Gaza, Libano, Cisgiordania: Continuano le Uccisioni di Civili. Nonostante le “Tregue”.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione qualche elmento di valutazione di quanto sta accadendo in Medio Oriente, un tema che sembra scomparso dalle pagine dei giornali di regime. Buona lettura e condivisione.

§§§

 

Il primo è questo post di InsideOver. Cliccate per il video.

libano glifosato

La missione di pace delle Nazioni Unite in Libano (UNIFIL) ha lanciato l’allarme sulle conseguenze di un’operazione aerea israeliana avvenuta domenica 1 febbraio nel Libano meridionale, durante la quale è stata rilasciata una “sostanza chimica sconosciuta” a nord della Linea Blu, interrompendo le operazioni di mantenimento della pace e sollevando preoccupazioni per la salute e l’ambiente.

UNIFIL ha affermato che le operazioni sono state sospese lungo circa un terzo della Linea Blu, la linea di demarcazione che segna il ritiro di Israele dal Libano nel 2000.

Le operazioni sono riprese solo dopo oltre nove ore, durante le quali sono stati raccolti dei campioni “da testare per la tossicità”.

“Le IDF hanno intimato alle forze di pace di tenersi alla larga dalla zona”, ha dichiarato il portavoce delle Nazioni Unite Stéphane Dujarric.

“Questa attività è inaccettabile e contraria alla risoluzione 1701. Le azioni deliberate e pianificate delle IDF non solo hanno limitato la capacità delle forze di peacekeeping di svolgere le attività loro assegnate, ma hanno anche potenzialmente messo a rischio la loro salute e quella dei civili. L’incidente ha inoltre sollevato preoccupazioni circa gli effetti di questa sostanza chimica sconosciuta sui terreni agricoli locali e su come ciò potrebbe influire sul ritorno dei civili alle loro case e ai loro mezzi di sussistenza a lungo termine”, afferma l’UNIFIL.

La missione ONU ha ribadito il suo appello alle IDF “a fermare tutte queste attività e a collaborare con le forze di pace per sostenere la stabilità per cui tutti stiamo lavorando”.

Non è la prima volta che le IDF sganciano sostanze chimiche sconosciute dagli aerei in Libano.

Dal 7 ottobre 2023, Amnesty International e Human Rights Watch hanno infatti denunciato più volte l’uso di fosforo bianco da parte dell’esercito israeliano in Libano e a Gaza, evidenziando gravi ustioni, incendi, contaminazione dei terreni e sfollamenti di massa della popolazione civile per l’esalazione di fumi velenosi.

L’uso del fosforo bianco non è consentito sui civili ed è vietato dalla Convenzione delle Nazioni Unite.

#whitephosforus #lebanon #israel

***

Poi c’è questo post, sempre dal Libano:

libano, tetto

Il 31 gennaio un drone israeliano nel Sud del Libano ha bombardato e ucciso un uomo che stava riparando un tetto.

Poche ore dopo l’IDF ha diffuso il filmato del bombardamento dicendo che si trattava di “un terrorista che ricostruiva un covo di terroristi”.

Il giorno dopo, il 1° febbraio un attacco di un drone israeliano ha colpito un veicolo nel sud del Libano, nel distretto di Nabatieh, uccidendo almeno una persona e ferendone tre, tra cui bambini, stando alle prime fonti locali.

Il 2 febbraio 2026, un altro drone israeliano ha bombardato un veicolo sulla strada di Zahrani, tra Ansarieh e Sarafand in pieno giorno e con la strada affollata di veicoli: il conducente è rimasto ucciso nell’attacco.

Secondo i dati dei media locali e ministeriali, da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore a novembre 2024 Israele ha violato la tregua almeno 12.000 volte, uccidendo almeno 360 persone e ferendone un centinaio.

Le violazioni includono raid con droni, attacchi a veicoli, obiettivi dichiarati come “infrastrutture” o “posizioni di Hezbollah” e bombardamenti di aree civili nel sud del Libano.

Israele giustifica le proprie operazioni come risposta alle presunte violazioni da parte di Hezbollah ma senza fornire prove rispetto all’identità delle vittime.
#lebanon #israel

***

Poi c’è questo articolo de Il Manifesto:

Un valico-prigione: al rientro a Gaza abusi, minacce e furti

Najat Rubaie abbraccia un nipotino dopo il suo ritorno a Gaza foto Ap/Abdel Kareem Hana

Najat Rubaie abbraccia un nipotino dopo il suo ritorno a Gaza – Ap/Abdel Kareem Hana
 Nonostante la consegna dei resti dell’ultimo ostaggio lo abbia costretto a un’apertura simbolica del valico di Rafah, Israele è riuscito a preservarne l’occupazione e il pieno controllo. La dinamica di ingressi e uscite è incastrata in attese infinite, lungaggini burocratiche, ripetuti controlli e totalmente sottoposta agli umori decisionali di Tel Aviv.

OGNUNO dei numerosi enti internazionali coinvolti nel processo è costretto a sottostare agli ordini israeliani, tassativi e insindacabili. È una catena di comando binaria quella tratteggiata dalla seconda fase del piano voluto dal presidente degli Stati uniti, Donald Trump, e sottoscritto da Israele e Hamas. È probabile, tuttavia, che il gruppo palestinese non si aspettasse un tale livello di controllo, almeno a leggere il comunicato stampa diffuso ieri, in cui ha accusato Israele di «maltrattamenti, abusi ed estorsioni deliberate» che equivalgono a «terrorismo» e «punizione collettiva».

Le prime dodici persone rientrate dall’Egitto – donne e bambini – sono giunte al valico all’alba di lunedì ma hanno dovuto attendere fino alle 22 perché Israele autorizzasse l’ingresso. Il gruppo era composto da cinquanta persone, tutti residenti di Gaza precedentemente usciti con le evacuazioni mediche. Nonostante i nomi fossero stati approvati da Tel Aviv attraverso i controlli dello Shin Bet, all’ultimo momento, a notte fonda, l’esercito ha deciso di respingere 38 persone.

Sulla parte est del valico opera l’autorità palestinese, sotto la supervisione della Missione di assistenza alle frontiere dell’Unione europea (Eubam). Ma il vero controllo lo esercita Israele a 500 metri dal passaggio. Le donne hanno raccontato di essere state sequestrate da uomini armati e con il volto coperto: i miliziani palestinesi al soldo di Tel Aviv, probabilmente il gruppo fondato da Abu Shabab, in seguito ucciso. Una fonte israeliana ha confermato al quotidiano Haaretz che i gruppi hanno il compito di «scortare» i palestinesi in ingresso.

L’eventuale prova di un coinvolgimento della missione europea nella consegna di civili a milizie palestinesi gestite da Israele configurerebbe un precedente allarmante sotto il triplice profilo politico, giuridico e morale.

LE MILIZIE, clan locali composti soprattutto da predoni ed ex galeotti, sono state impiegate nel saccheggio degli aiuti umanitari nella Striscia in carestia. Attualmente, Tel Aviv le utilizza per compiere azioni di terra nella metà di Gaza che non controlla. Gli uomini, armati e incappucciati, hanno portato donne e bambini al posto di blocco militare israeliano, il vero «valico» da attraversare. Una sorta di prigione, un centro pensato per perquisizioni, interrogatori, sequestri.

A lungo le donne sono state sottoposte a trattamenti umilianti. Due hanno detto di essere state bendate e ammanettate, sotto la minaccia dell’arresto. «È stato un viaggio di orrore, umiliazione e oppressione», ha dichiarato Huda Abu Abed a Reuters. Rotana al-Raqab, originaria del sud di Gaza, ha raccontato ai media arabi che i soldati hanno minacciato di portarle via i figli, di relegarla in una prigione, le hanno intimato di lasciare la Striscia.

Ai maltrattamenti si aggiungono tentativi di coercizione e molestie: Raqab riferisce di ufficiali che hanno cercato di trasformare le civili in spie e di minacce a sfondo sessuale («atti impropri») usate come strumento di pressione. Le hanno liberate dopo aver sequestrato quasi tutto: soldi, abiti, cibo, acqua, persino i giocattoli dei bambini. Superata la «linea gialla» e raggiunta Khan Younis, il gruppo si è finalmente riunito ad amici e parenti, in un abbraccio atteso da mesi o, per alcuni, da anni.

Nel verso opposto, circa 135 palestinesi sono stati trasportati a Rafah con le ambulanze della Mezzaluna rossa. Sono tutti casi medici urgenti, che hanno atteso anche questa volta diverse ore, dall’alba di lunedì fino a tarda sera. L’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto sapere che, infine, Israele ha acconsentito al passaggio di soli cinque pazienti e sette accompagnatori.

Ci sono circa 20mila palestinesi che hanno bisogno di ricevere cure urgenti, trattamenti a cui non possono essere sottoposti nella Striscia, devastata dagli attacchi e dal blocco israeliano. Dal lato egiziano si stima che si trovino circa 80mila palestinesi.

MENTRE ISRAELE continua ad occupare più di metà della Striscia e ne controlla tutti i confini, l’esercito non ferma i suoi attacchi. Altre tre persone sono state uccise in 24 ore, tra le quali un ragazzo di 19 anni, Ahmed Abdel-Al, colpito dal fuoco dei militari mentre si trovava in un’area lontana dalla «linea gialla».

Ahmed è il 529esimo palestinese ucciso da Israele a Gaza dall’inizio del cessate il fuoco.

***

E poi c’è questo post su Instagram:

gaza dott.ssa uccisa

 

Si chiamava Intissar. Era una dottoressa, una psicologa.
Una persona che aveva scelto di curare, di ascoltare, di tenere in vita.
Lei e suo marito erano entrambi medici: due vite dedicate a prendersi cura degli altri.

Il 4 febbraio 2026, a Gaza City, è stata uccisa.
Non sul campo di battaglia.
Non armata.
Non una minaccia.
Uccisa come vengono uccisi i civili palestinesi ogni giorno:
dentro la propria vita, dentro la propria casa, dentro una normalità già devastata.

Il silenzio che segue queste morti è altrettanto violento.
Nomi che non diventano titoli.
Vite che non meritano indignazione globale.
Come se la loro umanità fosse negoziabile.

Finché Israele continuerà a colpire Gaza con questa impunità,
e il mondo continuerà a voltarsi dall’altra parte,
ogni parola su “valori”, “diritti umani” e “civiltà” resterà una menzogna.

***

Infine questo articolo di FanPage:

Scarcerato da Israele, professore muore dopo una settimana: “L’hanno ucciso lentamente, solo così potevano fermarlo”

È stato arrestato un giorno freddo di gennaio, nel campo nessuno parlava d’altro, solo del professore Khaled, insegnante di tutti a Dheisheh Camp, a Betlemme, nella Cisgiordania occupata. Khaled Al-Saifi non era solo un insegnante: era la memoria storica del campo profughi di Dheisheh. Sessantasei anni, animatore sociale e politico, Khaled ha attraversato la storia della resistenza palestinese dalla prima Intifada, tra i banchi di scuola e il centro culturale di Ibdaa. È morto una settimana dopo il suo rilascio, dopo due anni dentro e fuori dalle carceri israeliane, dopo due anni di torture e privazioni di sonno, cibo e medicine.

“Khaled lo conoscevo molto bene, è una grossa perdita. Era appena uscito dal carcere nella prima intifada quando ci siamo incontrati e poi dopo l’ho sempre continuato a frequentare, era il nostro contatto nel campo, è venuto in Italia, aveva portato tutta la squadra di Dabke (ballo tradizionale palestinese)”, racconta a Fanpage.it Meri Calvelli, cooperante dell’Ong italiana ACS, che da anni con Khaled portava aveva diversi progetti per i giovani del campo profughi di Dheisheh.

Il centro culturale di Ibdaa, di cui Khaled era il direttore, era un centro fondamentalmente per tutta la popolazione, l’unico di tutto il campo e il primo in assoluto nella Palestina occupata. Acs insieme al centro di Ibdaa è riuscita a portare in Italia tanti giovani palestinesi, attraverso i progetti di Erasmus Plus, ma con Ibdaa lavoravano tante altre organizzazioni internazionali ed è per questo che faceva molta paura agli israeliani, perché era uno dei luoghi che sapeva esprimere meglio al mondo cosa e chi sono i palestinesi.

 “Ibdaa era una casa per tutti gli internazionali, chiunque andava a Dheisheh passava per quel centro. È stato creato grazie anche al nostro sostegno, nella prima intifada era solo una piccola libreria che poi man mano si è sviluppata ed è diventata il centro culturale. Era un centro fondamentale per tutta la popolazione, dentro facevano la Dabka, il cinema, le donne facevano il ricamo tradizionale palestiense (Tatreez) e vendevano i loro prodotti lì dentro. Facevano lo sport, allenavano la squadra di palla a canestro, che era la prima in classifica nel campionato nazionale palestinese. C’era il ristorante in alto, la sala teatro al centro, la guest house. Ma era anche un luogo di memoria per tutti noi. Israele sapeva che ruolo aveva quel centro e quello che aveva Khaled per la comunità, per questo l’hanno ucciso, lentamente, giorno dopo giorno”, continua la cooperante.

Khaled era stato arrestato a gennaio del 2024, poi rilasciato dopo 10 mesi, ma sotto minaccia di Israele: se non avesse chiuso il centro culturale sarebbe stato di nuovo arrestato. “Khaled non ha mai smesso di operare in quel centro, gli israeliani sapevano che solo ammazzandolo l’avrebbero chiuso”, commenta ancora Calvelli.

Così dopo tre mesi in libertà è stato di nuovo arrestato, picchiato, e torturato. “Gli hanno spaccato tutti i denti e gli hanno vietato di prendere le sue medicine salvavita per mesi. Quando ormai avevano capito che sarebbe morto, l’hanno rilasciato”, spiega la donna.

Dal 7 ottobre 2023 le carceri israeliane, che non sono mai stati luoghi di rispetto dei diritti umani, sono diventate veri e propri buchi neri nei quali sai quando entri e non sai se e come esci. Da tre anni i prigionieri palestinesi non hanno più nessun diritto, nessun contatto con il mondo esterno, hanno razioni estremamente ridotte di cibo e vengono sistematicamente torturati. Questo è quello che è successo a Khaled, così come a oltre 9.200 palestinesi che vivono oggi in condizioni terribili. Khaled però non ce l’ha fatta ed è morto sette giorni dopo aver riconquistato la sua libertà.

“Dal 7 ottobre 2023 Israele ha messo in atto tutti i suoi mezzi – esercito e coloni – per far fuori chiunque collabori con la comunità internazionale”, conclude Calvelli, “non vogliono che la comunità internazionale sappia, non vogliono che veda, non vogliono permetterci di supportare i palestinesi. E poi l’obiettivo israeliano è cancellare completamente qualsiasi possibilità di formazione culturale, di crescita di questi ragazzi che stanno dentro i campi profughi, vogliono cancellare la memoria. Eppure i palestinesi non dimenticano e insegnano ai propri figli a non dimenticare, e noi in questo non smetteremo mai di supportarli”.

§§§

Aiutate Stilum Curiae

IBAN: IT79N0200805319000400690898

BIC/SWIFT: UNCRITM1E35

***

Se hai letto « Gaza, Libano, Cisgiordania: Continuano le Uccisioni di Civili. Nonostante le “Tregue”. » ti può interessare:

Torna in alto