Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto, a cui va un grazie sincero, offre alla vostra attenzione queste riflessioni nate dallo scritto di un cardinale del XVII secolo. Buona lettura e meditazione.
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«COME SE NEL SOMMO TUTTO SEMPLICISSIMO SI POTESSE TROVARE IL QUALCHE COSA»

Pier Matteo Petrucci, Iesi 1636 – Montefalco 1701
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Si propone un’apofatica paginetta magistrale del cattolico Cardinal Petrucci, dal suo trattato della Contemplazione mistica acquistata (1681), col quale mi trovo in perfetta, cattolica sintonia.
(il maiuscolo è mio).
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Ma perché la capacità dell’intelletto può dirsi infinita, ne siegue che niuna cognizione limitata può stabilmente e pienamente quietare l’umano intelletto. E perché Dio solo è infinita verità, quindi è che solo in Dio l’intelletto ha la sua vera quiete totale ed eterna. E perché le cognizioni affermative che si cavano dalla cognizione delle creature […] son menomissime e quasi un nulla in proporzione della increata Verità, che ’l tutto ha creato, da ciò viene che tali notizie non quietano affatto l’intelletto famelico. […] Ma s’avvede alfine
«che Dio non è cosa alcuna di quelle che dalle nostre notizie e dagli atti limitati e finiti possono esser comprese – sono parole del Padre del Ponte – ma è un’altra cosa, et infinitamente tutte le eccede» [Luis de la Puente, Guida spirituale in cui si tratta della orazione, meditazione e contemplazione, trad. it. Roma 1628], allora s’umilia, cede alla infinità della Verità incomprensibile, cessa da’ suoi moti, et ha la quiete di cui qui si tratta […]. Il quale di sopra avea apportato san Dionisio, ch’insegna che per conoscer Iddio in questo modo negativo
«dobbiamo lasciare i nostri sensi, imaginazioni, discorsi e limitate intelligenze» […].
Ma non siavi chi prenda equivoco in quella parola «imagine» detta dal Padre del Ponte, né si creda che questa divina presenza in pura Fede richieda qualche imagine positiva o sensibile o intelligibile; perché Dio ha da essere appreso in modo negativo, non positivo
«etenim per visus – ecco il sensibile – cognitionisque vacationem – ecco l’intelligibile abnegato – precamur videre et nosse illud quod est visione notitiaque superius; ex hoc ipso vide licet, quod ne videamus, nec aliquid cognoscamus» [“infatti mediante la privazione dello sguardo e della conoscenza noi preghiamo di vedere e conoscere ciò che sta oltre la visione e la conoscenza; per il fatto stesso che non vediamo e non conosciamo”], disse il divino Areopagita (Teologia mistica, II);
[perciò] ‘l figurar, e ’l discorrere, e lo speculare per trovare Iddio, per intendere qualche cosa di Dio (COME NEL SOMMO TUTTO SEMPLICISSIMO E INDIVISIBILE SI POTESSE TROVARE IL QUALCHE COSA) e per gustare Iddio, è un non mai ritrovarlo, e un camminare in verità non appieno perfetta. Ne consegue che
«la luce sola della Fede, ch’è pura tenebra, la sola nescienza, o sapientissima ignoranza, la sola caligine mistica IMMEDIATAMENTE unisce Dio all’intelletto».
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«Luce-tenebra della Fede, nescienza, sapientissima ignoranza, caligine»: può bastare per madare in tilt la ragione barricata nei suoi sillogismi.
O forse no, meglio aggiungere: «niuna cognizione limitata», e, poco ma sicuro, ogni cognizione umanamente “inquadrata” non può che essere limitata.
E ancora: «‘l figurar, e ’l discorrere, e lo speculare per trovare Iddio, per intendere qualche cosa di Dio […] è un non mai ritrovarlo, e un camminare in verità non appieno perfetta».
Indubbiamente il cattolico Cardinale Pier Matteo Petrucci si trova in sintonia con il cattolico Cardinale Nicola Cusano che circa un paio di secoli prima affermava:
«So che tutto ciò che so non è Dio, e che tutto ciò che io posso concepire non ha con Lui somiglianza».
E così risulta più che chiaro come nulla che sia di produzione umana, compreso l’ispirato (che non è scevro da soggettività e quindi da umanità), debba frapporsi fra la Coscienza Individuale dell’Uomo e la Coscienza Universale che è Dio, che sono distinte ma non separate, seppure al grado mistico più alto, ove le congetture parolaie oggettivanti non possono giungere e quindi debbono estinguersi, anche la separazione venga meno nella divinizzazione (theosis), il cui stadio introduttivo è la visione (theoria), quest’ultima esulante da modalità umane, cioè da «cognizioni limitate» di cui dice il Cardinale.
Vittorio Possenti:
«L’esperienza mistica non concerne un oggetto o un contenuto manifesti, ma al contrario qualcosa di eccedente, sfuggente e misterioso che è sempre al di là del raggio della mente; un Soggetto infinito che si dà nella caligine come inesprimibile e che può essere in qualche modo attinto mediante l’amore nell’esperienza dell’unione. Così insegna l’Areopagita: “In piena ignoranza protenditi, per quanto è possibile, verso l’unione con colui che supera ogni essere e conoscenza” (Teologia mistica)».
Il cattolico Angelo Silesio oltrepassa addirittura la sfera angelica:
«A me non basta quel che il cherubino conosce, voglio volare oltre lui stesso, fin dove non si conosce nulla»,
cui fa eco Luigi Lombardi Vallauri:
«La mia posizione filosofica generale si chiama apofatismo. Sostengo che l’esercizio strenuo della razionalità in merito agli interrogativi ultimi sulla vita non approda a idee chiare e distinte ma all’irrappresentabile».
Irrappresentabile: parola preziosa ma anche ossimorica in quanto forma che indica il Senza-forma, suono che indica il Silenzio, vibrazione che indica l’Imperturbabile, particolare che indica l’Universale.
Sull’apofasi c’è anche la Costituzione dogmatica Dei Filius, Concilio Vaticano I – 24 aprie 1870:
«La Santa Chiesa Cattolica Apostolica Romana crede e confessa che uno solo è il Dio vivo e vero, Creatore e Signore del cielo e della terra, onnipotente, eterno, immenso, incomprensibile, infinito per intelletto, volontà e per ogni perfezione, il quale essendo unica singolare, assolutamente semplice ed immutabile sostanza spirituale deve essere predicato realmente e per essenza, distinto dal mondo, in sé e per sé beatissimo, ineffabilmente eccelso sopra tutte le cose che sono e che si possono concepire fuori di Lui».
Pertanto, a un certo punto deve lasciarsi decantare anche il linguaggio dottrinale, non di rado dottrinesco o stucchevole che è lo stesso, il quale, se per un verso può rivelarsi utile in quanto propedeutico e orientativo, per l’altro verso non cessa di essere intermediario. Ora, com’è (come dovrebbe essere) ovvio, i mediatori, alla stregua degli affari umani, devono farsi da parte per non finire di essere un ostacolo alla conclusione effettiva dell’accordo, parola preziosissima in merito alla pura spiritualità, di cui vale la pena considerare attentamente l’etimologia:
«dal lat. COR – genit. CORDIS – cuore e fig. animo, mente, onde pure CON-CORS concorde. Vale inoltre Ridurre più corde di uno strumento e per estens. più strumenti e voci a un medesimo tono, e allora viene da CORDA = lat. CHORDA» (etimo.it).
Ecco allora l’eccelso accordo teandrico che unisce il Cuore divino e il Cuore umano, per il quale l’Uomo realizza la propria regalità, secondo che dice Gregorio di Nissa:
«O uomo, stai attento a ciò che sei! Ricorda la tua dignità regale!».
Dignità regale che, è bene precisare, nulla a che vedere con qualsiasi forma di potere, giacché altro è la regalità dell’Autorità e altro è l’arroganza del Potere: mentre la prima si propone, il secondo si impone. Argomento titanico quello della trasformazione degenerativa dell’Autorità in Potere, quest’ultimo sottobraccio a Mammona!
Manco a dirlo, qualcuno, leggendo la propria rappresentazione del presente articolo mentre legge il medesimo, che così gli sfugge, sarà già impegnato ad esporre la sua reprimenda inquisitoria accuratamente formalizzata, cosicchè si avrà l’ennesima conferma che tra le fazioni degli addetti ai lavori, cioè tra gli ecclesiatici (e i loro seguaci), non c’è affatto quell’unità che a parole vanno predicando spaccando il classico capello in quattro ma che nei fatti si gestiscono in proprio, sicché la cattolicità espressa dall’ut unum sit resta a tutt’oggi un ideale disincarnato.
Già! UT UNUM SINT: cosa vorrà dire davvero? L’UNUM non è forse il «SOMMO TUTTO SEMPLICISSIMO» in cui NON SI TROVA «IL QUALCHE COSA», ovvero alcuna soggettiva … rappresentazione?
Insomma: l’Unità non può essere una possibilità catafatica, ossia rappresentata, bensì soltanto apofatica.
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20 commenti su “Come se nel Sommo Tutto Semplicissimo si Potesse Trovare il Qualche Cosa. Il Matto.”
Ringrazio il Matto per le acute riflessioni. Lo ringrazio anche e soprattutto perché mi ricorda che io non sono veramente separato da Dio.
Grazie a te, caro Fratello!
lungi da me l’avere approfondito adeguatamente, ma mi sembra che l’apofatismo estremo sia contraddittorio in sé, come tutte le affermazioni di negazioni. Estrema presunzione, dire di aver capito che Dio non si capisce. Ma soprattutto, di Dio sappiamo, da Lui stesso mica da noi, la Verità somma, che Egli si è Incarnato… dopo ciò, chi vorrà svalutare la natura umana che Dio ha reso divina ? Solo l’umiltà somma può avvicinarsi a tanto, e l’umiltà somma è propria solo e unicamente di Maria Santissima, l’unica che ha sperimentato la distanza infinita che intercorre tra la creatura e il Creatore, perché il Creatore stesso a Lei la ha fatta percorrere.
Voglia perdonare la pignoleria, che non vuole essere in alcun modo sarcastica.
Lei esordisce così: “lungi da me l’avere approfondito adeguatamente, ma mi sembra che …”
Ecco: il non adeguato approfondimento del processo apofatico – che richiede anni e anni di pratica – non può condurre che
ad un generico “mi sembra”.
In ogni caso, grazie per il contributo.
lungi da me l’avere approfondito adeguatamente, ma mi sembra che l’apofatismo estremo sia contraddittorio in sé, come tutte le affermazioni di negazioni. Estrema presunzione, dire di aver capito che Dio non si capisce. Ma soprattutto, di Dio sappiamo, da Lui stesso mica da noi, la Verità somma, che Egli si è Incarnato… dopo ciò, chi vorrà svalutare la natura umana che Dio ha reso divina ? Solo l’umiltà somma può avvicinarsi a tanto, e l’umiltà somma è propria solo e unicamente di Maria Santissima, l’unica che ha sperimentato la distanza infinita che intercorre tra la creatura e il Creatore, perché il Creatore stesso a Lei la ha fatta percorrere.
Siamo alle solite, caro Matto. Lei ha detto la sua, e sulla sua io faccio le mie considerazioni cattoliche.
Lei maneggia con disinvoltura autori come Pseudo-Dionigi l’Areopagita, Niccolò Cusano e Pier Matteo Petrucci, ma ne trae una conclusione che essi non hanno mai tratto: che la via a Dio consisterebbe nel lasciar cadere ogni mediazione, fino a un rapporto diretto tra una “coscienza individuale” e una presunta “coscienza universale”.
Qui, mi permetta, il discorso deraglia.
Quando Niccolò Cusano parla di “dotta ignoranza”, non invita affatto a spegnere la ragione, ma a purificarla dall’illusione di bastare a se stessa. E quando Pseudo-Dionigi l’Areopagita introduce nella “caligine”, non cancella ciò che Dio ha detto, ma conduce oltre la pretesa di possederlo.
Lei, invece, compie un passo ulteriore: trasforma il “non esaurire Dio” nel “non aver bisogno di ciò che Dio ha rivelato”. Ma questo non è più apofasi: è soggettivismo spirituale, sia pure elegantemente rivestito.
E infatti Dio non ci ha lasciati a brancolare nel buio di una “sapientissima ignoranza” autosufficiente: si è rivelato storicamente in Gesù Cristo. Questo è il punto decisivo che il suo impianto tende a dissolvere: la concretezza della Rivelazione.
Lei parla di “mediatori” come di ostacoli da rimuovere. Ma la fede cattolica afferma esattamente il contrario: il Mediatore non è un intralcio, è il dono. Senza di Lui non c’è accesso al Padre; senza la Chiesa non c’è trasmissione della fede; senza la dottrina non c’è verità che si distingua dal sentimento.
Anche il richiamo al Concilio Vaticano I, mi permetta, resta monco. Quel Concilio afferma sì l’incomprensibilità divina, ma nello stesso tempo insegna con forza che Dio è realmente conoscibile e che la Rivelazione è necessaria: non una scala da buttare via dopo l’uso, ma il fondamento stesso dell’incontro con Dio.
Infine, la sua idea di unità: puramente apofatica, irrappresentabile, sottratta a ogni forma. Suggestiva, ma non cristiana. L’unità, per la fede cattolica, non è un’astrazione ineffabile: ha un volto, una storia, una carne. Non è un “oltre” indistinto, ma una comunione reale, visibile, anche se sempre perfettibile.
In breve: lei prende il linguaggio dei mistici cattolici e lo piega verso una conclusione che i mistici cattolici non riconoscerebbero.
E allora il punto resta semplice: non è vero che per trovare Dio bisogna togliere ciò che Egli stesso ha posto tra sé e noi. È vero il contrario: è proprio attraverso ciò che Egli ha posto – e non nonostante – che noi possiamo incontrarlo realmente.
O si è cristiani o no. E il cristianesimo non si scioglie in un indistinto spirituale: resta ancorato alla Rivelazione, all’Incarnazione e alla verità che Dio ha voluto comunicare all’uomo.
Prendo atto per l’ennesima volta della sua forma mentis, dalla quale non può evadere.
Una piccola precisazione:
se a un certo punto il mediatore tra acquirente e venditore non si toglie di mezzo,
l’affare non si conclude.
Chiara la metafora?
Caro Matto,
la sua metafora è chiara. Ma è proprio la chiarezza, qui, a tradirla.
Lei immagina la mediazione come un intermediario esterno che, una volta concluso l’affare, deve farsi da parte. Questo può valere per un agente umano. Non per Gesù Cristo.
Nel caso cristiano, la mediazione non è un ponte provvisorio tra due sponde estranee: è l’evento stesso in cui Dio e l’uomo si incontrano realmente. In Cristo, Dio non manda un “mediatore”: si fa Egli stesso Mediatore, unendo in sé ciò che era separato. Per questo la sua immagine commerciale, mi permetta, non regge: qui il “venditore” e l’“acquirente” coincidono nella stessa Persona.
La Scrittura è esplicita: «uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5). Non dice: finché serve. Dice: è. E questo “essere” non è temporaneo, ma costitutivo.
Lei potrebbe obiettare: ma alla fine tutto sarà ricondotto al Padre. Certo. Lo dice anche Paolo di Tarso: quando il Figlio consegnerà il Regno, «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28). Ma attenzione: questo non significa che la mediazione venga eliminata come un ingombro. Significa che giunge al suo compimento.
La mediazione di Cristo non è un mezzo da superare, ma la forma stessa definitiva della comunione. Non viene tolta: viene portata a pienezza. Se vuole un’immagine meno imperfetta della sua: non è l’agente che esce di scena, ma la relazione che diventa così piena da non avere più bisogno di essere “mediata” dall’esterno — perché è ormai interiormente compiuta in Lui.
E qui sta il punto decisivo che il suo schema non riesce a cogliere: nel cristianesimo, l’accesso a Dio non avviene “oltre” la mediazione, ma “dentro” di essa. Sempre.
Per questo la sua conclusione — togliere il mediatore per arrivare a Dio — non è un approfondimento della fede, ma il suo capovolgimento. Perché, tolto Cristo, non resta Dio: resta una proiezione.
In breve: la sua metafora funziona solo se Cristo è un terzo tra Dio e l’uomo. Ma la fede cattolica afferma esattamente il contrario.
E allora sì, la risposta è semplice:
non è il Mediatore che deve farsi da parte.
È la nostra idea riduttiva di mediazione che deve essere corretta.
Lei prende lucciole per lanterne.
Per “mediatore” da mettere non intendo certamente Cristo, bensì tutti quelli
come lei che fanno dell’autorità un potere, ripeto po-te-re.
Caro Matto,
qui non si tratta di “lucciole per lanterne”, ma di non cambiare le carte in tavola a partita iniziata.
Lei adesso restringe il tiro: non parlerebbe più di Cristo, ma di “tutti quelli come lei” che fanno dell ‘autorità un potere. Bene, affrontiamo la questione senza equivoci.
Anzitutto: nella fede cattolica, l’autorità nella Chiesa non nasce come potere umano che si autoimpone, ma come partecipazione all’unica mediazione di Cristo. Non è un’aggiunta arbitraria: è una conseguenza. Se Cristo è il Mediatore, ha anche stabilito forme visibili attraverso cui questa mediazione raggiunge concretamente gli uomini. E queste forme non sono facoltative né decorative.
La Scrittura, che lei evita accuratamente di prendere sul serio quando contraddice il suo schema, è chiarissima: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10,16). Non dice: ascolta Dio bypassando voi. Dice esattamente il contrario. E ancora: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv 20,21). Questo, mi permetta, non è “potere”: è missione ricevuta.
Certo, lei può sempre replicare con la parola magica: “potere”. Ma chiamare “potere” ogni forma di autorità che non coincide con la propria coscienza è un trucco retorico, non un argomento. Perché allora tutto diventa potere: anche il suo voler insegnare agli altri che cosa sia Dio, che cosa sia la verità, che cosa vada superato. Anche lei, di fatto, si pone come autorità. Solo che la sua è auto-nominata.
La differenza è tutta qui: nella Chiesa l’autorità è ricevuta e vincolata — alla Rivelazione, alla Tradizione, al deposito della fede. Nel suo schema, invece, l’autorità coincide con l’io che sente, interpreta, seleziona. E questo sì che è potere: il più assoluto, perché non riconosce nulla sopra di sé.
Lei accusa gli altri di “fare dell’autorità un potere”. Ma in realtà rifiuta qualsiasi autorità che non sia la sua.
E allora torniamo al punto decisivo: eliminare ogni mediazione visibile in nome di un rapporto “diretto” con Dio non libera dalla mediazione. Semplicemente la sostituisce con una più fragile e pericolosa: quella della propria soggettività.
In breve, e senza giri di parole:
Quando si parla di superare ogni mediazione, di approdare a una coscienza universale, di relativizzare le forme storiche della Rivelazione, si entra in un orizzonte che non è più cristiano. È un’altra visione del divino, che può ricordare certe correnti della spiritualità orientale, ma che non coincide con l’annuncio evangelico.
Io continuo a stare su un punto semplice e non negoziabile: Cristo non ha lasciato un’idea, ma una Chiesa; non un sentimento, ma una missione; non un “io” autosufficiente, ma una comunione visibile.
Se questo viene rifiutato, il problema non è l’autorità. È il cristianesimo stesso che viene riscritto.
Cordiali saluti.
Ha detto bene, caro don P.P., è il
Cristianesimo intero va riscritto.
Espressione tipica degli operai dell’anticristo?
Il Cristianesimo è stato scritto da uomini, e uomini possono riscriverlo.
il cardinale Petrucci abiurò de vehementi l’ eresia molinosista
Se il triplice silenzio di parole, pensieri e desideri predicato da Molinos è eretico, vuol dire che tutti i mistici sono eretici. Ed in effetti la storia ecclesiastica mostra non di rado il contrasto messo in atto dalla religione positiva nei confronti dei mistici, salvo poi … riconoscerli santi.
Mi faccia capire: il giudizio della Chiesa conta solo se è in accordo con il suo?
Non capisco questa sua domanda. Mi sembra che lei sostituisca l’obiettivo.
Se la Chiesa, anzi gli uomini della Chiesa, visto che Chiesa e uomini della Chiesa non sono propriamente la stessa cosa, prima perseguitano e poi elevano agli onori i perseguitati, che c’entra il mio essere d’accordo o meno?
Gli uomini della Chiesa o sbagliano prima nel perseguitare o sbagliano dopo nel riabilitare e rendere onore.
Carissimo Matto,
clink, clink, splash…sono i suoni di caduta dei frammenti di dogma fatti a pezzi dai medesimi dotti ecclesiastici che evitavano molte reprimende grazie all’uso della lingua latina densa di significato, come mai le lingue volgari adatte agli equivoci del global.
Necessaria osservazione inconfutabile.
Caro Matto,
🤗
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