Appello Fraterno a Papa Leone: Costruisca un Ponte con la FSSPX. Mons. Athanasius Schneider.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Europa Cristiana, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.

§§§

Pubblichiamo l’Appello che Sua Eccellenza Reverendissima Monsignor Athanasius Schneider, Vescovo ausiliare di Maria Santissima in Astana (sede metropolitana della Chiesa cattolica in Kazakistan) ha indirizzato a Papa Leone XIV, affinché la Santa Sede possa edificare un ponte con la Fraternità Sacerdotale San Pio X.

“Europa Cristiana” è particolarmente grata a Sua Eccellenza, che le ha inviato il testo in versione italiana, oltre all’autorizzazione a pubblicarlo. Tale traduzione assume, quindi, il carattere dell’ufficialità.

 

 

Un appello fraterno a Papa Leone XIV affinché costruisca un ponte verso la Fraternità Sacerdotale San Pio X del Vescovo Athanasius Schneider

 

L’attuale situazione riguardante le consacrazioni episcopali nella Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) ha improvvisamente risvegliato l’intera Chiesa. In un lasso di tempo straordinariamente breve dopo l’annuncio del 2 febbraio che la FSSPX avrebbe proceduto con queste consacrazioni, si è scatenato un dibattito intenso e spesso carico di emotività in ampi circoli del mondo cattolico. Lo spettro di voci in questo dibattito spazia dalla comprensione, alla benevolenza, all’osservazione neutrale e al buon senso, fino al rifiuto irrazionale, alla condanna perentoria e persino all’odio aperto. Sebbene vi sia motivo di sperare – e non è affatto irrealistico – che Papa Leone XIV possa effettivamente approvare le consacrazioni episcopali, già ora online vengono fatte proposte per il testo di una bolla di scomunica della FSSPX.

Le reazioni negative, sebbene spesso ben intenzionate, rivelano che il cuore del problema non è stato ancora colto con sufficiente onestà e chiarezza. C’è la tendenza a rimanere in superficie. Le priorità all’interno della vita della Chiesa vengono invertite, elevando la dimensione canonica e legale – cioè un certo positivismo giuridico – a criterio supremo. Inoltre, a volte manca una consapevolezza storica della prassi della Chiesa in materia di ordinazioni episcopali. La disobbedienza viene quindi troppo facilmente equiparata allo scisma. I criteri per la comunione episcopale con il Papa, e di conseguenza la comprensione di ciò che costituisce veramente uno scisma, sono visti in modo eccessivamente unilaterale se confrontati con la prassi e l’autocomprensione della Chiesa nell’era patristica, l’età dei Padri della Chiesa.

In questo dibattito, si stanno affermando nuovi quasi-dogmi che non esistono nel Depositum fidei. Questi quasi-dogmi sostengono che il consenso del Papa alla consacrazione di un vescovo è di diritto divino e che una consacrazione compiuta senza tale consenso, o addirittura contro un divieto papale, costituisce di per sé un atto scismatico. Tuttavia, la prassi e la comprensione della Chiesa al tempo dei Padri della Chiesa, e per un lungo periodo successivo, contraddicono questa opinione. Inoltre, non esiste un’opinione unanime su questo argomento tra i teologi riconosciuti della tradizione bimillenaria della Chiesa. Anche secoli di prassi ecclesiale, così come il diritto canonico tradizionale, si oppongono a tali affermazioni assolutizzanti. Secondo il Codice di Diritto Canonico del 1917, una consacrazione episcopale compiuta contro la volontà del Papa non era punita con la scomunica, ma solo con la sospensione. Con ciò, la Chiesa ha chiaramente manifestato di non considerare tale atto scismatico.

L’accettazione del primato papale come verità rivelata viene spesso confusa con le forme concrete – forme che si sono evolute nel corso della storia – attraverso le quali un vescovo esprime la sua unità gerarchica con il Papa. Credere nel primato papale, riconoscere il Papa attuale, aderire con lui a tutto ciò che la Chiesa ha insegnato in modo infallibile e definitivo, e osservare la validità della liturgia sacramentale, è di diritto divino. Tuttavia, una visione riduttiva che equipara la disobbedienza a un ordine comando papale allo scisma – anche nel caso della consacrazione di un vescovo eseguita contro la sua volontà – era estranea ai Padri della Chiesa e al diritto canonico tradizionale. Ad esempio, nel 357, Sant’Atanasio disobbedì all’ordine di Papa Liberio, che gli ordinava di entrare in comunione gerarchica con la stragrande maggioranza dell’episcopato, che era di fatto ariano o semi-ariano. Di conseguenza, fu scomunicato. In questo caso, sant’Atanasio disobbedì per amore della Chiesa e per l’onore della Sede Apostolica, cercando proprio di salvaguardare la purezza della dottrina da ogni sospetto di ambiguità.

Nel primo millennio di vita della Chiesa, le consacrazioni episcopali venivano generalmente eseguite senza il permesso formale del Papa e i candidati non erano tenuti ad essere approvati dal Papa. La prima norma canonica sulle consacrazioni episcopali, emanata da un Concilio Ecumenico, fu quella di Nicea del 325, che richiedeva che un nuovo vescovo fosse consacrato con il consenso della maggioranza dei vescovi della provincia. Poco prima della sua morte, durante un periodo di confusione dottrinale, Sant’Atanasio scelse e consacrò personalmente il suo successore, San Pietro d’Alessandria, per garantire che nessun candidato inadatto o debole assumesse l’episcopato. Analogamente, nel 1977, il Servo di Dio Cardinale Iosif Slipyj consacrò segretamente tre vescovi a Roma senza l’approvazione di Papa Paolo VI, pienamente consapevole che il Papa non lo avrebbe permesso a causa dell’Ostpolitik Vaticana dell’epoca. Tuttavia, quando Roma venne a conoscenza di queste consacrazioni segrete, la pena della scomunica non fu applicata.

A scanso di equivoci, in circostanze normali – e quando non vi è confusione dottrinale né un periodo di persecuzione straordinaria – si deve, naturalmente, fare tutto il possibile per osservare le norme canoniche della Chiesa e obbedire al Papa nelle sue giuste ingiunzioni, al fine di preservare l’unità ecclesiastica in modo più efficace e visibile.

Ma la situazione nella vita della Chiesa oggi può essere illustrata con la seguente parabola: scoppia un incendio in una grande casa. Il capo dei vigili del fuoco consente solo l’uso di nuove attrezzature antincendio, sebbene si siano dimostrate meno efficaci dei vecchi e collaudati strumenti. Un gruppo di vigili del fuoco sfida quest’ordine e continua a utilizzare le attrezzature collaudate – e in effetti, l’incendio viene domato in molti punti. Eppure questi vigili del fuoco vengono etichettati come disobbedienti e scismatici, e vengono puniti. Per estendere ulteriormente la metafora: il capo dei vigili del fuoco autorizza l’intervento solo ai vigili del fuoco che conoscono le nuove attrezzature, seguono le nuove regole antincendio e rispettano i nuovi regolamenti della caserma. Ma data l’evidente portata dell’incendio, la disperata lotta contro di esso e l’insufficienza della squadra antincendio ufficiale, altri soccorritori – nonostante il divieto del capo dei vigili del fuoco – intervengono altruisticamente con competenza e buone intenzioni, contribuendo in ultima analisi al successo degli sforzi del capo dei vigili del fuoco.

Di fronte a un comportamento così rigido e incomprensibile, si presentano due possibili spiegazioni: o il capo dei vigili del fuoco nega la gravità dell’incendio, proprio come nella commedia francese Tout va très bien, Madame la Marquise!; oppure, in realtà, il capo dei vigili del fuoco desidera che ampie parti della casa brucino, in modo che possa essere poi ricostruita secondo un nuovo progetto.

L’attuale crisi che circonda le consacrazioni episcopali annunciate – ma ancora non approvate – nella FSSPX espone, agli occhi di tutta la Chiesa, una ferita che cova da oltre sessant’anni. Questa ferita può essere descritta figurativamente come un cancro ecclesiale, in particolare il cancro ecclesiale delle ambiguità dottrinali e liturgiche. Di recente, sul blog Rorate Caeli è apparso un eccellente articolo, scritto con rara chiarezza teologica e onestà intellettuale, dal titolo: “The Long Shadow of Vatican II: Ambiguity as Ecclesial Cancer” (“La lunga ombra del Vaticano II: l’ambiguità come cancro ecclesiale”) (Canon of Shaftesbury: Rorate Caeli, February 10, 2026). Il problema fondamentale di alcune affermazioni ambigue del Concilio Vaticano II è che il Concilio ha scelto di privilegiare il tono pastorale rispetto alla precisione dottrinale. Si può concordare con l’autore quando afferma:

“Il problema non è che il Vaticano II fosse eretico. Il problema è che era ambiguo. E in questa ambiguità abbiamo visto i semi della confusione che sono fioriti in alcuni degli sviluppi teologici più preoccupanti nella storia moderna della Chiesa. Quando la Chiesa parla in termini vaghi, anche se involontariamente, allora sono in gioco delle anime”.

L’autore continua:

“Quando uno ‘sviluppo’ dottrinale sembra contraddire ciò che lo ha preceduto, o quando richiede decenni di acrobazie teologiche per conciliarsi con il precedente insegnamento magisteriale, dobbiamo chiederci: si tratta di uno sviluppo o di una rottura mascherata da sviluppo?” (Canon of Shaftesbury: Rorate Caeli, February 10, 2026).

Si può ragionevolmente supporre che la FSSPX non desideri altro che aiutare la Chiesa a uscire da questa ambiguità dottrinale e liturgica e a riscoprire la sua perenne chiarezza salvifica, proprio come il Magistero della Chiesa, sotto la guida dei Papi, ha fatto inequivocabilmente nel corso della storia dopo ogni crisi segnata da confusione e ambiguità dottrinale.

In effetti, la Santa Sede dovrebbe essere grata alla FSSPX, perché è attualmente quasi l’unica grande realtà ecclesiastica che segnala apertamente e pubblicamente l’esistenza di elementi ambigui e scorretti in alcune dichiarazioni del Concilio e del Novus Ordo Missae. In questo impegno, la FSSPX è guidata da un sincero amore per la Chiesa: se non amasse la Chiesa, il Papa e le anime, non intraprenderebbe quest’opera, né si impegnerebbe con le autorità romane, e avrebbe senza dubbio vita più facile.

Le seguenti parole dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre sono profondamente toccanti e riflettono l’atteggiamento dell’attuale leadership e della maggior parte dei membri della FSSPX:

“Crediamo in Pietro, crediamo nel successore di Pietro! Ma come afferma bene Papa Pio IX nella sua costituzione dogmatica, il Papa ha ricevuto lo Spirito Santo non per creare nuove verità, ma per mantenerci nella fede di sempre. Questa è la definizione del Papa data da Papa Pio IX al tempo del Concilio Vaticano I. Ed è per questo che siamo convinti che nel mantenere queste tradizioni manifestiamo il nostro amore, la nostra docilità, la nostra obbedienza al Successore di Pietro. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte al degrado della fede, della morale e della liturgia. Questo è fuori questione! Non vogliamo separarci dalla Chiesa; al contrario, vogliamo che la Chiesa continui!”

Se qualcuno considera le difficoltà con il Papa tra le sue più grandi sofferenze spirituali, questa di per sé è una prova lampante che non vi è alcuna intenzione scismatica. I veri scismatici si vantano persino della loro separazione dalla Sede Apostolica. I veri scismatici non implorerebbero mai umilmente il Papa di riconoscere i loro vescovi.

Quanto sono veramente cattoliche, allora, le seguenti parole dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre:

“Ci dispiace infinitamente, è un dolore immenso per noi, pensare di essere in difficoltà con Roma a causa della nostra fede! Com’è possibile? È qualcosa che supera l’immaginazione, che non avremmo mai potuto immaginare, che non avremmo mai potuto credere, soprattutto nella nostra infanzia, quando tutto era uniforme, quando tutta la Chiesa credeva nella sua unità generale e aveva la stessa fede, gli stessi sacramenti, lo stesso Sacrificio della Messa, lo stesso Catechismo”.

Dobbiamo esaminare onestamente le evidenti ambiguità riguardanti la libertà religiosa, l’ecumenismo e la collegialità, così come le imprecisioni dottrinali del Novus Ordo Missae. A questo proposito, si dovrebbe leggere il libro di recente pubblicazione dell’archimandrita Boniface Luykx, perito del Concilio e rinomato studioso di liturgica, dal titolo eloquente: “A Wider View of Vatican II. Memories and Analysis of a Council Consultor.” (“Una visione più ampia del Vaticano II. Memorie e analisi di un consultore conciliare”).

Come disse una volta G. K. Chesterton: “Entrando in chiesa, ci viene chiesto di toglierci il cappello, non la testa”. Sarebbe una tragedia se la FSSPX venisse completamente isolata, e la responsabilità di tale divisione ricadrebbe principalmente sulla Santa Sede. La Santa Sede dovrebbe accogliere la FSSPX, offrendo almeno un minimo di integrazione ecclesiale, e poi proseguire il dialogo dottrinale. La Santa Sede ha mostrato una notevole generosità nei confronti del Partito Comunista Cinese, consentendogli di selezionare i candidati episcopali, eppure i suoi stessi figli, le migliaia e migliaia di fedeli della FSSPX, sono trattati come cittadini di seconda classe.

La FSSPX dovrebbe essere autorizzata a fornire un contributo teologico al fine di chiarire, integrare e, se necessario, emendare quelle affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II che sollevano dubbi e difficoltà dottrinali. Ciò deve tener conto anche del fatto che, in questi testi, il Magistero della Chiesa non ha inteso pronunciarsi con definizioni dogmatiche dotate della nota di infallibilità (cfr. Paolo VI, Udienza generale, 12 gennaio 1966).

La FSSPX proferisce esattamente la stessa Professio fidei formulata dai Padri del Concilio Vaticano II, nota come Professio fidei tridentino-vaticana. Se, secondo le esplicite parole di Papa Paolo VI, il Concilio Vaticano II non ha presentato dottrine definitive, né ha inteso farlo, e se la fede della Chiesa rimane la stessa di prima, durante e dopo il Concilio, perché la professione di fede, valida nella Chiesa fino al 1967, improvvisamente non dovrebbe più essere considerata valida come segno di vera fede cattolica?

Eppure la Professio fidei tridentino-vaticana è considerata dalla Santa Sede insufficiente per la FSSPX. La Professio fidei tridentino-vaticana non costituirebbe forse di fatto “il minimo” per la comunione ecclesiale? Se questo non è un minimo, allora cosa, onestamente, potrebbe essere considerato un “minimo”? La FSSPX è tenuta, come conditio sine qua non, a emettere una Professio fidei, con la quale devono essere accettati gli insegnamenti di natura pastorale, e non definitiva, dell’ultimo Concilio e del Magistero successivo. Se questo è davvero il cosiddetto “requisito minimo”, allora il Cardinale Victor Fernández sembra giocare con le parole!

Papa Leone XIV ha affermato durante i Vespri ecumenici del 25 gennaio 2026, a conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che esiste già unità tra cattolici e cristiani non cattolici perché condividono il minimo di fede cristiana: “Noi «condividiamo la stessa fede nell’unico Dio, Padre di tutti gli uomini; confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio, Gesù Cristo, e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge verso la piena unità e la comune testimonianza del Vangelo» (Lett. ap. In unitate fidei, 12)”. Ha inoltre dichiarato: “Noi siamo uno! Lo siamo già! Riconosciamolo, sperimentiamolo, manifestiamolo!” (Omelia, Celebrazione dei Secondi Vespri, LIX Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, 25 gennaio 2026).

Come si concilia questa affermazione con l’affermazione di rappresentanti della Santa Sede e di alcuni alti prelati secondo cui la FSSPX non sarebbe dottrinalmente unita alla Chiesa, dato che la FSSPX professa la Professio fidei dei Padri del Concilio Vaticano II – la Professio fidei tridentino-vaticana?

Ulteriori misure pastorali provvisorie concesse alla FSSPX per il bene spirituale di così tanti fedeli cattolici esemplari rappresenterebbero una profonda testimonianza della carità pastorale del Successore di Pietro. Così facendo, Papa Leone XIV aprirebbe il suo cuore paterno a quei cattolici che, in un certo senso, vivono nella periferia esistenziale della Chiesa, permettendo loro di sperimentare che la Sede Apostolica è veramente Madre anche per la FSSPX.

Le parole di Papa Benedetto XVI dovrebbero risvegliare la coscienza di coloro che in Vaticano decideranno sul permesso delle consacrazioni episcopali per la FSSPX. Egli ci ricorda: “Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente.” (Lettera ai Vescovi in occasione della pubblicazione della Lettera Apostolica “motu proprio data” Summorum Pontificum sull’uso della Liturgia Romana anteriore alla riforma effettuata nel 1970, 7 luglio 2007).

“Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data?” (Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, 10 Marzo 2009)[1].

Misure pastorali provvisorie e minime per la FSSPX – tra cui un mandato pontificio per le consacrazioni episcopali –, intraprese per il bene spirituale di migliaia e migliaia di suoi fedeli in tutto il mondo creerebbero le condizioni necessarie per chiarire con serenità malintesi, interrogativi e dubbi di natura dottrinale derivanti da alcune affermazioni contenute nei documenti del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero Pontificio. Allo stesso tempo, tali misure offrirebbero alla FSSPX l’opportunità di offrire un contributo costruttivo per il bene dell’intera Chiesa, mantenendo una chiara distinzione tra ciò che appartiene alla fede divinamente rivelata e alla dottrina proposta in modo definitivo dal Magistero, e ciò che ha un carattere prevalentemente pastorale in particolari circostanze storiche, ed è quindi aperto a un attento studio teologico, come è sempre stato prassi nel corso della vita della Chiesa.

Con sincera preoccupazione per l’unità della Chiesa e il bene spirituale di così tante anime, mi rivolgo con reverente e fraterna carità al nostro Santo Padre Leone XIV:

Beatissimo Padre, conceda il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX. Lei è anche il padre dei Suoi numerosi figli e figlie: due generazioni di fedeli che, per ora, sono stati accuditi dalla FSSPX, che amano il Papa e che desiderano essere veri figli e figlie della Chiesa romana. Pertanto, stia al di sopra e al di là delle parti e, con grande spirito paterno e autenticamente agostiniano, dimostri che sta costruendo ponti, come Lei ha promesso di fare davanti al mondo intero quando ha impartito la Sua prima benedizione dopo la Sua elezione. Non passi alla storia della Chiesa come qualcuno che non è riuscito a costruire questo ponte – un ponte che poteva essere costruito in questo momento davvero provvidenziale con generosa volontà – e che invece ha permesso un’ulteriore divisione davvero inutile e dolorosa all’interno della Chiesa, mentre allo stesso tempo si svolgevano processi sinodali che vantavano la massima ampiezza pastorale e inclusività ecclesiale possibile. Come Vostra Santità ha recentemente sottolineato: “Impegniamoci a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo (cfr. Francesco, Per una Chiesa sinodale, 137-138)” (Omelia, Celebrazione dei Secondi Vespri, LIX Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani, 25 gennaio 2026).

Beatissimo Padre, se concederà il Mandato Apostolico per le consacrazioni episcopali della FSSPX, la Chiesa dei nostri giorni non perderà nulla. Lei sarà un vero costruttore di ponti, e ancor di più, un costruttore di ponti esemplare, perché Lei è il Sommo Pontefice, Summus Pontifex.

+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana

24 febbraio 2026

 

[1] Statistiche annuali della FSSPX del 2026: Membri totali: 1.482; Vescovi: 2; Sacerdoti (esclusi i vescovi): 733; Seminaristi (inclusi quelli non ancora impegnati): 264; Fratelli religiosi: 145; Oblate: 88; Suore religiose: 250; Età media dei membri: 47 anni; Paesi serviti: 77; Distretti e case autonome: 17; Seminari: 5; Scuole: 94 (di cui 54 in Francia).

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10 commenti su “Appello Fraterno a Papa Leone: Costruisca un Ponte con la FSSPX. Mons. Athanasius Schneider.”

  1. Vescovo Schneider: un eletto ingannato che, infine, ha gettato la maschera.

    Come Strickland.

    Per il perdurare della Prova, hanno perso la strada maestra.
    Un dolore lancinante.

    E si/li pongono come modelli?

    Idolatrare Lefebvre, ritenuto santo da canonizzare, infallibilmente, porta a disubbidienza.
    E disubbidire è atto diabolico per eccellenza.
    È Lucifero che marchia con questo inequivocabile segno chi vuol perdere!

    Restiamo cattolici!

    Non importa se il Papa è un santo o un giuda, un buono o un reprobo, ciò che conta è il suo mandato!
    Lo tradisce? Restiamo noi, con gran merito, fedeli!
    Lo rispetta? Restiamo fedeli come sempre é stato!

    Il vescovo Schneider che fa? Ricatta il Papa?
    Ma caro vescovo, lei che razza di esempio dà ora?
    Non ricorda le parole e l’esempio di S. Ignazio di Antiochia, lei che ha un debole per la patristica?
    E se proprio ama attingere al passato della Chiesa, almeno torni alle origini e ben veda il peccato per cui Lucifero è caduto: DISOBBEDIENZA.

    Mantenere il piede in due scarpe è da ipocriti.
    Ovviamente, la strategia del piede in due scarpe mira a normare la sua amata Fraternità SSPX, che è semplicemente uno scandalo per i semplici.

    Nessun vero cattolico odia, nessun vero cattolico odia la Messa tradizionale!

    Ma si resta scandalizzati dall’audacia, dall’impertinenza, dall’ostinazione del vostro comportamento nella disubbienza e nella sfida.

    Siete scandalosi più dei deprecabili progressisti perché voi dovreste essere i “buoni”.
    Vivrete anche in santità di costumi ma non è retta la vostra fede!
    Così, non raggiungerete mai la santità e impedite ad altri di raggiungerla!
    San Pio da Pietrelcina docet. Ma forse per voi è un santo troppo recente per degnarlo della vostra considerazione.

    Sub Petro e cum Petro!

    Il cardinal Sarah ha parlato da cardinale cattolico.
    Monsignor Eleganti ha parlato da cattolico.
    Due sole voci pubbliche. Due sole voci a edificare!

    Vedete in che terribile minoranza sta messo il cattolicesimo e quanti detrattori ha, pure tra le file dei buoni, ormai!

    Il partitismo religioso è la peggiore piaga per l’unità della Chiesa. L’unità si fa nella verità, certo. Per questo l’esempio di Padre Pio evocato dal Cardinal Sarah non potrebbe essere più pertinente e chiarificatore.

    Sveglia!!!

    Le Scritture ci dicono tutto.

  2. Bravo Mons. Schneider soprattutto quando spiega con competenza alcuni concetti, come per esempio il seguente:

    “Nel primo millennio di vita della Chiesa, le consacrazioni episcopali venivano generalmente eseguite senza il permesso formale del Papa e i candidati non erano tenuti ad essere approvati dal Papa…”

    Per quanto riguarda invece la possibilità del “ponte” tra Roma e FSSPX, il caro Schneider è abbastanza ingenuo. Non ci può essere accordo tra verità ed eresia (Chiesa Sinodalica Bergoglionismo) né sarebbe auspicabile.

  3. Un ponte dove c’è un muro di cemento iper-armato?
    L’unica possibilità è un inciucio che permetta alla FSSPX di continuare per sua strada senza ostacoli, e alla chiesa bergoglian-prevostian-fernandeziana.
    Ma allora … quale sarebbe la vera Chiesa cattolica?

    1. La Signora di tutti i popoli

      In effetti il suo qui è l’unico commento serio, caro Enrico!!
      Perchè lei semplicemente tiene conto della natura delle due parti in causa.
      La mia domanda per lei e per i lettori sarebbe duplice:
      – se ci sarà un “inciucio” quale vero motivo recondito avrà Prevost per volerlo concedere?? Cosa vuole ottenere?
      -se non ci sarà un “inciucio” quale vero motivo recondito avrà Prevost per spingere alla disobbedienza e poi alla banale scomunica?? Cosa vuole ottenere?
      Il Male sa sempre cosa fare. Noi dobbiamo tener sempre presente che l’Inferno non è un regno diviso, ma ben coeso e il suo fine è far perdere le anime!!

      1. Bella domanda! Io non sono all’altezza di ipotizzare il punto d’arrivo di questa situazione a dir poco confusa e indegna del Cristo. Resto a vedere cosa succede. Cioè … nulla di buono.

  4. Don Pietro Paolo

    Una considerazione cattolica sull’appello di mons. Athanasius Schneider (24 febbraio 2026)

    Ho letto con attenzione l’“appello fraterno” di mons. Athanasius Schneider relativo alle consacrazioni episcopali annunciate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X. Ne comprendo l’intento dichiarato: evitare una nuova rottura e favorire un gesto paterno del Papa. Tuttavia, da cattolico fedele a Roma, ritengo che l’impianto dell’appello presenti punti teologicamente viziati e, per questo, non accettabili.

    1) Non è “positivismo giuridico” ma questione ecclesiologica

    Contrapporre “dimensione canonica” e “dimensione ecclesiale” è fuorviante. La questione non è burocratica. Una consacrazione episcopale senza mandato pontificio incide sulla comunione gerarchica della Chiesa. Non si tratta di una semplice infrazione disciplinare: si tocca la costituzione stessa dell’episcopato, che esiste cum Petro et sub Petro.
    Il mandato pontificio non è un dettaglio storico opzionale; è il segno concreto della comunione universale.

    2) Il primo millennio non legittima l’eccezione odierna

    È vero che nel primo millennio le forme di designazione episcopale erano diverse. Ma la Chiesa, maturando nella storia, ha precisato giuridicamente ciò che custodisce teologicamente: l’unità visibile con il Successore di Pietro. Non è “dogmatizzare un modulo storico”; è proteggere un bene di diritto divino con strumenti storicamente adeguati.
    Invocare la prassi antica per relativizzare la disciplina attuale significa separare indebitamente sviluppo storico e principio permanente.

    3) Il parallelo con sant’Atanasio è forzato

    Sant’Atanasio difese la fede nicena in una crisi ariana drammatica. Ma non istituzionalizzò una linea episcopale parallela strutturata “a prescindere” dalla decisione della Sede romana. Usare quel caso per normalizzare consacrazioni programmate indipendentemente dal mandato papale è un salto logico: dalla resistenza dottrinale si passa alla creazione di una struttura di supplenza.

    4) Il riferimento al 1917 non cambia la sostanza

    Che il Codice del 1917 prevedesse pene diverse non significa che l’atto non tocchi lo scisma. Significa che la disciplina penale è cresciuta. Il giudizio ecclesiale sulle consacrazioni del 1988 è stato esplicito: quando l’atto nasce come “supplenza” a Roma, esso assume una qualificazione ecclesiologica precisa. Non siamo davanti a un’astrazione teorica, ma a un precedente chiaramente interpretato dalla Santa Sede.

    5) Il confronto con la Cina è improprio

    Gli atti avvenuti in Cina si collocano, in larga parte, in un contesto di persecuzione e di controllo politico. Qui, invece, si parla di una decisione deliberata, motivata come necessaria per custodire Tradizione e liturgia contro l’assetto ordinario della Chiesa. Sono fenomeni di natura diversa: il primo nasce da costrizione esterna; il secondo da una scelta interna che introduce una supplenza strutturale.

    6) Il punto decisivo

    Se si annuncia che si procederà comunque alle consacrazioni “a prescindere”, l’appello al Papa rischia di trasformarsi in una richiesta di ratifica di un fatto compiuto. Ma la comunione non può essere il risultato di una pressione. L’ordine ecclesiale è chiaro: prima la comunione, poi gli atti che la esprimono; non il contrario.

    Conclusione

    L’unità ecclesiale non si costruisce chiedendo al Papa di concedere un mandato mentre permane un giudizio strutturalmente critico sul Concilio Vaticano II e sulla forma ordinaria del rito romano. Non si può contestare in radice l’assetto postconciliare come “cancro di ambiguità” e, nello stesso tempo, pretendere un riconoscimento pieno senza accettare i criteri minimi della comunione gerarchica.

    Per un cattolico fedele a Roma, il punto è semplice: il ponte non si costruisce con atti unilaterali seguiti da richieste di regolarizzazione. Il primo gesto realmente ecclesiale sarebbe rinunciare alle consacrazioni senza mandato e riprendere un dialogo teologico serio dentro un quadro di obbedienza effettiva, non solo dichiarata.

    Solo così l’unità sarà verità vissuta e non soluzione tattica.

    1. Caro don PP, si legga con attenzione quanto dice Mons. Strickland, un vescovo fedele non lefebvriano. Ne ha bisogno…

      https://www.aldomariavalli.it/2026/02/27/monsignor-strickland-la-chiesa-e-quella-linea-nella-sabbia-lo-stato-di-emergenza-impone-una-scelta-tu-dove-stai/

      Legga e non pensi di avere sempre ragione, è un segno di superbia intellettuale. E non si giustifichi dicendo che quello che scrive è la VERITÀ. La verità è più complessa della risposta accademica. Ma forse non si ha l’elasticità mentale per comprenderlo? Sicuramente non comprende che le sue dissertazioni sono un vero e proprio boomerang. Mi fermo qui. Anche questi 4 o 5 minuti impiegati per scrivere questo commento sono quasi sicuramente sprecati.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro Mario Rossi,

        la ringrazio per il tempo che ha dedicato a scrivere, anche se lo ritiene “quasi sicuramente sprecato”. Nessun tempo speso per un confronto serio è sprecato.

        Leggo ciò che scrive mons. Strickland. Non ho alcuna difficoltà a confrontarmi con le sue posizioni. Ma leggere non significa aderire automaticamente.

        Mi attribuisce “superbia intellettuale” perché non condivido certe conclusioni. Può darsi che io abbia dei limiti — sicuramente ne ho e ne sono consapevole — ma non credo che la fedeltà alla struttura visibile della Chiesa sia rigidità mentale. È una scelta teologica, non caratteriale.

        Lei scrive che “la verità è più complessa della risposta accademica”. È vero. Ma la complessità non può diventare un criterio alternativo alla comunione ecclesiale. Quando si arriva a parlare di “linea nella sabbia” e di “stato di emergenza” che imporrebbe scelte drastiche, bisogna domandarsi con grande prudenza se non si stia trasformando una crisi reale in una frattura strutturale.

        Non penso di avere sempre ragione. Penso però che l’unità visibile con il Successore di Pietro non sia un dettaglio opzionale, nemmeno nei tempi difficili. Se questa posizione diventa impopolare, me ne assumo la responsabilità.

        Il dibattito può essere acceso. L’importante è che non diventi personale.

        Quanto a mons. Strickland, una risposta cattolica non può negare che esistano ambiguità, sofferenze e tensioni nella Chiesa. Ma non può accettare che si introduca la categoria permanente di “stato di emergenza” come principio regolatore della vita ecclesiale. Nella tradizione cattolica l’emergenza è eccezione, non sistema. E soprattutto non può diventare giustificazione per atti che alterano la comunione gerarchica.

        La storia insegna che i santi hanno resistito agli errori restando nella Chiesa, non tracciando linee di separazione. La “linea nella sabbia” può avere forza retorica, ma teologicamente la linea che conta è un’altra: quella della comunione visibile con Pietro, anche quando Pietro è debole o contestato.

        E mi permetta un’osservazione logica prima ancora che teologica: non è contraddittorio chiedere al Papa il permesso di consacrare vescovi con il pretesto che servirebbero a difendere la Tradizione, quando il custode per eccellenza della Tradizione è proprio il Papa? Non equivale forse a dire: “Sì, tu sei Papa formalmente, ma non ci fidiamo che tu custodisca ciò che dovresti custodire”? Una simile impostazione introduce una tensione strutturale che non può essere semplicemente risolta con un atto amministrativo.

        La fedeltà cattolica non è cieca adesione a ogni atto prudenziale; ma non è neppure autodichiarazione di stato straordinario permanente. È perseveranza nella comunione, nella verità e nella carità.

        Su questo, in coscienza, non posso arretrare.

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