Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il maestro Aurelio Porfiri, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruolo e la figura del Pontefice. Buona lettura e condivisione.
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Criticare il Papa, rispettare il ruolo: una riflessione necessaria
Quando si svolsero le elezioni americane che vedevano contrapposti Donald Trump e Kamala Harris, devo ammettere che la mia preferenza andava a Trump. Non per una particolare simpatia personale nei suoi confronti, ma perché ritenevo – e in parte ritengo ancora – che l’alternativa sarebbe stata peggiore. Kamala Harris rappresentava, ai miei occhi, quel mondo liberal legato alla cultura “woke” e al politically correct: movimenti che, a mio avviso, stanno contribuendo a compromettere profondamente la nostra civiltà.
La mia fu dunque una scelta orientata al “male minore”. Speravo inoltre che Trump potesse fungere da megafono per voci rimaste soffocate durante l’amministrazione precedente, segnata da politiche fortemente progressiste che sembravano spingere l’America verso una direzione difficile da invertire. Un processo, peraltro, che non nasce oggi, ma affonda le sue radici in decenni di evoluzione culturale e politica.
Negli ultimi tempi, tuttavia, seguo con crescente perplessità le azioni di Donald Trump. Ho avuto modo di riflettere più a fondo sulla figura che egli rappresenta, e mi pare evidente che presenti diversi punti di contatto con Silvio Berlusconi. Come osservò il giornalista Beppe Severgnini, Berlusconi non fu tanto colui che portò gli italiani su una cattiva strada, quanto piuttosto il prodotto di una certa Italia: un uomo che incarnava anche difetti e peculiarità del carattere nazionale.
Credo si possa dire qualcosa di analogo per Trump. Egli rappresenta un certo modo di essere americano. Non tutti gli americani si riconoscono in lui, naturalmente, ma è altrettanto vero che egli dà voce a sentimenti profondamente radicati in una parte significativa del Paese. Non è dunque l’America il prodotto di Trump, bensì Trump il prodotto di una certa America.
Le mie perplessità si sono acuite dopo aver letto alcune dichiarazioni di Trump su Papa Leone XIV. Ritengo che sia legittimo, anche per un credente, esprimere critiche nei confronti del Pontefice, che resta pur sempre un uomo. Tuttavia, per chi crede, il Papa rappresenta anche qualcosa di ben più alto e profondo. È dunque possibile dissentire da alcune decisioni o posizioni su questioni sociali, esercitando un sano senso critico, purché ciò avvenga con rispetto.
Vi è però un limite che non dovrebbe essere oltrepassato. Non si può criticare il Papa quando difende la dottrina cattolica autentica senza mettere in discussione la propria appartenenza alla Chiesa. Detto questo, le parole di Trump nei confronti del Pontefice mi sono apparse del tutto fuori luogo, espressione di un atteggiamento privo del necessario senso della misura.
Un capo di Stato può certamente ritenere che il Papa sia male informato su alcune questioni o che le sue posizioni siano discutibili. Ma il tono e le modalità della critica sono fondamentali. In questo caso, lo stile adottato da Trump appare sguaiato e inadeguato, e non rende onore né a lui né a coloro che lo circondano e che dovrebbero consigliarlo, soprattutto quando si tratta di relazionarsi con una figura spirituale riconosciuta da oltre un miliardo di persone, tra cui molti americani.
A destare ulteriore perplessità è stato il riferimento al fratello del Papa, indicato come più “simpatico” in quanto sostenitore del movimento MAGA (“Make America Great Again”). Un’osservazione che appare non solo inopportuna, ma anche priva di tatto: coinvolgere familiari in una polemica di questo tipo è segno di una mancanza di senso del limite.
In realtà, non mi sono mai fatto illusioni su Trump. Ho sempre pensato che egli sarebbe rimasto ciò che è: uno showman, un uomo d’affari, prima ancora che un politico. E queste caratteristiche inevitabilmente influenzano anche il suo modo di fare politica. In questo senso, il parallelo con Berlusconi risulta ancora una volta pertinente: una figura di grande capacità, ma anche un istrione.
Ciò che oggi mi preoccupa è che quella che poteva apparire come una possibile risposta al caos culturale e valoriale contemporaneo rischia invece di contribuire ad accrescerlo. Trump, che molti avevano visto come un argine, sembra talvolta alimentare ulteriormente quella stessa confusione che avrebbe dovuto contrastare, anche attraverso attacchi ingiustificati a personalità che, pur potendo essere oggetto di critica, meritano rispetto – così come rispetto è dovuto al presidente degli Stati Uniti.
Ci troviamo, a mio avviso, in un momento storico particolarmente complesso, che sembra carico di tensioni e potenzialmente foriero di gravi conseguenze. Mi auguro sinceramente di sbagliarmi, che queste riflessioni risultino eccessive. Tuttavia, osservando con attenzione gli sviluppi quotidiani e cercando di informarmi con rigore, non posso fare a meno di percepire che ci stiamo incamminando verso un sentiero sconosciuto, che dovrebbe indurci a una seria riflessione.
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13 commenti su “Criticare il Papa, Rispettare il Ruolo: una Riflessione Necessaria. Aurelio Porfiri. ”
E fa da fuori anche questa volta, sempre distratto! Contro la Curia romana, contro un antipapa e contro lei. Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.
Caro don P.P.,
ma lei si e accorto di quanto sia sterile la dialettica in cui trova così tanto piacere?
Lei afferma che la Chiesa “È quella realtà che Cristo ha voluto visibile, concreta, fondata su Pietro”.
Ora, dov’è, a san Pietro, tale Chiesa?
Lei vuole rendersi cieco a tutti i costi, o fare come gli struzzi.
Di più, taccia di “giudizio” chi osa criticare la lobby pachamamica-woke-lgbt-femminista-filopedofila-ambientalista- sinodalista che si è insediata in san Pietro.
Taccia di “giudizio” gli altri mentre lei non perde occasione per stroncare ogni critica ammannendo la sua teologia così astratta e disincarnata che di più non si può.
Per favore, si prenda una pausa, ogni tanto!
Queste riflessioni sono profonde come un fiume in secca. Come si fa a trovare “un senso della misura” nel nulla e del nulla? Pienamente d’accordo con il caro Nippo!
Dovrei tornare indietro nel tempo, ma l’ho dimostrato in molte occasioni: l’articolista dovrebbe trovare qualche mestiere nel quale sappia dare qualcosa di buono e di serio!
Che singolare armonia, la vostra: così diversi nelle premesse, così perfettamente allineati nelle conclusioni. La “signora” e il “matto” finiscono per cantare lo stesso ritornello — contro Roma e contro il Papa.
E questo dice già molto. Perché quando il bersaglio diventa sistematicamente la Chiesa visibile, quella edificata da Cristo su San Pietro, le differenze interne passano in secondo piano: si crea una convergenza di fatto, non sulla verità, ma sull’opposizione. L’importante è raggiungere il fine.
Parlate di “nulla”, ma il paradosso è evidente: il “nulla” di cui accusate gli altri diventa il vostro criterio di giudizio assoluto. E così, mentre pretendete misura, finite per perdere proprio quella — trasformando ogni riflessione che non vi conferma in qualcosa da liquidare con sarcasmo.
Quanto all’invito a “cambiare mestiere”, è l’argomento più debole che si possa offrire: quando mancano le ragioni, si attacca la persona. Classico, ma poco convincente.
Resta il punto decisivo: la Chiesa non è un’opinione tra le altre, né un bersaglio da colpire a piacimento. È quella realtà che Cristo ha voluto visibile, concreta, fondata su Pietro. E chi, da posizioni diverse, finisce sistematicamente per delegittimarla, dovrebbe almeno interrogarsi se — al di là delle intenzioni — non stia lavorando contro ciò che dice di voler difendere. Strategia? Sì, infernale
Perché criticare può essere lecito. Ma demolire, con sorprendente sintonia, è tutta un’altra cosa.
Lai ha il suo pensiero.
Io ho il mio pensiero.
Punto.
Rispettare il ruolo…
Ma questo papa è veramente Papa? Tanti dubbi in proposito, a partire dal fatto di succedere al Bergoglione che Papa certamente non fu, né è indicato come tale sulla sua tomba; e anche dalla modalità di elezione sicuramente invalida, visto che fu eletto in barba ad UDG…
Per quanto riguarda l’iconografia da Intelligenza artificiale di Trump, non è offensiva verso un papa che Papa non è, quanto blasfema e anticristica.
Quale “papa”?
Quale “papa”?
Ma davvero ha dei dubbi, caro “Matto”? La risposta è disarmante nella sua semplicità: il suo caro Alessandro Minutella, naturalmente.
Del resto, quando si smette di riconoscere il Papa reale, visibile e regnante, bisogna pur inventarsene uno “su misura”.
Lai ha il suo pensiero.
Io ho il mio pensiero.
Punto.
Il papa difende la cattolicita ‘ come nei discorsi di Algeri.. ultimo esempio…Maestro mi consenta, come direbbe il buon Berlusca…e mi fermo qui..
Caro Porfiri,
mi trovo pienamente d’accordo con la sua riflessione: è lucida, equilibrata e soprattutto centrata su un punto decisivo che oggi molti sembrano smarrire, ossia la distinzione tra la legittima critica e il rispetto dovuto al ruolo del Papa.
Gli sviluppi più recenti confermano quanto sia fragile costruire speranze su figure che, per stile e impostazione, rischiano di alimentare quella stessa confusione che pretendono di combattere.
Mi sarei però aspettato – e lo dico con franchezza – un atteggiamento analogo al suo anche da parte di Carlo Maria Viganò, che di Donald Trump è stato, a suo tempo, un grande estimatore. Invece, proprio su questo versante, almeno fin’ora, si è assistito a un silenzio o a una indulgenza che non aiuta a fare chiarezza, ma piuttosto contribuisce a rafforzare letture ideologiche della realtà ecclesiale.
Le confesso anche un sospetto, forse azzardato ma non del tutto infondato: non vorrei che, in certi ambienti, si coltivasse l’idea di una sorta di “legittimazione alternativa”, quasi che si potesse arrivare – più o meno implicitamente – a contrapporre figure come Viganò allo stesso Pontefice, Papa Leone XIV. Sarebbe un esito grave, non solo sul piano ecclesiale ma anche su quello spirituale, perché segnerebbe il passaggio da una critica – pur severa – a una vera e propria logica di sostituzione.
Ed è proprio questo il punto che la sua riflessione coglie bene: si può discutere, anche criticare, ma senza mai smarrire il senso della misura e, soprattutto, senza intaccare ciò che, per un cattolico, resta non negoziabile – la comunione visibile con il Successore di Pietro.
Con stima e gratitudine per il suo contributo,
don Pietro Paolo
E chi lo stabilisce “il senso della misura”?
Lei, caro don P.P.?
Criticare quanto si vuole, con “senso della misura” e starsene buoni buoni senza rompere le scatole.
Nell’inerzia più totale, mentre lo scatafascio progredisce.
Enrico Nippo,
qui non è in discussione il fatto che si critichi: quello lo fa anche lei, e con una certa disinvoltura.
Il punto è un altro, molto più semplice: la critica vale solo a senso unico?
Perché quando a criticare è lei, allora è “parresia”, coraggio, lucidità.
Quando invece qualcuno osa dire che certe posizioni non sono cattoliche, improvvisamente diventa “censura”, “inerzia”, “non rompere le scatole”.
Un po’ comodo, non trova?
Se si entra nel campo del giudizio, bisogna accettare anche di esserne oggetto.
Altrimenti non è amore per la verità: è solo amore per la propria opinione.
Il “senso della misura” non lo stabilisce né lei né altri a titolo personale: è dato dalla natura stessa della Chiesa, che non è una piazza dove vince chi urla di più, ma un corpo visibile con un principio visibile di unità.
Richiamarsi a questo – come faccio io – non è “opinione”: è semplicemente stare dentro la dottrina della Chiesa cattolica.
E lo “scatafascio” evocato a ogni riga? Suggestivo, certo. Ma storicamente miope.
La Chiesa ha attraversato crisi ben più gravi, e non è mai stata salvata da chi si è messo contro Pietro, bensì da chi è rimasto con Pietro, anche quando costava.
Qui, dunque, non è in gioco chi “rompe le scatole” per fare chiarezza.
È in gioco chi, presentandosi alla stregua di un maestro, diffonde idee sincretistiche che intaccano la purezza della fede cristiana — e lo fa senza sosta, rivestendo tutto con etichette altisonanti come “libertà” o “parresia”.
Perché chiamare “fedeltà” ciò che confonde, e “libertà” ciò che dissolve i confini della fede, non è coraggio: è solo disordine travestito da virtù.
E soprattutto: chi pretende di giudicare tutto e tutti — papi compresi — dovrebbe almeno avere l’onestà di accettare quando il suo pensiero viene giudicato e riconosciuto per ciò che è.
I commenti sono chiusi.