Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questa riflessione che Lavinia Marchetti, che ringraziamo di cuore, ha pubblicato su Facebook, e che ci sembra sia una fotografia impietosa della nostra realtà esistenziale. Buona lettura e meditazione.
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IL DISAGIO DELLA CIVILTÀ CON CONSEGNA PRIME
(Perdonatemi, quando esco dalle mie ricerche e metto il naso nella vita che chiamano “reale” (ma che a me non sembra affatto reale) l’Adorno che è in me produce…e io prendo nota. Condivido con voi questi “Lembi di Reale”, come direbbe Lacan)
– L’UOMO FLESSIBILE E IL SUO CHIROPRATICO
Ci siamo liberati delle catene di ferro per sostituirle con il Wi-Fi. Ci siamo autoconvinti che la precarietà sia l’apice della libertà. Si diventa “liquidi”, “agili”, senza orari. Il risultato è che la fabbrica ha invaso il salotto, poi la camera da letto e infine i sogni. Non essendoci più un cartellino da timbrare, non c’è più un’ora in cui si smette di essere merce. L’alienazione perfetta si raggiunge quando la vittima si sente l’amministratore delegato della propria rovina.
– IL PECCATO ORIGINALE A RATE
Anticamente, si nasceva portando su di sé la colpa di Adamo. Oggi l’angoscia metafisica è stata secolarizzata nel “debito”. Non si è più peccatori, ci si scopre debitori. Studiare, curarsi, avere un tetto, tutto viene anticipato dal capitale finanziario, che esige in cambio il futuro. Il debito è la nuova esegesi del Reale dove ci vediamo sottrarre il tempo prima ancora di viverlo. E così, l’uomo indebitato marcia verso la morte calcolando ansiosamente gli interessi sul proprio diritto di respirare.
– DIONISO IN BICICLETTA
Cosa resta dello slancio vitale, dell’ebbrezza barbara che scuoteva i fondamenti della civiltà? Un precario sotto la pioggia che pedala freneticamente per consegnare del sushi tiepido a un impiegato depresso. Ecco il nuovo superuomo: un rider monitorato da un’applicazione, licenziabile da un algoritmo se la sua media scende sotto le 4.8 stelle. I moniti illuministi ci hanno illusi di aver razionalizzato persino la fame e la schiavitù, ma le abbiamo solo nascoste dietro l’interfaccia colorata di uno smartphone. Il cannibalismo sociale ha smesso di essere un’eccezione barbarica per diventare la logistica del comfort quotidiano.
– AUTOCONSERVAZIONE DEL FANTASMA (O LA TELECAMERA ACCESA)
La “riunione virtuale” è il trionfo della monade senza finestre di cui parlava Leibniz, ma peggiorata. Rinchiusi nelle proprie stanze, frammentati in piccoli quadrati su uno schermo, ci esibiamo come maschere mortuarie in diretta streaming. Non si guarda l’altro, ci si guarda costantemente nel riquadro in basso a destra, sorvegliando la propria espressione per assicurarsi di simulare attenzione. Ci alieniamo così non solo dall’altro, ma dalla propria stessa faccia, diventata un logo da gestire.
– L’ESTASI DEL RECENSORE
Ci ritroviamo tutti controllori e controllati. Dall’idraulico all’albergo, dall’autista al medico, tutto deve essere recensito. È la micro-dittatura del risentimento elevata a sistema sociale. Dietro ogni cinque stelle si nasconde l’ipocrisia del terrore; dietro ogni una stella, la meschinità del piccolo uomo che, non avendo alcun potere reale sulla propria vita distrutta, si vendica rovinando la reputazione digitale di uno sconosciuto.
– L’INTIMITÀ IN VETRINA
Ci spogliamo l’anima non per necessità di confessione, ma per inventario. L’interiorità è diventata un brand, il trauma una strategia di marketing. Piangiamo in diretta, offrendo il nostro esaurimento nervoso in pasto alla metrica delle interazioni per monetizzare la compassione. Non essendoci più un Dio a scrutarci le viscere, ci affidiamo all’occhio vitreo di uno smartphone. La vera prostituzione contemporanea non vende la carne, che ormai ha perso ogni mistero, ma mette all’asta la disperazione a prezzo di saldo.
– IL VIANDANTE E IL SUO CARRELLO
L’attesa, quello spazio vuoto in cui il desiderio un tempo fermentava fino a farsi tormento, è stata tecnicamente abolita. Premiamo un pulsante nel cuore della notte, mossi da un’angoscia insonne, e all’alba un fattorino de-sindacalizzato materializza l’inutile sulla nostra soglia di casa. Consumiamo compulsivamente l’istante per fuggire dal peso del tempo; eppure, lo scatolone di cartone appena aperto rivela soltanto, intatto, il vuoto che tentavamo disperatamente di riempire.
– PRIGIONI DI VELLUTO INTELLIGENTE
Ci barrichiamo in case dotate di intelligenza artificiale, che ascoltano ogni respiro, misurano la qualità del sonno e anticipano i bisogni prima ancora che vengano formulati. La caverna primordiale è diventata un panottico accogliente dove siamo felici di essere spiati 24 ore su 24, pur di avere il privilegio di non doverci alzare per spegnere la luce. La nostra massima aspirazione, oggi, è regredire allo stato di feti in un utero di domotica.
– LA SONNAMBULIZZAZIONE DEL DOLORE
La tristezza è stata declassata a inefficienza chimica. Non ci interroghiamo più sul nulla che ci fissa, semplicemente aggiustiamo il dosaggio della serotonina. Il dolore, che un tempo era la forgia spietata in cui si temprava la conoscenza, oggi è considerato un difetto di fabbrica da sopprimere, affinché non interferisca con il fatturato stagionale. Ci curiamo per tornare a essere ingranaggi sorridenti, asportando chirurgicamente la radice tragica dell’esistere in nome della produttività.
– IL CREPUSCOLO DEL SONNO
L’insonnia, che per i grandi malinconici era il privilegio doloroso del pensiero isolato, è stata democratizzata e trasformata in obbligo di sistema. La notte non ci serve più a dimenticare la fatica di esistere, ma a continuare a produrre, a scorrere schermi, a consumare. Il buio riparatore è stato abolito da una luce bluastra e perenne. Ci siamo rubati persino il diritto biologico all’oblio, condannati a un limbo in cui non siamo mai né autenticamente svegli, né pietosamente addormentati.
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