Ecco la Chiesa senza Cristo. Umana, troppo Umana. Luca Del Pozzo.

31 Dicembre 2023 Pubblicato da

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, era mia intenzione non lavorare, oggi, come cerco di fare ogni domenica, ma aprendo la posta questa mattina ho trovato alcune sorprese, che potrete leggere. La prima era questo articolo di Luca Del Pozzo, che ringraziamo di cuore. Buona lettura e diffusione.

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Ora è tutto più chiaro. È bastato un solo anno dalla scomparsa di Benedetto XVI per far emergere in maniera molto più nitida il significato profondo degli eventi che lo videro protagonista nel 2013. Alla luce degli sconvolgimenti accaduti nella Chiesa negli ultimi dodici mesi, solo un cieco infatti potrebbe non situare le “dimissioni” del pontefice tedesco, prima, e la successiva morte, poi, come due momenti di un unico dramma il cui contesto è da rinvenire nella seconda lettera ai Tessalonicesi. Rimproverando i suoi discepoli che ritenevano imminente il ritorno del Signore, l’Apostolo dice chiaramente che prima della Parusia, prima cioè della seconda e ultima venuta di Cristo, nella Chiesa dovrà accadere l’apostasia e si dovrà manifestare l’”uomo iniquo”, il “figlio della perdizione”, colui che verrà poi identificato con l’Anticristo. I numeri 675-677 del Catechismo precisano il quadro parlando di un’ultima prova che “scuoterà la fede di molti credenti”, e che la persecuzione che la Chiesa dovrà patire “svelerà il «mistero di iniquità» sotto forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente dei loro problemi, al prezzo dell’apostasia della verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno psuedo-messianismo in cui l’uomo glorifica sé stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.

Successivamente s. Paolo evoca il katechon, figura enigmatica la cui identità fin dagli albori del cristianesimo ha visto impegnati padri della Chiesa, vescovi teologi e fior di studiosi, la cui missione è di “trattenere” l’iniquità, cioè di ritardare il manifestarsi dell’empietà. A complicare le cose, una prima volta s. Paolo parla di “ciò che trattiene” (to katechon) mentre poco dopo parla di “chi trattiene” (ho katechon), con ciò intendendo una persona. Nell’un caso come nell’altro, nulla viene detto circa l’identità di questo potere che deve porre un argine alla devastazione morale rappresentata dall’insorgere dell’apostasia. Non solo. S. Paolo dice anche che si tratta di una missione, per così dire, a tempo perché alla fine questo potere dovrà soccombere affinché l’Empio venga rivelato per essere distrutto da Cristo quando tornerà alla fine dei tempi.

Ora ad avviso di chi scrive appare di tutta evidenza come, innanzitutto, dopo il lungo pontificato di s. Giovanni Paolo II il testimone di katechon sia passato nelle mani di Benedetto XVI il cui pontificato (per svariate ragioni che per motivi di spazio è impossibile ripercorrere anche sommariamente, ma che sono sotto gli occhi di tutti) ha rappresentato, finché ha potuto, una diga all’avanzata dell’apostasia; inoltre, come si accennava all’inizio, che le sue “dimissioni” e la sua morte vadano intese alla luce del testo di 2 Tessalonicesi come due tappe di un unico processo che ha visto (e qui va detto che i fatti accaduti dal 2013 ad oggi mi hanno convinto a cambiare prospettiva rispetto a quanto pensassi allora) la volontaria, progressiva “rimozione” di Benedetto XVI in quanto katechon proprio perché essendo ormai maturi i tempi, l’iniquità che già era in atto potesse manifestarsi andando così incontro alla sua definitiva disfatta (la qual cosa, sia detto en passant, unitamente ad altri segni e accadimenti di ordine profano potrebbe significare che non siamo lontani dal redde rationem). Rivelazione dell’empietà che è ciò che sta puntualmente accadendo da circa undici anni; e che dopo la scomparsa anche fisica di quel potere – rimodulato dopo l’annuncio dell’11 febbraio 2013 come munus solo contemplativo e non più attivo – che fino ad allora si era eretto come muro e baluardo, in questi ultimi mesi ha subìto una decisa accelerazione con una virulenza mai vista prima. Al punto che risulta di straordinaria attualità un altro testo, stavolta dell’Apocalisse: “Ma guai a voi, terra e mare perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo” (Ap. 12,12).

Di segni che vanno nella direzione suggerita ce ne sono a iosa. A partire dal funerale stesso del Papa emerito, apparso ai più come una fastidiosa incombenza da sbrigare il prima possibile, il tutto in un clima che dire glaciale (e non per la stagione) era dire poco. E poi ancora l’implacabile opera di cancellazione, come ha giustamente evidenziato il biografo di Benedetto XVI, Peter Seewald, in una recente intervista alla Nuova Bussola Quotidiana, dell’eredità di Benedetto XVI, già per altro duramente colpito al cuore quand’era ancora in vita a causa di discutibili provvedimenti in ambito liturgico (tacendo del fatto che un minimo di garbo istituzionale avrebbe voluto che l’Emerito fosse stato non dico consultato ma quanto meno avvisato per tempo), compresa la rimozione, per restare sul tema, e/o l’adozione di misure punitive nei confronti di persone a lui vicine o amiche, con buona pace della misericordia sempre evocata ma che evidentemente funziona a corrente alternata. E che dire di quel riferimento, nella lettera indirizzata al successore di Ratzinger al Dicastero per la Dottrina della Fede, ai “metodi immorali” usati in passato dove non pochi osservatori hanno inteso leggerci una neanche troppo velata critica all’operato dell’ex Prefetto bavarese che quell’organismo guidò per circa un quarto di secolo?

Il segnale più chiaro tuttavia è arrivato proprio con la nomina di Manuel Fernandez detto “Tucho” – il quale, lo ha ricordato Matteo Matzuzzi “fu giudicato inadatto a reggere l’Università cattolica d’Argentina” – sulla plancia di comando dell’ex sant’Uffizio. Una nomina che con Benedetto XVI ancora in vita ovviamente non sarebbe mai avvenuta. La sterzata non poteva essere più netta. E decisa, anche. Che la musica sarebbe cambiata lo si è capito fin da subito, come poi è puntualmente è avvenuto in un crescendo che tra interviste, lettere e risposte a domande su vari argomenti sensibili (a proposito: ma com’è che all’improvviso si sono messi tutti a chiedere chiarimenti e porre quesiti? Bah…) è giunto alla pubblicazione il 18 dicembre scorso dell’inaudita Dichiarazione Fiducia supplicans sul senso pastorale delle benedizioni che sta letteralmente spaccando la Chiesa.

Se si vogliono chiamare le cose per nome, solo chi non vede o fa finta di non vedere può non accorgersi di come con buona pace della narrativa mainstream che favoleggia di un ritorno al vangelo sine glossa, nella Chiesa siano in atto dinamiche che non solo con il vangelo fanno a sportellate, ma se possibile si caratterizzano per essere anti-cristiche. L’aspetto che più e meglio di altri testimonia della deriva in atto è che mentre prima regnava la chiarezza ora (ma non da ora) regna invece la confusione.

Confusione dovuta ad una predicazione ambigua, ad un parlare che in scia ad una lettura della realtà all’insegna della complessità, anziché illuminare la realtà con la verità si lascia da questa illuminare come se la realtà avesse in sé la sua migliore interpretazione. Col risultato che in spregio al monito di quel Gesù (non a caso scomparso o quasi dal discorso pubblico ecclesiale) che a chiacchere si dice di seguire  – “il vostro parlare sia “sì, sì; no, no”, il di più viene dal maligno (leggi bene: il di più viene dal maligno) – la Chiesa ora preferisce i “sì, ma” e i “no, però” dei quali è infarcito il gattopardismo ecclesiale oggi in vigore: non cambiare nulla (per via dottrinale) per cambiare tutto (per via pastorale). Perché la Chiesa accoglie tutti, accompagna tutti, ascolta tutti siccome Dio ci ama come siamo.

Come se l’amore gratuito di Dio fosse non già uno sprone per convertirsi e cambiare vita abbandonando il peccato, ma una specie di lasciapassare per continuare vivere come ci pare e piace. Un approccio, questo, oltre che pastoralmente miope posto che non si ha, come dire, la percezione che le chiese si stiano di nuovo riempiendo essendo piuttosto sempre più vuote – dalla chiesa in uscita all’uscita dalla chiesa è un attimo – è anche teologicamente assai scivoloso, per usare un eufemismo, dal momento che postula la possibilità che grazia e peccato possano coabitare quando invece sono due realtà che si escludono a vicenda come la luce e le tenebre (senza che questo ovviamente precluda il fatto che si possa essere santi e peccatori allo stesso tempo, come per altro dimostra la storia stessa della santità.

Basta però mettere le cose in chiaro: un conto è essere coscienti del proprio peccato, desiderare di convertirsi e rialzarsi dopo ogni caduta nella consapevolezza che non si finirà mai di combattere; tutt’altra faccenda è far passare l’idea che siccome Dio è buono e perdona e ci ama così siamo, non c’è alcun bisogno di cambiare vita né di rinunciare a ciò che è male. Sono due prospettive lontane anni luce l’una dall’altra e di cui solo la prima è vera).

Col risultato di stare andando – che sia questo il vero obiettivo? – verso un cristianesimo senza Cristo e la liquefazione della Chiesa che da segno di contraddizione diventa un’agenzia umanitaria che vive e lotta insieme a loro per contrastare il cambiamento climatico, accogliere i migranti, aiutare i poveri, promuovere la pace nel mondo. Tutte cose ottime, intendiamoci. Solo che non c’è bisogno della fede per farle (tant’è che il mondo è pieno di onlus e organismi vari che quelle opere le fanno spesso e volentieri anche meglio della Chiesa). Insomma un cristianesimo dal volto umano, troppo umano, fatto di tutta caritas e niente veritas. Piccolo particolare: un cristianesimo siffatto è una scimmiottatura del Vangelo. Anzi meglio: è un’impostura religiosa. Si sta perdendo un punto fondamentale: è vero che Cristo è morto per tutti, ma il Vangelo non è per tutti. Ciò che rende il cristianesimo esclusivo e non inclusivo, checché ne dica certa narrazione ecclesiale. Gesù stesso non ha lasciato scampo ad equivoci: “molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 22, 14). Né la vita cristiana è a costo zero: il Vangelo è esigente, comporta un combattimento e, in alcuni casi, rinunce anche molto serie. E questo perché, lo ricorda ancora l’Apostolo, “siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor. 6, 20).

Se la Chiesa cede su questo è finita. Anche se il mondo su tante questioni rifiuta ormai il suo insegnamento giudicandolo troppo “rigido” o “fondamentalista” o “intransigente”, non per questo la Chiesa può scendere a compromessi. Sempre che, ovvio, creda ancora che Gesù di Nazareth sia ancora “il” salvatore e sempre ammesso che ci sia ancora un uomo da salvare. E qui casca l’asino. Hanno ancora senso parole come peccato e redenzione, salvezza e dannazione?

La Chiesa crede ancora che Gesù è il Figlio di Dio? Che nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso morì e fu sepolto, discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò dai morti? Non per nulla s. Giovanni nella sua prima lettera dice senza mezzi termini: “ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo” (1 Gv 4,3). In questo consiste l’apostasia in atto nella Chiesa: nell’umanizzazione del fatto cristiano e nella riduzione della fede ad una dimensione solo orizzontale, alla quale è conseguente la desacralizzazione della Chiesa in tutte le sue articolazioni. E allora sarà forse il caso di ricordare ai teorici della complessità che nel cristianesimo, pensate un po’, le cose sono estremamente semplici, limpide, cristalline. Senza se e senza ma. Al mondo la dottrina della Chiesa, come ‘o presepe a Nennillo di Natale a casa Cupiello, non piace? Perfetto, non c’è problema. Basta che sia chiaro che non è la dottrina il problema, il problema è al mondo che non piace. E se non gli piace, libero il mondo di rivolgersi altrove e di vivere come meglio crede.

Ma voler riscrivere la grammatica del cristianesimo, ricorrendo oltretutto ad improbabili funambolismi teologico-pastorali (come ad esempio in Fiducia supplicans e prima ancora in Amoris laetitia), perché il mondo si rifiuta di accettare la Rivelazione di Dio sull’uomo e su tutto il resto, anche no, grazie. “Il buon Dio – fa dire Bernanos al curato di Torcy – non ha scritto che noi fossimo il miele della terra, ragazzo mio, ma il sale. Ora, il nostro povero mondo somiglia al vecchio Giobbe, pieno di piaghe e di ulcere sul suo letame. Il sale, sulla carne viva, brucia. E tuttavia le impedisce di marcire”. Evidentemente c’è una chiesa che ha scelto di essere il miele della terra anziché il sale, con ciò rinnegando la sua missione.

Ma tant’è. Tutto torna. Fu proprio Joseph Ratzinger, all’epoca giovane teologo, che parlando del futuro della Chiesa descrisse una situazione che per molti aspetti è esattamente quella in cui la barca di Pietro già si trova e verso cui sta andando. E chissà che per qualche misterioso disegno non ci sia un fil rouge che lega quella profezia agli eventi che decenni dopo videro lo stesso Ratzinger, nel frattempo divenuto Papa emerito, al centro di un dramma di portata epocale. In quel mirabile discorso radiofonico del 24 dicembre 1969 Ratzinger parlò di una crisi dalla quale sarebbe emersa “…una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poiché il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Eppure, nonostante tutto questo sconquasso, la Chiesa avrebbe riscoperto “…di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica”. Non solo: grazie a questo “resto” gli uomini “…che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile. Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per sè stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto”. Chiudeva Ratzinger: “A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili.

La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti. Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”. Insomma, anche in mezzo a tanti travagli c’è di che guardare al futuro con speranza. Tanto più che l’happy ending è già scritto. Lorsignori prendano nota.

Luca Del Pozzo

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9 commenti

  • Don Ettore Barbieri ha detto:

    Articolo molto interessante. Vorrei fate solo tre osservazioni:
    1. Quasi sempre, di fronte a certe decisioni di Bergoglio, si fa l’ironia sul fatto che lui insiste sulla misericordia. A me questo fatto è particolarmente irritante, perché di per sé certe decisioni non sono poco misericordiose, ma ingiuste. Sono peccati contro la giustizia, che è una virtù distinta dalla misericordia. E tutto questo parlare a vanvera di misericordia, dall’una e dall’altra parte, sta facendo cadere quasi un velo di disprezzo su quello che è – parole di Gesù a Santa Faustina – il più alto attributo di Dio.
    2. La carità senza verità non è più tale, ma umanitarismo, che non ha nulla a che vedere con Cristo, anche se materialmente si possono fare le medesime cose.
    3. Il voler adattare a tutti i costi la dottrina alla realtà e non viceversa (la realtà è superiore all’idea; ortoprassi?) è l’esito estremo di ciò che il card. Siri chiamava “pastoralismo”, il quale, a sua volta, è la perversione di un concetto cristiano molto diffuso a livello di apostolato e di missione: ossia, far di tutto perché le anime si salvino. L’equivoco dove sta? Nell’aver trasformato questa esigenza evangelica in una ricerca di successo mondano, nella pretesa che tutti debbano essere inclusi, indipendentemente dalla loro conversione.
    Questa visione delle cose, a ben vedere, è una logica di potere, non potendo accettare che molti o addirittura la maggior parte ci lascino. E fa pendant con una certa visione opposta che vorrebbe il ritorno della cristianità. Sono le due facce della stessa medaglia: noi non sappiamo immaginare una Chiesa che viva nuovamente una situazione precostantiniama, ma abbiamo l’idea che o con il potere (tradizionalisti) o con la prostituzione (progressisti) dobbiamo rimanere a galla a tutti i costi e soprattutto non perdere nulla.

  • R.S. ha detto:

    Ieri nella mia parrocchia non è stata spesa una parola, nemmeno nella preghiera dei fedeli… Benedetto per molti è stato un fastidio e chi vive di accogliente misericordia i fastidi preferisce rifilarli al prossimo, tenendosi nella comfort zone del mellifluo.
    Grazie per questo splendido scritto.

  • Orso Garibozzi ha detto:

    Buon anno a tutti, nella Grazia di NS Gesù Cristo.
    Restiamo forti fedeli e perseveranti nella Fede in Gesù unico Salvatore , nelle prove che ci attendono. Tutti.

  • Mara ha detto:

    Senza dimensione trascendentale e quindi verticale l’uomo va a fare compagnia all’inquilino del piano di sotto.

  • Iris ha detto:

    Il migliore articolo del mese.

  • Arianna ha detto:

    Abbraccierei comunque la tesi complottista, che poi si rivela sempre vera.
    Esponenti laici travestiti da preti, per distruggere la Santa Chiesa di Gesù.
    E ci sono riusciti.

    • Armando ha detto:

      La storia insegna che qui in Italia ai compagni arrivassero ordini precisi sugli adempimenti da compiere per distruggere la chiesa. Uno di questi era infiltrare nei seminari cattolici dei LORO FEDELI.
      Per chi si interessa di storia del cristianesimo in Russia e’ chiaro che la politica sovietica ha eliminato fisicamente un gran numero di sacerdoti e di monache che oggi vengono commemorati nei calendari come nuovi martiri.. Chi avesse voluto conservare la vita avrebbe dovuto collaborare col potere sovietico.

  • stefano ha detto:

    Bellissimo atticolo che rincuora. Grazie Luca.

  • nuccioviglietti ha detto:

    E quando uomo perde totale intrinseca religiosità insita in ogni creatura vivente… diventa automa senza scrupoli senza ritegno senza pietà… privo alcuna sensibilità… morte che cammina!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/