Albanese, l’ONU: “Fatti Inventati”, “Attacchi Basati su Disinformazione”. Rubio: Colonialismo è Bello.

 

Marco Tosatti

 

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla  vostra attenzione alcuni elementi di valutazione sulla situazione del mondo, e in particolare di quelle che ne è uno dei punti più caldi, il Medio Oriente. Buona lettura e meditazione.

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Il primo è questo commento di Raffaele Oriani, che ringraziamo di cuore:

Il genocidio di Gaza è una voragine. Ha fagocitato pezzo a pezzo “il mondo di ieri”. Ventotto mesi di crudeltà e sofferenza hanno dimostrato che la vita umana può non valere nulla. In tanti se ne sono accorti solo quando questo nulla ha cominciato a corrodere leggi, prassi, istituzioni. In sostanza, quando Donald Trump si è scagliato contro i pilastri della nostra democrazia. Ma l’origine è lì, nella mattanza di Gaza. Se diventa così esplicito – in piena luce, giorno dopo giorno – che la vita umana non ha valore, come possono averlo gli apparati che sono chiamati a rappresentarla, organizzarla, tutelarla?

Si è aperta una voragine di senso che dà quasi le vertigini. Ricordo un titolo del Corriere della Sera dei primi mesi della mattanza. A Gaza erano già stati uccisi oltre ventimila palestinesi, e il primo quotidiano italiano riferiva di un’imboscata subita da un drappello di soldati israeliani. Una brutta notizia in un mare di notizie terribili. Ma era il titolo a segnare uno spartiacque.

Almeno per me: “Giornata di sangue nella Striscia: Hamas uccide 24 soldati israeliani”Quello stesso giorno erano stati uccisi 210 palestinesi, ma fosse stato per loro la giornata non sarebbe stata di sangue. Mi ricordo il senso di sgomento, se non di vero e proprio tradimento provato a leggere quel titolo: queste parole non appartengono al mondo in cui sono cresciuto, vissuto e invecchiato. Sono davvero un’altra cosa. Fino a ieri era pacifico che almeno a parole eravamo tutti uguali, e oggi il Corriere mette nero su bianco che c’è sangue e sangue, vita e vita, dolore e dolore. Ma come fanno a pensarla così? Chi sono, da dove vengono, dove si nascondevano fino ad ora?


Ho ripensato a quel titolo – e a questi due anni di serena accettazione del dolore altrui da parte di tanta parte del nostro establishment politico e mediatico – ascoltando il discorso di Marco Rubio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera. La mattanza di Gaza ha avuto due distinti cori di accompagnamento: la monodia suprematista di tanti politici, militari, opinion maker e cittadini comuni israeliani; e il borbottio ipocrita di chi, soprattutto in Occidente, preferisce non vedere, fa finta di non capire, sceglie di non parlare. Ma se il suprematismo è un disvalore, l’ipocrisia è il nulla. Se il primo è l’approdo di una società intossicata di violenza, la seconda mina la realtà stessa in cui vorrebbe affermarsi. A furia di menzogne, si finisce per non esistere.

Chi parla di diritti umani universali senza mai ribellarsi a un genocidio compiuto in pieno giorno, si condanna al grottesco, all’irrilevanza, se non all’inesistenza. Da ventotto mesi viviamo immersi in quest’ipocrisia. Siamo chiamati ad accettare i massacri di un paese alleato, senza che nessuno rivendichi esplicitamente che – quando non siamo noi – gli essere umani sono sacrificabili a migliaia. Si va avanti senza dirlo, ipocritamente sperando che la nottata passi da sola. Ma l’ipocrisia è appunto un vuoto, Che chiama il pieno, e prima o poi lo impone.

Il discorso di Marco Rubio è il pieno che arriva dopo ventotto mesi di giornate di sangue senza importanza. Il Segretario di Stato americano spazza via ogni ipocrisia, e ci dice che c’è sangue e sangue. Che c’è l’Occidente e c’è il resto del mondo. Fantasticavamo di essere diventati uno scrigno di buone pratiche a disposizione di tutti. Scopriamo di essere rimasti il solito, eterno apparato di potere pronto a ogni aggressione. Ci illudevamo di esserci lasciati alle spalle cinquecento anni di “missionari, pellegrini, soldati, esploratori che dalle nostre coste hanno attraversato gli oceani, popolato nuovi continenti e costruito vasti imperi in tutto il mondo”.

Capiamo che i nuovi leader di Washington guardano con fattiva nostalgia a quelle imprese coloniali. Il periodo nero, quello cui deve andare la damnatio memoriae, non sono i secoli delle conquiste a fil di spada, ma i decenni che hanno visto “il declino terminale degli imperi occidentali, accelerato dalle rivoluzioni comuniste e le ribellioni anticoloniali”. L’età dell’oro non è quella che, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha donato a noi democrazia e benessere, e all’umanità leggi, diritti e istituzioni universali, ma quella che per secoli ha messo il mondo a ferro e fuoco in nome della supremazia d’Occidente.

Rubio ama i soldati che si impadroniscono di terre altrui, non gli imperi che se ne ritraggono a furor di popolo. Nella sua visione sfrontatamente imperialista, il sangue torna ad avere una gerarchia perché è tornato l’Occidente che gerarchizza il mondo. Non quello ipocrita che si benda gli occhi di fronte ai massacri farneticando di ”unica democrazia del Medio Oriente”. Ma quello che i massacri li rivendica in nome della comune, gloriosa eredità di dominio, potere e sfruttamento. Da Leopoldo II a Netanyahu, e un domani, dio non voglia, a Marco Rubio, la formula è sempre la stessa: civiltà per noi, genocidio per chi si mette di mezzo.

Sono più di due anni che i nostri governi e i nostri media mainstream praticano un racconto razzista dei massacri, un’acquiescenza razzista con i colpevoli, un’indifferenza razzista per le vittime. È il razzismo dei doppi standard che distingue tra bambino e bambino, ostaggio e ostaggio, sangue e sangue, sofferenza e sofferenza, crudeltà e crudeltà. Sembrava confinato a Gaza, ma l’abitudine all’orrore lo spinge fino a Monaco, dove Marco Rubio esalta cinque secoli di esplorazioni, stragi, conversioni e conquiste, invitando l’Occidente a ridiventare la potenza egemone del pianeta: “L’ordine globale non può più avere la precedenza sugli interessi dei nostri popoli e delle nostre nazioni”. Si chiarisce così che sovranismo non vuole dire dedicarsi al proprio orticello. Vuole dire trattare ogni orticello altrui potenzialmente come proprio.

Ma se l’obiettivo è la reconquista del mondo da parte dell’Occidente, un’adeguata dose di razzismo è quasi inevitabile. Il magnifico ultimo libro del libanese Amin Maalouf (“Il labirinto degli smarriti”, Nave di Teseo, 2024) ricorda che alla conferenza di pace di Parigi del 1919, la delegazione giapponese fece una semplice richiesta. Allora i nipponici sedevano dalla parte dei vincitori, e, forti del loro contributo alla sconfitta degli imperi centrali, chiesero che nello statuto della futura Società delle Nazioni fosse inserita una “clausola di uguaglianza di tutte le razze”. Gli alleati occidentali si opposero risolutamente, perché sembrava davvero troppo prevedere l’uguaglianza non già tra bianchi europei ma tra colorati cittadini dei cinque continenti. Era il 1919, e fino a ieri sembrava un secolo fa. Poi il genocidio ha cambiato tutto.

La violenza contro gli animali umani massacrati in diretta streaming per oltre due anni ha spalancato le porte al razzismo di ritorno: siamo tornati dov’eravamo al tempo delle guerre coloniali. Marco Rubio incita l’Occidente a riprendere lo scettro (dominance) che gli spetta. Non ci sono nazioni unite, non ci sono diritti universali. C’è l’Occidente che non ha più intenzione di “considerarsi una civiltà tra le tante, né di chiedere permesso prima di agire”. Senza Gaza tutto questo non sarebbe possibile. Per ventotto mesi abbiamo tollerato, armato, incoraggiato e protetto i colonnelli Kurtz israeliani che volevano “sterminare quelle bestie”. Ora siamo pronti ad accogliere l’invito americano a replicare le pagine più sanguinose della nostra storia. A Monaco il discorso di Marco Rubio è stato accolto da una fragorosa standing ovation. Ad applaudirlo, l’élite politica, economica e militare della vecchia Europa. Che tristezza.

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Il secondo è questo commento di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie:

 

È ANCORA POSSIBILE OPPORSI AD UN GENOCIDIO.
CHI NON LO FA (QUASI TUTTI) È COMPLICE.
VOGLIO RINGRAZIARE QUESTE PERSONE A CUI È RIMASTA ADDOSSO DELL’UMANITÀ
– i casi del telecronista Stefan Renna, della regista Kawthar ibn Haniyya e della relatrice ONU Francesca Albanese.
di Lavinia Marchetti
– Stefan Renna: ha trasformato una telecronaca tecnico-sportiva in un atto di denuncia politica, scatenando un dibattito globale sui confini del giornalismo sportivo e sulla coerenza etica delle organizzazioni internazionali come il Comitato Olimpico Internazionale (CIO). Durante la discesa dell’equipaggio israeliano composto dal pilota Adam Edelman e dal frenatore Menachem Chen, Renna ha sospeso il consueto commento su traiettorie e tempi intermedi per focalizzarsi sul profilo ideologico dell’atleta Edelman. Il giornalista ha citato esplicitamente le dichiarazioni pubbliche del bobbista, che si era autodefinito “sionista fino al midollo” e aveva descritto l’operazione militare a Gaza come “la guerra più moralmente giusta della storia”.
L’analisi di Renna non si è limitata alla citazione, ma ha esteso il campo alla condotta extra-sportiva di Edelman. Il bobbista, nato a Boston ma rappresentante di Israele, è stato accusato di aver utilizzato i suoi canali social per minacciare attivisti internazionali, tra cui Greta Thunberg e i membri della “Global Sumud Flotilla”, auspicando per loro un incontro con Hamas a Gaza come “metodo diverso per ottenere lo stesso risultato finale”. Renna ha sottolineato come la partecipazione di atleti con posizioni così radicali e bellicose ponga un interrogativo profondo sulla missione olimpica di pace. Il giornalista ha ricordato come l’istituzione olimpica abbia escluso gli atleti russi e bielorussi a causa del conflitto in Ucraina, invocando la neutralità politica dello sport. Tuttavia, tale rigore sembra svanire di fronte al sostegno esplicito di atleti israeliani a operazioni militari definite da commissioni d’inchiesta delle Nazioni Unite come potenziali atti di genocidio.La risposta della RTS è stata indicativa della fragilità del sistema dell’informazione di fronte a temi polarizzanti. Sebbene il broadcaster abbia ammesso la veridicità fattuale delle informazioni riportate da Renna, ha rimosso il filmato dal proprio sito web, giustificando la scelta con l’inappropriatezza del formato e della lunghezza dell’intervento all’interno di un commento sportivo. La critica interna ed esterna ha però sollevato il dubbio che tale rimozione fosse dettata dal timore di ritorsioni politiche e diplomatiche, specialmente in un momento in cui la Svizzera si trovava a discutere il rinnovo della propria legge sulla radiotelevisione.
– Mentre sulle piste di Cortina si consumava lo scontro tra cronaca e propaganda, a Berlino, nel cuore del festival del cinema, la regista tunisina Kaouther Ben Hania offriva una lezione magistrale di coerenza etica. Invitata a ricevere il prestigioso premio “Most Valuable Film” durante il gala di “Cinema for Peace” per la sua opera The Voice of Hind Rajab. Il momento culminante della protesta di Ben Hania è avvenuto sul palco del gala berlinese, un evento frequentato da figure del calibro di Hillary Clinton e Kevin Spacey. La regista ha rifiutato di portare a casa la statuetta del premio dopo aver appreso che, nella stessa serata, l’organizzazione intendeva onorare il generale israeliano in pensione Noam Tibon per il suo ruolo in un documentario sugli eventi del 7 ottobre.
Ben Hania ha motivato il suo rifiuto con parole che hanno raggelato la platea: “Rifiuto di lasciare che queste morti diventino il fondale per un discorso educato sulla pace”. Ha sottolineato che ciò che è accaduto a Hind Rajab non è un’eccezione, ma parte di un genocidio. Accettare un premio nello stesso spazio fisico e simbolico in cui veniva celebrato un esponente di quell’esercito che aveva sparato oltre 300 proiettili contro l’auto di una bambina sarebbe stato, per la regista, un atto di tradimento verso le vittime. Il discorso di Ben Hania ha ridefinito il concetto di giustizia nel cinema. “La giustizia significa responsabilità (accountability). Senza responsabilità, non c’è pace”, ha affermato, criticando duramente l’uso dell’arte come strumento di “lavaggio dell’immagine” (image-laundering) per poteri che cercano di apparire raffinati mentre avallano la violenza. La regista ha lasciato la statuetta sul palco come monito, dichiarando che sarebbe tornata a ritirarla solo quando la pace fosse stata perseguita come un obbligo legale radicato nella responsabilità per il genocidio.
La protesta di Ben Hania non è stata un atto isolato, ma si è inserita in un clima di boicottaggio intellettuale che ha visto come protagonista anche la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy. La vincitrice del Booker Prize ha annunciato il suo ritiro dal festival di Berlino 2026 in segno di sdegno per le dichiarazioni del presidente della giuria, il regista Wim Wenders. Oltre 80 partecipanti al festival, tra cui attori come Javier Bardem e Tilda Swinton, hanno firmato una lettera aperta condannando il silenzio della Berlinale su Gaza. I firmatari hanno evidenziato l’ipocrisia di un festival che in passato ha rilasciato dichiarazioni nette su atrocità commesse in Ucraina o in Iran, ma che improvvisamente invoca la neutralità quando si tratta delle azioni di Israele. La lettera ha chiesto alla Berlinale di adempiere al suo dovere morale di opporsi apertamente ai crimini di guerra e alla pulizia etnica, rifiutando di farsi scudo per l’impunità diplomatica di uno Stato.
Questo scontro ha evidenziato come la “neutralità” istituzionale sia spesso una forma sofisticata di censura, volta a proteggere gli interessi economici e politici dei finanziatori pubblici a scapito della verità documentale e dell’impegno civile.
– Veniamo a ONU e Francesca Albanese: A seguito della richiesta di dimissioni avanzata dai ministri degli Esteri di Francia, Germania e Italia nel febbraio 2026, diverse articolazioni delle Nazioni Unite sono intervenute con dichiarazioni ufficiali per difendere l’integrità del mandato di Albanese e denunciare la natura strumentale degli attacchi basati su disinformazione.
La condanna del Comitato di Coordinamento delle Procedure Speciali (17 febbraio 2026)
L’intervento più netto è giunto dal Comitato di Coordinamento delle Procedure Speciali del Consiglio per i Diritti Umani, l’organo che rappresenta tutti i relatori indipendenti dell’ONU. In una nota ufficiale intitolata “Promuovere la giustizia, non la disinformazione”, il Comitato ha condannato fermamente gli “attacchi feroci (vicious attacks), radicati nella disinformazione” da parte di rappresentanti statali.
Il Comitato ha dichiarato testualmente:
“Denunciamo le azioni dei ministri di certi Stati che si affidano a fatti fabbricati per criticare la signora Albanese per dichiarazioni che non ha mai reso al 17° Al Jazeera Forum”.
“Gli Stati che pretendono di sostenere i diritti umani, la giustizia e lo stato di diritto dovrebbero investire il loro tempo e la loro energia nel chiamare a rispondere i colpevoli di atroci violazioni dei diritti umani, piuttosto che colpire chi investiga ed espone i crimini internazionali in modo obiettivo”.
“Gli Stati devono guardarsi allo specchio e intraprendere una correzione di rotta urgente. Devono scegliere di stare dalla parte giusta della storia”.

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Vogliamo aggiungere anche questo articolo, in cui l’ONU scagiona totalmente Francesca Albanese, vittima di un montaggio organizzato da un’organizzazione filo-israeliana. Non le sue dimissioni, bisogna chiedere, ma quelle dei Ministri Barrot e Tajani. Mai troppo tardive.

Il Comitato di coordinamento delle procedure speciali Onu ha respinto le accuse di antisemitismo a Francesca Albanese e le richieste di dimissioni arrivate da diversi Paesi, tra cui Francia e Italia. In una nota, l’organo composto da sei esperti indipendenti difende la relatrice speciale Onu per la Palestina, parlando di “violenti attacchi” e di una campagna “basata sulla disinformazione”. “Denunciamo – si legge nel comunicato – le azioni dei ministri di alcuni Stati che si basano su fatti inventati e su dichiarazioni che Albanese non ha mai rilasciato”

La prima richiesta di revoca era arrivata l’11 febbraio dal ministro francese degli Esteri Jean-Noel Barrot, che aveva accusato Francesca Albanese di aver definito Israele “nemico comune dell’umanità durante un forum di Al Jazeera. Un attacco frontale fatto sulla base di un video manipolato con un taglia e cuci che aveva stravolto il reale significato dell’intervento. Nonostante questo, al reclamo della Francia, si erano poi aggiunti quelli della Germania, dell’Italia, dell’Austria e della Repubblica Ceca. Le richieste di dimissioni saranno formalizzate al consiglio delle Nazioni unite per i diritti umani in programma il 23 febbraio.

Nella nota, il Comitato esprime la sua preoccupazione per la delegittimazione costante non solo del lavoro della relatrice, già sanzionata dagli Usa, ma anche di quello di altri esperti indipendenti in materia di diritti umani, di funzionari delle Nazioni Unite e dei giudici di tribunali internazionali. “Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese – scrivono i sei membri – questi rappresentanti del governo dovrebbero unire le forze per chiamare a rispondere delle proprie azioni, anche dinanzi alla Corte penale internazionale, i leader e i funzionari accusati di aver commesso crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza”.

A sostegno di Francesca Albanese e del suo lavoro si sono schierati anche 150 ex diplomatici, ministri e ambasciatori. In una lettera aperta accusano l’attuale ministro degli Esteri francese, Barrot, di ”disinformazione”. Le 150 personalità, tra cui una maggioranza di ex diplomatici olandesi, ma anche ex ministri greci, argentini o danesi ”condannano il ricorso a elementi inesatti e manipolati per screditare la titolare di un mandato indipendente delle Nazioni Unite”. Albanese ”non ha qualificato Israele come ‘nemico comune dell’umanità”, ricordano i firmatari, invitando il Quai d’Orsay a ”tornare sulle dichiarazioni inesatte attribuite alla signora Albanese e a rettificarle pubblicamente”. Anche per loro, non è solo il caso della giurista italiana a essere in gioco, ma ”l’integrità stessa del sistema multilaterale”.

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