L’ONU Accusa: I$r@ele Pratica la Tortura. Un Altro Giornalista Assassinato a Gaza.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione su quanto sta accadendo in Medio oriente. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è questo post di Instagram:

gaza fotoreporter ucciso

Martedì 2 dicembre l’esercito israeliano ha ucciso il fotoreporter Mahmoud Wadi in un attacco aereo a Khan Younis, mentre documentava la situazione delle famiglie sfollate.

Nell’attacco anche il giornalista Muhammad Abdel Fattah Aslih è rimasto ferito: Aslih è il fratello di Hassan Aslih, fotografo ucciso in un attacco con drone all’ospedale Nasser a maggio scorso.

“Altre tristi notizie da Gaza, la scena del crimine che non chiude mai. Nessun cessate il fuoco, dichiarato, immaginato o sperato, può proteggere i giornalisti palestinesi dalla violenza israeliana. RIP Mahmoud Wadi. Solidarietà alla sua famiglia, o a ciò che ne resta. 225-250 giornalisti uccisi a Gaza in 750 giorni” ha commentato Francesca Albanese , Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

Dalla tregua del 10 ottobre scorso, Israele ha violato il cessate il fuoco più di 500 volte uccidendo almeno 356 persone a Gaza.

‘Vivo questa vita per il bene di mio figlio’ aveva detto il giornalista Wadi ad un amico nella loro ultima conversazione.

#journalistsarenotatarget #gazagenoci̇de #israel #palestine #idf

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Sulla stessa linea c’è questo post di Instagram:

giornalista cisgiordania prigione

Farah Abu Ayyash, 27 anni, giornalista palestinese di Hebron, è diventata uno dei simboli più forti della repressione contro la libertà di stampa nei territori occupati. Arrestata durante un raid notturno nella sua casa a Beit Ummar, è stata trattenuta per oltre 100 giorni senza accuse formali né processo. La sua testimonianza, arrivata attraverso il suo avvocato, ha scosso la comunità internazionale: Farah racconta interrogatori violenti, isolamento prolungato, percosse, privazioni e condizioni disumane all’interno delle carceri israeliane.

Secondo il suo racconto, avrebbe subito umiliazioni, minacce, denudazioni forzate, trasferimenti continui tra prigioni e torture fisiche e psicologiche mirate a spezzare la sua identità di giornalista. Ha denunciato celle sporche e infestate, mancanza di cure mediche, pressioni costanti e l’impossibilità di vedere avvocati e familiari per settimane.

Il suo caso non è isolato: decine di giornalisti palestinesi sono attualmente detenuti, molti dei quali senza processo, in un contesto in cui la documentazione delle violazioni nei territori occupati viene sempre più ostacolata. ONG e organizzazioni per i diritti umani chiedono un’indagine indipendente sulle accuse di tortura e la sua immediata liberazione, sottolineando che colpire chi racconta la realtà significa colpire il diritto del mondo a conoscere la verità.

Farah è oggi il volto di una lotta più ampia: quella per la libertà di stampa, la protezione dei civili e la fine dell’impunità. La sua storia ci ricorda che dietro ogni notizia ci sono persone che rischiano tutto per far arrivare la verità oltre i muri, oltre i silenzi, oltre la narrazione ufficiale.

Continuiamo a parlare di lei. Continuiamo a pretendere giustizia.
#FreeFarah #JournalismIsNotACrime #HumanRights #Palestine #PressFreedom #EndImpunity #StandWithJournalists

@marhabawatermelon @farahayyash2 🤲🏻

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Per quanto riguarda la pratica della tortura in Israele c’è questo rapporto dell’ONU:

israele tortura onu

 

Secondo un recente rapporto del Comitato ONU contro la Tortura, esistono indicazioni concrete che Israele stia applicando una politica statale di fatto basata su pratiche sistematiche di tortura e maltrattamenti nei confronti dei palestinesi.

Il Comitato, così si legge nella dichiarazione, esprime “profonda preoccupazione per le segnalazioni che indicano una politica statale di fatto di tortura e maltrattamenti organizzati e diffusi che si è gravemente intensificata dal 7 ottobre 2023.”

Israele è firmatario della Convenzione ONU contro la Tortura dal 1991 quindi, è tenuto a rispettare il divieto assoluto di tortura in ogni circostanza, compresi contesti di guerra o lotta al terrorismo.

Le prove raccolte da organizzazioni per i diritti umani, operatori sanitari, giornalisti e testimonianze dirette indicano pratiche che la Convenzione vieta in modo categorico.

Tra le violazioni riportate compaiono pestaggi ripetuti, elettroshock, waterboarding, privazione prolungata di cibo, acqua e sonno, esposizione forzata a temperature estreme, uso continuo di manette o catene che in alcuni casi avrebbero provocato amputazioni, interventi medici senza anestesia, violenze sessuali, minacce ai familiari e degradazioni intenzionali.

Il Comitato ONU ha evidenziato inoltre il ricorso massiccio alla detenzione amministrativa e alla legge sugli “Unlawful Combatants”, che permette la reclusione di individui per periodi indefiniti senza processo, senza accuse formali e senza accesso a un avvocato o alla famiglia.

Questo meccanismo, applicato anche a minori, donne incinte e persone anziane, per l’ONU configura una forma di sparizione forzata.

Secondo Physicians for Human Rights, 98 palestinesi sono morti in custodia negli ultimi due anni, in gran parte a causa di torture, malnutrizione o mancanza di cure.

Solo una minoranza di queste persone era stata classificata come combattente, sollevando dubbi sul coinvolgimento di civili in procedure detentive estreme.

Durante l’80a sessione dell’Assemblea generale ONU a novembre, Stati Uniti, Israele, Argentina, si sono opposti a una bozza di risoluzione volta a vietare la tortura.

#torture #israel #detention

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E questo articolo fa capire perché l’Unione Europea tace su Israele:

ue israele propaganda

L’Unione Europea si rifiuta di dire se Israele ha pagato per le attività intraprese da un importante funzionario.

Katharina von Schnurbein, coordinatrice dell’UE per la lotta contro l’antisemitismo, ha visitato Israele a fine maggio, per quello che è stato essenzialmente un tour di propaganda. Durante questo, ha respinto le prove ben documentate che i massacri venivano compiuti a Gaza come “voci sugli ebrei. ”

Esattamente chi ha pagato il conto del viaggio – che ha riguardato discussioni con Gideon Saar, ministro degli Esteri di Israele – non è stato divulgato. L’esecutivo dell’UE, la Commissione europea, ha invocato le regole sulla protezione dei dati per respingere una richiesta di libertà di informazione che ho fatto cercando dettagli sui costi del viaggio e se Israele li ha coperti.

La segretezza della Commissione Europea su questa questione rivela come ridicola una recente affermazione di uno dei suoi portavoce secondo cui essa è tra le ” istituzioni pubbliche più trasparenti del mondo. ” Come minimo fondamentale, un organismo trasparente sarebbe onesto su chi paga le attività svolte dai propri dipendenti.

In una lunga risposta alla mia richiesta, la Commissione europea ha suggerito che von Schnurbein debba essere protetto dall’esame.

“La persona, pur non essendo un funzionario di alto livello e non fa parte dell’alta dirigenza dell’UE, è già stata oggetto di articoli giornalistici che attaccano non solo le sue capacità professionali, ma anche il suo carattere personale”, ha dichiarato la replica. Non cita alcun esempio di tali articoli.

La risposta equivale a un inganno intenzionale.

Von Schnurbein, un aristocratico bavarese, potrebbe non essere in cima alla gerarchia di Bruxelles. Tuttavia, è una rappresentante dell’UE e autorizzata a parlare a suo nome.

Appartiene all’amministrazione centrale della Commissione europea, rispondendo direttamente a Ursula von der Leyen, presidente dell’istituzione.

L’insistenza della Commissione europea sulla segretezza indica che desidera nascondere dettagli sullo stretto rapporto di von Schnurbein con Israele e la sua rete di lobbisti.

(📸 Unione Europea)

Estratto da “Vanto di trasparenza, l’UE non dirà chi ha pagato il viaggio di propaganda in Israele” di David Cronin. Leggi l’articolo completo su electronicintifada.net

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