Morte Cerebrale, e Prelievo da Viventi. Nichilismo Bio-Etico e Età della Secolarizzazione. Cinzia Notaro.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Cinzia Notaro, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione questa intervista al prof. Matteo D’Amico. Buona lettura e condivisione.

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Non è lecito fare il male per ottenere un bene: il dilemma della morte cerebrale e dei prelievi da viventi nella bioetica contemporanea.

 

Al capitolo XI del libro La vita negata. Il nichilismo bioetico nell’età della secolarizzazione, (pubblicato con le Edizione Piane nell’ottobre 2025 e reperibile al seguente indirizzo: https://edizionipiane.it/prodotto/la-vita-negata-il-nichilismo-bioetico-nelleta-della-secolarizzazione/) il prof. Matteo D’Amico, docente di Storia e Filosofia al Liceo Classico, conferenziere e saggista, spiega perché il concetto di “morte cerebrale” rappresenti, a suo giudizio, una deriva tecnicista e nichilista della bioetica contemporanea. Ma qual è, oggi, il confine tra la vita e la morte ?

Come definisce la medicina il concetto di morte cerebrale e quali criteri clinici vengono utilizzati per accertarla?

Questo è il primo grande e insormontabile problema: il criterio di definizione della presunta morte cerebrale non è affatto univoco, ma varia da stato a stato. Ogni stato ha dato la sua definizione e la applica e le variazioni sono anche molto forti. Ciò porta alla paradossale conseguenza che un paziente definito in stato di morte cerebrale in Italia, non sarebbe considerato tale in Inghilterra o in Giappone. Questa incongruenza da sola sarebbe già sufficiente a falsificare il concetto stesso di “morte cerebrale”: infatti è altamente significativo il fatto che sistemi sanitari molto simili e legati a protocolli internazionali comuni non riescano ad accordarsi su un tema così delicato.

Quando nasce storicamente il criterio di morte cerebrale e per quali ragioni viene introdotto?

Sul piano strettamente medico il concetto compare grazie a due medici francesi alla fine degli anni Cinquanta, nel 1959, dove inizialmente si parla di “coma depassé” nel caso di una prolungata e totale assenza di attività cerebrale pur in presenza di attività cardiaca e respiratoria,ma la vera svolta si ha solo dieci anni dopo, nel 1968, con i “Criteri di Harward” di definizione dello stato di morte cerebrale. Harward in quel momento era la più importante e quotata facoltà di medicina del mondo e la sua decisione ebbe un enorme influenza politica. Se la scienza ammette un simile concetto, la politica rischia di trovarsi inerme e priva di parole per un giudizio critico. Di fatto però non è un caso che Harward, ovvero gli Stati Uniti, si muovano in tal senso proprio in quell’anno. Infatti l’anno prima, a Città del Capo, il medico Christiaan Barnard aveva eseguito il primo trapianto di successo da una persona in coma a un paziente cardiopatico, sopravvissuto poi solo 18 giorni. Il caso ebbe un’enorme risonanza a livello mondiale e segnò l’inizio dell’età dei trapianti: per il mondo medico era impensabile rinunciarvi.

Esiste oggi un vero consenso scientifico sul concetto di morte cerebrale?

No. Come ho già detto esistono definizioni molto diverse di “morte cerebrale”, o definizioni lievemente diverse. Possono variare inoltre i tempi di osservazione. In Italia, ad esempio, lo stato di morte cerebrale deve essere osservato per almeno 6 ore e solo dopo si può dichiarare un’effettiva morte cerebrale. Naturalmente poi è molto difficile che i criteri stessi siano rispettati scrupolosamente perché tutto è alterato dal fatto che soltanto se la persona è dichiarata cerebralmente morta si può procedere all’espianto degli organi. E la pressione per avere organi “freschi” da trapiantare è fortissima, perché ci sono liste d’attesa lunghissime. Non abbiamo quindi nessuna certezza che la commissione di tre medici che effettuano il controllo rispettino alla lettera i criteri ufficiali: c’è un enorme margine di discrezionalità.

Qual è la differenza tra la morte cerebrale e la concezione tradizionale della morte umana?

E’ molto semplice: da sempre il criterio universalmente accettato per dichiarare una persona morta era la cessazione di qualsiasi attività cardiocircolatoria e respiratoria. La legge, ad esempio in Italia, obbligava ad attendere almeno un’ora di completa cessazione di queste funzioni per dichiarare una persona morta. Non bastava ovviamente né uno stato di coma, né un trauma cranico con versamento di materia cerebrale per dichiarare morta una persona a cui ancora batteva il cuore, e ciò a buon diritto.

In che modo il tema dell’espianto di organi è collegato alla definizione di morte cerebrale?

La morte cerebrale viene letteralmente “inventata” proprio per poter effettuare i trapianti d’organo e ciò perché un organo, se il cuore cessa di battere e di irroralo di sangue arterioso ossigenandolo, deperisce a una velocità impressionante: in pochi minuti qualunque organo è compromesso. In pratica si possono espiantare organi solo da un corpo ancora vivo e con cuore battente.

Quali implicazioni etiche comporta l’espianto di organi da pazienti dichiarati cerebralmente morti?

Comporta il problema enorme che la persona, anche se magari gravissimamente ferita o lesionata, non è morta, ma morirà sicuramente a seguito e a causa dell’espianto degli organi. La morte cerebrale diventa giustificazione di veri e propri omicidi, di uccisioni di innocenti, e ciò oltre le intenzioni e la buona fede del medico coinvolto, che spesso è la prima persona a essere ingannata e a venire formata male all’università su questo tema. Non va dimenticato che “l’uccisione dell’innocente” nel catechismo di San Pio X è il primo fra i quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio.

Nel capitolo dedicato all’espianto di organi, quali aspetti sviluppa come più critici dal punto di vista filosofico ed etico?

Semplicemente sottolineo la debolezza filosofica, ma soprattutto teologica, sottesa al concetto di “morte cerebrale”. Filosoficamente la morte cerebrale sembra postulare o una concezione materialista dell’uomo, tale per cui l’uomo è solo un corpo, ed è, in ultima istanza, solo materia organica organizzata in modo complesso, e la morte è la disorganizzazione di questo composto; o una concezione antropologica dualista, di tipo cartesiano, tale per cui il corpo è solo res extensa, una macchina semovente che non ha nessuna relazione metafisica con l’anima, la res cogitans. Ma anche questa seconda concezione non regge perché porta con sé tutte le debolezze del meccanicismo cartesiano. Inoltre il pensiero realista greco-cristiano spiega che l’uomo è sostanza e come ogni sostanza è sinolo di materia e di forma; il corpo è l’elemento materiale, l’anima razionale è l’elemento formale che dà la vita a un “corpo che ha la vita in potenza”. Dunque la morte è la separazione dell’anima dal corpo. La teologia e l’antropologia filosofica cattoliche di matrice tomista riprendono questi concetti: la Chiesa ha sempre considerato la morte come la separazione dell’anima immortale dal corpo. L’anima lascia il corpo appunto quando il corpo stesso cessa di avere un’unità organica sufficiente a permettere all’anima di svolgere le sue funzioni. Ma va notato un fatto decisivo: la separazione dell’anima dal corpo non è un fenomeno fisico, empiricamente osservabile, ma piuttosto un evento metafisico, perché l’anima è realtà spirituale e come tale non è in nessun modo osservabile, evidentemente. Per questa ragione è semplicemente assurdo pretendere di definire ope legis, attraverso una votazione parlamentare, che cosa sia la morte. Noi possiamo solo constatare indirettamente, come si è sempre fatto, che un corpo non dà più nessun segno di vita e da ciò dedurre che è morto, ovvero che è stato abbandonato dall’anima. Ma fino a che il cuore batte e la persona respira (poco importa se grazie ad ausili meccanici o farmacologici) non si può avere la certezza che vi sia stata già la separazione dell’anima dal corpo.

Qual è la posizione ufficiale della Chiesa cattolica sui trapianti e sull’espianto di organi a cuore battente?

La Chiesa cattolica , purtroppo, si è mostrata molto debole e già con Giovanni paolo II ha, molto imprudentemente, accettato il concetto di morte cerebrale, ammettendo, di conseguenza, l’espianto d’organi a cuore battente. La cosa è molto grave perché, in base alla teoria del pendio scivoloso, avendo accettato di lasciar decidere alla “scienza” che cosa siano la vita e la morte, ha abdicato a una sua funzione fondamentale e si troverà sempre più ingabbiata in un reticolo di ulteriori smottamenti concettuali, medici e legislativi perdendo la possibilità di contraddire. Se sul tema più delicato -la definizione di morte- si è sottomessa alla scienza medica, su quale tema potrà opporsi e rivendicare la sua autonomia di giudizio?

Perché parla di una deriva “tecnocratica” della bioetica contemporanea?

Le grandi questioni bioetiche oggi sono sottoposte a una duplice deriva: in primo luogo sono affrontate in un clima segnato da un forte scientismo tecnocratico. Scientismo: un culto della scienza come unica forma di autentica manifestazione di ciò che è vero. Tutto può essere messo in dubbio fuorché la scienza, che così viene sacralizzata e si impone con il fascino di un sapere arcano e religioso; tecnocrazia è intesa qui, come tirannia dei tecnici, una tirannia che stabilisce un nuovo paradigma etico: ciò che è tecnicamente realizzabile è anche moralmente legittimo. L’unico male è fermare o pretendere di giudicare il progresso tecnico.

Nel libro cosa intende con l’espressione “nichilismo bioetico”?

Intendo sottolineare che la riflessione bioetica si muove all’interno di un vuoto di valori e principi etici e in un panorama metafisico e teologico del tutto desertificato, dove anche la Chiesa, ferita dal modernismo, è ormai silente o complice schiacciata su una visione del tutto secolarizzata e intramondana dei problemi dell’esistenza umana. Ma la questione cruciale è che dove Dio si eclissa (o viene di fatto obliato) tutto perde significato e lentamente si sprofonda nel regno della pura violenza.

Quale posizione dovrebbe assumere, a suo avviso, il pensiero cattolico davanti a queste questioni bioetiche?

Recuperare San Tommaso e il suo rigore argomentativo e rimettere al centro il concetto di legge di natura, oggi obliato anche dal mondo cattolico.

Quale messaggio desidera trasmettere ai lettori e all’opinione pubblica su un tema così delicato?

Occorre avere il coraggio di parlare e di dire la verità, senza paura di dispiacere a molti.

In che misura, secondo lei, le questioni legate alla morte cerebrale e ai trapianti possono essere lette anche alla luce del dibattito sul transumanesimo?

Il transumanesimo -pensiamo a Neuralink o all’Intelligenza Artificiale e alla robotica, realtà che presto saranno integrate profondamente- sta già bussando alla nostra porta. La vigilanza deve essere massima e i cattolici devono tornare a combattere con coraggio. Il mondo ha un estremo bisogno di una Chiesa non affascinata da una modernità sempre più seducente, ricca di promesse ma, al contempo, sempre più nemica di Dio.

Non va inoltre dimenticato che il transumanesimo rientra in un quadro dove si moltiplicano i segni che sembrano preannunciare l’avvento dei tempi ultimi, secondo il famoso passo paolino: “ Inoltre non va dimenticato che solo allora “sarà rivelato l`empio e il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà all`apparire della sua venuta, l`iniquo, la cui venuta avverrà nella potenza di satana, con ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri, e con ogni sorta di empio inganno per quelli che vanno in rovina perché non hanno accolto l`amore della verità per essere salvi” (Tessalonicesi II, 2, 8-10).

Ebbene è difficile non pensare che l’espianto d’organi, il transumanesimo, la fusione neuroni-silicio, la stampa 3D di organi di ricambio (se ne inizia a parlare), il progetto di estrazione e dislocazione della memoria di una persona su supporti digitali esterni (utopia materialista di una tecno-immortalità), l’animazione digitale post mortem di video dei defunti che ci parlano grazie all’Intelligenza Artificiale, fanno pensare proprio a “ogni specie di portenti, di segni e prodigi menzogneri” con cui l’anticristo sedurrà il mondo.

In sintesi si può definire l’espianto di organi da viventi un crimine?

Sostanzialmente sì, sul piano oggettivo della legge di natura, perché di fatto, fino a che il cuore batte e la respirazione è in corso nessuno può essere definito morto (non si può avere la certezza che l’anima ha lasciato il corpo). Sul piano soggettivo l’imputabilità morale dell’atto è determinata dalla piena avvertenza e dal deliberato consenso del personale medico coinvolto. Possiamo presumere che oggi, data la generale corruzione intellettuale, una parte dei medici che compiono espianti si trovino in uno stato di ignoranza invincibile, siano cioè convinti in buona fede di stare operando effettivamente sul corpo di un morto. In questo caso non c’è colpa in senso formale. Colpe gravissime hanno invece i politici che hanno varato queste leggi criminali sulla morte cerebrale e gli uomini di Chiesa (il Papa in particolare) che le hanno supinamente avallate. Del resto su molti temi affini -si pensi all’aborto- siamo di fronte alla tipica deriva propria della “democrazia totalitaria” (Talmon): tutti sono ormai abituati a pensare che se un atto è dichiarato legittimo da un parlamento a seguito di corrette procedure di voto democratiche, allora quell’atto è legittimo e non può più essere considerato moralmente illegittimo. Si confonde legalità con moralità. Viceversa una legge è giusta, e non iniqua, solo se riconosce come limite entro cui si pone e che rispetta, la legge di natura. Oggi in campo bioetico la maggior parte delle leggi sono ingiuste, sono non leggi: pensiamo all’eutanasia, all’aborto, alla contraccezione, all’espianto di organi a cuore battente.

Ricordiamoci però dell’antico adagio: “La Chiesa condanna il peccato e non il peccatore”. Ciò significa che, praticamente, molti dei medici “espiantatori” e dei pazienti che ricevono gli organi sono in buona fede e non sanno di partecipare a un grave delitto.

Col tempo potrebbe esserci una richiesta sempre maggiore e più intensa di organi da trapiantare?

Questa richiesta già c’è e cresce incessantemente e, fra le tante, ha questa conseguenza negativa: in caso di incidenti con gravi danni cerebrali e stato di coma i medici sono più orientati a dichiarare lo stato di morte cerebrale, perché questo equivale a poter espiantare un set completo di organi, che non a compiere ogni sforzo per recuperare la persona in coma. Col tempo diventerà, potenzialmente, molto pericoloso essere ricoverati in ospedale, soprattutto se giovani, perché è ovvio che gli organi migliori da espiantare sono quelli di persone giovani.

Va poi sottolineato che nulla, come la donazione di organi, ha i tratti di una falsa carità e alimenta il mito materialista della sopravvivenza del defunto nel corpo di colui che ne ha ricevuto gli organi. Il morto non è veramente morto, perché sopravvive , almeno in parte, nella persona che è stata “salvata” dai suoi organi.

Si pone il problema del commercio clandestino di organi espiantati?

Il problema è noto e si pone da molto tempo. Già durante la guerra in Kosovo apparvero notizie in tal senso; numerose altre testimonianze parlano di espianti d’organi compiuti in Ucraina su soldati feriti. In passato erano giunte notizie in tal senso da campi profughi gestiti dai Caschi Blu dell’ONU in Africa. Il paese leader a livello di traffico (sia pubblico, che clandestino) di organi è comunque Israele. Durante il genocidio in corso a Gaza sono state raccolte molte testimonianze di cadaveri di prigionieri palestinesi restituiti con sospette cuciture sull’addome. Il timore è che siano stati usati come banca di organi. Un caso sinistro si ebbe in passato durante il genocidio in Cambogia sotto la dittatura di Pol Pot: giunsero notizie circa prigionieri messi a morte estraendo loro tutto il sangue per trasfusioni ai feriti. Anche nella Cina comunista si sente parlare di espianti gli organi, almeno in alcuni casi, da condannati a morte (evidentemente dopo averli portati nello stato di morte cerebrale).

Come valutare il prelievo di organi da persona sana (ad esempio un familiare che volontariamente dona un rene a un altro familiare che è in dialisi) ?

Direi che l’azione sembra essere moralmente non lecita in primo luogo perché sembra non esserci proporzione fra il bene atteso e i rischi che si corrono per ottenerlo (in pratica rischio di avere due persone menomate anziché una); in secondo luogo il corpo e la sua integrità sono un dono di Dio che va sempre tutelato ed è uno stretto dovere curarsi, ove possibile; dunque è illecito ledere gravemente il proprio corpo per aiutare un paziente; in terzo luogo non è mai lecito fare il male per ottenere un fine buono; ma mutilarsi volontariamente è fare del male a sé. In quarto luogo vi è in un gesto così estremo qualcosa di ben poco cristiano, ovvero il rifiuto della Provvidenza di Dio e l’incapacità di accettarne i decreti. Di poco cristiano vi è anche il dare un’importanza così estrema alla salute e alla longevità da arrivare a mutilarsi per garantirle a un’altra persona. Il cristiano non è tale se non anela al cielo e la morte è il dies natalis dei santi, non a caso. Santo è, infine, chi accetta la volontà di Dio e, quando con mezzi ordinari, una persona non può più rimanere in vita è andare contro la volontà di Dio ricorrere a mezzi estremi come l’automutilazione. Soprannaturalmente, infine, la morte precoce, ad esempio, di un figlio, per quanto sia tragica potrebbe essere la via scelta da Dio per salvarlo. Chi ha la certezza che se vivesse molto più a lungo morirebbe in stato di grazia?

 

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