Gaza, il Massacro Continua Indisturbato. Uso e Abuso dell’Antisemitismo, Propaganda e Complicità.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione di quanto si sta perpetrando quotidianamente a Gaza e in Cisgiordania. Buona lettura e diffusione.

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Per primo, questo articolo de Il Manifesto:

 

Uso e abuso dell’antisemitismo

Antisemitismo, odio verso Israele, contestazione radicale dei crimini israeliani a Gaza e in Cisgiordania e in generale delle politiche “neocolonialiste” dello Stato ebraico, antisionismo… L’assassinio a Washington di una ebrea americana e di un ebreo israeliano, entrambi impiegati all’ambasciata d’Israele, per mano di un trentenne americano al grido di “Palestina libera”, ripropone drammaticamente il tema di quale rapporto di senso vi sia tra queste diverse fattispecie politico-culturali. Come ha dichiarato dopo l’attentato di Washington il leader laburista israeliano Yair Golan («Un Paese sano non uccide i bambini per hobby»), come ammonisce da tempo lo scrittore David Grossman, è innegabile che la condotta criminale di Israele a Gaza che dura ormai da 20 mesi alimenti nel mondo non solo l’odio verso il governo e lo Stato israeliani ma anche l’odio antiebraico. Israele si vuole “Stato ebraico”, buona parte delle istituzioni della diaspora guardano a Israele come a una fonte decisiva dell’identità ebraica: che nell’opinione pubblica globale si rafforzi il sillogismo “Israele uguale ebrei” è nel tragico contesto attuale un processo fisiologico.

Detto ciò, sarebbe utile che chi analizza il degenerare, indiscutibile e inevitabile, della reputazione di Israele nel mondo e le sue eventuali connessioni con il rischio che torni a mordere l’antisemitismo – almeno chi li analizza in buona fede – eviti semplificazioni abusive. Una è di chi nega che specie in Europa nei sempre più diffusi sentimenti anti-israeliani trovino spazio anche suggestioni che appartengono alla categoria classica dell’antisemitismo. L’altra, lo ricordava Marco Bascetta su queste pagine, è di chi bolla come antisemita ogni manifestazione di dissenso radicale verso i comportamenti di Israele. Tentazione ricorrente anche da parte di protagonisti autorevoli delI’impegno pubblico di denuncia dell’antisemitismo. Scrive sul punto lo storico italiano Simon Levis Sulla, che ha dedicato studi importanti al pregiudizio antiebraico, commentando la definizione di antisemitismo proposta in un documento di pochi anni fa dall’International Holocaust Remembrance Alliance, network politico-diplomatico cui aderiscono 35 Paesi tra cui Israele, i principali Paesi europei e gli Stati Uniti: «La maggior parte di casi di antisemitismo citati nel documento Ihra, sette su undici, (…), sono in sostanza delle critiche alla politica dello Stato di Israele».

Un altro esempio, meno considerato, di semplificazione inappropriata nel trattare il tema del rapporto tra professioni anti-israeliane e antiebraiche, è nell’omologare gli uni agli altri gli episodi di antisemitismo ricorrenti in Europa e quelli di odio antiebraico di matrice arabo-islamica. In Europa, non c’è dubbio, la sacrosanta reazione ai crimini di Gaza è stata ed è talvolta occasione di affioramento del fiume carsico dell’antisemitismo che percorre da secoli la storia europea (peraltro è stata la ragione principale da cui è nato il sionismo). L’antisemitismo del resto è un “prodotto tipico” europeo: così l’antisemitismo religioso, che per secoli ha perseguitato gli ebrei come deicidi, così quello sociale, che li ha visti come personificazione del capitalismo più rapace, così quello nazionalista e razzista, che li ha combattuti e infine ha cercato di sterminarli quali “germi” estranei che infettavano la purezza nazionale dei popoli europei.

Meno scontato è applicare questo stesso criterio di giudizio all’odio antiebraico di matrice arabo-islamica, in cui semmai l’antisemitismo è aspetto collaterale e secondario, sorta di appendice, di una motivazione primaria assai più recente che è l’odio verso Israele. Prima che cominciasse l’emigrazione di ebrei europei verso la Palestina, il mondo arabo-islamico aveva convissuto con rilevanti presenze ebraiche in modi decisamente meno conflittuali e più tolleranti – con eccezioni che però restano eccezioni – che in Europa, nell’Europa dei ghetti, dei pogrom, della Shoah. In quell’Europa, peraltro, che ha prodotto in reazione il sionismo. Ciò naturalmente non rende meno esecrabili gli atti criminali della seconda specie rispetto agli altri, ma li fa appartenenti a una tipologia storico-culturale originale: quasi che converrebbe, per definirli, coniare una parola nuova, diversa da antisemitismo.

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Poi c’è questo post su Instagram:

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Un raid israeliano ha fatto una strage a Khan Younis, dove è stata colpita la casa di una dottoressa. Nell’attacco sono morti nove dei suoi 10 figli, ha riferito la Bbc che cita l’ospedale Nasser dove lavora la dottoressa Alaa al-Najjar. Il più grande dei figli aveva 12 anni.

La donna ha raccontato che nell’attacco sono rimasti feriti anche l’unico figlio sopravvissuto, di 11 anni, e il marito. Un video condiviso dal ministero della Sanità gestito da Hamas e verificato dall’emittente britannica, mostra i corpi bruciati delle vittime portati via da sotto le macerie dell’abitazione colpita a Khan Younis.

Secondo il direttore del ministero della Sanità, Muneer Alboursh, il raid è avvenuto pochi minuti dopo che il marito della dottoressa era tornato a casa dopo aver accompagnato la moglie al lavoro. In un’intervista registrata dall’agenzia di stampa Afp, un parente della dottoressa, Youssef al-Najjar, ha dichiarato: “Basta! Abbiate pietà di noi. Imploriamo tutti i Paesi, la comunità internazionale, il popolo, Hamas e tutte le fazioni di avere pietà di noi. Siamo sfiniti”.

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Sullo stesso tema, un lancio dell’ANSA:

 

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Alaa al-Najjar è una dottoressa dell’ospedale “Nasser” di Khan Jounis, nel sud della striscia di Gaza. Venerdì era in servizio e non si è stupita quando ha visto le ambulanze scaricare corpi di bambini martoriati da un attacco israeliano. Per lei, oramai è routine. Ma quando ha visto chi erano quei bambini, la dottoressa 38enne è precipitata nell’incubo. Erano otto dei suoi 10 figli. Il più piccolo di 3 anni, il più grande di 12. Insieme a loro, gravemente ferito, c’era il marito Hamdi, medico anche lui, padre dei piccoli.Due di loro, di 7 mesi e 2 anni, mancavano all’appello. Erano rimasti sotto le macerie della loro casa, colpita da un raid israeliano. Morti sul colpo. Degli altri otto ricoverati, solo uno, di 11 anni, è sopravvissuto. I medici hanno cercato disperatamente di salvare gli altri, ma non c’è stato nulla da fare.

Il padre, sopravvissuto ma in gravi condizioni, aveva portato la moglie al lavoro all’ospedale, ed era tornato a casa dai bambini. Poco dopo, un razzo israeliano ha centrato la casa degli al-Najjar, in un sobborgo di Khan Younis. L’ennesimo raid dell’aviazione israeliana, che ieri ha reso noto di aver colpito oltre 100 obiettivi nella Striscia: edifici utilizzati da gruppi terroristici, tunnel e siti di lancio dei razzi, ha fatto sapere l’Idf.
Ma per Alaa, uno di quegli obiettivi era la sua famiglia. E se l’è vista morire davanti, nel suo ospedale. Un funzionario del ministero della Sanità di Hamas l’ha descritta come “calma, paziente, composta”. Un sanitario addirittura ha detto che ha continuato a lavorare, per aiutare altri feriti. Difficile distinguere la propaganda dalla verità. Impossibile immaginare il dolore di Alaa.
Il resto della cronaca da Gaza non cambia rispetto ai giorni precedenti. Gli aiuti entrano con il contagocce. I raid, secondo fonti palestinesi citate da Al Jazeera, hanno fatto nelle ultime 24 ore 76 morti. Il bilancio complessivo delle vittime (secondo Hamas) è salito a 53.900. Dall’altra parte del fronte, in Israele, il quotidiano Times of Israel ha rivelato una nuova pagina dell’orrore della Striscia. Secondo un rapporto dell’Associated Press, l’Idf usa prigionieri palestinesi come scudi umani per bonificare gli edifici di Gaza. Ayman Abu Hamadan, 36 anni, ha raccontato di essere stato costretto a entrare nelle case della Striscia con una telecamera sulla fronte, per assicurarsi che fossero libere da bombe e uomini armati: “Mi hanno picchiato e mi hanno detto ‘non hai altra scelta, fai questo o ti uccideremo’”, ha riferito. La versione è stata confermata da un ufficiale israeliano, rimasto anonimo: “Gli ordini spesso arrivavano dall’alto, e quasi ogni plotone impiegava un palestinese per sgomberare una posizione”.
Di fronte a una guerra sempre più feroce e sanguinosa, l’opinione pubblica israeliana è sempre più disorientata e disillusa. Un sondaggio del sito N12 rivela che il 53% dei cittadini ritiene che il premier Benjamin Netanyahu non abbia spinto per la liberazione degli ostaggi, soltanto per poter rimanere al potere.
E a confondere e turbare gli israeliani, arrivano anche le false telefonate degli ostaggi. Nella notte fra venerdì e sabato, diversi cittadini hanno dichiarato sui social media di aver ricevuto chiamate sul cellulare da numeri sconosciuti, con messaggi registrati di ostaggi che imploravano aiuto per essere liberati, con suoni di sirene ed esplosioni in sottofondo. La direzione nazionale per la sicurezza informatica sostiene che si tratti di “tentativi di creare panico fra la popolazione” e consiglia di bloccare i numeri sospetti.

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Poi c’è questo post di Giuseppe Salamone, che giustamente stigmatizza Mentana e la sua banda:

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Il fondo non gli basta e quindi continuano a scavare.

Per David Puente, cocco di Enrico Mentana, entrambi “detentori della verità assoluta” nonché personaggi che in Italia hanno il potere di dire cosa sia vero e cosa sia falso; davanti alla vicenda terribile di Alaa Al-Najjar, pediatra palestinese alla quale hanno bruciato e squartato vivi 9 dei suoi figli, la priorità è quella di mettersi a fare il fact checking. Anziché fare i giornalisti per come si deve e cercare la verità, quella vera, perdono tempo ad analizzare una foto nel mezzo di una tragedia di dimensioni inimmaginabili. C’è una luna enorme da guardare ma loro preferiscono guardare il dito. Io non ho più parole per questa gente. Lasciamo perdere la professionalità, ormai ridotta ai minimi termini. Ma il pudore, la delicatezza, il rispetto, dove diamine l’avete seppelliti. Ma siete seri? Ma non vi vergognate nemmeno un po’?

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Questo post di Inside Over è agghiacciante. Cliccate sul collegamento per il video.

 

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Almeno 30 morti sono stati registrati a Gaza nella notte tra il 25 e il 26 maggio, dopo che Israele ha bombardato la scuola Fahmi al-Jarjawi che ospitava diverse famiglie sfollate a Daraj, nel centro di Gaza City.

Diversi filmati online mostrano un inferno senza fine: bambini e donne avvolti dalle fiamme e bruciati vivi.

Negli ultimi giorni Israele ha intensificato la sua offensiva nella Striscia di Gaza con l’operazione “Carri di Gedeone”. Sabato 17 maggio il governo di Netanyahu ha fatto sapere di aver schierato tutto l’esercito di fanteria compresi i riservisti, intensificando quello che il mondo non fa più fatica a definire sterminio palestinese.

#gazagenocide #israel #netanyahu #idf

 

E questo post:

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Israele lo ha fatto ancora.
I terroristi di Tel Aviv stanno bruciando vivi i palestinesi a Gaza.
Hanno trasformato la scuola Fahmi al-Jarjawi, nel quartiere Al-Daraj a Gaza City, in un forno crematorio.
L’hanno bombardata da ogni lato mentre dentro c’erano decine di famiglie sfollate. Ora restano solo corpi arsi vivi e tende in fiamme. Da Gaza mi parlano già di 20 martiri bruciati vivi e la maggior parte sono bimbi .

L’hanno fatto adesso, in piena notte, senza testimoni.
Perché prima hanno sterminato i giornalisti. Uno a uno.
Li hanno eliminati per colpire in silenzio, per muoversi senza occhi, senza voci, senza prove.

Lo fanno da 77 anni.
Colpiscono, cancellano, mentono. E il mondo lascia fare.

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Poi c’è questo post su Instagram, che riferisce di un reportage dell’Associated Press:

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L’Associated Press ha pubblicato un’inchiesta che documenta l’uso sistematico di civili palestinesi come scudi umani da parte delle forze israeliane a Gaza.

Sette palestinesi hanno raccontato all’AP di essere stati costretti a muoversi con i soldati sotto minaccia, sia a Gaza che in Cisgiordania. Due ufficiali israeliani hanno confermato la pratica.

Uno di loro ha spiegato che via radio circolava spesso l’ordine di “portare una zanzara”, espressione in codice nota a tutti i reparti. I soldati eseguivano senza discutere. Alla fine dei suoi nove mesi sul campo, ha detto, ogni unità di fanteria aveva usato almeno un palestinese come scudo umano.

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C’è anche questo post relativo all’uccisione di due dipendenti dell’Ambasciata Israeliana in USA, e l’uso che ne viene fatto:

 

Ancora una volta, la narrazione mediatica è il vero campo di battaglia.
[𝐹𝑎𝑙𝑠𝑒 𝑓𝑙𝑎𝑔 𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎 – 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑎𝑔𝑎𝑛𝑑𝑎 𝑠𝑖𝑜𝑛𝑖𝑠𝑡𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑜𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑙’𝑎𝑡𝑡𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑎𝑙 𝑔𝑒𝑛𝑜𝑐𝑖𝑑𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑎𝑙𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑒𝑠𝑒]

Due cittadini israeliani uccisi in circostanze poco chiare negli Stati Uniti occupano le prime pagine dei media italiani. Aprono i telegiornali, infiammano i talk show. Si grida al terrorismo. Si invocano minacce globali. Ma la domanda scomoda è sempre la stessa: da chi?
E perché?

Nel frattempo, a Gaza, le macerie si accumulano sui corpi. Bambini, medici, giornalisti, intere famiglie cancellate da bombardamenti sistematici, sotto gli occhi spenti della diplomazia internazionale. Decine di migliaia di vittime palestinesi che sembrano non avere un volto, né un nome, né un diritto alla memoria.

Questo è il vero false flag: il diversivo mediatico che trasforma due morti – tragici, certo – in un grido di allarme globale, mentre migliaia di morti civili diventano rumore di fondo.

È un copione che abbiamo già visto. Il dolore selettivo. L’empatia a senso unico. La narrazione pilotata che giustifica l’ingiustificabile e cancella il contesto.
Ma la verità, anche quando viene taciuta, rimane. E chiede conto. Di ogni silenzio. Di ogni menzogna. Di ogni complicità.

Perché il giornalismo, se non dà voce agli ultimi, non è giornalismo. È propaganda.

E chi continua a negare l’umanità dei palestinesi, chi trasforma il loro sterminio in una parentesi trascurabile della cronaca internazionale, non sta solo tradendo la verità. Sta tradendo l’umanità.

#falseflag

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Nel frattempo Israele ha ucciso un’altra giornalista, nella sua guerra ai testimoni dell’orrore.

 

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Gli aerei israeliani hanno bombardato un gruppo di persone nel quartiere di Al-Saftawi, a nord di Gaza, uccidendo il giornalista palestinese Bilal al-Hatoum.

Dall’inizio della sua spietata campagna, Israele ha ucciso almeno 222 giornalisti a Gaza.

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E infine questo post su Netanyahu e Hamas:

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La strage del 7 ottobre:ombre inquietanti…
Netanyahu ammette: “Abbiamo favorito i trasferimenti di denaro dal Qatar a Hamas per dividere i pa le st inesi”
Leggete attentamente cosa riporta la stampa spagnola:
In una clamorosa ammissione pubblica, il primo ministro israeliano B. Netan… ha confermato che il suo governo ha autorizzato il trasferimento di fondi dal Qatar a H ama s nella Striscia di Ga za, con l’obiettivo dichiarato di indebolire l’unità palestinese e mantenere divisi gli islamisti da Fatah e dall’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che governa la Cisgiordania occupata. Capito?
Durante una conferenza stampa nazionale trasmessa online, Netan…ha rivendicato questa strategia risalente al 2018: “La politica che ha portato a consentire al Qatar di trasferire denaro a Ga za è stata accettata all’unanimità dal Gabinetto della Sicurezza.
Perché è stato fatto? Perché volevamo tenere divisi Hama s e l’Autorità Nazionale Palestinese”.
Secondo un’indagine condotta dal servizio di intelligence interna israeliano Shin Bet, il Qatar avrebbe inviato circa 30 milioni di dollari al mese a Ga za, denaro che sarebbe finito nelle mani del braccio armato di Ha m as. Questo finanziamento, secondo il rapporto, è avvenuto con il consenso dei governi guidati da Netan.., che tuttavia aveva smentito pubblicamente questa realtà fino al novembre 2023, definendo le accuse “ridicole”.
Il rapporto dello Shin Bet, reso noto dopo i devastanti attacchi del 7 ottobre 2023 ,in cui sono state uccise 1.200 persone e 250 sequestrate ,indica che proprio il sostegno finanziario del Qatar, il trattamento dei prigionieri palestinesi da parte di Isr e le tensioni interne causate dalla riforma giudiziaria voluta da Ne ta ny .. abbiano contribuito a creare le condizioni per quegli attacchi.
L’ammissione del premier isr è gravissima e getta nuova luce su anni di politiche ambigue e contraddittorie da parte di Isr nei confronti di Ha m as, mentre continua a ribadire la volontà di mantenere il controllo totale sulla Striscia di Gaza. Una strategia che, secondo molti analisti, ha finito per alimentare il conflitto invece di contenerlo…

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