Bulldozer, Coloni I$r@eliani Cancellano Villaggi e Memorie Cristiane in Terrasanta. Avvenire, Il Manifesto

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione due articoli che riguardano la prseenza e le tradizioni cristiane in Terrasanta. Buona lettura e diffusione.

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Il primo è de Il Manifesto:

Fagocitata dalle colonie anche la Betania dei Vangeli

Al Eizariya, sobborgo orientale di Gerusalemme Est, la Betania citata dai Vangeli secondo i quali vi abitava Lazzaro, fatto resuscitare da Gesù Cristo, non si aspettava di essere fagocitata un pezzo alla volta dai progetti coloniali di Israele.

Certo, l’espansione dell’adiacente Maale Adumim, la più grande colonia israeliana costruita nella Cisgiordania occupata, ha rappresentato una minaccia costante per questa località palestinese già penalizzata dal Muro che l’ha separata da Gerusalemme. Ma quanto si è messo in moto con l’approvazione definitiva, nei mesi scorsi, da parte del governo Netanyahu dei piani di colonizzazione nella zona nota come E1 rischia di stringerla in una morsa.

Ora decine di supermercati, negozi di abbigliamento e calzature, piccoli ristoranti, barbieri e tabaccherie, fonte di sostentamento per circa 150 famiglie, hanno ricevuto mercoledì da funzionari israeliani, scortati da soldati, un ordine di evacuazione in vista della loro demolizione. La mossa, che ha gettato nella disperazione centinaia di palestinesi, conferma la determinazione di separare la Cisgiordania settentrionale da quella meridionale e di accentuare l’isolamento di Gerusalemme.

«IL GOVERNO NETANYAHU già da tempo sta attuando il progetto di insediamento E1», ha raccontato Khalil Abul Rish, sindaco di Al Eizariya, a un gruppo di giornalisti. «Israele intende completare un muro che dovrà separare la nostra città dall’insediamento coloniale di Maale Adumim e spezzare il collegamento tra la Cisgiordania settentrionale e quella meridionale», prosegue. Abul Rish teme che la fase successiva includa la demolizione di un numero ben più alto di abitazioni palestinesi, oltre a quelle che hanno già ricevuto l’ordine di sgombero.

Il Governatorato palestinese di Gerusalemme aggiunge che «le autorità di occupazione hanno intimato a 50 cittadini di chiudere le attività commerciali nella zona di Al-Mushtal, all’ingresso di Al Eizariya, entro oggi, 10 maggio, in preparazione all’esecuzione degli ordini di demolizione emessi nei loro confronti nell’agosto del 2025».

NON PERDE TEMPO il governo israeliano. Porta avanti i piani per la zona E1 incurante dei ricorsi presentati da varie parti contro le demolizioni, che dovrebbero essere esaminati a metà mese. I progetti rappresentano una minaccia diretta alla contiguità geografica palestinese e mirano a consolidare la cintura di insediamenti attorno a Gerusalemme Est.

Il piano prevede la costruzione di 3.412 abitazioni per coloni nella zona compresa tra Gerusalemme e l’insediamento di Maale Adumim. Questa barriera di colonie, tagliando in due la Cisgiordania, comprometterà le residue possibilità di istituire uno Stato palestinese indipendente e geograficamente contiguo.

Non a caso a insistere per la colonizzazione della zona E1, nonostante le pressioni e le critiche internazionali, è stato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, residente nelle colonie e uno degli esponenti di spicco dell’estrema destra religiosa.

«Lo Stato palestinese non si elimina con gli slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento coloniale, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea», proclama ad ogni occasione Smotrich.

IL PIANO E1 è in preparazione da quasi trent’anni. Se ne cominciò a parlare nel 1999. Prevede la confisca di circa 1.200 ettari di territorio palestinese, la maggior parte dei quali dichiarati da Israele «terra demaniale». Centri per i diritti umani, come B’Tselem, sottolineano che la realizzazione del progetto isolerà la zona araba di Gerusalemme dalle città della Cisgiordania occupata, comporterà forti restrizioni e sfollamenti per circa 7.000 beduini che vivono e si muovono in quella zona da decenni e isolerà numerosi agricoltori palestinesi dalle loro terre coltivate. Oltre agli alloggi per coloni, il progetto E1 prevede anche la realizzazione di aree commerciali e turistiche, strade, infrastrutture e sedi per le forze di polizia e dell’esercito.

MERCOLEDÌ, con una lettera aperta indirizzata ai leader dell’Ue, 448 ex ministri, ambasciatori e funzionari europei, tra cui l’ex Alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell, hanno chiesto un’azione immediata per fermare il piano E1. I firmatari sottolineano che il governo Netanyahu intende pubblicare bandi di gara dettagliati per lo sviluppo dell’area ed esortano l’Unione europea ad agire rapidamente. Esortano inoltre l’Ue a varare sanzioni contro gli israeliani coinvolti nelle attività di insediamento.
L’espansione delle colonie ha registrato una forte accelerazione sotto il governo attuale, che ha approvato la costruzione di 54 insediamenti nel corso nel 2025 e più di 100 a partire dal 2022.

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Il secondo è pubblicato da Avvenire:

Yarun, il villaggio cristiano del Libano che non c’è più: Israele lo ha raso al suolo

Le 12 famiglie residenti sono fuggite il 3 marzo dai combattimenti. Ora l’esercito di Tel Aviv ha distrutto tutto: «Non ci hanno nemmeno lasciato prendere un ricordo».
yaroun libano
Le chiazze bianche dell’immagine satellitare indicano le macerie dove prima c’erano case e infrastrutture
«Non ho acceso la luce. E vivo con questo rimpianto ogni giorno». All’alba del 3 marzo scorso, María De León Menéndez ha dovuto fare una scelta dolorosa. Aprire i cassetti e tirare fuori qualcosa a casaccio, muovendosi a tentoni al buio oppure premere l’interruttore della lampada, con il rischio di attirare sulla casa di Yarun l’attenzione dell’esercito israeliano.
«Non mi sono sentita di metterlo in pericolo. Le bombe cadevano dappertutto, una struttura vicina era stata colpita. Ho afferrato i documenti e poco altro e sono uscita senza riuscire a vedere un’ultima volta l’appartamento dove avevo vissuto per oltre quindici anni. Eppure sentivo che non sarei più tornata a differenza della volta precedente…».
Quello attuale non è il primo esodo di María, guatemalteca per nascita e libanese di adozione. Nel 2009, ha dovuto lasciare il suo Paese a causa della violenza delle bande criminali. Approdata nella piccola comunità del sud del Libano, due chilometri dal confine israeliano, dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, si è ritrovata, come il resto degli abitanti, sulla linea del fuoco tra Hezbollah e l’esercito di Tel Aviv. Dopo due giorni di terrore, le cinquanta famiglie cristiane e le altrettante islamiche sono, dunque, fuggite. «Siamo rimasti via – chi a Beirut, chi nei dintorni, chi nel nord – per quasi un anno e mezzo. Poi, nel marzo 2025, la mia e altre dodici famiglie cristiane si sono fatte coraggio e sono rientrate. Non siamo, tuttavia, restati a lungo…». Esattamente un anno dopo, l’ennesimo conflitto – il settimo nel “Paese dei cedri” nel giro di mezzo secolo – ha costretto i residenti a fuggire ancora. «Un viaggio senza possibilità di ritorno: giovedì scorso abbiamo scoperto che le case, la chiesa e il convento di Saint George, le infrastrutture sono stati rasi al suolo dai militari israeliani. Tutto distrutto», aggiunge l’ex insegnante di spagnolo e ora impiegata in un’azienda di logistica che, insieme ai vicini, ha affittato una casa a Rmeish, cittadina di 6mila persone cinque chilometri a nord di Yarun.
Il portavoce dell’esercito dello Stato ebraico, Avichay Adraee, ha spiegato, su X, che le forze di sicurezza hanno dovuto agire nell’area per «eliminare le minacce rimuovere le infrastrutture terroristiche di Hezbollah», il quale avrebbe utilizzato case e complessi religiosi come depositi. Ha, tuttavia, precisato di non avere abbattuto il monastero del Santo Salvatore bensì solo di avere causato danni lievi alla scuola adiacente. «Ma a Yarun Hezbollah non c’è più da tempo. Eravamo solo cristiani e nessuno di noi nascondeva armi o miliziani. Non abbiamo niente a che spartire con questi ultimi. Anzi, li consideriamo causa di tante delle nostre sofferenze – risponde María –. Siamo tra la loro incudine e il martello israeliano. Sa che cosa mi fa più male? Il fatto che Tel Aviv non ci abbia avvertito delle demolizioni. Non ci hanno nemmeno chiesto se volevamo portare via qualcosa. Un oggetto, un vestito, un mobile. Un qualunque ricordo dei momenti vissuti… Li hanno semplicemente polverizzati». Gli abitanti di Yarun hanno scoperto la sorte toccata alla loro cittadina dalle foto satellitari. Poiché dal Libano l’accesso è difficoltoso, hanno chiesto ai parenti all’estero di cercarle. Una volta individuate, hanno fatto una colletta per raggiungere i cento dollari necessari per acquistarle. Il 26 aprile hanno ricevuto le prime immagini. «La via principale e le palazzine affacciate erano sparite. Per qualche giorno ho conservato la speranza che la mia casa, lontana dal centro e situata dietro il cimitero, ci fosse ancora. Mi sbagliavo…». Giovedì, la verità inequivocabile rivelata dai nuovi scatti spediti dall’estero. «L’intero Yarun è scomparso. Semplicemente non c’è più. Che senso ha continuare a vivere qui, in un villaggio e in una casa che non sono miei, che, oltretutto, mi costa 500 dollari al mese? Che senso ha vivere ogni giorno nella paura di dover fuggire di nuovo a causa di Hezbollah o degli israeliani? Non posso tornare in Guatemala né restare qui. Ho cominciato la richiesta di protezione in Italia. Vorrei solo trovare un posto da cui non essere costretta a scappare…».
Quello di Yaroun non è, purtroppo, un caso isolato. All’interno della “Linea gialla” – la “fascia di sicurezza” tracciata da Israele tra la frontiera e il fiume Litani –, sono almeno una ventina i centri abitati “spianati” dai bulldozer israeliani secondo quanto risulta dall’analisi delle immagini satellitari. Enormi chiazze bianche – che indicano macerie – occupano quelli che, fino a un mese fa, erano Markaba, Hanine, Meiss al-Jabal, Houla, Majdel Selm, Deir Seryan, Bint Jbeil, Naqura, Aynata, Khiam, Thaybeh, Aitarun. Impossibile rientrare per i circa 700mila abitanti evacuati nonostante il cessate il fuoco. Il “modello Gaza”, evocato dal ministro della Difesa di Tel Aviv per il Libano del sud, giorno dopo giorno, prende forma.
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1 commento su “Bulldozer, Coloni I$r@eliani Cancellano Villaggi e Memorie Cristiane in Terrasanta. Avvenire, Il Manifesto”

  1. Davide Scarano

    Dover demolire la propria casa mi sembra una delle peggiori torture che si possano immaginare..Che Dio abbia pietà delle vittime di questa e delle altre vittime delle guerre che ogni giorno si combattono. Per adesso abbiamo il dono della pace, eventi come questi ci dovrebbero indurre ad apprezzarlo maggiormente.

I commenti sono chiusi.

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