Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Pro-Memoria che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.
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“È aritmetica, NON opinione”
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… La pressione fiscale in Italia è ai massimi degli ultimi undici anni
… [ Meloni ]ha confuso il gettito fiscale (cresciuto perché ci sono più lavoratori)
con la pressione fiscale,
che è la percentuale del prelievo che lo Stato fa, sulla ricchezza prodotta dal Paese
… Se aumentano i lavoratori, aumentano le tasse versate … Aumenta il gettito
… Ma non aumenta, per questo, la pressione fiscale
… Se il rapporto sale,
significa che tasse e contributi sono cresciuti più della ricchezza
… È aritmetica, non opinione
… un governo che incassa di più grazie a più lavoratori avrebbe
… gli strumenti per abbassare la pressione fiscale
… Se i nuovi occupati sono davvero ex percettori del reddito di cittadinanza
… con aliquote effettive ben inferiori alla media nazionale
… il loro ingresso nel mercato del lavoro non alza la pressione fiscale
… La abbassa
… la pressione fiscale è salita nonostante un milione di nuovi occupati a basso reddito
… È salita anche per alcune scelte precise, misurabili
… Le accise sui carburanti, quelle che si era promesso di abolire, sono state riallineate
… il saldo, per lo Stato, è un aumento
… La cedolare secca sugli affitti brevi è passata dal ventuno al ventisei per cento sul secondo immobile
… L’IVA è cresciuta sui pannolini, sul latte in polvere, sui seggiolini, sugli assorbenti
… Il risultato lo certifica l’ISTAT: pressione fiscale ai massimi da undici anni
… questo prelievo non ha prodotto crescita
… Tre anni tra lo zero virgola e il mezzo punto percentuale
… produzione industriale in calo per tre anni consecutivi
… salari reali che hanno perso il 7,5% del loro valore in quattro anni
… È vero: circa un milione di occupati in più
… Sono in gran parte lavoratori poveri, che non riescono ad alimentare i consumi
… Tra i più giovani, gli occupati diminuiscono
… il tasso di inattività italiano è il più alto d’Europa
… gli scoraggiati escono dal conteggio, il tasso di disoccupazione scende per illusione ottica
… ricordare cosa prometteva chi oggi governa
… una “rivoluzione copernicana” fiscale.
Ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie.
Abolire le accise.
Introdurre la flat tax.
Meno tasse per tutti
… dopo tre anni e mezzo:
pressione fiscale ai massimi da undici anni;
accise non abolite ma aumentate;
flat tax mai realizzata;
debito pubblico in crescita;
aumento della spesa militare che sottrae risorse a sviluppo e occupazione
… mentre le famiglie stringono, il Governo taglia il Fondo per la morosità incolpevole
… Promette centomila alloggi e svuota lo strumento che protegge chi la casa la sta perdendo
… La domanda che dobbiamo porci non è se questo governo abbia mantenuto le promesse. La risposta è nei numeri, e i numeri dicono di no.
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L’economia della finzione. Quando un Governo non capisce i numeri che racconta
Roberto Cataldi
Pdf by:
https://www.pro-memoria.info
Pressione fiscale record, crescita zero, salari in caduta: radiografia di un fallimento che si autoassolve
La pressione fiscale in Italia è ai massimi degli ultimi undici anni. E chi governa non sa nemmeno cosa sia.
In
un’intervista a XXI Secolo, la Presidente del Consiglio ha spiegato, con la sicurezza di chi ci crede davvero, che la pressione fiscale è aumentata perché ci sono più lavoratori. Ha abolito il reddito di cittadinanza, più persone lavorano, più tasse entrano nelle casse dello Stato.
Il 13 maggio 2026 ha riproposto lo stesso ragionamento nell’Aula del Senato, raccogliendo persino l’applauso convinto dei parlamentari dimaggioranza.
La Premier, nel suo esempio, ha confuso il gettito fiscale (cresciuto perché ci sono più lavoratori) con la pressione fiscale, che è la
percentuale del prelievo che lo Stato fa, attraverso tasse e contributi, sulla ricchezza prodotta dal Paese. Insomma, in quella che dovrebbe essere un’equazione semplice persino per un bambino delle elementari, ha confuso il numeratore con il denominatore.
Se aumentano i lavoratori, aumenta la ricchezza prodotta, aumentano le tasse versate. Aumenta il gettito. Ma non aumenta, per questo, la
pressione fiscale. Se il rapporto sale, significa che tasse e contributi sono cresciuti più della ricchezza. È aritmetica, non opinione.
Semmai, un governo che incassa di più grazie a più lavoratori avrebbe il
dovere di ridurre le aliquote, restituendo ai cittadini il beneficio di quella
maggiore base imponibile. Avrebbe, cioè, gli strumenti per abbassare la
pressione fiscale. Se invece la pressione sale, significa che quei soldi in
più non solo non sono stati restituiti: sono stati usati per chiederne altri.
Ma c’è di più. Se i nuovi occupati sono davvero quelli che la Premier
descrive (ex percettori del reddito di cittadinanza, lavoratori a basso
reddito, con aliquote effettive ben inferiori alla media nazionale) il loro
ingresso nel mercato del lavoro non alza la pressione fiscale. La abbassa.
Aggiungono al denominatore proporzionalmente più di quanto
aggiungano al numeratore. È come uno studente che entra in classe con
un 4: la media non sale. Scende. Se la pressione fiscale è salita
nonostante un milione di nuovi occupati a basso reddito, il problema non
sono i lavoratori. Sono le scelte di chi governa.
Non è una gaffe. È il sintomo di un analfabetismo economico di una
classe dirigente che spiega, meglio di qualsiasi analisi, perché l’Italia è
ferma.
Sia ben chiaro: non è semplice spiegare perché la pressione fiscale in
Italia sia salita e non possiamo banalizzare come ha fatto la Premier. I
fattori sono tanti e complessi. Ma sicuramente la pressione fiscale non è
salita per le ragioni che ci racconta. È salita anche per alcune scelte
precise, misurabili, una per una.
Le accise sui carburanti, quelle che si era promesso di abolire, sono
state riallineate. Ma il saldo, per lo Stato, è un aumento. La cedolare
secca sugli affitti brevi è passata dal ventuno al ventisei per cento sul
secondo immobile. L’IVA è cresciuta sui pannolini, sul latte in polvere, sui
seggiolini, sugli assorbenti. E nessuno ha corretto il fiscal drag: gli
scaglioni IRPEF sono rimasti fermi mentre l’inflazione spingeva i salari
nominali verso l’alto, facendo scivolare milioni di lavoratori in aliquote più
alte. Non sono diventati più ricchi. Sono diventati più tassati.
Il risultato lo certifica l’ISTAT: pressione fiscale ai massimi da undici anni.
E tutto questo prelievo non ha prodotto crescita. Tre anni tra lo zero
virgola e il mezzo punto percentuale. La produzione industriale in calo per
tre anni consecutivi. I salari reali che hanno perso il sette e mezzo per
cento del loro valore in quattro anni. Più di un italiano su cinque è a rischio
povertà.
E poi c’è il nodo dell’occupazione, perché è lì che il Governo costruisce la
narrazione. È vero: circa un milione di occupati in più. Ma sono
soprattutto lavoratori over cinquanta, trattenuti nel mercato del lavoro
dalla mancata riforma della legge Fornero, quella stessa legge che si era
promesso di abolire. Sono in gran parte lavoratori poveri, che non riescono
ad alimentare i consumi. Tra i più giovani, gli occupati diminuiscono.
E c’è un dato che nessuno vuole leggere: il tasso di inattività italiano è il
più alto d’Europa. Sempre più persone si sono rassegnate e non cercano
nemmeno più un lavoro. Quando gli scoraggiati escono dal conteggio, il
tasso di disoccupazione scende per illusione ottica. L’economia reale
non li vede. I consumi non crescono. Il PIL non si muove.
Non è il mercato del lavoro di un Paese che cresce. È il mercato del lavoro
di un Paese che trattiene gli anziani, respinge i giovani e produce povertà
lavorativa.
Conviene allora ricordare cosa prometteva chi oggi governa. Si era parlato
di una “rivoluzione copernicana” fiscale. Ridurre la pressione fiscale su
imprese e famiglie. Abolire le accise. Introdurre la flat tax. Meno tasse per
tutti.
Il bilancio dopo tre anni e mezzo: pressione fiscale ai massimi da undici
anni; accise non abolite ma aumentate; flat tax mai realizzata; un debito
pubblico in crescita; un aumento della spesa militare che sottrae risorse a
sviluppo e occupazione.
Un governo che prometteva meno tasse, più crescita e più libertà
economica ha prodotto più tasse, meno crescita e più debito. Non è un
incidente di percorso. È un fallimento nel campo esatto in cui quel
governo si dichiarava competente.
E mentre le famiglie stringono, il Governo taglia il Fondo per la morosità
incolpevole. Promette centomila alloggi e svuota lo strumento che
protegge chi la casa la sta perdendo.
Un Paese non cresce se chi lo governa non capisce i meccanismi che
dovrebbe governare. Non cresce se confonde il gettito con la
pressione fiscale. Non cresce se scambia la sopravvivenza per sviluppo,
se chiama occupazione ciò che è trattenimento demografico, se presenta
come risultato ciò che è solo un effetto ottico. Non cresce se il
Parlamento applaude quando dovrebbe chiedere spiegazioni.
La domanda che dobbiamo porci non è se questo governo abbia
mantenuto le promesse. La risposta è nei numeri, e i numeri dicono di no.
La domanda è un’altra: può un Paese uscire dalla stagnazione se chi lo
governa non sa distinguere un numeratore da un denominatore?
I numeri, a differenza dei parlamentari, in questo caso non applaudono.
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