| La natura della beatitudine eterna |
| Psiche: personificazione dell’anima |
| L’OGGETTO DELLA BEATITUDINE |
| Bisogna studiare innanzitutto l’oggetto capace di renderci pienamente felici o beati. |
| La Beatitudine oggettiva o oggettivamente considerata è il Bene sommo capace di rendere beato il soggetto razionale: uomo o angelo. Cfr. S. Th., I, q. 26. |
San Tommaso d’Aquino definisce l’oggetto della Beatitudine eterna: «Il Bene perfetto, che dà il riposo e soddisfa pienamente il desiderio dell’essere ragionevole» (S. Th., I-II, q. 2, a. 8).
Poi aggiunge: «Solo il Bene increato e infinito può soddisfare pienamente il desiderio di una creatura razionale, che con l’intelletto concepisce il bene universale». |
| Ora, il bene è l’oggetto della volontà e si trova nelle cose buone; perciò, il desiderio naturale della volontà si porta verso il bene reale e non verso l’idea astratta del bene; la volontà non può trovare la vera Beatitudine in nessun bene finito e creato, ma soltanto nel Bene sommo. |
| Insomma, l’uomo non può trovare la vera e perfetta Felicità, che desidera naturalmente, in nessun bene finito (piaceri, ricchezze, onori …), perché l’intelligenza, costatandone il limite, concepisce un Bene superiore e ci porta a desiderarlo. |
| Infatti, la nostra volontà illuminata dall’intelligenza è di una profondità senza misura, che soltanto Dio può colmare, essendo infinito e Lui stesso senza misura. |
| Inoltre, occorre distinguere la Beatitudine soprannaturale e la beatitudine naturale. |
| BEATITUDINE NATURALE E SOPRANNATURALE |
| La beatitudine naturale consiste nella conoscenza e nell’amore naturale di Dio, alle quali si giunge con le sole facoltà naturali. Insomma, una conoscenza naturale di Dio a partire dalle creature, senza mescolanza di errori e con un amore razionale di Dio autore della natura, amore non di figlio ma di un servo verso il migliore dei padroni. |
| La Beatitudine soprannaturale, di cui parliamo adesso, sorpassa le forze naturali, senza misura. Essa consiste in una partecipazione reale e finita della Beatitudine stessa di Dio, come dice il Vangelo: «Intra in Gaudium Domini tui / Prendi parte alla mia stessa Beatitudine» (Mt., XXV, 21). |
| Insomma, noi siamo chiamati, per dono gratuito di Dio, a conoscerLo come Lui stesso si conosce e ad amarLo come Lui stesso si ama. Veramente la profondità della nostra volontà è tale che solo Dio visto faccia a faccia può colmarla. |
| Duns Scoto e san Bonaventura ripongono la Beatitudine in un atto di volontà, cioè nell’amore; invece san Tommaso d’Aquino la ripone principalmente nell’intelletto (Visione), cui tiene dietro la volontà o amore beatificante. |
| Dopo aver visto l’oggetto della Beatitudine eterna e Beatitudine materiale, ora dobbiamo vedere la Beatitudine formale. |
| In questo senso la Beatitudine è la felicità del soggetto intellettuale (uomo o angelo) che gode del Bene sommo. |
| La Beatitudine formale dei giusti consiste in un’unione vitale con Dio per mezzo delle sue facoltà superiori: intelletto e volontà; ossia nella Visione beatifica e nell’Amore che ne consegue: Amore beatifico. |
| Secondo l’Angelico la Beatitudine consiste formalmente nel possesso di Dio (S. Th., I-II, q. 3, a. 4). Ora, i santi del cielo posseggono Dio per mezzo della Visione beatifica, mentre l’Amore beatifico segue questo possesso. Infatti, esso presuppone la presenza di Dio visto faccia a faccia. L’amore si porta verso il fine ancora assente quando lo si desidera; mentre, quando ci si riposa nel fine già presente se ne gioisce e lo si possiede. Questo possesso gaudioso suppone il possesso di Dio tramite la Visione immediata o faccia a faccia. L’Amore non è il possesso, ma viene sia prima sia dopo di esso. |
| L’Aquinate spiega: «La volontà tende a un fine assente col desiderio; mentre vi si riposa e gioisce di esso quando è presente. Perciò, il desiderio del fine non è il suo conseguimento. Il diletto, proviene alla volontà per la presenza del bene. Perciò, è per un atto d’intelligenza (Visione) che Dio si fa presente a noi e, allora, la volontà colma di gioia si riposa nel fine conseguito» (S. Th., I-II, q. 3, a. 4). |
| L’intelletto, per l’intuizione beatifica, riceve in sé l’oggetto e, in un certo qual modo, fa una sola cosa con l’oggetto conosciuto; mentre la volontà resta al di fuori di quest’oggetto ricevuto dall’intelletto e fatto proprio. |
| La Beatitudine formale, dunque, consiste nella visione immediata di Dio e ha la sua consumazione ultima nell’amore che deriva dalla Visione dell’infinita Bontà di Dio. |
| La Beatitudine celeste sarà la consumazione ultima dell’unione trasformante, quando – dopo la morte – l’anima giustificata e deificata si fonde con Dio. In Paradiso, questa fusione tra Dio e l’anima santa si fa per mezzo della Visione beatifica e dell’amore; tuttavia, l’anima, che è finita e creata, resta sempre infinitamente inferiore a Dio. Infatti, Dio solo è l’Essere per essenza; mentre, noi siamo “coloro, che non sono” per rapporto a Lui, che è l’Essere stesso sussistente. |
| Nello stato presente, per l’uomo, la Beatitudine è la Visione beatifica; cioè Dio visto intuitivamente nella sua Essenza, faccia a faccia come Lui stesso si vede. |
| La Beatitudine compete innanzitutto a Dio, in sommo grado; infatti, oggettivamente Egli è il sommo Bene; mentre, soggettivamente Egli si conosce e si ama infinitamente e, perciò, è infinitamente Beato. Cfr. P. PARENTE, Il primato dell’amore e san Tommaso d’Aquino, in Atti della Pontificia Accademia Romana San Tommaso d’Aquino, Roma, 1945, p. 197 ss. |
| Nella prossima puntata vedremo l’eccellenza della visione beatifica. |
| NATURA DELLA VISIONE BEATIFICA |
| Qui possiamo iniziare a dire che la Visione beatifica consiste nella contemplazione immediata, intuitiva dell’Essenza divina, di cui l’intelletto umano è reso capace tramite il Lume della gloria. |
| La Santa Scrittura enunzia chiarissimamente questa verità: «Ora, su questa terra vediamo Dio per riflesso nel mistero; allora Lo vedremo faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora conoscerò come sono conosciuto da Dio» (I Cor., XIII, 2). Da questo versetto paolino risulta che la Visione beatifica è una partecipazione della Scienza di Dio. Anche san Giovanni afferma questa dottrina quando scrive: «Noi Lo vedremo [Dio] come Egli è» (I Ep., III, 2). |
| Questa Visione non è possibile nell’ordine naturale, ma nell’ordine soprannaturale non ripugna, perché l’oggetto della conoscenza umana è l’essere; ora, Dio come Essere per sé sussistente e trascendente non è estraneo all’oggetto della conoscenza umana; però, l’intelletto umano deve essere elevato, per potenza divina, sino ad attingere all’Essenza di Dio. Tuttavia, l’intelletto umano – per la sua limitatezza naturale, essendo creato e finito – non potrà conoscere tutta l’Essenza divina che è infinita. |
| Insomma, i santi del Cielo vedono Dio “Totum sed non totaliter”. Tale dottrina sulla Visione beatifica la troviamo rivelata nella S. Scrittura e definita dalla Chiesa nella Costituzione dogmatica Benedictus Deus di Papa Benedetto XII (DB, 530), nel Concilio di Vienne (DB, 475) e Fiorentino (DB, 693). |
| Si legga san TOMMASO D’AQUINO, S. Th., I, q. 12; A. PIOLANTI, De Novissimis, Marietti, Roma, 1943, pp. 79 ss.; R. GARRIGOU-LAGRANGE, L’altra vita e le profondità dell’anima, Brescia, Morcelliana, 1947, pp. 160 ss. |
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