Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su un brano affascinante del Vangelo. Buona lettura e meditazione.
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«Osservate come crescono i gigli del campo».
«Sicut lilium inter spinas sic amica mea inter filias».
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Fuyumi Sōryō: «Per quanto questa terra possa macchiarsi di sangue, il colore del cielo rimarrà sempre lo stesso … Perché se non ci fosse il cielo, non varrebbe la pena vivere su una terra sporca. Perché tu me lo ricordi sempre, perché sei la purezza».
Angelus Silesius: «Essere puri, che cos’è? Non t’interrogare a lungo; esci, sono i fiori silenziosi che te lo diranno».
Proverbio cinese: «Quando hai solo due centesimi, compra una pagnotta di pane con uno, e un giglio con l’altro».
Anna Achmatova: «Ho colto gigli splendidi e profumati, / pudicamente chiusi, / come una schiera di fanciulle innocenti. / Dai tremuli petali, bagnati di rugiada / ho bevuto profumo, felicità, pace».
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La laidezza animica arrogante che straripa nel mondo contemporaneo, compresa anche una certa Istituzione che ormai è agli sgoccioli, e che probabilmente non ha avuto precedenti nella storia, mi rende particolarmente sensibile a tutto ciò che evoca il suo contrario, ossia la purezza, dunque la serenità e la quiete, giacchè soltanto ciò che è puro può essere davvero sereno e quieto. Per questo sono rimasto colpito e ristorato da un articolo che ho il piacere di proporre, con l’augurio di poterne godere appieno a chi vorrà intrattenervisi. Letto con calma, offre la possibilità di una pausa in cui si può davvero respirare un’aria pulita.
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Da: libreriamo.it/lingua-italiana/lingua-italiana-liliale
LINGUA ITALIANA: “LILIALE”, UN AGGETTIVO DAL CANDORE DEL GIGLIO
di Patrizio Lo Votrico – 2 Marzo 2026
Certe parole ci riempiono di luce, di bellezza, di grazia, proprio come questo aggettivo della lingua italiana: “liliale” che conserva il candore del giglio.
L’aggettivo “liliale” appartiene a quella categoria di parole rare e preziose che la lingua italiana custodisce come piccoli gioielli semantici. Derivato dal latino lilium, cioè “giglio”, il termine richiama immediatamente un universo simbolico fatto di candore, purezza e delicatezza. Non è un aggettivo di uso comune nel linguaggio quotidiano contemporaneo; al contrario, vive soprattutto nella dimensione letteraria, dove il suono morbido e l’immagine evocativa trovano spazio in descrizioni raffinate e solenni.
Il candore nella lingua italiana
Il giglio, fiore da cui “liliale” trae origine, è carico di significati simbolici nella tradizione occidentale. Sin dall’antichità, questo fiore è stato associato alla purezza, alla nobiltà e alla luce. Nell’iconografia cristiana, ad esempio, il giglio bianco compare spesso nelle rappresentazioni dell’Annunciazione come attributo dell’arcangelo Gabriele e simbolo della purezza della Vergine Maria. Non è necessario citare specifiche opere pittoriche per comprendere quanto questa simbologia sia radicata nell’immaginario collettivo europeo: il giglio è diventato, nel tempo, una metafora visiva e morale.
Dire che qualcosa è “liliale” significa dunque attribuirle non soltanto il colore bianco, ma un intero sistema di valori. L’aggettivo va oltre la semplice indicazione cromatica: non indica soltanto il bianco, bensì un bianco speciale, luminoso, quasi sacro. È un bianco che suggerisce innocenza, purezza d’animo, delicatezza fisica e spirituale. Si tratta di un termine che trasfigura l’oggetto descritto, elevandolo su un piano simbolico.
Nella letteratura italiana, l’aggettivo trova una delle sue espressioni più suggestive nei versi di Gabriele D’Annunzio: «La veste lilïale / Risplendea di lontano». In questi versi, l’immagine della veste “liliale” non si limita a descrivere un abito bianco; essa costruisce un’aura. La veste risplende, e il suo candore assume una qualità quasi sovrannaturale. D’Annunzio, poeta dell’estetismo e del culto della bellezza, sceglie un aggettivo che amplifica la dimensione sensoriale e simbolica della scena. Il lettore non vede soltanto un colore, ma percepisce una presenza luminosa, eterea.
L’uso letterario di “liliale” si presta in modo particolare alla descrizione del corpo umano. L’espressione “mani liliali”, ad esempio, suggerisce mani bianche, sottili, delicate, forse appartenenti a una figura femminile aristocratica o angelica. Il termine contribuisce a creare un’immagine idealizzata, distante dalla concretezza quotidiana. È una parola che tende verso l’ideale più che verso il reale.
Dal punto di vista fonetico, “liliale” possiede una musicalità che ne rafforza il valore poetico. La ripetizione della consonante liquida “l” e la presenza di vocali chiare conferiscono al termine un andamento dolce, quasi carezzevole. Il suono stesso sembra evocare leggerezza e morbidezza, qualità coerenti con il significato. In questo senso, forma e contenuto si armonizzano perfettamente.
È interessante osservare come l’aggettivo “liliale” appartenga a una famiglia di parole che trasformano il nome di un fiore in attributo simbolico. Così come “roseo” deriva dalla rosa e richiama un colore delicato e sfumato, “liliale” deriva dal giglio e concentra in sé una precisa qualità visiva e morale. Tuttavia, mentre “roseo” è entrato stabilmente nel lessico comune, “liliale” ha mantenuto un’aura più colta e letteraria. Questo contribuisce al suo fascino: usarlo significa collocarsi in un registro elevato, evocativo, quasi arcaizzante.
L’aggettivo può anche suggerire fragilità. Il giglio, pur nella sua eleganza, è un fiore delicato, sensibile. Dire che un volto è “liliale” può alludere a una bellezza eterea ma anche vulnerabile. In questo senso, il termine non comunica soltanto purezza, ma anche una certa esposizione alla caducità. La purezza liliale è splendida, ma proprio per questo sembra destinata a essere minacciata dal tempo o dalla realtà.
Un aggettivo del genere … oggi
Nel contesto contemporaneo, l’uso di “liliale” può assumere un valore stilistico consapevole. Inserire questo aggettivo in un testo moderno significa spesso voler creare un effetto di raffinatezza o di citazione implicita della tradizione letteraria. È una parola che richiama un mondo poetico, simbolista, decadente, e che può essere impiegata per contrasto in contesti più realistici o ironici.
Dal punto di vista grammaticale, “liliale” è un aggettivo qualificativo che concorda regolarmente in genere e numero: “liliale” al singolare maschile e femminile, “liliali” al plurale. Questa neutralità formale, unita alla ricchezza semantica, ne facilita l’inserimento in diverse strutture sintattiche. Può precedere o seguire il nome, ma collocato prima tende ad accentuare la dimensione lirica: “la liliale veste” suona più solenne rispetto a “la veste liliale”.
In definitiva, “liliale” è un esempio emblematico di come la lingua italiana sappia fondere natura, simbolo e suono in un’unica parola. È un aggettivo che non si limita a descrivere, ma suggerisce, evoca, innalza. Attraverso il riferimento al giglio, concentra in sé secoli di tradizione iconografica e letteraria. Utilizzarlo significa attingere a un patrimonio culturale che va oltre il semplice significato denotativo.
In un’epoca in cui il lessico tende spesso alla semplificazione e alla rapidità comunicativa, parole come “liliale” ricordano la potenza evocativa della lingua. Esse invitano a rallentare, a soffermarsi sull’immagine, a gustare il suono. L’aggettivo, con il suo candore simbolico e la sua delicatezza fonica, continua così a risplendere – proprio come la veste dannunziana – di una luce letteraria che attraversa il tempo.
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Da inguaribile filonipponico, propongo anche il brano che segue, dal profumo evangelico e indubbiamente in sintonia con tutto quanto sopra e rivelatore di un metodo universale di rapportarsi al divino.
da Aldo Tollini, La concezione della natura in Giappone in zenfirenze.it
Nello Shintō, in particolar modo fu elaborato l’ideale della purezza: la purezza fisica fu interpretata in chiave simbolica come indice di un percorso spirituale di rettitudine, cioè di purezza interiore. Il concetto di “purezza” nello Shintō non riguarda solo la purezza fisica, ma anche (e soprattutto) quella del cuore, perciò ci si deve porre davanti alla Natura per osservarla con il cuore puro.
La purezza rituale esprime una condizione fisica di integrità, che si carica di significati morali, e viene a rappresentare una condizione di makoto (sincerità). Di qui viene la preferenza per tutto ciò che è semplice, naturale, incontaminato.
L’uomo può cogliere la presenza dell’assoluto attraverso un processo emozionale e intuitivo, quando riesce a fare silenzio dentro di sé e si è lasciato assorbire dal fascino della natura. Forse per questo la letteratura di ispirazione shintoista si esprime attraverso la poesia.
Nella tradizione shintoista è la purezza che permette di entrare in contatto con il kami (il dio, l’essere superiore ndr). Solo l’uomo ritualmente puro, che esegue il rito ogni qualvolta sia previsto, che rifugge dalle cose impure (kegare) ed è in armonia con se stesso, è anche in armonia con gli dei (e con la natura). L’impurità invece contamina il male a tutto il gruppo sociale. Gli dei come manifestazioni della natura sono come essa puri.
Il rapporto con i kami e con la natura passa attraverso il rito della purificazione, perché la natura è “pura” ab origine, è la dimensione dell’incontaminato. All’inverso è la dimensione dell’uomo, la società che è fonte di corruzione. L’azione dell’uomo è contaminata dal suo egoismo, è egocentrica, impura. Per questo, per ritrovare l’armonia con la natura ci si deve purificare, tornare puri e innocenti, perché la natura è la dimensione dell’innocenza, dell’essere così come si è in origine, la dimensione primeva dell’essere umano, cui dover continuamente tornare e da prendere a modello.
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14 commenti su “Come Crescono i Gigli del Campo…Candore “Liliale”. Il Matto.”
“Se la vista di cieli azzurri ti riempie di gioia.
se le cose semplici della natura
hanno un messaggio che tu comprendi,
rallegrati, perché la tua anima è viva”.
Eleonora Duse
Ovviamente sottoscrivo!
Se uno non ha l’anima viva, è una macchinetta che emette
un bigliettino per ogni quesito con la rispostina pre-stampata.
Mi vengono i brividi solo a pensarlo …
In realtà il brano evangelico da cui il Matto ha tratto il versetto iniziale di questo articolo non riguarda affatto la purezza ma riguarda l’universalità e la gratuità della divina Provvidenza come ben si evince dalla lettura del testo di Matteo 6, 26-32 che riporto qui sotto.
[25] Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito?
[26] Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
[27] E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?
[28] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano.
[29] Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
[30] Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?
[31] Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?
[32] Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Inutile, a parer mio, aggiungere altri commenti.
Occhi diversi vedono cose diverse. Non necessariamente in contrasto.
Abbiamo già avuto modo di notare come, quando i contrasti che scaturiscono nelle esposizioni delle plurime opinioni non sono dovuti a fraintendimenti linguistici, ma a motivi di sostanziale tiepidezza spirituale, parlare di santità, fede e ragione può fare scaturire reazioni isteriche e un po’ scomposte.
Ma certo la Verità non può essere taciuta. In particolare per i consacrati è un dovere.
Vorrebbe spiegarsi meglio? Grazie.
Credo che lei, caro don P.P., imprigionato nella sua forma mentis ecclesiastica,
non abbia colto l’ampio respiro dei brani che ho proposto.
Nella gabbia d’oro (dunque preziosa!) respira il canarino,
ma fuori della gabbia c’è il vasto cielo dove s’avventura il falco.
Nella gabbia i polmoni funzionano con tranquillo ritmo,
fuori della gabbia fanno una scorpacciata di aria fina che procura
una vertigine inimmaginabile dall’ingabbiato.
Lei stia in gabbia,
io ne volo fuori, vi ritorno e di nuovo ne volo fuori a volontà.
Ed è meraviglioso!
Per favore, mi lasci al mio folle volo! La prego!
Caro Matto,
vede, il problema non è il “volo”.
Il problema è che lei continua a scambiare la vertigine per altezza spirituale.
La Chiesa non è una gabbia dorata. È l’arca della salvezza. E fuori da essa non c’è il “falco libero”, ma molto spesso semplicemente il soggettivismo che si innamora delle proprie sensazioni spirituali.
Lei parla continuamente di cielo, purezza, respiro, silenzio, vertigine, armonia… ma Cristo dov’è? La Croce dov’è? La grazia dov’è? La Chiesa dov’è?
Perché il cristianesimo non consiste nel fare esperienze interiori più intense del “canarino ingabbiato”. Questa è spiritualità romantica, non fede cattolica.
I santi non hanno “volato fuori” dalla Chiesa. Sono entrati così profondamente in essa da diventare liberi davvero.
Lei invece continua a concepire la Chiesa come un limite da oltrepassare per respirare finalmente “l’aria fina” di una spiritualità più vasta, più intuitiva, più cosmica, più personale.
Ed è precisamente questa l’antica tentazione:
non ricevere la verità, ma costruirsela.
Mi creda: molto spesso quello che lei chiama “cielo aperto” è soltanto nebbia spirituale con pretese poetiche.
Lei è un cattivone. Non ha voluto avere pietà di me. Però noto anche che parla di cose che non conosce e si permette un’ironia decisamente antipatica. Il più ferreo fondamentalista è un fiorellino delicato di fronte alla sua tracotante sicumera, con la quale corregge anche sacerdoti e vescovi . Comincio a pensare che lei sia un esaltato.
Come è raro trovare un uomo che apprezza la purezza! Beh, non qui sul Blog di Tosatti. C’è infatti un matto che mentre sbuccia le patate ha il cuore che folleggia nei campi.
Il Lilium candidum è l’oggetto dell’articolo ma la santità è il vero argomento con le sue due estensioni: la purezza e la castità, rappresentanti le virtù di nostro Signore e della Sua dolcissima Mamma Maria. Nel mio giardino ho questa bulbosa da venti anni che oltre alla candida bellezza dona un profumo unico.
SÌ caro Enrico, i miei gigli sono sfioriti ormai ma il suo articolo me li fa rivedere e profumare ancora. Allora grazie!
Deo gratias!
Mi son reso utile a qualcuno! 😊
Caro Matto,
Come spesso accade nei suoi testi, emergono immagini evocative e una evidente insofferenza verso la brutalità, la confusione e la volgarità spirituale del mondo contemporaneo. Ed è comprensibile che, in questo contesto, tutto ciò che richiama il candore, il silenzio e una certa idea di purezza finisca per esercitare fascino.
Questo è vero.
Ed è vero anche che il simbolismo del giglio attraversa profondamente la tradizione cristiana: il candore, la purezza, la semplicità del cuore, la Vergine Maria, l’Annunciazione, la trasparenza dell’anima davanti a Dio.
Fin qui nulla da eccepire.
Il problema nasce quando, quasi impercettibilmente, il discorso slitta dal simbolo cristiano a una spiritualità indistinta, estetizzante e sostanzialmente naturalistica.
Perché il cristianesimo non insegna che la purezza si raggiunga semplicemente “facendo silenzio davanti alla natura” o “ritornando all’innocenza originaria”. Questa è precisamente la grande differenza tra la visione biblica e certe spiritualità orientali.
La Scrittura insegna che il cuore dell’uomo non è semplicemente “contaminato dalla società”, ma ferito dal peccato.
«Dal cuore infatti provengono propositi malvagi» (Mt 15,19).
La purezza evangelica non nasce dalla contemplazione della natura, ma dalla grazia di Dio, dalla conversione, dalla Croce e dalla redenzione operata da Cristo.
«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8).
Non “i ritualmente puri”.
Non “gli armonizzati col cosmo”.
Non “gli intuitivi”.
Ma i puri di cuore.
E il cuore, nella fede cristiana, viene purificato dal Sangue di Cristo, non dal rito della purificazione naturale.
Per questo il cristianesimo non identifica mai la natura con una dimensione originariamente salvifica. La natura è creata da Dio ed è buona, certo, ma è anch’essa ferita dalla caduta:
«Tutta la creazione geme e soffre» (Rm 8,22).
Qui invece affiora — ancora una volta — quella tipica fascinazione per l’Oriente religioso che tende a dissolvere il dramma del peccato dentro categorie di armonia, equilibrio, purezza cosmica e silenzio contemplativo.
È una sensibilità suggestiva.
Talvolta poeticamente raffinata.
Ma non è il cuore del cristianesimo.
Il rischio infatti è evidente: sostituire la santità con la delicatezza estetica, la redenzione con l’armonia interiore, la grazia con la sensibilità.
E allora il giglio non diventa più simbolo della Vergine Immacolata e della purezza redenta dalla grazia, ma semplice metafora di una innocenza naturale quasi “pre-cristiana”.
Il cristianesimo, invece, non annuncia il ritorno alla natura.
Annuncia la salvezza.
E la purezza cristiana non è evasione lirica dal mondo sporco, ma trasformazione dell’uomo in Cristo.
Per questo i santi non sono semplicemente “anime delicate”.
Sono uomini e donne passati attraverso il combattimento spirituale, la croce, la conversione, l’umiltà e la carità.
La vera purezza cristiana non è fragile estetismo liliale.
È santità.
Basta, non c’è articolo in cui la sua presunzione non getti fango e disprezzo: la invito a lasciare in pace lettori e articolisti.
Poverina… vada a dare ordini a chi le crede, non certamente a me . Io scrivo precisamente e continuerò a farlo serenamente perché certi lettori abbiano finalmente un po’ di vera pace, liberandoli da quei falsi maestri e da quegli articolisti — spesso suoi compagni di battaglia anti-ecclesiale — che si ammantano di luce mentre alimentano sospetto, ribellione e disprezzo verso la Chiesa e verso lo stesso Cristo Signore di cui lei fa capire di servire.
E la cosa curiosa è sempre la stessa: finché si resta nelle suggestioni, nelle allusioni e nelle teorie personali tutto bene; quando invece si risponde con la dottrina cattolica, con il Magistero e con la fede della Chiesa, improvvisamente scatta la ribellione.
Segno che il problema non è la mia “presunzione”, ma la difficoltà ad accettare che la Chiesa non coincida con le proprie idee.
Abbiamo già avuto modo di notare come, quando i contrasti che scaturiscono nelle esposizioni delle plurime opinioni non sono dovuti a fraintendimenti linguistici, ma a motivi di sostanziale tiepidezza spirituale, parlare di santità, fede e ragione può fare scaturire reazioni isteriche e un po’ scomposte.
Ma certo la Verità non può essere taciuta. In particolare per i consacrati è un dovere.