Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, ieri abbiamo offerto alla vostra attenzione questo articolo sul Gaza, Omer Bartov, professore specializzato in Olocausto, israeliano e il genocidio. Oggi, grazie alla cortesia di Lavinia Marchetti, che ringraziamo sinceramente, offriamo alla vostra attenzione l’articolo integrale di Omer Bartov sul New York Times. Buona lettura e diffusione.
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ENTRARE IN UNA NUOVA ERA DEL GENOCIDIO
Omer Bartov
(Articolo su NYT international 22 luglio 2026)
traduzione Lavinia Marchetti, disponibile anche qui, per chi è interessato: https://laviniamarchetti.substack.com/…/entrare-in-una…
Come finiscono i genocidi? Nella maggior parte dei casi, esistono due possibilità. Gli autori raggiungono il loro obiettivo, oppure una forza militare li ferma e segue l’accertamento delle responsabilità.
Nel 1904 l’esercito imperiale tedesco avviò una campagna che quasi sterminò i popoli herero e nama in quella che allora era l’Africa Tedesca del Sud-Ovest, oggi Namibia, attraverso espulsioni letali nel deserto, la reclusione in campi di lavoro forzato e uccisioni vere e proprie. Nessuno intervenne. Nel 1915 l’Impero ottomano uccise direttamente un gran numero di armeni che intendeva rimuovere dal cuore dell’Anatolia, oppure ne provocò la morte mediante marce forzate. I deboli tentativi di chiamare a rispondere gli ex capi di Stato ottomani furono rapidamente abbandonati. Ancora oggi la Turchia nega il genocidio.
Al contrario, poiché il regime nazista fu sconfitto nella Seconda guerra mondiale, il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa furono giudicati a Norimberga. Anche altri genocidi conclusi con la sconfitta militare dei loro autori — come in Cambogia nel 1979, in Ruanda nel 1994 e in Bosnia nel 1995 — culminarono tutti in una qualche forma di resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta. Negare ciò che era accaduto divenne quindi impossibile.
Nel primo caso, quello dei genocidi che ebbero «successo» grazie all’impunità del momento o all’assenza di un successivo accertamento delle responsabilità, lo Stato responsabile continuò a trarre vantaggio dalle proprie azioni criminali. L’invenzione e la codificazione del concetto di genocidio dopo la Seconda guerra mondiale avevano lo scopo di impedire il perpetuarsi di questa dinamica di impunità e profitto.
Quanto abbiamo visto svolgersi a Gaza, dove Israele è accusato davanti alla Corte internazionale di giustizia di avere commesso un genocidio a seguito degli attacchi di Hamas del 7 ottobre, sembra preannunciare un nuovo futuro per questo crimine.
È un futuro nel quale altre nazioni o altri leader potrebbero essere incentivati a perseguire politiche genocide, sapendo di poterla fare franca anche dopo avere ucciso e perfino di poterne trarre vantaggio. È un futuro nel quale i Paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio potrebbero consentirne il ripetersi.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre e il piano in venti punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza il 17 novembre, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani. Le forze armate controllano ormai quasi il 70 per cento della Striscia. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo della Striscia, dove cercano di sopravvivere in zone devastate e prive delle più elementari infrastrutture umanitarie.
Dopo il cessate il fuoco e lo scambio degli ostaggi israeliani con i prigionieri palestinesi, a metà gennaio è cominciata la Fase 2 del piano di Trump, che mira alla completa smilitarizzazione e ricostruzione della Striscia, da affidare a un organismo palestinese tecnocratico di transizione. A supervisionare il processo è un Consiglio di Pace internazionale presieduto da Trump. Sul lungo periodo, l’amministrazione Trump ha parlato della creazione di una futuristica «Nuova Gaza» da molti miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, sta progettando una grande base militare e per il personale delle forze multinazionali. Questo relegherà inevitabilmente i palestinesi di Gaza al ruolo di lavoratori edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che un tempo era la loro terra.
Come siamo arrivati a questo punto?
La leadership politica e militare israeliana ha condotto a Gaza un’operazione che ha ucciso almeno 70.000 persone — come ora ammesso dalle stesse forze armate israeliane —, in maggioranza civili; ne ha ferite quasi 200.000 e ha provocato indirettamente la morte di moltissime altre persone attraverso la totale distruzione delle strutture sanitarie, delle abitazioni e delle infrastrutture, oltre che mediante la privazione di cibo e acqua pulita. Come scrissi nel luglio 2025, in qualità di studioso del genocidio ritengo che si sia trattato di un tentativo concertato di distruggere i palestinesi di Gaza, in tutto o in parte, e che l’operazione abbia quindi raggiunto l’elevata soglia fissata dalla definizione di questo crimine contenuta nella Convenzione sul genocidio del 1948.
Israele difficilmente sarà chiamato a rendere conto delle proprie azioni. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, oltre che contro un esponente di Hamas, risultato poi già ucciso. Gli Stati Uniti hanno cercato di indebolire la Corte e Netanyahu si è recato ripetutamente alla Casa Bianca anche per cercare, secondo quanto riferito, di persuadere Trump a lanciare il suo attacco contro l’Iran. Israele potrebbe infine essere riconosciuto colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, presso la quale il Sudafrica ha avviato un procedimento distinto contro Israele. Le conseguenze di una simile sentenza restano incerte finché Israele conserva il sostegno statunitense in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che agisce come organo esecutivo della Corte internazionale di giustizia.
È quindi probabile che i leader israeliani non siano chiamati a rispondere delle proprie azioni, salvo che un giorno vengano consegnati alla Corte penale internazionale da un nuovo governo israeliano deciso a evitare un processo in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Questa possibilità è remota.
Il piano in venti punti di Trump aggira di fatto ogni possibile accertamento delle responsabilità o punizione degli autori di questo crimine, promettendo un futuro radioso a tutte le persone coinvolte. Le richieste di restituire ai palestinesi una parvenza di normalità difficilmente susciteranno molta solidarietà mentre Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale. Che senso avrebbe risollevare vecchie accuse quando sta per sorgere un mondo nuovo?
È vero che Israele sta sperimentando un crescente isolamento globale e la disapprovazione degli americani di ogni area dello spettro politico. Proprio questo, tuttavia, i patinati progetti per una nuova Gaza potrebbero attenuare o perfino capovolgere, convincendo opinioni pubbliche distratte, in un mondo tormentato, che la questione di Gaza è stata risolta con soddisfazione di tutti.
Il piano di Trump, qualora la sua visione venisse realizzata, comporterebbe che il governo statunitense o gli uomini d’affari americani operanti per suo conto vendessero diritti di locazione e costruzione su terreni espropriati ai loro abitanti, il cui valore è destinato a salire alle stelle.
Un gruppo di magnati immobiliari, comprendente forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, oppure società da loro promosse, ricaverebbe in questo modo una fortuna finanziaria per imprese e investitori, trasformando la cancellazione della Striscia in un’opportunità internazionale di investimento. Il litorale sarebbe dominato da immobili di pregio costituiti da torri a uso misto, apparentemente destinate ad acquirenti stranieri e al turismo, garantendo profitti agli imprenditori immobiliari. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi dal mercato delle abitazioni su quella che un tempo era la loro terra. Il piano cancellerà quasi completamente la storia e la società di Gaza e trasformerà la Striscia in un’economia di libero mercato al servizio di società straniere, alle quali saranno offerte «straordinarie opportunità di investimento», per usare le parole di Kushner.
La costruzione della cosiddetta Riviera di Trump dipenderebbe dalla disponibilità dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo a mettere a disposizione ingenti somme di denaro, in cambio della promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti. Per il momento, l’Arabia Saudita e il Qatar, insieme a Turchia, Egitto e Indonesia, hanno manifestato il proprio interesse aderendo al Consiglio di Pace di Trump. Mentre il Consiglio consoliderebbe il proprio controllo e Gaza verrebbe ricostruita, Israele compirebbe un altro passo verso il proprio obiettivo di lungo periodo: cancellare le speranze palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Anche altre nazioni, scegliendo di evitare che Israele sia chiamato a rispondere delle proprie azioni, ne trarranno beneficio. La Germania è il secondo maggiore fornitore di armamenti a Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per acquistare tecnologia militare israeliana. La Germania si sta difendendo davanti alla Corte internazionale di giustizia dalle accuse del Nicaragua di avere facilitato il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, l’UNRWA. Ha quindi ogni interesse politico ed economico a togliere la questione dal tavolo. La Germania ha respinto le accuse.
Si ritiene che il Regno Unito abbia utilizzato le proprie basi militari a Cipro per sostenere Israele e sta lavorando per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti. La Francia cerca di conservare la propria influenza politica nel Levante e di lasciarsi alle spalle la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà stabilita «dagli storici, a tempo debito».
Anche Israele trae profitto. Sebbene alcuni governi europei abbiano annullato accordi sugli armamenti e imposto sanzioni alle aziende israeliane della difesa in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria bellica israeliana sono rimasti floridi. Le vendite israeliane di armamenti all’estero sono aumentate del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 19,2 miliardi di dollari, secondo il sito israeliano di informazione finanziaria Calcalist. Il collaudo in battaglia dei sistemi d’arma a Gaza costituisce un argomento di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, seminare distruzione produce profitti.
Per il momento, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini ebrei di continuare a ignorare il genocidio. Le conseguenze saranno un degrado sempre più profondo dell’etica e della morale israeliane, l’erosione dello Stato di diritto, la violenza poliziesca interna contro i cittadini palestinesi ed ebrei dello Stato e l’indebolimento di quel che resta della democrazia israeliana. Oltre a essere private di qualunque forma di giustizia e di accertamento delle responsabilità per le proprie sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni drammatiche, sotto sorveglianza militare e con prospettive future estremamente limitate.
Da quando il ministro della Difesa Israel Katz dichiarò, secondo quanto riferito, nel luglio scorso che Israele progettava di istituire una «città umanitaria» nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno hanno continuato a peggiorare. Appare plausibile che il piano di Trump venga agevolato da una forza internazionale, assistita dal personale di sicurezza palestinese e dalle IDF, le Forze di difesa israeliane, incaricata di confinare la popolazione in città di questo genere. Da queste città la popolazione potrebbe uscire esclusivamente per prestare servizio ai ricchi abitanti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia rimaste sotto il controllo israeliano verranno probabilmente impiantati nuovi e prosperi insediamenti ebraici.
Trump ha affermato che il Consiglio di Pace alla base di questa trasformazione collaborerà, a un certo punto, con le Nazioni Unite. Molti temono che finirà per indebolire l’organizzazione mondiale. Uno degli effetti di questo cambiamento dell’ordine postbellico sarebbe lo svuotamento del diritto internazionale umanitario e delle due corti internazionali istituite per tutelarlo, facendo sì che ogni speranza di portare i responsabili politici israeliani davanti alla giustizia resti una chimera e segnalando alle altre nazioni che anche per loro l’impunità sarà un’opzione.
Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia unico, poiché Israele gode di una posizione internazionale particolare grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla possibilità di fare affidamento sull’eredità dell’Olocausto. Forse altri Stati non possono aspettarsi di essere ricompensati e potrebbero perfino essere puniti per un genocidio. Eppure quanto vediamo oggi stabilisce un precedente straordinario, capace di minare l’intero fondamento dell’idea di genocidio quale crimine punibile secondo il diritto internazionale del secondo dopoguerra.
Se i progetti attualmente elaborati per Gaza andranno avanti, alcune nazioni potrebbero arrivare a considerare il genocidio una continuazione legittima e redditizia della politica con altri mezzi. Quanto meno, le nazioni che avranno tratto qualche vantaggio dal genocidio potrebbero essere meno inclini a chiamare a rispondere i futuri autori. Raphael Lemkin, l’uomo che coniò il termine nel 1944 e che si batté per l’adozione, quattro anni dopo, della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, sperava di impedire proprio questo esito. Potrebbe davvero essere il futuro del genocidio.
– Omer Bartov è professore di studi sull’Olocausto e sul genocidio alla Brown University. Autore del testo uscito da poco: Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele. Laterza, Roma 2026 (di cui consiglio la lettura. Necessaria).
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