Un rapporto sulla situazione dei diritti umani a Gaza
Un bambino palestinese sfollato fa volare un aquilone fuori dalla tenda della sua famiglia a Gaza City il 13 aprile. / Foto di Majdi Fathi/NurPhoto via Getty Images.
Mercoledì a Gaza c’erano 34 gradi, e il massimo che la maggior parte dei sopravvissuti alla guerra israeliana riusciva a ottenere era un po’ d’ombra sotto una tenda. L’aviazione israeliana, non contrastata da difese antiaeree, ha danneggiato o distrutto il 92% delle case e dei condomini del territorio, lasciando i sopravvissuti palestinesi della guerra fortunati, ma certamente non grati, di avere una tenda sopra la testa.
I bombardamenti israeliani su Gaza si protraggono ormai da oltre trenta mesi. Iniziarono subito dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023. L’obiettivo di Hamas era quello di prendere in ostaggio soldati israeliani vulnerabili. I cancelli che separavano Israele dal sud di Gaza erano stati abbattuti e centinaia di gazawi frustrati, che da decenni soffrivano in una società oppressa, si riversarono in Israele in cerca di vendetta. Sia i servizi segreti statunitensi che quelli israeliani avevano avvertito per mesi che Hamas stava pianificando un attacco su larga scala all’interno di Israele, ma questi rapporti, che includevano intercettazioni statunitensi tradotte di comunicazioni provenienti da siti di addestramento di Hamas e che erano giunte ai più alti livelli del governo israeliano, furono ignorati o non ritenuti credibili.
Il 7 ottobre, oltre 1.200 israeliani, tra cui giovani partecipanti a un rave party durato tutta la notte vicino al confine con Gaza, sono stati uccisi e 250 uomini e donne, molti dei quali in servizio nell’esercito israeliano, sono stati presi in ostaggio. Ancora oggi rimangono senza risposta interrogativi sugli avvertimenti dell’intelligence ignorati e sulla lentezza della risposta delle Forze di Difesa israeliane.
Alcuni americani con legami militari e di intelligence con Israele tentarono, senza successo, nei primi tempi della guerra, di impedire al Primo Ministro israeliano Netanyahu di attuare una risposta militare su vasta scala. Un’idea americana fu quella di convincere Hamas, i cui alti ufficiali avevano pianificato l’attacco, a consegnare i leader per essere processati. Fu un tentativo fallimentare per entrambe le parti. Netanyahu, per necessità politica, si era spostato verso l’estrema destra e aveva adottato una politica di rappresaglia totale. All’epoca era sotto processo per accuse di corruzione che, come riportato all’epoca, erano più che convincenti. Ma secondo la legge israeliana, finché fosse stato Primo Ministro, avrebbe potuto rimanere in carica anche in caso di condanna e rimandare l’esecuzione della pena presentando ricorso. In Israele non è mai stato un segreto che evitare il carcere fosse uno dei motivi che lo spinsero a ricorrere ai bombardamenti aerei su Gaza per punire collettivamente la popolazione. La guerra ritardò il processo e gli permise di rimanere al potere. Due presidenti statunitensi, Joe Biden e Donald Trump, non hanno fatto nulla per frenare il Primo Ministro israeliano, anzi lo hanno sostenuto e rifornito durante la guerra.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) controllano ormai quasi il 60% di Gaza. Hamas è ancora attivo e rappresenta ancora una minaccia, seppur molto attenuata. I sopravvissuti palestinesi che vivono in tende lottano contro le intemperie, con una maggiore disponibilità di cibo rispetto all’inizio della guerra, ma ancora privi di assistenza sanitaria e servizi igienici adeguati. Sono sotto la sorveglianza e il controllo delle IDF, che sparano a vista se un padre o un figlio palestinese, anche solo alla ricerca di legna da ardere, si allontana anche di pochi metri dai confini sempre più ristretti dei campi tendati.
Ho seguito la copertura mediatica mainstream di Gaza fin dall’inizio della guerra. La situazione di stallo è inevitabilmente diventata una storia banale per i media occidentali, a meno che una bomba vagante non stermini una famiglia o non emerga un piano ampiamente pubblicizzato da un membro della famiglia Trump per trasformare Gaza, una volta risolta la questione palestinese – senza specificare cosa accadrà – in un resort di lusso da 25 miliardi di dollari e in un complesso commerciale di grattacieli. A volte c’è un lampo di attenzione mediatica, come è successo il mese scorso, quando Al-Jazeera ha riportato le torture inflitte da un gruppo di soldati israeliani a un bambino di Gaza di 18 mesi. Bruciature di sigaretta e forature con le unghie facevano parte di un tentativo di costringere il padre del bambino a confessare azioni non specificate. (Va notato che la stampa statunitense e internazionale ha ampiamente documentato la crescente violenza contro i palestinesi in Cisgiordania da parte dei coloni israeliani, i loro omicidi e la confisca di proprietà palestinesi detenute da tempo, il tutto sotto gli occhi delle Forze di Difesa Israeliane).
Ho già parlato in precedenza dello straordinario lavoro di Francesca Albanese, giurista italiana che sta svolgendo il suo secondo mandato triennale come Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania. Non usa mezzi termini quando si tratta della continua escalation di torture e maltrattamenti nei confronti dei palestinesi.
«La tortura è sempre stata una caratteristica centrale dell’espropriazione dei palestinesi da parte di Israele», scrive Albanese nel suo recente rapporto, pubblicato il 23 marzo. Dall’attacco di Hamas dell’ottobre 2023: «Israele ha impiegato la tortura su una scala che suggerisce una vendetta collettiva e un intento distruttivo… L’escalation della tortura nei centri di detenzione israeliani è un piano coordinato» che è stato coordinato da Itamar Ben-Gvir, ministro della sicurezza nazionale israeliano. Albanese rileva che dall’attacco del 7 ottobre, «la tortura sistematica dei palestinesi è stata una componente integrante del genocidio coloniale perpetrato da Israele, funzionando come strumento di violenza annientatrice diretto contro i palestinesi come popolo. Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio, contro una popolazione in quanto tale e sostenuta da politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida è evidente»…
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Poi c’è questa intervista della Relatrice Speciale ONU per la Palestina, Francesca Albanese:
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“Meloni e il Memorandum? Primo passo, in ritardo di 70mila morti. Ora i fatti”
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| (estr. di Maddalena Oliva – ilfattoquotidiano.it) – […] Francesca Albanese, in Libano l’Idf ha colpito civili, giornalisti, ospedali, ong e mezzi Unifil. Ora potrebbe arrivare la tregua di una settimana. Cosa sta accadendo? |
| Gli attacchi di Israele in Libano colpiscono per brutalità e intensità, ma non sono nuovi. Nel silenzio della comunità internazionale, da anni – e con una frequenza crescente, in parallelo con il genocidio a Gaza – Israele conduce operazioni militari specie nel sud del Libano, per consolidare il controllo territoriale. Oggi lo dice apertamente tanto il governo israeliano quanto il suo sponsor americano: il progetto del grande Israele non è solo legittimo ma realizzabile. Questo disegno è criminale. Il contesto della guerra con l’Iran ha offerto a Tel Aviv l’occasione per perseguirlo con rinnovata ferocia. |
| È la “gazificazione” del Libano. |
| Espressione orribile, ma purtroppo veritiera. Israele sta facendo terra bruciata del diritto internazionale così come delle zone che vuole annettere, per portare la comunità internazionale al fatto compiuto del controllo effettivo del Sud del Libano, dopo averlo svuotato. Con Gaza vedo un continuum: lì Israele ha testato con mano come portare avanti i più brutali crimini contro l’umanità e di guerra, perfino un genocidio, senza conseguenze. Anzi, camuffando l’azione militare come ‘difesa’. Perché dovrebbero fermarsi ora di fronte alle vite dei libanesi, se nessuno ha chiesto loro il conto per quelle dei palestinesi? Questa è la spirale mortifera in cui l’inazione dei nostri Paesi ha trascinato l’umanità tutta. |
| Intanto a Gaza si continua a morire. Lei ha detto che la “pace” trumpiana è la prosecuzione a bassa intensità del genocidio. È sempre convinta? |
| Assolutamente. Tra il 2 e l’8 aprile, almeno venti palestinesi sono stati uccisi a Gaza, portando a 750 il conto delle vittime dall’inizio del ‘cessate-il-fuoco’ che non è che uno specchietto per le allodole. Nella Striscia la popolazione vive in tende e in ambienti insalubri, senza cure mediche adeguate. E l’accesso agli aiuti umanitari continua a essere compromesso. Non può esserci pace senza giustizia. Il suddetto Board of Peace si prepara a banchettare tra le spoglie del popolo palestinese, mentre quasi nessuno in Europa propone un piano alternativo centrato sull’autodeterminazione dei palestinesi e la fine dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid. Fuori dall’Europa, per fortuna, sì. |
| […] Meloni ha annunciato lo stop al rinnovo automatico del Memorandum con Israele. Che segnale è? |
| L’annuncio è importante, ma arriva più di 70 mila morti in ritardo. Rappresenta la prima vera risposta del governo dopo due anni di genocidio, una decisione che non assolve l’Italia dalle sue responsabilità nei crimini israeliani, ma almeno è un passo. Diversi giuristi e avvocati del gruppo ‘Giuristi e avvocati per la Palestina’ hanno incalzato il governo, messo sotto pressione dalle grandi mobilitazioni della società civile, supportata da Avs, M5S e parte del Pd. Ora le parole di Meloni devono tradursi in fatti: recessione, non solo interruzione, dell’accordo. E vanno bloccati i contratti di Leonardo con le controparti israeliane, senza che questo sani le responsabilità dell’azienda e dell’Italia per quanto fornito finora. Non è un’opzione, è un obbligo internazionale. |
| Avrà visto lo scontro con Trump. |
| La servitù al sovrano Usa non paga. La necessità di un nuovo multilateralismo, senza suprematismi e razzismo, che nasce e spiega le vele dai Paesi decolonizzati si sente sempre più anche qui. Questo mi fa sperare. Dobbiamo resistere resistere resistere. L’emancipazione passa dal diritto e dai diritti. |
| Molti analisti hanno letto il risultato della grande partecipazione al voto referendario dei giovani come un effetto-Gaza, un’onda lunga delle mobilitazioni dei mesi scorsi. |
| Lo chiamo ‘effetto Palestina’. La Palestina – e l’insensata sofferenza inferta al suo popolo – hanno fatto scoppiare le contraddizioni interne alle nostre società. Ha bucato il velo di Maya del neoliberalismo, di quell’europeismo ipocrita che parla di diritti umani, ma che non ha mosso un dito di fronte a un genocidio. Ha portato le persone a voler agire da protagonisti di fronte a una classe politica incapace e inadempiente. |
| È in partenza una nuova Flotilla. |
| La Flotilla è un simbolo, non deve diventare un fine in sé: spero possa continuare a far parte di quel movimento di società civile che si è risvegliato, spingendo ad alzare il tiro sugli scenari nazionali affinché la macchina della guerra si fermi. Certo, c’è la preoccupazione per lo scenario bellico attuale… |
| La Procura di Roma, dopo gli esposti di 36 attivisti italiani, ha contestato il reato di tortura. |
| Mi auguro per le vittime che sia fatta giustizia. Nel mio ultimo rapporto Onu ho menzionato diversi casi. Seppur marginali rispetto a ciò che subiscono ogni giorno i palestinesi, sono il segnale di quanto sia forte il senso d’impunità dell’Idf. |
| Nell’ultimo rapporto ha raccolto anche centinaia di casi di stupro nelle carceri israeliane rese da Ben-Gvir luoghi di tortura, con oltre quattromila persone scomparse… |
| C’è un uso sistematico e sistemico della tortura, sia nelle carceri, con livelli senza precedenti negli ultimi due anni, sia fuori. |
| […] Ora Israele ha deciso di introdurre la pena di morte per i terroristi. |
| Purtroppo non mi sorprende. Questo è l’ultimo orribile tassello della politica carceraria israeliana, che da tempo mira all’annientamento dei prigionieri palestinesi. L’assassinio ora viene legalizzato. |
| Ha appena rilanciato sui social un appello per Ahmed Shihab-Eldin. |
| Ahmed è un reporter palestinese, di nazionalità kuwaitiana e statunitense, detenuto da più di un mese in Kuwait – e non è il solo – per aver raccontato sul campo gli attacchi iraniani. Mi auguro una mobilitazione internazionale per il suo rilascio. E faccio un appello al governo italiano, perché Ahmed si era trasferito da poco a Bari per insegnare all’università. La libertà di espressione va difesa: il giornalismo non è un crimine. |
| Sarà all’Uno Maggio di Taranto. E sono già partite le polemiche… |
Davvero? Non lo sapevo e non me ne curo, onestamente. Mi amareggia pensare che difendere i diritti di un popolo vittima di un genocidio generi ‘polemiche’: non siamo in grado di essere d’accordo nemmeno sui principi più basilari di umanità. Ma spero tutto si traduca in più partecipazione all’evento… ci vediamo l’Uno Maggio!
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E questo post su Instagram rivela con che genere di avversari Francesca Albanese si trova a combattere. A proposito: ma gli occhiuti investigatori di Piantedosi dopo anni e anni non sono riusciti a identificare neanche un membro della squadraccia che ha mandato all’ospedale Chef Rubio per il suo sostegno ai diritti dei palestinesi? Che stranezza…
🔴 “Le faremo quel che han fatto alle donne israeliane.”
Sono le parole esatte delle minacce di stupro ricevute da Francesca Albanese — contro sua figlia tredicenne, che vive in Tunisia.
Da marzo 𝟮𝟬𝟮𝟰, le minacce arrivano da più direzioni:
𝗟𝗘𝗧𝗧𝗘𝗥𝗘 𝗔𝗡𝗢𝗡𝗜𝗠𝗘: «Sappiamo dove vivi»
𝗧𝗘𝗟𝗘𝗙𝗢𝗡𝗔𝗧𝗘: con riferimenti diretti alla scuola di sua figlia
𝗠𝗜𝗡𝗔𝗖𝗖𝗘 𝗗𝗜 𝗠𝗢𝗥𝗧𝗘 rivolte a lei
𝗠𝗜𝗡𝗔𝗖𝗖𝗘 𝗗𝗜 𝗦𝗧𝗨𝗣𝗥𝗢 con riferimento esplicito al 7 ottobre
Tutto questo perché ha fatto il suo lavoro:
𝗗𝗢𝗖𝗨𝗠𝗘𝗡𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗘 𝗗𝗘𝗡𝗨𝗡𝗖𝗜𝗔𝗥𝗘 davanti al mondo.
La risposta?
L’amministrazione di Donald Trump l’ha inserita nella lista “𝗦𝗣𝗘𝗖𝗜𝗔𝗟𝗟𝗬 𝗗𝗘𝗦𝗜𝗚𝗡𝗔𝗧𝗘𝗗 𝗡𝗔𝗧𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟” —
la 𝗦𝗧𝗘𝗦𝗦𝗔 𝗖𝗔𝗧𝗘𝗚𝗢𝗥𝗜𝗔 di terroristi e narcotrafficanti.
➡️ 𝗕𝗘𝗡𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗚𝗘𝗟𝗔𝗧𝗜
➡️ 𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗘 𝗜𝗟𝗟𝗘𝗚𝗔𝗟𝗘 𝗔𝗡𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗙𝗙È 𝗗𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗧𝗘 𝗗𝗜 𝗨𝗡 𝗔𝗠𝗘𝗥𝗜𝗖𝗔𝗡𝗢
E nel frattempo:
👉 𝗨𝗡𝗔 𝗕𝗔𝗠𝗕𝗜𝗡𝗔 𝗗𝗜 𝟭𝟯 𝗔𝗡𝗡𝗜 È 𝗗𝗜𝗩𝗘𝗡𝗧𝗔𝗧𝗔 𝗨𝗡 𝗕𝗘𝗥𝗦𝗔𝗚𝗟𝗜𝗢
Questa non è politica.
Questa è 𝗥𝗜𝗧𝗢𝗥𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘.
Questa è 𝗜𝗡𝗧𝗜𝗠𝗜𝗗𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘𝗠𝗜𝗖𝗔 contro chi parla.
𝗖𝗛𝗜 𝗗𝗜𝗖𝗘 𝗟𝗔 𝗩𝗘𝗥𝗜𝗧À 𝗡𝗢𝗡 𝗗𝗢𝗩𝗥𝗘𝗕𝗕𝗘 𝗩𝗘𝗡𝗜𝗥𝗘 𝗧𝗥𝗔𝗧𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗨𝗡 𝗖𝗥𝗜𝗠𝗜𝗡𝗔𝗟𝗘.
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