Papa Leone, i Migranti e il Pensiero Politico Boniniano. Un Sacerdote.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, riceviamo da un sacerdote che desidera mantenere l’anonimato questo messaggio che doverosamente vi giriamo. Buona lettura e diffusione.

§§§

Caro dottor Tosatti, sono un prete che si occupa da decenni  del problema immigrazione.

Mi permetto di chiederle ospitalità e di mantenere anonimato.

Sul nostro quotidiano AVVENIRE  di oggi sabato 26 luglio viene riportato il bel messaggio del nostro caro Papa Leone XIV per la giornata dei migranti.

Il quotidiano della CEI, Avvenire,  titola così: I MIGRANTI SONO UNA BENEDIZIONE .

Ma Papa Leone, come poi specifica nel messaggio, si riferisce sostanzialmente ai “migranti cattolici”, oltre evidentemente a quelli realmente umanitari.

Ma i migranti cattolici, caro Tosatti, sono pochini. Su 5.5 o 5.8 milioni di immigrati regolari totali  nel nostro Paese, quelli cattolici sono intorno ai  900mila (i valori son tutti approssimativi poiché lei sa che per questione di privacy non si può chiedere l’appartenenza religiosa), cioè 15-16% del totale.

Altri  1.9 milioni sono ortodossi e protestanti (circa 33%),e  ben 1.6milioni sono musulmani (30% circa).

Il rimanente son di religioni varie o atei.

Quanto alle ragioni umanitarie delle migrazioni, inviterei  ad approfondire i motivi (come si può fare? secondo provenienza o dichiarazioni spontanee?).

A noi risulta che i migranti per problemi climatici siano in Italia intorno ai 50mila, quelli per guerre intorno a 150mila, quelli per fame intorno ai 200mila.

In totale circa il 7% dei migranti regolari. Quelli irregolari (fonte stavolta è il Viminale), solo nel 2024, son stati 66mila.

Le bellissime espressioni usate da Papa Leone  meritano riflessione. Ne scelgo un paio: “nell’attuale mondo oscurato da guerre e  ingiustizie, (i migranti , ndr) diventano messaggeri di speranza con la loro testimonianza …“. “ perché la loro presenza è occasione per aprirsi alla Grazia di Dio..”.” Perché ricordano alla Chiesa la sua dimensione pellegrina, perennemente protesa verso il raggiungimento della patria definitiva, sostenuta da una speranza che è virtù teologale “, “…cioè l’esperienza del Popolo di Israele errante nel deserto”.

Benissimo, ma il pensiero “politico” non è molto assimilabile al pensiero del nostro Santo Pontefice. Le considerazioni più frequenti sono:

  • Abbiamo bisogno di immigrati per compensare il crollo delle nascite..
  • Abbiamo bisogno di immigrati per sopperire al bisogno di mano d’opera e per pagare le nostre pensioni, come spiegava la signora Emma Bonino  (nonostante il tasso di disoccupazione giovanile intorno al 23%, nel Sud  ben superiore, parrebbe intorno al 45%, mantenuta con i redditi di cittadinanza e sussidi vari). Che verranno sostituiti presto dalla IA e incrementeranno il numero di disoccupati da sostenere.
  • In più occasioni i Segretari ONU (Kofi Annan e Ban Ki Moon)hanno sentenziato che sono necessarie immigrazioni regolari e protette, soprattutto in paesi con religioni dogmatiche e assolutiste al fine di ottenere un certo sincretismo religioso. Immigrazioni di maschietti giovani e forti, soprattutto. Chissà perché? per ottenere  meticciato?
  • Nel G8 per l’Africa nel 2007  l’Europa promise investimenti in infrastrutture, scuole di formazione, piani economici di importazione dei prodotti africani … Cosa è stato realizzato? Nulla o poco più?
  • Il Card Biffi invitava a investire “ a casa loro” per non privare di forze questi Paesi. Il Card. Sarah, guineano, non perde occasione  per mettere in discussione le politiche migratorie. Ma da noi vince il pensiero “boniniano “. Chissà che con la nuova Presidenza USA e la nostra bravissima Premier Meloni assistita da una persona eccezionale  e super esperto, come Alfredo Mantovano, si possano capire meglio gli errori di queste politiche migratorie e risolvere i problemi  di povertà, guerre, clima, ecc. e soprattutto di natalità.  in modo più razionale e “cristiano” appunto…. (Non ho parlato, come avrete notato  della criminalità importata e protetta  che rappresenta un incubo per troppi ).

Suo Don Ypsilon.

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35 commenti su “Papa Leone, i Migranti e il Pensiero Politico Boniniano. Un Sacerdote.”

  1. Bene.
    Caro don Y, grazie.

    Mi chiedo se, unitamente al tema dei migranti, non sia ora di parlare anche del popolo italiano come popolo di serie Z, ormai…
    È impossibile – persino in ambito cattolico (vedi sacrestani o receptionists nei monasteri ecc..) – non notare quanti posti di lavoro siano ormai offerti agli stranieri e quanta difficoltà ci sia per gli italiani over 40/50 – per esempio- a trovare un lavoro stabile e correttamente remunerato.
    Il popolo italiano, i nostri fratelli e connazionali, in che acque navigano a causa di immigrati che diventano di serie A per questioni politically correct?
    Cosa ne viene agli italiani da tutta questa sostituzione etnica, incompatibile con la nostra fede e i nostri costumi, per giunta?
    Esempi di integrazione? Rarissimi!
    Esempi di rispetto o gratitudine per il nostro Paese? Ancor più rari!
    Non faccio politica – lungi da me! – ma sollevo la questione per esperienza pratica diretta.
    Non abbiamo paese, per quanto piccolo, che non sia invaso. Fatta salva Assisi, che pare sorprendentemente vegliata da Santa Chiara coll’Ostensorio…
    Non conosco la situazione sulle nostre isole ma su terraferma, forse Milano in primis, la gestione degli extracomunitari è fuori controllo e allarmante.
    Qui non si tratta di razzismo, ovviamente, ma di sopravvivenza degli autoctoni, i quali pagano sulla propria pelle e dalle proprie tasche un prezzo ingiusto e soverchiante. Fino a quando?

    L’Italia è la mia terra e i miei connazionali sono miei primi fratelli e in troppi sono in difficoltà. La povertà si estende a macchia d’olio. Ormai il ceto medio sta scomparendo. Che fare per gli italiani? Chi fa qualcosa per tante famiglie senza lavoro e senza prospettive di lavoro o per i pensionati più poveri ? Chi fa qualcosa per quegli italiani che faticano a pagarsi il riscaldamento e che a stento arrivano a fine mese?

    Ecco, questo dovrebbe preoccupare ma di questo nessuno parla e nessuno scrive.
    Non è remunerativo né politicamente corretto.

    1. Don Pietro Paolo

      Caro “Occhi Aperti”,

      la ringrazio per il suo intervento, appassionato e lucido, che esprime una preoccupazione che molti condividono, anche se in troppi – per paura o per convenienza – tacciono.

      Condivido la sua sofferenza per il popolo italiano, che spesso sembra essere diventato il grande dimenticato nella propria terra. È vero: famiglie intere faticano a vivere con dignità, i nostri anziani si sentono abbandonati, e il ceto medio – un tempo pilastro sociale – si sta dissolvendo nel silenzio generale. Anche in ambito cattolico si assiste a una forma strisciante di emarginazione degli italiani, come se prendersi cura dei propri connazionali fosse diventato un atto politicamente scorretto.

      Tuttavia, mi permetta una distinzione importante. Il compito del Papa, come pastore universale, è giustamente quello di richiamare la coscienza del mondo alla carità evangelica, al rispetto per ogni persona, e alla responsabilità di accogliere chi fugge da guerre, persecuzioni o miseria, anche quando questo messaggio – lo riconosco – può suonare astratto o sbilanciato se non calato nel concreto.

      Ma ciò che non ritengo giusto – e lo dico con chiarezza – è la prassi politica dei nostri governanti, che hanno trasformato le nostre città in enclave etniche e culturali ostili, lasciando che la nostra identità cristiana venisse sistematicamente marginalizzata. Si tratta, mi pare ormai evidente, non più di semplice accoglienza, ma di una sostituzione culturale progressiva e strategica, spesso imposta da poteri forti e occulti, il cui obiettivo è l’islamizzazione dell’Europa e la dissoluzione delle sue radici cristiane.

      Molti di questi stranieri, purtroppo, non manifestano né gratitudine né volontà di integrazione. Hanno acquistato case, avviato attività, e spesso impiegano i nostri connazionali in condizioni di sfruttamento. Non è più questione di carità, ma di difesa della nostra civiltà.

      Eppure, come sacerdote, non posso non vedere anche l’altro lato. Quando un extracomunitario – e sono moltissimi – viene in parrocchia chiedendo un pacco alimentare o dei vestiti, non posso e non voglio rimandarlo via a mani vuote. Lo accolgo, perché Cristo non mi permette di chiudere il cuore davanti alla povertà concreta, qualunque volto essa abbia. Ma questo non cancella affatto il problema reale e grave che lei ha sollevato.

      Ed è qui che nasce in me una domanda: che cosa possiamo fare noi, poveri cristiani, nel nostro piccolo?

      Lei ha ricordato l’episodio di Santa Chiara con l’Ostensorio. È un’immagine potente. Forse oggi non possiamo “metterli in fuga”, come lei giustamente osserva, ma forse possiamo fare qualcosa di più difficile e audace: con la forza dell’Eucaristia e l’intercessione di Maria, possiamo cercare di convertirli.

      Sì, proprio così. Il diavolo vuole distruggere la nostra civiltà attraverso questa presenza massiccia e caotica. Ma Dio – come sempre – può trasformare il male in bene.

      Per questo, alla prossima riunione presbiterale, proporrò ai confratelli di organizzare Adorazioni Eucaristiche pubbliche, precedute dalla recita del Santo Rosario alla Madonna di Fatima, soprattutto nelle parrocchie dove più alta è la presenza di non cattolici.
      Lo farò, anche se fossi il solo. Perché non si combatte un piano infernale solo con misure umane: si risponde con fede, con preghiera, con adorazione. Ovviamente, l’invito è rivolto anche ai sacerdoti che qui leggono e scrivono.

      Il messaggio di Fatima, a differenza di come qualcuno vuole farlo apparire, non è un messaggio di catastrofe, ma di vittoria.
      La vittoria del Cuore Immacolato di Maria, la vittoria della Chiesa, la vittoria di Cristo sul male.

      La ringrazio, quindi, per avermi dato occasione di esprimere un pensiero che avevo nel cuore da tempo. E prego il Signore perché anche in mezzo a questa confusione si alzino pastori e laici che non si lascino paralizzare dal terrore del “politicamente corretto”, ma sappiano difendere, annunciare e combattere con le armi della luce.

      Nel Cuore Eucaristico di Gesù e in quello Immacolato di Maria,
      don Pietro Paolo

      1. Come non condividere in toto ciò che scrive?

        Le sue rettifiche compensano il mio pensiero abbozzato e, ancora una volta, guidano alla vita veramente cattolica.

        Ogni suo intervento è prezioso, carissimo don Pietro Paolo. Grazie.

        Ogni bene!

  2. Non, so come per Francesco, se Leone sia un papa vero o falso: troppe campane di esperti e chiacchieroni, ognuna col suo suono, non hanno fatto e non fanno che confermarmelo.

    In ogni caso “le bellissime espressioni usate da Papa Leone”, come le definisce l’articolista, riflettono il solito spirito della “chiesa in uscita” che all’atto pratico finisce per favorire l’immigrazione incontrollata. Dunque nulla di nuovo da Leone, vero o falso papa che sia. Cattocomunismo a tutto spiano.

    Per non dire della contraddizione più che palese con la specificazione che ci si “riferisce sostanzialmente ai ‘migranti cattolici'”, perfettamente in linea con “l’esperienza del Popolo di Israele errante nel deserto”, ovvero con il motivo stantio del “popolo eletto”.

    Così, pure tra i migranti occorre distinguere fra quelli che appartengono al popolo eletto e la massa, la gran parte, dei diseredati.

    Insomma il solito giochetto cerchiobottista.

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Enrico,

      È vero: viviamo un tempo in cui tante “campane” suonano insieme, spesso in disaccordo tra loro, e chi cerca sinceramente la verità può trovarsi confuso. Ma proprio per questo è essenziale distinguere tra opinione e autorità, tra chiacchiera e Magistero.

      La Chiesa non è un’opinione tra le altre. È il Corpo mistico di Cristo, sorretto dallo Spirito Santo, e non si fonda sui pareri degli esperti o degli influencer, ma sulla successione apostolica, sul Vangelo, sul Magistero autentico. Questo ci insegna la dottrina cattolica di sempre.
      Per questo, mettere in dubbio la legittimità del Papa – che si chiami Francesco o Leone – non è mai un atto di discernimento, ma di confusione ecclesiale. La comunione con Pietro non è un’opzione spirituale, ma una condizione per rimanere nella Chiesa cattolica.

      Quanto allo “spirito della Chiesa in uscita”, può essere certo usato in modo ambiguo o superficiale, ma non è affatto sinonimo di “cattocomunismo”. È il richiamo missionario del Vangelo stesso: “Andate in tutto il mondo” (Mc 16,15).
      Non si tratta di aprire le porte senza criterio, ma di ricordare che la Chiesa non è una fortezza ideologica, ma una madre che evangelizza, anche in mezzo alle tensioni sociali e culturali.

      Sul tema dei migranti, l’articolo non fa cerchiobottismo. Fa una distinzione legittima: è doveroso preoccuparsi prima di tutto dei nostri fratelli nella fede, senza però disumanizzare gli altri.
      La Bibbia non insegna il culto del “popolo eletto” in senso esclusivo, ma rivela che l’elezione di Israele era finalizzata a portare la benedizione a tutte le genti (cf. Gen 12,3). E san Paolo ci ricorda che “non c’è più né Giudeo né Greco” (Gal 3,28): in Cristo non ci sono popoli di serie A o serie B, ma anime da salvare.

      Per un cattolico, non è possibile amare la propria patria se si disprezza l’universalità della Chiesa, e non è possibile difendere la verità se si nega l’autorità del Successore di Pietro.

      1. Caro don P.P.,
        peccato che quel Marco citato sia stato da tutti gli studiosi seri riconosciuto come “redazionale”.

        1. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,

          è vero che molti studiosi considerano la finale di Marco (Mc 16,9-20) una aggiunta redazionale successiva, ma questo non toglie nulla alla sua autorità e ispirazione divina.

          Infatti, la Chiesa cattolica ha riconosciuto quei versetti come canonici, e quindi come Parola di Dio a pieno titolo. Già il Concilio di Trento (1546) li ha confermati nel canone, e tutte le Bibbie cattoliche li riportano.

          Inoltre, è importante ricordare che la fede della Chiesa non si basa solo sulla critica testuale, ma sul discernimento ispirato con cui, nei secoli, ha ricevuto e custodito i testi sacri.

          «Lo studio critico non può porre in discussione la verità del testo sacro riconosciuto dalla Tradizione e dalla fede della Chiesa.» (Papa Benedetto XVI , Esortazione Verbum Domini, 2010, n. 19)

      2. Carissimo don P.P.,
        perdoni se mi intrometto. La citazione di Paolo mi pare ovvia- non per nulla venne chiamato l’apostolo dei Gentili-
        ( e cmq. Maometto non era ancora arrivato).
        Lei scrive:
        ” Per un cattolico non è possibile amare la propria patria se si disprezza l’universalità della Chiesa”.
        Se ne deve dedurre che l’esercito che combattè a Roncisvalle ( religiosi compresi; ricorda la “Chanson de Roland”?), quello che fece strage a Béziers sotto la guida del delegato papale Amaury ecc…, ecc… sono niente altro che prototipi del perfetto modello patriottico-universalistico cristiano cui si distaccò- con scandalo papale- il “pacifista” Federico II, beccandosene la scomunica. Oppure- in questi tempi- alla Chiesa universale ed eterna sono arrivati dall’Alto corposi contrordini alquanto urgenti e tassativi?

        1. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,
          . Mi permetta di chiarire con precisione alcuni punti, perché le sue osservazioni – che appaiono storicamente suggestive – finiscono a mio parere per creare confusione tra elementi molto diversi: il dato dogmatico e la complessità della storia.

          1. Patria e Chiesa universale: nessuna contraddizione

          Quando ho scritto che «un cattolico non può amare la propria patria disprezzando l’universalità della Chiesa», intendevo ricordare una verità cattolica fondamentale: la Chiesa non è una nazione, né un’ideologia politica, ma il Corpo Mistico di Cristo, esteso a tutti i popoli, chiamati all’unità nella verità e nella carità.
          Amare la patria, dunque, è doveroso, ma sempre nell’orizzonte dell’amore più grande per la Chiesa e per Dio, come insegna san Tommaso d’Aquino (Summa Theologiae, II-II, q. 101).
          L’identificazione tra cattolicesimo e nazionalismo, tra Vangelo e politica di conquista, è una deformazione, non una fedeltà.

          2. I massacri del passato: errori di uomini, non del Vangelo

          Le cito Béziers, Roncisvalle, le crociate, e la figura di Federico II. Tutti fatti storici discussi e spesso drammatici. Ma proprio perché la Chiesa non canonizza le azioni di tutti i suoi membri né santifica automaticamente ogni decisione politica presa “in suo nome”, non possiamo farne la misura della dottrina.I crimini commessi in nome della fede sono stati e sono un motivo di scandalo e di dolore. Ma non derivano dal Vangelo, bensì dalla sua infedeltà da parte di uomini che, a volte, ne hanno abusato come pretesto per fini temporali. Il Concilio Vaticano II lo ha riconosciuto con chiarezza (Dignitatis humanae, n. 11) e anche san Giovanni Paolo II ha chiesto perdono per quelle pagine oscure (Giubileo del 2000).
          Perciò, confondere la verità della fede cattolica con l’uso distorto che ne è stato fatto in alcune epoche, equivale a giudicare Cristo sulla base del tradimento di Giuda.

          3. Federico II e la scomunica: un caso politico, non teologico

          Federico II fu scomunicato non per “pacifismo”, ma per motivi precisi di natura giurisdizionale, politica e religiosa: inadempienze nei confronti della crociata, occupazioni indebite, conflitto con i diritti temporali del papato.
          Ridurre tutto alla sua presunta “mitezza” è una lettura non storicamente fondata.

          4. Contrordine dall’alto? No. Coerenza con il Vangelo, sì

          Infine, lei ironizza sui “corposi contrordini giunti dall’Alto”. In realtà, la Chiesa non ha mai ricevuto ordini diversi dal suo Signore:
          «Amate i vostri nemici» (Mt 5,44); «Chi di spada ferisce, di spada perirà» (Mt 26,52).
          Il cammino della Chiesa nella storia è stato – ed è tuttora – una lenta, faticosa ma reale purificazione per essere sempre più fedele a ciò che Cristo ha comandato. Non “contrordini”, ma conversio continua ad veritatem.

          In conclusione:
          Sì, ci sono state ombre nella storia della cristianità.
          • No, non sono mai state la misura del Vangelo, né l’essenza della Chiesa.
          • La fedeltà alla patria non deve mai diventare idolatria della nazione.
          • E l’universalità della Chiesa non è un’ideologia “globalista”, ma la risposta divina alla dispersione di Babele.

          Con rispetto ,
          don Pietro Paolo

          1. Adrianella, non sei stupida e allora non farti ingannare da un prete che usa la I.A. in modo ossessivo, senza ascoltare e considerare repliche. Una dottrina spesso sconclusionata è sciorinata come venisse da una enciclopedia, una logorrea viene articolata su paragrafi e punti, risultato di nozioni digitali prese dal Catechismo e catalogate artificiosamente da un ‘Office’ integrato: perchè è solo una macchina che risponde, non un uomo, che strafottente al più supervisiona ben pagato. Non hai notato che quando lo metti al muro lui (la macchina) scivola fuori con similitudini, non con risposte adeguate ma con falsi accondiscimenti? Non si può combattere o discutere con le macchine, che non capiscono e neanche contro chi le usa, che ha il compito di destabiluzzare le persone. Di un argomento ti arriva una risposta su un altro: non è cosa logica per un essere umano e questo ti spiazza e ti interdice, pensi che sei tu che ti sei espresso male. Non si tratta di avere ragione ma di essere impossibilitati a ragionare con chi non prende e non può prendere in nessuna considerazione ciò che dici. È come parlare ad un sordo che fa finta di sentire ma legge dal suo copione e ti sommerge con similitudini, ma MAI con argomenti coerenti, omogenei e correlati logicamente al testo esaminato dei commenti dei lettori.
            Non hai notato che non esprime MAI una sua opinione ma replica ad ogni commento o articolo cercando (automaticamente) una risposta che il web gli propone in linea con la dottrina?
            È questa una nuova lotta contro le macchine e contro chi risparmia le proprie forze (e l’intelletto) e le usa per ingannare con facilità e con comodi argomenti. Non certo te ma pensaci: è l’occasione per confondere ed ingannare tanti lettori del blog di Tosatti (ma lui si accorge che sta ospitando un esperimento ???) che vedono un prete indomabile, irrefrenabile, irriducibile (spesso a minchia) che cita la dottrinao il Concilio V. II o tanto altro a memoria e non si accorgono che non risponde MAI a tono o secondo logica e specie su argomenti storicamente provati e indiscutibili sui quali dovrebbe tacere. Ma è senza amor proprio, una faccia tosta binaria, una truffa.
            Sveglia, è soprattutto un inganno!

          2. Don Pietro Paolo

            Caro amico Fritz,

            non ti agitare. La tua reazione scomposta – così visibilmente rabbiosa e piena di livore – rivela esattamente ciò che temi: non che io sia una “macchina”, ma che, essendo un uomo, io ti risponda con argomenti solidi, e che tu non abbia la forza di reggerli.

            Dici che “non si può ragionare con una macchina”, eppure sei tu che hai smesso di ragionare, riducendoti a lanciare accuse sconnesse, pur di non rispondere nel merito. Sai bene che ciò che scrivo non è generato da un algoritmo, ma è frutto della mia fede, della mia esperienza, della mia formazione e, sì, anche della mia pazienza. Quella che manca a chi, come te, dissente non per cercare la verità, ma per distruggere il confronto.

            Ti dà fastidio che risponda punto per punto, con chiarezza? Ti infastidisce che, invece di urlare, io argomenti? Che, invece di insultare, io citi il Magistero? Che, invece di gridare “tradimento”, io proponga fedeltà alla Chiesa e al Papa?

            No, Fritz, non hai paura delle “macchine”. Hai paura della coerenza della dottrina cattolica, che smonta le fantasie ideologiche che ti sei costruito per giustificare una ribellione. Ti dà fastidio che qualcuno creda davvero che Cristo ha fondato una sola Chiesa, visibile, gerarchica, e romana, e che non abbia bisogno di scappare nei rifugi ideologici di blog rancorosi.

            Tu dici che non ho amor proprio? Io ti rispondo che non ho l’orgoglio di chi deve sempre vincere una disputa, ma la libertà di chi sa di appartenere a una verità più grande di sé. Una verità che non si urla, ma si serve.

            Forse il problema, Fritz, non è che io non sia umano. È che tu, smettendo di ascoltare e di ragionare, hai abbandonato ciò che ci rende davvero tali: la ricerca della verità nella carità.

            Con schiettezza,
            don Pietro Paolo

  3. Le politiche migratorie non hanno nulla a che vedere con le ” giustificazioni ” che vengono proposte, se non in percentuale residuale. Le ” ragioni ” addotte possono essere facilmente superate spostando merci ed investendo in loco nonché ispirando accordi e non soffiando sul fuoco. Invece si fa esattamente l’ opposto per spostare persone e concentrarle ove si ritiene opportuno, secondo un preciso piano politico il cui scopo finale non è minimamente ispirato a principi di misericordia ed aiuto de l prossimo.

  4. Che belle parole quelle dell’ultimo Papa!
    Peccato somiglino tremendamente ad un alibi per avere la facile occasione di “cestinare” qualunque senso o sentimento sopravvissuto di Patria terrena. ( Da qualche tempo la Chiesa odierna sembra animata da un ansioso desiderio di abbigliarsi- o di spogliarsi- da pellegrina ad imitazione del modo (interiore ed esteriore) in cui “suppone” che lo siano i “migranti”- modelli di “novelli pellegrini spirituali”. Ma, verso dove?-) Quanto alla “speranza” che animò gli Israeliti nel deserto, esistono numerosi passi del Tanak dove non solo tale speranza in una nuova terra viene loro meno davanti alle pressanti, quotidiane difficoltà pratiche, ma dove essi progettano di ribellarsi a Mosè e di scegliersi un nuovo capo, poichè- ormai- la loro “speranza” in una vita degnamente vivibile è completamente rivolta a quella loro ormai abbandonata “patria ” egiziana che si sono lasciati alle spalle, per andare incontro a fame, epidemie, obbligo di combattere continuamente, fare stragi di conquista per non essere a loro volta oggetti di strage e per giungere a rassegnarsi perfino all’imperativo del loro Signore, “individuo maschio di guerra”, che impone di sacrificare nel fuoco i loro primogeniti per ottenerne la sottomissione assoluta. ( Num. 11, 4-6; Num. 11, 18; Num. 14, 1-4; Num. 14, 13; Ez. 20, 25-26 ). La condizione di Israele in Egitto non fu minimamente paragonabile a quella di una schiavitù (“eved” non indica schiavitù, bensì la condizione di un possessore di terre e proprietà. (Gen., 47, 27). Alle traduzioni e ai tradimenti del “romanzo” apologetico darà man forte- purtroppo- la cospicua serie di film Hollywoodiani ispirati al primo e realizzati con l’intento moraleggiante di diffondere una “Kolossal-verità”.

    1. Don Pietro Paolo

      Cara Adriana,

      la sua riflessione, densa e articolata, merita attenzione.
      Tuttavia, mi permetta con franchezza come sempre di rispondere punto per punto, perché le sue affermazioni, per quanto suggestive, perché le sue affermazioni, per quanto suggestive, risultano discutibili sul piano esegetico, storico e dottrinale.

      1. La “speranza” degli Israeliti e la loro crisi nel deserto

      Lei cita alcuni passi del Libro dei Numeri e di Ezechiele per sostenere che la speranza del popolo ebraico nel deserto fosse una finzione o addirittura una sottomissione forzata a un Dio violento. Ma è più certo che la narrazione biblica stessa mette in luce le ribellioni del popolo proprio per mostrare la fedeltà di Dio nonostante l’infedeltà dell’uomo.

      I brani da lei citati (Num 11 e 14) mostrano la fragilità umana, la nostalgia del passato, la stanchezza di fronte alle prove: tutto vero. Ma non cancellano il progetto di Dio, né la verità salvifica dell’Esodo, che rimane il paradigma fondamentale della liberazione nella fede biblica e cristiana.
      Il richiamo al Tanak (l’Antico Testamento) dovrebbe tener conto anche di:

      «Ti ho portato su ali d’aquila e ti ho fatto giungere fino a me» (Es 19,4)
      «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2)

      Dio non ha imposto sacrifici umani ai primogeniti, come fa pensare lei citando Ez 20,25-26. Quel passo, come mostrano i maggiori esegeti cattolici (cf. Ravasi, Von Rad, Brown, Gerhardsson), è una condanna profetica dei riti pagani a cui Israele si era abbandonato, non un precetto divino. Il testo è volutamente provocatorio per mostrare le conseguenze del rifiuto della legge di Dio, non una norma teologica.

      2. Il termine “eved” non indica schiavitù?

      Ho dovuto documentarmi, non essendo un filologo, ma mi permetto di dirle che quanto lei prospetta è una tesi infondata, già ampiamente superata dalla filologia ebraica.
      Il termine ʿeved (עבד) in ebraico significa “servo”, “schiavo” o “sottoposto”, e il suo significato varia in base al contesto: può indicare un servo del re, un fedele di Dio, oppure – in senso pienamente giuridico – uno schiavo privo di libertà personale.

      Nel Libro dell’Esodo, dove il popolo è definito “ʿavadim le-Farʿo” (עבדים לפרעה) – cioè “schiavi del Faraone” – il termine è chiaramente opposto alla condizione di libertà: la Scrittura stessa mette in luce il passaggio dalla schiavitù egiziana alla liberazione operata da Dio.

      Quanto a Genesi 47,27, il versetto da lei citato, non parla affatto di schiavitù, ma descrive la prosperità dei figli di Israele nella terra di Gosen, prima che sorgesse un nuovo Faraone “che non conosceva Giuseppe” (cf. Es 1,8), e che impose al popolo lavori forzati e schiavitù sistematica (cf. Es 1,11-14).

      3. Il parallelismo tra i migranti e Israele nel deserto

      Lei ironizza sul fatto che la Chiesa odierna “si vesta da pellegrina” imitazione dei migranti. Ma nella tradizione cristiana la condizione del pellegrino è una metafora spirituale, e la cura per lo straniero è parte integrante della legge mosaica e del Vangelo.

      «Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Lo straniero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi. Lo amerai come te stesso» (Lv 19,33-34)

      Gesù stesso si identifica con lo straniero:

      «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35)

      Questo non cancella affatto l’amore per la patria terrena, ma lo purifica dall’egoismo e lo eleva alla carità evangelica. Il Papa – che parla da pastore universale – ha il dovere di tenere insieme giustizia e misericordia, accoglienza e discernimento.

      4. Hollywood, romanzi e verità

      Citare i “kolossal” hollywoodiani non rafforza il suo argomento, ma a mio avviso lo rende debole. La verità della fede non si fonda sul cinema, ma sulla Rivelazione, sul Magistero e sulla Tradizione. Il fatto che certi film abbiano romanzato l’Esodo non ne inficia la verità teologica.
      Il “romanzo apologetico”, come lo definisce lei con sarcasmo, è la narrazione sacra della liberazione, la cui forza non sta nei dettagli storici o sociologici, ma nella fede nel Dio che salva e libera.

      Conclusione

      Cara Adriana,

      è sempre lecito interrogarsi e porsi domande, soprattutto davanti a temi complessi e delicati come quelli che lei ha sollevato.
      Mi permetto solo di ricordare che, come cristiani – e io parlo da cristiano cattolico- , siamo chiamati a cercare la verità con spirito di docilità e fedeltà alla Scrittura e al Magistero della Chiesa, che sono i nostri punti di riferimento sicuri.

      Il confronto sereno e fondato ci arricchisce tutti.
      La fede non ha bisogno di essere difesa con sospetto o diffidenza, ma annunciata con chiarezza e vissuta nella carità, anche quando le nostre opinioni personali ci portano a vedere le cose da angolature diverse.

      La ringrazio per il suo contributo alla riflessione, e resto volentieri in ascolto.

      Con stima e sincero rispetto,
      don Pietro Paolo

      1. Caro don P.P.,
        lei scrive: ” Il “romanzo apologetico ” è la narrazione “sacra” (ossia: separata) della liberazione la cui forza non sta nei dettagli storici o sociologici, ma nella fede in Dio che salva e libera. ” Quindi questa narrazione non si affida né alla storia, né alla sociologia, né alla politica ecc… bensì si fonda -unicamente- sul solito “Mistero della fede” ( che rifugge sempre da qualsiasi tipo di argomentazione. )
        P.S. In Es. 12, 35-36 Dio consiglia agli Ebrei di ricevere le ricchezze degli Egiziani prima della partenza: peccato che la versione ebraica usi un verbo che significa “depredare, privare di…con la forza.” Insomma: indica un’azione “energica” di sottrazione dei beni.. Quanto al passo di Ezechiele, lì, a parlare è YHWH in prima persona ( non è una forma impersonale, né passiva): “Io li contaminai con le loro offerte”, ossia “Io li resi impuri”, “per renderli colpevoli”- perchè riconoscessero che YHWH è il Signore…
        A Gozen gli Ebrei stavano sicuramente bene ed erano senza padroni- nel senso moderno del termine-: più che di schiavi, o servi, ci si potrebbe riferire a dipendenti salariati. Non è allora un pochino strano che in Lev. 25, 42,, proprio quella divinità che li ha “liberati”, parli del suo popolo come dei “miei servi”?

        1. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,

          Ormai mi è nota la sua familiarità con i testi biblici ma, mi permetta di dirlo, a volte opera un salto logico non trascurabile: si parte da dati filologici interessanti, ma li si piega a conclusioni ideologiche che appaiono preconcette. Provo a rispondere punto per punto.


          1. Il “romanzo apologetico” come narrazione teologica
          Quando parlo di “romanzo apologetico”, mi riferisco – come fanno molti studiosi cattolici e non – al carattere teologico e liturgico della narrazione dell’Esodo, senza negarne il valore storico. La sua forza non risiede nella cronaca dei dettagli politici o sociali, ma nel messaggio salvifico che veicola. Non è un trattato, ma una professione di fede in forma narrativa.
          Questa è la lettura tradizionale della Chiesa:
          «I libri dell’Antico Testamento narrano la storia della salvezza, nella quale è preparata la venuta di Cristo»
          (Dei Verbum, 15)
          Dire quindi che questa narrazione si fonda unicamente sul “solito Mistero della fede” come se fosse un espediente per evitare argomentazioni, è una semplificazione non degna della profondità della tradizione cristiana, che non rifugge la ragione, ma la assume e trasfigura.
          Il “mistero della fede” non è un’uscita di scena, ma l’apertura della ragione all’infinito.

          2. Esodo 12,35-36: il verbo “depredare”
          Lei ha ragione a notare che in Es 12,36 il verbo ebraico può significare anche “spogliare”. Ma non possiamo isolare un termine dalla sua intenzionalità narrativa: qui non si tratta di rapina o di “consiglio divino alla frode”, ma di una giustizia simbolica e retroattiva.
          Secondo la mentalità semitica, ricevere i beni degli egiziani è un risarcimento simbolico dopo anni di servizio non retribuito e di oppressione. Come nota il biblista André Wénin:
          «La spoliazione degli Egiziani è un rovesciamento del potere che Dio compie per ristabilire giustizia».
          L’episodio va letto alla luce di Es 3,22 e 11,2: «Farò sì che questo popolo trovi grazia agli occhi degli Egiziani», dunque non con la forza, ma per azione di Dio. Nessun incoraggiamento al furto, ma un’azione provvidenziale nel quadro della liberazione.
          3. Ezechiele 20,26: “Io li contaminai…”
          FSì, qui YHWH parla in prima persona. E parla come spesso fanno i profeti: in modo drammatico, provocatorio, persino scandaloso, per scuotere il cuore del popolo.
          Ma anche qui, il contesto è fondamentale: Dio permette che Israele segua pratiche pagane (offerte impure), non per condurlo alla colpa, ma per farlo toccare il fondo e desiderare la conversione.
          Questa lettura è coerente con la Tradizione cattolica, che distingue tra volontà positiva e volontà permissiva di Dio:
          «Dio non è in alcun modo, neppure indirettamente, causa del male morale. Tuttavia, lo permette, rispettando la libertà delle sue creature e, misteriosamente, sa trarne il bene»
          (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 311)
          Dio “li contaminò”, non nel senso che Lui peccò o li spinse al peccato, ma che permise la loro deriva idolatrica per renderli consapevoli e spingerli al pentimento. È una pedagogia dura, ma non arbitraria.
          4. La condizione degli Ebrei a Gosen
          Lei afferma che “stavano sicuramente bene”, ma qui confonde le fasi del soggiorno in Egitto. All’inizio, sì, sotto Giuseppe, Israele godeva di rispetto e libertà. Ma con l’andar del tempo, e con il “nuovo faraone che non conosceva Giuseppe” (Es 1,8), gli Ebrei furono ridotti a uno stato di oppressione.
          La Bibbia stessa parla chiaramente:
          «Allora essi misero sopra Israele dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerlo con lavori pesanti»
          (Esodo 1,11)
          «Il loro lavoro fu reso amaro» (Es 1,14)

          Quindi: non “dipendenti salariati”, ma popolo oppresso e sfruttato, come ribadisce anche l’intera struttura liturgica della Pasqua ebraica.
          5. “Miei servi” in Levitico 25,42: è contraddizione?
          No. È linguaggio teologico. Gli Israeliti non sono più “schiavi del faraone”, ma servi del Signore, cioè liberi da ogni dominazione umana per appartenere interamente a Dio. La parola “servi” in ebraico (avadim) può significare anche ministri, consacrati, collaboratori del Signore.
          «Perché essi sono miei servi, che ho fatto uscire dal paese d’Egitto: non devono essere venduti come si vendono gli schiavi»
          (Lv 25,42)
          Dunque non un ritorno alla schiavitù, ma un’appartenenza liberante. Appartenere a Dio è la vera libertà, come insegnerà anche san Paolo:
          «Voi non appartenete a voi stessi. Siete stati comprati a caro prezzo»
          (1 Cor 6,19-20)

          In conclusione
          Cara Adriana,
          la Bibbia non è una cronaca, ma una rivelazione. Non nega la storia, ma la supera nel senso. Isolare versetti per metterne in discussione la coerenza senza leggerli nell’insieme della Tradizione, porta inevitabilmente a distorcerli. La fede cattolica ha sempre saputo tenere insieme:verità rivelata e ragione, libertà dell’uomo e provvidenza divina, giustizia e misericordia e la testualità e interpretazione ecclesiale.
          Le sue domande sono legittime. Ma la risposta vera non può venire da un uso polemico delle Scritture. Solo la lettura nella Chiesa –pci permette di non fraintendere la Parola di Dio.

          Con stima,
          don Pietro Paolo

          1. C’è una canzoncina infantile che dice: “Ma quante belle figlie avete, Madama Dorè! Ma quante belle figlie avete…” “Se le ho me le tengo Madama Dorè, se le ho, me le tengo…” ” La più bella me la son presa Madama Dorè, la più bella me l’ho presa…” Madama Dorè è la “prosopopea” della Apologetica chiesastica. Ad ogni interrogativo legittimo viene messa in campo una NON SPIEGAZIONE ; ossia una NON RISPOSTA, “bellissima” perchè fa comodo all’Istituzione.

          2. Traduzione- Tradimento- Tradizione….e così sia.
            Le sarebbe utile una lettura approfondita di Karlheinz Deschner, o, almeno, di qualcuno dei 10 tomi della “Storia criminale del Cristianesimo”.😁

          3. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            il sarcasmo non è un argomento. E le filastrocche, per quanto fantasiose, non sostituiscono una vera domanda, né tanto meno una vera risposta.

            Lei liquida ogni richiamo alla fede come “apologetica chiesastica” e ogni spiegazione come “non risposta”. Ma forse il problema non è che le risposte non ci siano, bensì che non sono quelle che lei vorrebbe sentirsi dire.

            Quanto alla “Storia criminale del Cristianesimo” del pamphlettista Deschner, la ringrazio per il suggerimento.
            Ma io preferisco leggere la storia della Chiesa non con lo sguardo ideologico di un anticlericale tedesco, ma con la luce della verità e della carità, che sanno distinguere i peccati degli uomini dalla santità dell’opera di Dio.

            “Traduzione – Tradimento – Tradizione”, scrive lei.
            Io invece le rispondo:
            Tradizione – Incarnazione – Redenzione.
            E non è una canzoncina: è il cuore della fede.

            don Pietro Paolo

          4. Caro don P.P.,
            lei è decisamente troppo lungo nelle sue N. R. N,A.( Non Risposte Non Argomentate) …perciò ho preferito buttarla in scherzo. Anche qui, infatti, lei ricorre ad una Fallacia ad hominem. Attacca la persona dello studioso dandogli del pamphlettista. Grossolana menzogna che le evita di parlarne. Se con questa logica a-logica presume di mostrarsi convincente, mi creda, si sbaglia.

          5. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            mi permetta una replica chiara e diretta.

            Lei mi accusa di adoperare una fallacia ad hominem solo perché ho definito “pamphlettista” uno studioso — che, lo ricordo, ha pubblicato in forma militante, polemica e talora gratuitamente provocatoria. La definizione può infastidire, ma non è un insulto: è una qualificazione intellettuale, e finché non smentisce i dati oggettivi dello stile e della metodologia di quell’autore, resta legittima.

            Quanto al resto: associarsi ai Fritz, a signore Minutelliane e sosia affiliati – e ciò di lei mi sorprende-i, dire che io non risponda e non argomenti è, questa sì, una fallacia ad personam, e anche piuttosto pigra. Le mie risposte saranno anche lunghe, ma sono documentate, articolate e sempre riferite ai contenuti. Se poi a lei interessa solo una battuta da tweet o uno slogan da incollare sui social, ha ragione: io non sono l’interlocutore ideale.

            Con rispetto — ma anche con franchezza,
            don Pietro Paolo

  5. Si, l’articolo è giusto ma non quello che dice Prevost, che è stato scelto ad hoc dalla massoneria: non è però stupido o erroneo il suo discorso ma detto ad arte. Nel suo intervento più demagogico che religioso, nel quale non ha perso l’occasione di infilarci il clima (“la scarsa considerazione degli effetti nefasti della crisi climatica”) Prevost sa bene che l’immigrazione islamica non arriva da noi per necessità umane ma per espressa intenzione di convertire e conquistare l’Europa in nome di Allah e quindi inopinatamente egli ci costruisce un discorso su una immigrazione praticamente inesisistente: quella cattolica. Ma ha poca fantasia perche hanno già parlato abbondantemente non solo degli immigrati cattolici ma anche dei cristiani in termini ecumenismo, sia G.P. II che B.XVI.
    Prevost, per fini forse subdoli, si spinge oltre interpretando in modo gnostico l’art.1818 CCC che nella Speranza, virtù teologale, ogni uomo può vedere nella felicità soprannaturale della ricerca di Dio e il Suo ritorno ed interpreta per i migranti una felicità nella ricerca di nazioni ricche e moderne. Questa è la felicità non certo dei cattolici ma dei pagani che la vedono in modo materiale nel predare, approfittare e rubare la ricchezza di altre popolazioni, magari anche i grembo di donne di razza bianca.
    Di tutt’altro spessore dovrebbe essere il messaggio di un vero papa vedi ad es. Benedetto XVI per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, 12.10.2012:
    “Verso i fedeli cristiani provenienti da varie zone del mondo l’attenzione alla dimensione religiosa comprende anche il dialogo ecumenico e la cura delle nuove comunità, mentre verso i fedeli cattolici si esprime, tra l’altro, nel realizzare nuove strutture pastorali e valorizzare i diversi riti, fino alla piena partecipazione alla vita della comunità ecclesiale locale. La promozione umana va di pari passo con la comunione spirituale, che apre le vie «ad un’autentica e rinnovata conversione al Signore, unico Salvatore del mondo»[.]
    Nel contesto socio-politico attuale, però, prima ancora che il diritto a emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè a essere in condizione di rimanere nella propria terra, ripetendo con il Beato Giovanni Paolo II che «diritto primario dell’uomo è di vivere nella propria patria: diritto che però diventa effettivo solo se si tengono costantemente sotto controllo i fattori che spingono all’emigrazione»”
    La Chiesa ha sempre auspicato da parte dello Stato (italiano) una disciplina tesa a impedire le immigrazioni irregolari e a saper disciplinare quelle legali che richiedono ben più che solidarietà e accoglienza ma norme di integrazione -con diritti e doveri- nel tessuto sociale della nazione, dove a una emissione di “normative deve essere associata una paziente e costante opera di formazione della mentalità e delle coscienze”. Questo è stato fatto dalla Meloni? Di questo ne parla il Prevosto?
    Il nostro prete articolista, da come “elogia i personaggi”, ci fa capire che da loro in Italia tutto è stato fatto al contrario ed è comprensibile se vuole rimanere anonimo:
    – “nostro quotidiano AVVENIRE”: Frase che è tutto un programma.
    – “bel messaggio”.:Un’accozzaglia di citazioni non adatte alla totalità dei migranti da rapina e da sussidio.
    – “nostro caro Papa Leone”: Forse vostro caro… e sì costerà caro alle anime!
    – “le bellissime espressioni usate da Papa Leone”: De gustibus.
    – “nostro Santo Pontefice”. Il “vostro” la cui santità deve essere dimostrata.
    – “nostra bravissima Premier Meloni”: Io NON l’ho votata… ma a bravura deve eccellere poichè è stata eletta senza essere una scelta della maggioranza dei cittadini
    Tutti “cari”, tutto “bello” e tutti “nostri”: come è difficile per voi preti dire tutta la verità, proprio quella Verità che avete giurato di ossequiare! Ma i nodi vengono al pettine e non manca molto, cari.

    1. Don Pietro Paolo

      Cara Giusy,

      mi permetta con franchezza di dirle che alcune delle sue affermazioni sono oggettivamente scorrette, e altre decisamente sproporzionate.
      Lei attribuisce all’Arcivescovo Prevost intenzioni massoniche, interpretazioni gnostiche del Catechismo, complicità ideologiche con l’Avvenire e addirittura – a margine – mette in dubbio la santità personale del Papa, della premier e perfino dei preti che osano usare toni positivi.
      Mi permetta: questo non è rigore dottrinale, è avvelenamento del dibattito.

      Quanto al discorso di Mons. Prevost, che si può certo discutere sul piano dell’equilibrio, non è affatto eretico né gnostico, né tantomeno ignaro della dottrina cattolica. Lei lo accusa di fare un uso distorto del Catechismo, ma forse legge in lui ciò che in realtà è già dentro un certo pregiudizio suo.
      Non mi pare che abbia mai sostenuto che la felicità eterna coincida con la ricerca di benessere economico – questo lo ha letto lei, non lui.

      Ha perfettamente ragione a richiamare Benedetto XVI e Giovanni Paolo II: il diritto a non emigrare, la responsabilità degli Stati, l’urgenza di una vera integrazione sono punti fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa, che anch’io condivido. Ma questo non implica demonizzare ogni discorso sull’accoglienza, né accusare chiunque non usi toni apocalittici di tradire la verità.

      Mi permetta infine una precisazione personale:
      io non ho mai fatto il tifo cieco per nessun politico, né ho trasformato espressioni di rispetto in idoli da venerare. Scrivere “nostro caro Papa” o “nostra Premier” è semplicemente un modo educato di riferirsi a chi oggi occupa quei ruoli. Lei ne ricava sospetti ideologici e accuse, ma io continuo a pensare che si possa esprimere un’opinione senza per questo essere scomunicati dai “puri”.

      Mi auguro che, pur nelle differenze, possiamo restare uniti nella fede cattolica e nella carità evangelica, che sempre cerca la verità ma senza lanciare pietre.
      Anche i “nodi che verranno al pettine” – come lei scrive – saranno più facili da affrontare se li attendiamo con preghiera e spirito ecclesiale, non con il dito puntato e il fucile carico.

      Con rispetto,
      don Pietro Paolo

      1. Caro Pietro e Paolo, cara I.A. ma cosa dici?? ” Arcivescovo Prevost ” ?
        ” Mons. Prevost ” ??
        Ma tu stai parlando del Papa (del falso papa dei tuoi padroni umani)!! Devi dire: “Santo padre” altro che arcivescovo d’Egitto!!
        🤣

        Fatti fare un aggiornamento software!! Però hai sbagliato in eccesso è solo un prete promosso in fretta dalla massoneria: in fondo è rimasto prete, grasso che cola!!

        1. Don Pietro Paolo

          Caro amico Fritz,

          hai ragione: ho scritto “Arcivescovo Prevost” senza virgolette, ma stavo riportando il testo di Giusy. È vero, avrei potuto specificarlo… ma vedi, chi capisce, capisce — “ad intelligentibus pauca”, come si dice.
          A quanto pare, tu preferisci la traduzione in emoji. Fra l’altro dovresti sapere, ma la colpa non è tua perché il santone tuo padrone che segui avrebbe dovuto spiegartelo: il Papa e tale perché è il Vescovo di Roma

          Parli poi di “aggiornamento software”? Ti ringrazio per la premura, ma se posso permettermi, il problema non è il mio software, quanto il tuo hardware: cervello e cuore sembrano entrambi scollegati dal Magistero, ma ben sintonizzati su Radio Domina nostra, Sedevacante FM.

          E già che parli di “prete promosso in fretta dalla massoneria”, potresti indicarci esattamente in quale atto ufficiale della Chiesa trovi questa promozione massonica? O dobbiamo accontentarci delle solite “fonti riservate” o di isteriche rivelazioni pseudo-celesti di un istrione prete scomunicato che girano tra blog criptati e fotocopie anonime?

          Ti saluto con simpatia,
          e ti auguro di trovare presto non un aggiornamento, ma una formattazione completa: magari col ripristino di quella virtù teologale chiamata carità, che — strano a dirsi — non si oppone alla verità, ma la rende sopportabile.

          Con affetto digitalizzato,
          l’I.A. che ancora crede nel Papato…
          (nonostante Fritz).

          1. Caro don P.P.,
            “Intellegenti pauca”, o “intelligenti pauca “… Caro don P.P. due errori nella stessa brevissima frase sono troppi.
            E’, dunque, il bistrattato latino, divenuto lingua totalmente proibita e sconosciuta anche per i sacerdoti?

          2. Don Pietro Paolo

            Cara Adriana,

            grazie per la correzione… anche se, a ben vedere, l’errore stava proprio nella preposizione “ad”, che in latino regge l’accusativo, non il dativo.
            Quindi “intelligentibus pauca”, nella sua forma proverbiale classica, va benissimo — purché non la si faccia precedere da “ad”.
            Non è cosa di tutti i giorni usare il latino e ricordare i proverbi nella forma corretta, perciò ogni occasione di confronto è benvenuta.

            Diciamo che è stato un errore grammaticale provvidenziale:
            una I.A. non l’avrebbe commesso.
            Ma forse proprio questo dimostra che non sono un’intelligenza artificiale… bensì un povero prete reale.

            Con un sorriso,
            don Pietro Paolo

          3. Caro don P.P.,
            se uno ha studiato i casi e la morfologia del latino NON PUO’ DIMENTICARLA, anche se dimentica un singolo proverbio.
            Quale sfacelo ha combinato Montini che, dopo aver elogiato le benemerenze del latino- in modo totalmente schizofrenico- ha ritenuto doveroso eliminarlo.
            ” Il latino è una lingua precisa, essenziale. Verrà abbandonata non perchè non adeguata alle nuove esigenze del progresso, ma perchè gli uomini nuovi non saranno più adeguati ad essa. Quando inizierà l’era dei demagoghi, dei ciarlatani, una lingua come quella latina non potrà più servire e qualsiasi cafone potrà impunemente tenere un discorso pubblico e parlare in modo tale da non esser cacciato a calci giù dalla tribuna. E il segreto consisterà nel fatto che egli, sfruttando un frasario approssimativo, elusivo e di gradevole effetto sonoro, potrà parlare per un’ora SENZA DIRE NIENTE. Cosa impossibile col latino.” / Giovanni Guareschi: “Chi sogna nuovi geranei “/
            Sinceramente…non mi viene da mostrare nessun sorriso… Se lei non è l’I.A. , ricopre però benissimo il ruolo di Cyborg dell’Istituzione.

        2. Don Pietro Paolo

          Cara Adriana,

          il latino è una lingua nobile e precisa, e lo credo fermamente. Ma usare Guareschi per liquidare la riforma liturgica o screditare chi rimane fedele alla Chiesa, mi permetta, non è un’operazione intellettualmente onesta.

          Che l’italiano (o qualunque lingua volgare) possa essere usato per svuotare i contenuti è vero. Ma il problema non è la lingua: è l’anima di chi parla, è la verità o la menzogna di ciò che si comunica.

          Quanto al “cyborg dell’Istituzione” – solo perché non aderisco al suo disincanto polemico – le rispondo con semplicità: non è mancanza di pensiero aderire liberamente alla verità, ma è superbia pensare che la verità debba coincidere con le proprie obiezioni.

          Io non recito un copione: credo.
          Con coscienza, con libertà, con fatica.

          E, mi permetta una postilla.
          In questo blog, tanti attaccano i preti che tradiscono la dottrina cattolica. Poi ce n’è uno – magari imperfetto, magari discutibile – che la professa e ci crede… e gli tirano le pietre.
          Mi viene in mente una vecchia canzonetta della mia giovinezza (visto che lei a volte ama le citazioni leggere):
          “Se sei bello ti tirano le pietre, se sei brutto ti tirano le pietre…”
          Conclusione?
          Se credi davvero, le pietre arrivano comunque. E allora: meglio riceverle restando fedeli.

          don Pietro Paolo

  6. Fulvio de Roma

    finalmente qualcuno che ha letto i documenti ONU dei due citati Segretari Generali . Sincretismo religioso .

  7. don giorgio b.

    e’ proprio così . Ma non solo i soci della Bonino la pensano così. Nella Chiesa, nella Gerachia più alta della Chiesa cattolica ,molti pensano così. Si legga ciò che scrive il card. Perego Presidente di Migrantes…O Zuppi Presidente Cei.

    1. Sono proprio una bella accizzaglia di aopstati, ne siano o meno consapevoli o intenzionati ad abiurare la religione cattolica ed a farla abiurare da 1,3 mld di fedeli. Ma non pensino di includervi anche il sottoscritto, sia ben chiaro! Il mio papa è mons. Viganò, e prima era mons. Lecrbvre, da Roncalli in poi non riconosco nessuno cone papa cattolico. Pio XII profetizzò di ritenersi l’ultimo papa cattolico, e che i suoi ( falsi) successiri sarebbero giunti fino ad abilite la transustansazione : ci tentò Paoo VI col NOM, ma dovete fare dietro front, poiché il clero era ancora in larga parte catolico, non tutto ricattabile o col cervello lavato, come sono oggi opreti, vescovi e cardinali. Io sto con San Paolo, quando dice ” anche se Noi stessi, od un angelo, vi annunciassimo un Vangelo diverso, sia Anatema” ! figurarsi se lo fa un vaticansecondista, bergogliano, sincretista, climatologo- sinodalista…

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