non possiamo obbligare qualcuno a fare il primo passo, ma possiamo farlo noi.

Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo impedire che il passato continui a generare altro male.

San Paolo scrive: «Sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,13).

«Sopportatevi».

È una parola che oggi forse non amiamo molto.

Viviamo in una cultura che ci dice spesso di allontanare ciò che ci pesa, di sostituire ciò che non funziona, di cercare altrove ciò che non troviamo qui.

Il Vangelo invece ci insegna anche la perseveranza, la pazienza, la fedeltà, la capacità di attraversare la prova.

E non sappiamo mai quale frutto potrà portare una sofferenza offerta a Dio.

Quante madri hanno pregato per anni per un figlio.

Quanti padri hanno pregato nel silenzio.

Quanti fratelli hanno continuato a pregare per altri fratelli.

Quante persone hanno portato nel cuore per anni qualcuno da cui erano state ferite.

Forse nessuno ha visto quelle preghiere.

Forse nessuno le ha ringraziate.

Ma Dio le ha viste.

E davanti a Dio nessun atto d’amore è perduto.

Gesù ci dice persino: «Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano» (Mt 5,44).

Quanto è difficile questa parola.

Eppure ci mostra una strada.

Quando non riesco più a parlare con qualcuno, posso almeno pregare per lui.

Quando non riesco ancora a perdonare completamente, posso chiedere a Dio la grazia di poterlo fare.

Quando sono ferito, posso chiedere: «Signore, guarisci quella persona e guarisci anche me».

A volte la riconciliazione comincia proprio così.

La famiglia ha bisogno di essere custodita perché la divisione distrugge.

Quando smettiamo di parlarci, cresce la distanza.

Quando smettiamo di ascoltarci, cominciamo a costruire nella nostra mente un’immagine dell’altro che forse non corrisponde più alla persona reale.

Quando accumuliamo rancore, ogni parola viene interpretata nel modo peggiore.

Quando non preghiamo più gli uni per gli altri, diventa più facile considerarci nemici invece che fratelli.

Per questo dobbiamo vigilare sul nostro cuore.

Non tutto ciò che pensiamo è necessariamente vero.

Non ogni emozione deve diventare una decisione.

Non ogni ferita deve diventare una condanna definitiva.

A volte dobbiamo fermarci, pregare e lasciare che sia Dio a mostrarci la strada.

La santità, forse, comincia molto più vicino di quanto immaginiamo.

Comincia in casa.

Comincia quando scegliamo di non rispondere male.

Quando facciamo un gesto che nessuno ci ha chiesto.

Quando aiutiamo qualcuno senza aspettarci un grazie.

Quando ascoltiamo una persona anziana.

Quando telefoniamo a un familiare che non sentiamo da tempo.

Quando chiediamo scusa.

Quando rinunciamo ad avere l’ultima parola.

Quando preghiamo per qualcuno con cui siamo arrabbiati.

Quando scegliamo di non parlare male di una persona che ci ha ferito.

Quando decidiamo di non trasmettere ai nostri figli le stesse ferite che abbiamo ricevuto.

Forse la santità non è sempre qualcosa di straordinario.

Forse qualche volta è semplicemente continuare ad amare.

Continuare a pregare.

Continuare a sperare.

Continuare a fare il bene anche quando non vediamo ancora il frutto.

Perché la famiglia è un dono, ma è anche una responsabilità.

Non ci è stata data perché tutto sia facile.

Ci è stata data perché attraverso le relazioni impariamo a diventare persone capaci di amare.

E forse un giorno, guardando indietro, potremo scoprire che proprio le persone che ci hanno fatto esercitare di più nella pazienza ci hanno insegnato la pazienza.

Che proprio le situazioni che ci hanno costretto a perdonare ci hanno insegnato il perdono.

Che proprio le ferite che abbiamo affidato a Dio ci hanno insegnato a pregare.

Che proprio quella famiglia imperfetta che avremmo voluto diversa è stata, in qualche modo misterioso, uno dei luoghi nei quali Dio ci ha insegnato ad amare.

Non perché tutto ciò che è accaduto fosse giusto.

Non perché ogni sofferenza dovesse essere sopportata in silenzio.

Ma perché Dio può far nascere il bene anche dalle nostre storie ferite.

Questa è la speranza cristiana.

Non la speranza ingenua che tutto si risolverà senza dolore.

Ma la certezza che il male non ha l’ultima parola.

Per questo vale la pena custodire ciò che può ancora essere salvato.

Vale la pena cercare la riconciliazione quando è possibile.

Vale la pena pregare.

Vale la pena perdonare.

Vale la pena fare il primo passo.

Vale la pena non alimentare la divisione.

Vale la pena ricordare che davanti a Dio quella persona non è soltanto il torto che ci ha fatto.

È una persona.

È un’anima.

È qualcuno che Dio ama.

E forse proprio qui si trova la parte più difficile e più bella della nostra vocazione all’amore.

Non possiamo scegliere tutte le persone che incontreremo nella vita.

Non possiamo cambiare il passato.

Non possiamo cancellare tutte le ferite.

Ma possiamo scegliere cosa fare oggi dell’amore che Dio ci chiede.

Possiamo domandarci:

Signore, come posso portare frutto proprio qui?

Come posso amare meglio?

Come posso perdonare?

Come posso ricucire ciò che può essere ricucito?

Come posso smettere di alimentare la divisione?

Come posso essere io, per primo, uno strumento di pace?

La famiglia non è il luogo dove troviamo persone perfette.

È il luogo dove impariamo ad amare persone imperfette.

È il luogo dove impariamo a portare i pesi gli uni degli altri.

È il luogo dove impariamo che nessuno si salva da solo.

È il luogo dove possiamo esercitarci nella pazienza, nel perdono, nella misericordia e nel servizio.

È il luogo nel quale possiamo imparare a vivere quelle parole di Gesù che dovrebbero essere il cuore di ogni relazione: «Amatevi gli uni gli altri».

E forse, alla fine, la domanda più importante non sarà:

«Perché Dio mi ha dato proprio questa famiglia?»

Ma:

«Signore, che cosa vuoi fare attraverso di me proprio in questa famiglia?»

Forse vuole che io porti pace.

Forse che io perdoni.

Forse che io preghi.

Forse che io faccia il primo passo.

Forse che io impari finalmente ad ascoltare.

Forse che io smetta di aspettare che siano gli altri a cambiare e cominci a cambiare io.

Perché può darsi che proprio lì, nella nostra casa, nelle nostre relazioni, nelle nostre fatiche e persino nelle nostre ferite, Dio abbia nascosto una delle strade attraverso le quali vuole condurci alla santità.

La famiglia è un dono prezioso.

Non perché sia perfetta.

Ma perché, attraverso di essa, possiamo imparare la cosa più importante di tutte:

amare.

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