Ancora sui Lefebvriani, e le Ordinazioni Vescovili. Caro Andrea, Caro Enzo…Americo Mascarucci.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, Americo Mascarucci, che ringrazaimo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni suli rapporti fra Vaticano e Fraternità Sacerdotale San Pio X. alla luce delle imminenti ordinazioni vescovili. Buona lettura e meditazione.

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“Caro Andrea”, “Caro Enzo”. 
Prosegue il dibattito a distanza fra due teologi del fronte progressista, l’ex priore di Bose Enzo  Bianchi e il docente del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo Andrea Grillo. Oggetto del dibattito, il  rapporto con il mondo tradizionalista. Bianchi insiste a scrivere che la scomunica della Fraternità  San Pio X che avverrà con le annunciate consacrazioni episcopali lefebvriane del prossimo primo  luglio, rappresenterà per lui motivo di profondo dolore perché vuol dire perdere un pezzo di  mondo cattolico; per Grillo alla fine si tratta invece di un momento di grande ed auspicabile  chiarezza.
Per Bianchi infatti la pluralità di riti all’interno della Chiesa e la coabitazione fra liturgia  tridentina e liturgia conciliare rappresenta un sano pluralismo che non deve essere disperso ma valorizzato anche perché, spiega il teologo di Bose, nel momento in cui si sta lavorando per superare le distanze con ortodossi, luterani, anglicani, sarebbe un controsenso rompere la  comunione con i cattolici tradizionalisti. Per Grillo invece la convivenza fra vetus e novus ordo è  motivo di confusione e lacerazione nella Chiesa e va superata in nome dell’unica liturgia, ovvero quella riformata dal Concilio Vaticano II.
Su un punto i due sembrano convergere, ovvero nella  critica al Summorum Pontificum di Benedetto XVI e nel difendere Traditionis Custodes di papa  Francesco: che però per Bianchi non deve essere letto come un attacco di Bergoglio alla messa in  latino, ma come un legittimo tentativo di ricondurre la questione sotto la competenza dei vescovi.
Tralasciamo poi il dibattito relativo ai ruoli che competono al monaco (Bianchi), al teologo (Grillo)  e allo storico (Melloni), con Grillo che, seppur con tutta la diplomazia del caso, ha criticato  l’approccio troppo monastico alla questione di Bianchi, e quello prettamente storico di Melloni,  due approcci ritenuti poco teologici. Poi alla fine i due si ribadiscono stima reciproca e profondo
rispetto, ringraziandosi a vicenda per il civile confronto, ma le posizioni restano distanti ed entrambi non mancano di rimproverare all’altro atteggiamenti sbagliati: Bianchi nell’accusare Grillo di intransigenza verso i tradizionalisti e Grillo nel rimproverare Bianchi di non favorire la piena attuazione del Concilio.
E’ ovvio tuttavia come le due posizioni appaiano chiaramente in  contrasto fra loro, quasi inconciliabili, nel momento in cui Bianchi riconosce piena legittimità al  mondo tradizionalista, sostenendo che si può celebrare con il rito antico restando in comunione
con la Chiesa, nell’obbedienza al vescovo diocesano ribadita con la partecipazione alla celebrazione crismale (posizione del resto non estranea al cattolicesimo progressista e che trovò favorevoli anche cardinali come Martini, Tettamanzi, Piovanelli, Cè lontani anni luce dalle posizioni tradizionaliste di Lefebvre ma molto tolleranti con gli amanti della messa in latino).
Per Grillo invece la comunione deve essere totale, e quindi non ha alcun senso partecipare alla messa crismale per poi, durante tutto il resto dell’anno, celebrare l’Eucaristia in maniera diversa dal resto  della Chiesa. Due posizioni che spiegano perfettamente il terreno in cui è germogliato il documento Traditionis Custodes con cui evidentemente Bergoglio ha tentato di sanare queste  divergenze, dopo che il Summorum Pontificum di Ratzinger aveva contribuito ad acuire le distanze.
E non per colpa di Benedetto XVI, ma di quel mondo tradizionalista che ha completamente  travisato le intenzioni del papa, provocando un vero e proprio scisma di fatto nella Chiesa intorno  all’unico pane spezzato, arrivando al paradosso di sostituire definitivamente il Novus ordo con il  Vetus come avvenuto da parte di alcuni ordini religiosi e facendo passare il messaggio che la
liturgia conciliare fosse da buttare. Quindi, un atto di pacificazione che avrebbe dovuto segnare nelle intenzioni di Ratzinger il trionfo dell’ermeneutica della continuità del Concilio Vaticano II, ha  prodotto una divisione che ha purtroppo dato ragione ai teologi progressisti come Bianchi e Grillo, che hanno subito denunciato il rischio di una deriva anti conciliare. Papa Francesco alla fine è  tornato a regolare la materia, seguendo in larga parte le indicazioni di Grillo ma con la  moderazione tipica di Bianchi, ovvero riconducendo tutto sotto il controllo e l’autorità del vescovo, limitando al massimo il ricorso alla liturgia tridentina, ma senza proibire totalmente il
Vetus ordo come richiesto dai vari Grillo. E adesso la palla è passata a Leone XIX che si è trovato lo  scottante dossier già nel suo primo concistoro, dove il cardinale Roche ha cercato di far passare la  linea intransigente dell’abolizione del rito antico cara a Grillo, rimuovendo quindi anche le residue  prudenze bergogliane.
Leone però ha rinviato la questione e a sentire i bene informati starebbe  lavorando per trovare una soluzione unitaria. Impresa difficile, a meno che come ribadito più volte non si torni alle decisioni di Giovanni Paolo II che avevano favorito una serena convivenza fra le
liturgie. Decisione sul vetus ordo in capo ai vescovi, chiamati a decidere con un approccio più  conciliante possibile a meno che la richiesta non sia animata da motivazioni ideologiche e da una  critica pregiudiziale ed ostile verso il Concilio.
Resta sullo sfondo adesso lo scontro fra il Vaticano e la Fraternità San Pio X. I lefebvriani devono evitare di cadere nelle facili lusinghe di chi li sta adulando, quasi spingendoli alla rottura in nome della tradizione e della fedeltà al Vangelo. Così come ai tempi di GPII l’intransigenza di Lefebvre, che decise di procedere con le consacrazioni sfidando il papa, legittimò le ragioni del fronte
progressista capitanato dal cardinale Achille Silvestrini, contrario ai tentativi di mediazione di Ratzinger e fautore della linea dura contro i tradizionalisti, oggi procedere spediti con le consacrazioni non farebbe altro che avvalorare la propaganda di chi, come Grillo, ritiene quasi salvifico per la Chiesa lo scisma di Econe, che anche i progressisti come Bianchi auspicano invece di evitare.
E non per questioni di convenienza, ma perché rifiutare il pluralismo e la collegialità significa tradire lo spirito stesso del Concilio, che promuove il dialogo all’interno della Chiesa , non l’omologazione o il pensiero unico. E qui torna la differenza fra progressismo e modernismo, laddove il progressismo equivale a rinnovare la Chiesa e la dottrina nella fedeltà alla tradizione, mentre il modernismo spinge la Chiesa ad omologarsi al mondo. Non si tratta di tradire Lefebvre accettando il Concilio, ma di accettare del Concilio la corretta interpretazione, in continuità con la tradizione. L’interpretazione autentica fornita da Benedetto XVI che non ha mai inteso mettere in
discussione il Concilio. E questo al netto degli errori e delle deformazioni teologiche e dottrinali causate dalla lettura modernista del Concilio che purtroppo ha preso il sopravvento negli anni travagliati del post concilio (vedi il nuovo catechismo olandese), ma che non possono giustificare il rigetto totale ed assoluto delle riforme approvate da Paolo VI e successivamente “correttamente”
applicate da Wojtyla.
Americo Mascarucci 
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