Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione qualche elemento di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo articolo di Avvenire, che ringraziamo per la cortesia:
Siamo stati in Cisgiordania: ecco cosa fanno davvero i coloni e chi sono gli sfollati
di Nello Scavo, inviato a Ras Ein al-Auja
La vicenda dei carabinieri italiani fermati è solo uno dei tanti casi (su cui peraltro non c’è una versione univoca). Beduini e cristiani sono le ultime vittime dell’esodo forzato imposto anche dalla polizia israeliana.

Il western dei coloni comincia con il rossore del tramonto. Non hanno i volti acerbi e imbronciati dei “giovani delle colline”, che piombano all’improvviso mulinando i bastoni sui palestinesi da cacciare. Quella è l’avanguardia mandata a fare caciara e preparare il terreno per chi verrà dopo, con armi pesanti e tecniche da paramilitari.
Nella Valle del Giordano, dove l’ampia gola fertile resiste all’avanzata del deserto di sassi, da millenni erano i beduini ad animare il paesaggio e dare carne da macello ai villaggi circostanti. Quando pellegrini e viaggiatori torneranno per immortalare le vedute, non li troveranno più. Le ultime famiglie rimaste nella comunità di Ras Ein al-Auja se ne sono andate. Era la più grande comunità di pastori, lì dove il fiume che segna il confine con la Giordania scorre lento in direzione del Mar Morto. L’ultimo insediamento di beduini nella Valle del Giordano meridionale. Erano rimasti in 800. Ora ci sono le roulotte dei coloni che ne faranno un nuovo avamposto israeliano in Palestina. Sul campo dove sostavano tende e capanni, è rimasto lo scheletro di un divano dato alle fiamme e le tracce del bestiame in parte disperso e in parte consegnato a qualche fattoria nei centri abitati.
Attivisti e autorità locali hanno tenuto la contabilità. Il vecchio Abu, che a Gerico è considerato nemico giurato di Hamas ma che non ama né il governo israeliano né quello palestinese di Ramallah, dalla sua stanza tira fuori il registro della sostituzione. Dal disadorno ufficio esposto al vento che «soffia quaggiù all’inferno», indica la tacca sulla strada che segna i 400 metri sotto al livello del mare, in questa che annoverata come la città più antica del mondo e la più profonda tra i luoghi abitati. «Non è profondità – precisa – è abisso, e così stanno andando le cose». Intende che dall’ottobre 2023 coloni e polizia israeliana, alcune volte in alternanza altre spalleggiandosi, hanno sfollato con la forza 45 comunità palestinesi in Cisgiordania, per un totale di almeno 3.501 persone. Altre 12 comunità sono state parzialmente sfollate, con almeno 455 persone costrette ad abbandonare le proprie case. Alle sue spalle segue con le dita da contadino l’avanzare dei coloni sopra una mappa di tre anni fa, invecchiata in fretta. La cartina della Palestina non mostra i 300 tra avamposti, insediamenti, colonie israeliane.
Dopo i beduini tocca ai cristiani. Se ne contano sempre meno. A Taybeh sulla carta dovrebbero essercene 15mila, ma a metterli insieme oggi non si arriva a 1.500. Chi può se ne va, spesso senza mai più tornare. Gli attacchi coordinati e sistematici seguono una precisa traiettoria. Dal Nord della Gerusalemme occupata fino al Giordano, i borghi palestinesi dove ci sono campanili, vengono prima circondati dagli insediamenti, infine attaccati. Nella notte tra sabato e domenica è toccato alla gente di Birzeit. Un luogo antico, tra colline e rupi, dove convive senza strappi chi prega al richiamo del muezzin e chi al suono delle campane. Cristiani e islamici non mettono barriere per segnare i confini tra i poderi. È stato facile per un gruppo di coloni irrompere in un terreno appartenente a una famiglia cristiana, adiacente alla loro abitazione. Quando la madre è uscita con i figli e i cugini per difendere la proprietà, è stramazzata tra i cespugli, colpita alla testa da una pesante pietra. Tre giovani della famiglia sono stati picchiati e trascinati via. All’inizio la gente del villaggio pensava fossero stati arrestati. La polizia israeliana il giorno dopo ha confermato di avere fermato e spedito in cella solo uno dei ragazzi. Gli altri due sono stati trovati moribondi sul ciglio di una strada di campagna. Il parroco padre Firas Abedrabbo non ha nascosto la preoccupazione. Dall’ospedale di Ramallah i medici rassicurano quanto alla sorte della madre ferita gravemente ma non in fin di vita. I familiari per il momento preferiscono non esporsi. Uno dei loro cari è in attesa di un verdetto e ogni parola di troppo potrebbe gravare sui temi della detenzione. Il parroco cerca di non peggiorare le cose. «Che il Signore – invoca – tocchi i cuori, protegga gli innocenti, guarisca i feriti, consoli gli afflitti e guidi i responsabili e i popoli sui cammini della giustizia e della pace», ripete padre Firas.
Anche da Berzeit i coloni se ne sono andati mostrando i mitra. Armi come quella adoperata da un colono e riservista, che domenica ha minacciato due carabinieri italiani. L’esercito israeliano ha cercato di raddrizzare la versione iniziale, parlando di un militare in servizio senza specificare né per quale unità fosse in missione né perché fosse in borghese. L’uomo, come confermano residenti e testimoni sul posto, sarebbe un colono oltre che riservista dell’esercito, come almeno 450mila israeliani e buona parte dei coloni.
Quando gli assalti non arrivano al tramonto, allora può essere peggio. Perché all’alba cominciano solo i militari. Ieri le forze di occupazione hanno sradicato decine di ulivi ed emesso ordini di sospensione dei lavori per 20 case nella città di Tuqu’, a sud-est di Betlemme. Il sindaco Mohammad al-Badan, ha raccontato che «una forza dell’esercito israeliano, accompagnata da veicoli militari, si è posizionata lungo l’ingresso occidentale della città e ha iniziato a sradicare centinaia di ulivi lungo un tratto di circa 1.500 metri e a una profondità di quasi 8 metri, con il pretesto di cosiddette “ragioni di sicurezza”». Hanno inoltre emesso ordini di sospensione dei lavori ai proprietari di 20 case. Per Al-Badan c’è una sola ragione: «Impedire l’espansione dei villaggi palestinesi. L’occupazione continua a inasprire le misure contro i residenti chiudendo le strade con cancelli di ferro, sequestrando terreni, nonostante si tratti di proprietà dei cittadini». Ore prima, in piena notte a Hebron diverse famiglie di contadini sono state svegliate dal fracasso dei trattori. Osama Makhameh, attivista per i diritti dei palestinesi, ha raccontato che i coloni armati della colonia di Susya, costruita su proprietà palestinesi a sud di Hebron e sotto la protezione dei soldati israeliani, «hanno sradicato e distrutto 500 ulivi, fichi, mandorli e altri alberi». Prima di andarsene hanno disperso il bestiame e lasciato sulle pareti scritte ingiuriose. Pochi giorni prima il ministro e colono israeliano Ben Gvir aveva approvato il rilascio del porto d’armi per gli israeliani di altri 18 insediamenti illegali di occupazione.
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Poi c’è questo articolo su Facebook di Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie:
L’USO DEL LUTTO COME PREMESSA DI “SOLUZIONE FINALE”.
– NETANYAHU e BEN-GVIR “PARLANO” DAL FUNERALE DELL’ULTIMO OSTAGGIO.
di Lavinia Marchetti
A Meitar, il 28 gennaio 2026, la sepoltura di Ran Gvili chiude il conteggio degli ostaggi riportati dalla Striscia di Gaza dopo ottocentoquarantatré giorni di prigionia e operazioni militari. Questo evento sancisce la fine di una fase del conflitto.
Lo Stato utilizza il corpo dell’ultimo rapito per stabilire nuove regole d’ingaggio definitive. Benjamin Netanyahu ha rimosso la spilla gialla dal proprio abito durante l’elogio funebre.
Questo atto simbolico indica il passaggio dalla gestione della crisi alla proclamazione di un obiettivo finale di cancellazione territoriale e di sterminio. Il Primo Ministro ha dichiarato:
«Per 843 giorni, questa spilla gialla è rimasta appuntata al mio petto, un peso costante, un promemoria del debito che avevamo verso Ran e verso ogni singola anima rapita in quel giorno nero. Oggi, con il ritorno di Ran Gvili, l’ultimo dei nostri figli, la missione nazionale di riportarli a casa è ufficialmente compiuta. Posso finalmente toglierla, ma non illudetevi: se oggi cade la spilla, la nostra spada resta sguainata e più affilata che mai» (Benjamin Netanyahu, Discorso al funerale di Ran Gvili, Meitar, 28 gennaio 2026).
Questa affermazione lega la fine dell’attesa alla ripresa di una violenza che non prevede più il limite del negoziato. L’obiettivo dichiarato diventa la trasformazione di Gaza in un luogo privo di vita civile. Netanyahu prosegue definendo lo spazio nemico attraverso la categoria del nulla:
«Continueremo a setacciare ogni centimetro della Striscia finché Gaza non sarà altro che un deserto smilitarizzato dove il nome di Hamas sarà solo un monito per i secoli a venire. Chi ha toccato Ran ha pagato con la vita, e chiunque oserà sfidarci ancora vedrà la propria casa rasa al suolo».
Itamar Ben-Gvir ha integrato questa visione con una richiesta che incide sulla materia biologica dei prigionieri. Il Ministro della Sicurezza Nazionale ha invocato l’applicazione della pena capitale come strumento ordinario. Le sue parole definiscono un’alterità assoluta priva di diritti elementari:
«Non è più tempo di prigioni, non è più tempo di nutrire questi animali umani con le tasse dei nostri cittadini. Chiedo ufficialmente al governo di approvare ora la legge sulla pena di morte. Ogni terrorista che ha partecipato a quell’orrore deve uscire dalle nostre carceri solo dentro una bara» (Itamar Ben-Gvir, Elogio funebre per Ran Gvili, Meitar, 28 gennaio 2026).
La richiesta di trasformare il sistema carcerario in un apparato di eliminazione fisica riflette l’impianto argomentativo del colonialismo d’insediamento e si avvicina ad un nazismo dichiarato. La vita del nemico viene considerata priva di valore giuridico. La morte diventa l’unico esito possibile del processo di custodia. Ben-Gvir ha concluso ribadendo la necessità di una forza che esclude concessioni umanitarie:
«Non ci può essere pietà per chi non ha umanità. Per Ran, per il suo sangue, la nostra risposta deve essere una forza schiacciante e definitiva, senza concessioni e senza aiuti umanitari per chi ha protetto i suoi rapitori».
– Al di là del delirio che possiamo facilmente scorgere in queste parole, si può notare anche come questa retorica trasforma il rito del commiato in una ratifica della violenza sovrana. Il corpo di Gvili funge da fondamento per la fondazione di “Renanim”, una nuova comunità nel Negev che sorgerà sopra la memoria del conflitto. La distribuzione territoriale degli insediamenti segue la logica della sostituzione della popolazione locale. La conclusione della missione per gli ostaggi apre la fase della desertificazione di Gaza. Ogni azione viene presentata come necessaria per la sicurezza dello Stato. Il lutto si fa pretesto per la cancellazione dell’altro. Il genocidio continua. Per tutte le anime belle che credevano che restituendo gli ostaggi si sarebbero fermati.
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