Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione su quanto sta accadendo in Medio Oriente, a Gaza e in Cisgiordania in particolare. Buona lettura e diffusione.
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Il primo è questo post di Insideover, che documenta l’assassinio, da parte di Israele, di altri tre giornalisti. Quella che la servo-stampa definisce “L’unica democrazia del Medio Oriente” h dimostra un odio particolare per chi testimonia i suoi atti. Circa terecento giornalisti sono stati uccisi solo a Gaza, senza contare quelli in Cisgiordania. Cliccate sul collegamento per il video.

Gaza, 21 gennaio. Altri tre giornalisti palestinesi uccisi.
Mohammed Salah Qashta, Abdul Raouf Shaath e Anas Ghneim lavoravano per il Comitato egiziano per gli aiuti a Gaza (Egyptian Committee for Gaza Relief): stavano documentando la situazione di civili sfollati, vicino al Corridoio di Netzarim, quando il veicolo sui cui viaggiavano, chiaramente contrassegnato con il logo dell’organizzazione umanitaria, è stato colpito da un attacco israeliano.
Uno dei giornalisti, Abdul Raouf Shaath, si era sposato 13 giorni prima.
Nell’attacco è rimasta uccisa anche una quarta persona.
Come sempre, in merito all’omicidio dei giornalisti l’esercito israeliano ha dichiarato di aver preso di mira “sospetti che utilizzavano un drone affiliato ad Hamas”.
Nella stessa giornata l’IDF ha ucciso altre 11 persone. Dal cessate il fuoco di ottobre scorso, l’esercito israeliano ha ucciso oltre 470 persone nella Striscia.
Secondo Reporters Without Borders, nel 2025 il 43 % dei giornalisti uccisi nel mondo erano palestinesi, uccisi a Gaza dall’esercito israeliano.
Gaza è oggi il luogo più letale per i reporter nel mondo e l’esercito israeliano il principale responsabile delle uccisioni di giornalisti in tutto il 2025.
Qashta, Shaath e Ghneim sono morti mentre facevano il loro lavoro per un’organizzazione umanitaria, durante una “tregua” che non ha posto fine al genocidio.
#gazagenocide #journalistsarenotatarget #israel
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E poi c’è questo post di Giuseppe Salamone:

Se fosse stato Hamas a uccidere 11 israeliani o se tutto ciò fosse successo adesso in Iran, a quest’ora avremmo le edizioni straordinarie.
Altri tre giornalisti sono stati appena uccisi dallo Stato terrorista di israele: Mohammed Qeshta, Abd al-Rauf Shaath e Anas Gneim.
Lavoravano per il Comitato egiziano per gli aiuti a Gaza e quando sono stati ammazzati, colpiti da un raid dell’esercito “più morale del mondo”, stavano filmando un accampamento allestito nella zona di al-Zahra, nella Striscia di Gaza.
Solo oggi israele ha ammazzato 11 Palestinesi, tra cui tre persone della stessa famiglia compreso un bambino. Ma queste morti non fanno notizia, non creano indignazione. Mica sono come quei morti che come sciacalli li usano per portare avanti una propaganda guerrafondaia e ipocrita…
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Inoltre c’è questo post di Novara Media, che riecheggia il rapporto di un importante gruppo ebraico per i diritti umani, B’Tselem, sui campi di tortura gestiti da Israele:

Le guardie commettono “grave violenza” e impongono “condizioni disumane, fame deliberata, negazione di cure mediche, umiliazioni e abusi psicologici”, secondo un rapporto pubblicato martedì da B’Tselem.
La tortura include “aggressione sessuale, minacce di violenza sessuale, stripping forzato, gravi lesioni ai genitali dovute a percosse e penetrazione anale forzata. ”
“Tutto il regime israeliano è complice”, ha detto il gruppo, aggiungendo che la tortura è stata “approvata e sostenuta dal sistema politico, dal sistema giudiziario, dai media e, ovviamente, dalle stesse autorità carcerarie, che si vantano apertamente delle condizioni torturate. ”
La negazione delle cure mediche è utilizzata anche come metodo di tortura, “che porta a danni irreversibili che vanno dall’amputazione degli arti alla perdita dell’udito e della vista”, ha dichiarato il rapporto, basato su interviste a 55 uomini e donne palestinesi.
I prigionieri sono confinati in celle sporche, privi di sonno e materassi o cuscini negati. Vengono tenuti con mani e piedi incatenati per periodi prolungati, talvolta per tutto il tempo in cui vengono imprigionati.
“Poiché le nostre mani sono state legate molto strettamente per tutto il tempo, le cravatte mi hanno consumato pelle e carne ai polsi”, ha detto un ex detenuto. “Sanguinava tutto il tempo fino a quando, ad un certo punto, le ossa di entrambe le mani sono state esposte. ”
Dall’inizio del genocidio di Israele nell’ottobre 2023, 84 palestinesi sono morti durante la detenzione israeliana, ma “c’è motivo di grave preoccupazione che la cifra completa sia molto più alta”, ha detto B’Tselem.
Diversi altri gruppi di difesa, tra cui il principale Centro palestinese per i diritti umani, hanno pubblicato testimonianze di ex detenuti che hanno descritto le guardie israeliane che usano cani per violentare i palestinesi.
Dei 10.000 palestinesi detenuti da Israele, molti sono trattenuti senza accuse, mentre a chi è accusato di crimini viene negato processi equi.
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Sullo stesso argomentò, questo post:

“Living Hell” fa seguito al rapporto di B’Tselem dell’agosto 2024 “Welcome to Hell”. Basandosi sulle approfondite ricerche e analisi condotte per il rapporto precedente, fornisce dati aggiornati e nuove testimonianze di 21 palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane negli ultimi mesi e si basa su dati di altre organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani. Le informazioni aggiornate indicano che le prigioni israeliane continuano a funzionare come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi sistematici ancora più estesi di prima. Ciò include abusi fisici e psicologici, condizioni disumane, fame deliberata e negazione di cure mediche, tutti fattori che hanno portato a numerose morti. Alcuni testimoni hanno anche descritto di aver subito o assistito a violenze e abusi sessuali. La trasformazione delle prigioni in una rete di campi di tortura fa parte dell’attacco coordinato del regime israeliano alla società palestinese, volto a smantellare la collettività palestinese.
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Questo post di InsideOver denuncia la situazione in Cisgiordania, sempre creata da “l’unica demorazia del Medio Oriente”:

Nel 2025 in Cisgiordania occupata sono stati arrestati oltre 7700 civili con la detenzione amministrativa.
La detenzione amministrativa è una procedura che consente all’esercito israeliano di trattenere i prigionieri a tempo indeterminato sulla base di informazioni segrete, senza accuse formali e senza processo.
Il motivo è sempre lo stesso: “arresto per motivi di sicurezza”.
La persona incarcerata resta in attesa di processo per un tempo che va da alcuni mesi a diversi anni.
Secondo il Centro Palestinese per gli Studi sui Prigionieri nel 2025 c’è stato un uso senza precedenti dell’amministrazione detentiva: oltre 7.715 ordini emessi nell’arco dell’anno, tra nuovi provvedimenti e rinnovi.
Il direttore del centro, il ricercatore Riyad Al-Ashqar, collega questa escalation direttamente all’inizio del genocidio a Gaza, dal 7 ottobre 2023.
La detenzione amministrativa, sostiene Al-Ashqar, viene applicata come punizione collettiva, colpendo famiglie e comunità con arresti improvvisi, senza che la persona detenuta sappia quale sia l’accusa e senza possibilità di contestare la privazione della libertà.
Secondo i dati diffusi dal Centro Palestinese per gli Studi sui Prigionieri, gli arresti in Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est hanno fatto salire il numero di prigionieri trattenuti con detenzione amministrativa a oltre 3.400: pari a circa il 35% della popolazione carceraria palestinese nelle prigioni israeliane, stimata oggi a 9.500 persone. Prima del genocidio a Gaza erano circa 1.300.
Tra i casi più noti dell’uso della detenzione amministrativa quello del dottor Hussam Abu Safiya, arrestato a Gaza a dicembre 2024, senza accuse formali e senza processo.
Durante la detenzione, il dottor Hussam Abu Safiya è stato ripetutamente torturato dalle autorità israeliane e gli sono state negate cure mediche.
Il 16 ottobre 2025, i rappresentanti legali del Dr. Hussam Abu Safiya hanno confermato che un tribunale israeliano ha prorogato la sua detenzione amministrativa di altri sei mesi.
#israel #westbankunderattack #freedrabusafiya
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E intanto a Gerusalemme occupata Israele demolisce la sede di un’agenzia dell’ONU. Cliccate per il video:

Gerusalemme Est: all’alba di martedì 20 gennaio Israele ha demolito alcune strutture all’interno del compound dell’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, edificio già requisito dalle autorità israeliane l’anno scorso.
L’operazione – condotta con bulldozer e sotto la protezione delle forze israeliane – è stata duramente condannata dall’agenzia ONU: il Commissario generale UNRWA, Philippe Lazzarini, ha definito l’intervento israeliano “un attacco senza precedenti contro un’agenzia delle Nazioni Unite e i suoi edifici. Un nuovo livello di aperta e deliberata violazione da parte di Israele del diritto internazionale, compresi i privilegi e le immunità delle Nazioni Unite”.
Ex dipendenti dell’agenzia ONU hanno raccontato che gli edifici demoliti venivano impiegati come magazzini per lo stoccaggio di aiuti destinati alla Cisgiordania occupata e alla Striscia di Gaza.
Il ministero degli Esteri israeliano respinge le accuse: in una nota ha affermato che il compound “non gode di alcuna immunità” e che la sua acquisizione è avvenuta “in conformità sia al diritto israeliano sia a quello internazionale”.
A ottobre 2024 il Parlamento di Israele ha approvato una legge che vieta a UNRWA di operare nel Paese e impedisce ai funzionari israeliani qualsiasi contatto con l’agenzia.
A fine dicembre 2025, la Knesset ha approvato un provvedimento che revoca l’immunità diplomatica a UNRWA, aprendo alla possibilità di azioni legali nei tribunali israeliani e prevedendo, secondo quanto riportato, anche l’interruzione della fornitura di servizi essenziali – dall’acqua all’elettricità, fino alle comunicazioni – alle strutture dell’agenzia.
Il 16 gennaio Israele ha disposto la chiusura per 30 giorni dell’ospedale UNRWA nel Quartiere Musulmano della Gerusalemme occupata.
La struttura, attiva dagli anni Cinquanta, rappresentava da decenni uno dei pochi presidi sanitari accessibili ai rifugiati palestinesi, inclusi pazienti provenienti da diverse zone della Cisgiordania occupata costretti a raggiungere Gerusalemme per cure, terapie e assistenza primaria.
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